“Allora, questi elenchi! Aspetto da un’ora!”

“Eccoli, Presidente” disse il segretario, chiudendosi alle spalle la porta dell’ufficio.

“Una chiavetta? E che me ne faccio? – esclamò bruscamente il Presidente del Partito per la Democrazia Popolare sen. Antonio Antoniotti, guardando con aria quasi schifata il piccolo oggetto tecnologico che il segretario aveva posato sulla sua scrivania – voglio un nome, Garbelli, un nome, hai capito? non un file con mille candidati!”

“Ma io non mi permetterei mai di scegliere al suo posto, signor Presidente” disse Garbelli, serrando la testa tra le spalle, quasi temesse di essere colpito dal suo superiore.

“Se devo fare tutto da solo, dimmi tu a che mi serve un segretario! – replicò spazientito il sen. Antoniotti – almeno degnati di leggere le schede… ho mal di testa e non mi va di guardare lo schermo.”

“Certo, Senatore – disse Garbelli, inserendo la chiavetta nel portatile posato sulla scrivania – preferisce che ordini i record alfabeticamente, per età, per professione…”

“Ricordami perché ti ho assunto, Giacomino… in questo momento non me lo spiego! – mormorò, con tono ironico Antoniotti, sciogliendo una bustina di analgesico in un bicchiere d’acqua – credevo di aver parlato chiaro… cosa ti ho chiesto?”

“Di trovare un uomo al di sopra di ogni sospetto… una persona di onestà adamantina… senza scheletri e senza armadi.”

“E allora i tuoi maledetti record leggimeli per ordine d’onestà, che cavolo!” esclamò il Senatore, forbendosi con la lingua i granelli di analgesico rimasti sulle labbra.

“Come preferisce, signor Presidente, ma prima, se permette, vorrei illustrare i criteri adottati per la selezione – disse Garbelli con tono dimesso. Nessun potente ama essere contraddetto o tediato e Antoniotti non faceva eccezione alla regola.

“Certo che permetto, permetto tutto quello che vuoi, basta che mi risolvi il problema – rispose Antoniotti, sdraiandosi sul divano a sei posti che occupava un intero lato del suo ufficio – l’interrogatorio di stamani mi ha distrutto… un’emicrania con i fiocchi… eppure, dovrei averci fatto l’abitudine… maledetti giudici, rendono la vita impossibile a chi serve il Paese e lasciano scorazzare a piede libero gli assassini. Vigliacchi!”

“Vado?”

“Inizia pure… però prima chiudi la tenda: non sopporto la luce.”

“Per scremare ho eliminato le categorie certamente prive del requisito fondamentale – disse Garbelli, prendendo da una cartellina un blocco per appunti – in primis, ovviamente, i pregiudicati poi tutte le persone coinvolte in inchieste o indagini, anche se non condannate… incrociando gli archivi del MEF, della Guardia di Finanza e della Polizia Municipale ci siamo liberati dei soggetti multati per evasione fiscale o infrazioni, anche minime… alla fine sono rimasti nella rete meno di mille nominativi… persone normali, sconosciute alle autorità.”

“Non extracomunitari, spero… quelli sono quasi tutti sconosciuti alle autorità!”

“Ovvio che no! Cittadini con diritti politici attivi, irreprensibili membri della società civile.”

“Non mi avrai mica selezionato dei trogloditi che vivono nei boschi, Garbelli!”

“I nostri soggetti sono tutti laureati che svolgono una normale attività lavorativa e godono di ottima salute, mentale e fisica… niente malati di mente, alcolisti, tossicomani o clochard.”

“Meno male: passi per gli ubriaconi e i drogati, ma un barbone a capo del governo sarebbe davvero una novità!” disse beffardo il Senatore.

“Sa, non è facile giudicare la vita di una persona – aggiunse, quasi scusandosi, Garbelli – chi non ha qualcosa da nascondere! e poi c’è la Privacy.”

“Già, bei tempi quando il Comune rilasciava il certificato di buona condotta – disse Antoniotti – adesso i segreti sono persino tutelati dalla Legge! E noi, invece, vogliamo sapere tutto, tutto… dobbiamo trovare una persona davvero speciale, inattaccabile, un uomo lindo dentro e fuori, trasparente… lo presentiamo alle Primarie della sua città come cittadino qualunque prestato alla politica… poi dal Comune lo catapultiamo in Parlamento… qualche intervista al telegiornale, molte comparsate nei talk show, un po’ di propaganda elettorale e, tempo tre anni, la nostra faccia pulita vincerà le politiche a man bassa: gli altri partiti si metteranno a fargli le pulci ma nix! Non troveranno niente!”

“Posso garantirle che i selezionati sono tutti soggetti eccezionali – disse Garbelli – la crema della crema a livello nazionale: pensi che dobbiamo visionare solo trecento record!”

Antoniotti non replicò e Giacomo, dopo un attimo di silenzio, iniziò a leggere i dati che, via via, comparivano sullo schermo: nome e cognome, notizie sulla famiglia d’origine, studi, professione, coniuge, figli, proprietà e redditi, informazioni sui gusti alimentari, gli hobby, gli interessi culturali. Più che schede biografiche aveva preparato dossier degni della Stasi.

Dopo un’ora il Presidente, sbadigliando, lo interruppe:

“Basta, pietà… non ne posso più – esclamò, fingendo di ficcarsi gli indici negli orecchi – questo Bendidio, l’ultimo che hai nominato, non mi dispiace: sposato con un bambino, impiegato statale, laureato, anni quarantanove, niente parenti in politica, figlio e nipote di carabiniere… un pedigree garantito: ha la correttezza nel DNA.”

“Vuol dire Benandio… Marcello Benandio – lo corresse timidamente Garbelli – aveva chiesto di entrare nell’Arma ma è stato scartato per insufficienza toracica.”

“Di bene in meglio, gli uomini atletici non piacciono all’elettorato maschile e le donne provano un’innata simpatia materna per chi appare debole fisicamente.”

“E’ anche calvo.”

“Meglio ancora, un cittadino su due ha questo problema e noi vogliamo far scattare un meccanismo d’identificazione… il nostro candidato deve essere lo specchio di tutti, un uomo fatto come la maggioranza degli elettori.”

“Ma un candidato onesto non dovrebbe piacere solo alla minoranza delle persone davvero perbene?” chiese Garbelli. Questa domanda l’ossessionava fin da quando aveva iniziato a lavorare alla ricerca.

“Qui sta l’inghippo! La così detta ‘gente’ è furba e ci tiene a esserlo però pretende politici onesti: in parole povere amiamo pensare che chi ci governa sia un fesso!”

“Ma noi abbiamo escluso le persone con basso quoziente intellettuale…” obiettò Giacomo.

“Che centra! – esclamò il Presidente infastidito – ho detto fesso, non scemo: fesso è l’uomo normale o anche intelligente che s’impone regole superflue, parcheggia solo nelle strisce, rispetta i limiti di velocità, restituisce le cose di valore che trova, non rompe le scatole ai vicini di casa…”

“Tratta gentilmente gli inferiori …” aggiunse Garbelli.

“Ti cura con competenza se vai all’ospedale, rispetta i tuoi diritti se è un giudice o un poliziotto – proseguì Antoniotti – insomma l’estraneo che vorremmo sempre incontrare sulla nostra strada perché non pensa solo al proprio tornaconto… in apparenza normale ma fatto in modo diverso dagli altri perché, intendiamoci, preoccuparsi in primis di noi e dei nostri interessi è legge di natura, si chiama istinto di conservazione… cosa ci ordina il Signore? Ama il prossimo tuo come te stesso… non come Dio o la mamma o la fidanzata… come te stesso… capisci, Giacomino?”

“Certo, signor Presidente, l’egoismo è innato” osservò amaramente Garbelli.

“Proprio così: anche la Legge ci riconosce il diritto di uccidere se siamo in pericolo o di delinquere in caso di necessità… sei rimasto chiuso in un supermercato? Puoi mangiare quello che trovi e non commetti un furto – osservò il Senatore con tono didascalico – se ci pensi, in fondo, siamo tutti prigionieri di un immenso supermercato: per sopravvivere, prendiamo quello che ci serve contendendolo agli altri, è la guerra di tutti contro tutti…homo homini lupus!”

“La civiltà però mitiga lo stato di Natura” obiettò Garbelli.

“Tutta apparenza: nel così detto mondo moderno l’egoismo si camuffa ma non diminuisce – replicò Antoniotti, tornando all’iniziale tono brusco – l’economia oggi domina la vita sociale… ti sembra che l’economia si basi su principi giusti? Per carità: è il trionfo della jungla spacciato dai tecnocrati per necessità imposta dall’evoluzione… evoluzione di che? Bah! Tutte fesserie! non so come riescano a non ridere quando sostengono tesi del genere davanti a un pubblico di gente sensata: globalizzazione, profitto, produttività, mercato… tutti concetti che si riassumono nel ruggito del leone e noi non vogliamo essere agnelli. Vero?”

“Anche Nietzsche la pensava così” rispose Giacomo, laconico. Ogni tanto si ricordava di essere laureato in filosofia e aveva la tentazione di contestare le affermazioni paradossali del Senatore.

“Quel signore piaceva troppo ai Nazisti – proseguì il Presidente – noi invece crediamo in Dio e nella democrazia: ci comportiamo da leoni ma, in cuor nostro, aspiriamo a un mondo diverso, buono e giusto!”

“Già, nessun leone vorrebbe fare la fine dell’agnello.”

“Ben detto! Immaginati se un ladro gradirebbe essere derubato o un assassino ucciso… viviamo nella contraddizione: vorremmo essere le uniche carogne in un mondo di gentiluomini.”

“Io, per quanto mi riguarda, mi sforzo di essere decente” replicò Garbelli.

“Sei un gran bambinone, caro il mio Giacomino! ti ho assunto volentieri proprio perché si capisce al primo sguardo che appartieni alla categoria delle brave persone… non ti candido a Primo Ministro perché ormai sai troppe cose: sei un onesto deluso… il nostro eletto dovrà avere l’innocenza di una verginella allevata dalle suore.”

“Cerchiamo un uomo con l’aureola!”

“Macché, i santi sono antipatici! Ci vorrebbe un extraterrestre… che importa cosa ha combinato sul suo pianeta! – proseguì il Senatore, sconsolato – purtroppo l’alieno mette paura e noi abbiamo bisogno di rassicurare l’elettore.”

“Però, in fondo, il desiderio di essere governati da una persona perbene è ragionevole – obiettò Garbelli, punto sul vivo dal benevolo disprezzo del suo capo – anche agli egoisti conviene eleggere un arbitro equo in grado di limitare le pretese dei singoli in nome del Bene Comune.”

“Bene Comune? non esiste: gli egoismi individuali si tengono benissimo in equilibrio da soli, credi a me! – replicò il Senatore – Ma te lo immagini cosa accadrebbe se il governo del mondo fosse affidato agli onesti? gente che rifiuta i compromessi, respinge tutte le pressioni, non accontenta i sostenitori, esige che si applichi sempre la legge e agisce in base a principi ideali… dopo quindici giorni le città andrebbero a fuoco, entro un mese scoppierebbe la terza guerra mondiale! Per carità! Chi governa la polis deve chiudere non un occhio ma due!”

“E allora che ce ne facciamo di un candidato onesto?” domandò Garbelli.

“Marketing! l’arte di assecondare il compratore – rispose Antoniotti, sollevandosi a sedere sul divano – gli elettori desiderano votare per qualcuno che possiede qualità inusuali, inadatte anche solo per gestire un negozio di ferramenta? Benissimo, noi offriamo alla nostra clientela il prodotto che chiede, l’homo politicus probus.

“E quando il nostro candidato si rivelerà inadatto a governare, cosa faremo?”

“Nessuno se ne accorgerà, stai tranquillo, perché noi lo aiuteremo a lavorare nel modo giusto – rispose Antoniotti – e poi il giudizio sui politici prescinde da quello che fanno realmente. Il gioco del potere è una ruota: il ‘popolo sovrano’ prima innalza alle stelle il beniamino di turno, poi lo getta nella polvere o, magari, lo mette al muro… e corre a cercarsi un nuovo Salvatore della Patria… questo è il vero Messia, c’eravamo sbagliati! Nel frattempo noi poveri politici di mestiere mandiamo avanti la baracca, bene o male, perseguendo interessi personali che, a volte, coincidono con quelli del Paese, merito della Provvidenza o, se preferisci, della Mano invisibile di Smith.”

“Quindi le capacità del signor Benandio contano zero” concluse Garbelli.

“Ma quanto sei retorico, Giacomino – esclamò Antoniotti, tornato di buonumore – Benandio corrisponde al ritratto del candidato ideale? Benissimo! anche se è un cercopiteco riusciremo a farlo eleggere e il suo abbattimento richiederà un bel po’ di tempo… i nostri avversari dovranno sudare sette camicie per coprirlo di fango e mettere sull’altare un altro falso idolo.”

“Allora lo convoco?”

“Ma sì, non vedo l’ora di guardare in faccia il caro dottor Maurizio Benandio.”

“Le interessa un video che abbiamo girato a casa sua?”

“Certo, la prima impressione è importante – disse il Senatore, alzandosi dal divano – Vediamo questa rara avis! Speriamo sia telegenico e piacente quel poco che basta per non sembrare rospo!”

Seduto nel giardinetto di un modesto ma dignitoso appartamento, la moglie a fianco e, alle spalle, il figlio decenne che giocava con un cagnolino, Maurizio non appariva né bello né brutto. Normale era il giudizio che meglio descriveva la sua persona come la sua vita.

Tranquillo, un po’ impacciato di fronte alla telecamera, rispondeva garbatamente alle domande di un intervistatore fuori campo:

 –

Benandio: “Sono lieto di partecipare a questa inchiesta sull’uomo nella società di massa… lo ammetto… penso di essere una persona comune, uno qualunque… ma non un qualunquista: mi preoccupo della qualità dell’ambiente, della convivenza interetnica, della criminalità, dei giovani… leggo un paio di settimanali, seguo il telegiornale, soprattutto i servizi d’attualità: insomma, posso dire ‘I care’ senza timore di esagerare!”

Intervistatore: “Lei è anche marito e genitore, come si vede in questi ruoli?”

Benandio: “Il futuro dell’economia e dell’ambiente mi preoccupa proprio perché ho un figlio… penso di essere un padre attento ma non sta a me giudicare… come marito mi do la sufficienza… ma non so se mia moglie la confermerebbe… sa, è un’insegnante molto severa!”

“Fermi il video – ordinò Antoniotti – ha preso  informazioni anche sulla signora?”

“Certo, donna irreprensibile, maestra elementare… frequenta la Parrocchia ed è attiva nel sociale.”
“Ma come parla, Garbelli! Sembra un giornalista! insomma tutta casa e chiesa… niente scappatelle, magari una giovanile militanza in qualche formazione politica estremista?”

“La signora Iole Marbelli in Benandio? Scherza!” esclamò Garbelli che, sulla famiglia del signor Maurizio aveva condotto un’inchiesta supplementare: era anche la sua prima scelta, ma aveva taciuto per non sembrare un leccapiedi.

“Allora procediamo con lo show!” disse il Presidente.

Iole Morbelli Benandio: “Non posso davvero lamentarmi: Maurizio è un uomo eccezionale, nella sua normalità s’intende! il nostro matrimonio non ha mai avuto crisi: ci siamo sposati quindici anni  fa, quando lui è entrato di ruolo al Ministero e da allora…”

Intervistatore “Ha vinto un concorso pubblico, signor Benandio? Ci spieghi com’è andata!”

Benandio: “Purtroppo non ho nulla da dire in proposito: avevo ventotto anni, ero iscritto nelle liste di disoccupazione dell’Ufficio del Lavoro e sono stato chiamato… assunzione a tempo determinato, tre mesi… poi, dopo sette anni, mi hanno stabilizzato.”

Intervistatore: “Ma i dipendenti pubblici non dovrebbero essere assunti con un concorso e selezionati in base a precisi criteri di merito? Perché sorride, signora Benandio?”

Iole Morbelli Benandio: “Mi scusi, ma anch’io lavoro nel Pubblico Impiego e chi sa come girano certe faccende… insomma, affermazioni come la sua, fanno proprio ridere, mi creda!”

Intervistatore: “Già, lei è maestra elementare… può dirci com’è entrata nella scuola?”

Iole Morbelli Benandio: “Se ci tiene proprio a saperlo, neppure io ho scalato la graduatoria di un concorso: appartengo a una ‘categoria protetta’ e sono stata assunta a chiamata… mio padre è morto in un incidente sul lavoro: pensi che fortuna!”

Intervistatore: “Mi scusi, non sapevo…”

Benandio: “Mia moglie intende dire che siamo due privilegiati perché non abbiamo dovuto umiliarci a chiedere favori o raccomandazioni per trovare un lavoro… però mi pare che lo Stato, con noi, non abbia fatto un cattivo acquisto… io ho una laurea in giurisprudenza e sono entrato come impiegato amministrativo di basso livello.”

Intervistatore: “Poi, immagino avrà fatto carriera, ci dica come.”

Benandio: “Un livello in più, con vent’anni di servizio… per andare avanti bisogna accumulare titoli, fare corsi, ottenere incarichi e io, quando sono in Ufficio, penso solo a guadagnarmi lo stipendio… peccato che questo, al superiore Ministero, non interessi.”

Intervistatore: “Insomma, lei non è contento del suo impiego, ce l’ha con lo Stato, con i colleghi, con i Sindacati!”

Benandio: “Ma no! Io vado d’accordo con tutti e non mi lamento: un posto come il mio, di questi tempi, è un paradiso anche se prendi un bel po’ di calci in faccia… quanto ai Sindacati… spetta a noi lavoratori spingerli a fare meglio… nell’interesse di tutta la collettività.”

“Basta così, chiudi – disse Antoniotti – questo Benandio è il primo classificato al festival della nullità! mi viene da vomitare!”

“E’ un membro della classe media, istruito, con una vita familiare irreprensibile e senza scheletri nell’armadio – obiettò Garbelli – l’uomo che cerchiamo.”

“Hai ragione, è un portento, un libro aperto… ma tu ti cambieresti con lui?” chiese, beffardo, il Senatore.

Giacomo rimase in silenzio: non voleva essere un Benandio ma neppure diventare un Antoniotti.

Era entrato nello staff del Senatore grazie alla raccomandazione di uno zio monsignore: fin da ragazzo sognava di fare politica ma senza rinunciare ai pochi principi che riteneva davvero irrinunciabili… non rubare, non dire falsa testimonianza, ama il prossimo tuo, almeno un po’.

Il padre, impiegato comunale, non approvava la carriera che aveva scelto: “chi va al mulino s’infarina… cammina con gli zoppi e impari a zoppicare” ripeteva ogni volta che s’incontravano, e Giacomo, dopo due anni, doveva ammettere che non aveva tutti i torti.

Il mondo della politica somigliava alla proverbiale cesta di mele, con la differenza che i pomi erano quasi tutti marci e le rare mele sane, a forza di prendere colpi, andavano a male in breve tempo. Si sentiva scoraggiato: Benandio, in fondo, poteva permettersi di rimanere onesto perché non aveva l’opportunità di mettere a reddito la sua posizione, era una nullità, l’ultima ruota del carretto della Pubblica Amministrazione ma, chi sa… un domani, in un posto di comando, magari avrebbe imparato alla svelta l’arte del malaffare… certo due generazioni di carabinieri nell’albero genealogico non lo avvantaggiavano e furbi, di solito, si nasce o si diventa per imprinting familiare, ma peccare è più facile se ci si trasferisce a Gomorra.

“Che c’è, ti sei incantato – chiese il Senatore con tono paterno – su, animo, caro ragazzo, siamo vicini alla mèta! Non devi essere geloso di questo Benandio…stai tranquillo, farai anche tu la tua strada ma sarà diversa: diventerai uno che governa davvero, come me!”

Giacomo rimase in silenzio: “Antoniotti intende lanciarlo in politica – pensò, chiudendo il computer – vedremo quanto la sua onestà cristallina resisterà alla pressione del potere.”

Maurizio Benandio entrò nella sede del Partito per la Democrazia Popolare più intimorito che incuriosito. Tre giorni prima un giovanotto elegante e gentile, un certo dottor Giacomo Garbelli, aveva suonato il campanello del suo appartamento: portava una generica lettera d’invito del sen. Antonio Antoniotti, Presidente del PDP, e un biglietto ferroviario. Prima classe con prenotazione per la capitale, una cosa seria: Maurizio non aveva osato rifiutare. Era ovviamente impaziente di scoprire il motivo di quella convocazione ma anche ansioso. Cosa mai poteva volere da un semplice impiegato ministeriale uno dei più potenti politici del Paese?

Ogni tanto, durante il breve viaggio in treno, prendeva dal taschino la lettera: si sentiva un allocco caduto nella rete di chi sa quale banda di truffatori e il ghirigoro pretenzioso di Antoniotti, in calce all’invito, lo rassicurava.

“Caro dottor Benandio, che piacere – esclamò Antoniotti, alzandosi dalla scrivania per stringere la mano al suo ospite – l’attendevamo con impazienza… io e gli amici senatore Zusi, onorevole Rimpelli, dottor Guintini, avvocato Ziletti, professor Rombotti… tutti esponenti di rilievo del Partito… immagino che li conosca, sono spesso in televisione!”

“Si certo, ma a cosa devo il piacere?” chiese Benandio, scrutando con stupore quella folla di facce sconosciute eppure familiari, politici che ogni sera, nella sua cucina, si azzuffavano sullo schermo con i loro corrispettivi dei partiti avversari.

“Per farla breve, caro dottore, noi siamo alla ricerca di persone nuove… avrà sentito parlare dei rottamatori? Ecco, noi non siamo rudi sfasciacarrozze armati di pressa ma incubatrici, anzi, amorevoli chiocce che desiderano allevare pulcini destinati a diventare, un giorno, i galli del pollaio” disse Antoniotti, sforzandosi di sembrare alla mano per non mettere in soggezione il suo ospite.

“Mi scusi, non capisco proprio a quale pollaio lei alluda – replicò Benandio, un po’ stupito – io non mi sono mai occupato di politica… certo vado a votare e ho le mie idee, però non sono iscritto a un partito, tantomeno al suo… non ho neppure la tessera del sindacato!”

“Lo so, proprio per questo l’abbiamo convocata, caro dottore – disse, sorridendo, il prof. Rombotti – noi non cerchiamo ambiziosi che sgomitano per fare carriera, affaristi senza ideali, traffichini e, mi perdonino i presenti, ladri: negli uffici dei partiti se ne trovano già a vagonate… noi vogliamo un uomo che incarni l’ideale della persona onesta che ha a cuore il Paese e gli interessi della collettività, un lavoratore serio, un padre di famiglia amorevole, un marito fedele…”

“Giusto, chi è inaffidabile nel privato non può essere integerrimo nel pubblico… ormai l’opinione pubblica l’ha capito – s’intromise l’avvocato Zilietti, con voce rombante – la gente è stanca di perdere tempo dietro ai vizietti di tizio e caio… basta indagini, inchieste, intercettazioni, scandali, non se ne può più!”

“Insomma, noi cerchiamo la moglie di Cesare! m’intende?” aggiunse il senatore Zusi, posando amichevolmente la mano sulla spalla di Benandio.

“Dica pure cosa ne pensa! – esclamò il prof. Rombotti – così i miei illustri colleghi la smetteranno di menare il can per l’aia!”

“Mi pare una proposta assurda – disse, con pacata fermezza, Benandio – la politica non è un gioco che s’impara in cinque minuti: posso sembrare un ingenuo però non sono stupido… non mi considero all’altezza del compito che mi prospettate… forse in dieci anni potrei anche arrivare a capire come funziona tutto il marchingegno, però ho quasi raggiunto la cinquantina… perché non puntate su un giovane promettente già impegnato nella vita pubblica?”

“Ma sì, un giovanotto di belle speranze… un piccolo squalo famelico magari più feroce di noi” si disse Zusi.

“Che bella idea! mettiamoci in casa un rottamatore!” pensò Zilietti.

“Il suo consiglio è sensato – rispose Antoniotti – ma il ricambio generazionale non è una soluzione, non basta più: ci vuole un colpo d’ala… dobbiamo dare una risposta antipolitica alla crisi della politica.”

“E poi, caro Benandio, non si può mai sapere che persona verrà fuori da un ragazzo – aggiunse il senatore Zusi – il contatto con il potere facilita le scivolate e, per un giovane, sbagliare è quasi inevitabile… lei, invece, è un uomo maturo, con un carattere già definito: se non ha sgarrato dalla retta via per cinquant’anni difficilmente cambierà atteggiamento.”

“Quanto all’impreparazione, ha mai considerato a fondo il curriculum dei presidenti americani? – chiese Antoniotti – secondo lei Ford, Reagan o Carter leggevano tutte le sere  Machiavelli? E Truman! No! erano i portavoce di un team, governavano seguendo le direttive del pool di politici che li aveva portati alla Casa Bianca.”

“Insomma, secondo lei i presidenti americani sarebbero solo fantocci?” esclamò Benandio indignato.

“Non tutti, alcuni e, non a caso, sono quelli che hanno suscitato meno scandali e lavorato meglio… pensi invece come si sono comportati gli altri, dentro e fuori dalle lenzuola… Kennedy, Clinton, Nixon… in tempi come i nostri ci vogliono uomini prudenti, affidabili e senza grilli per la testa!”

“Con lei saremmo in una botte di ferro – aggiunse Zusi – all’inizio giornalisti e avversari scaverebbero nella sua vita alla ricerca del sacchetto di spazzatura nascosto, ma poi lascerebbero perdere perché, mi creda, niente annoia di più i nostri connazionali dell’agiografia!”

“Naturalmente non pretendiamo di scaricarle addosso responsabilità che farebbero tremare i polsi anche a politici esperti – aggiunse Antoniotti –  in una prima fase dovrebbe solo esporre nelle sedi appropriate, nazionali e internazionali, il programma del Partito… vedrà, le nostre proposte sulla giustizia, l’economia, la scuola, l’assistenza sanitaria sono buone e pienamente condivisibili.”

“Si stupirà di scoprire che la pensa già come noi!” tuonò Ziletti.

“Stia tranquillo, non la lasceremo solo!” esclamò Zusi.

“Allora, che ne dice?” chiese Ziletti.

“Perché non assumete un attore, reciterebbe il vostro copione in modo più convincente – rispose Benandio, infastidito dall’insistenza di quei signori che pretendevano da lui un assenso impossibile – io non intendo diventare la testa di legno di… un partito” stava per dire ‘di una cricca di politicanti’ ma si trattenne.

“Guardi che noi non vogliamo truffare gli elettori – proseguì Antoniotti, mostrandosi quasi offeso – abbiamo un programma valido, una macchina propagandistica ben organizzata e un grande seguito popolare: dobbiamo solo scegliere chi porterà lo stendardo e, per me, lei potrebbe essere l’uomo giusto.”

“Ci permetta di dimostrarle che lei è degno di portare la nostra bandiera!” aggiunse Zusi, posando di nuovo la mano sulla spalla dell’ospite.

Benandio non replicò. Circondato da tutti quei pezzi grossi della politica che lo corteggiavano come se fosse una bella donna, si sentiva stordito, paralizzato dal ridicolo.

“Basta – esclamò il professor Rombotti, agitando in aria un libriccino – leviamo il vin dai fiaschi! Leggerò al nostro dottor Benandio i punti fondamentali del programma che abbiamo elaborato per le elezioni amministrative di Primavera.”

Benandio, contorcendosi impercettibilmente, riuscì a sbirciare il titolo dell’opuscolo di Rombotti: ‘Patto con l’Elettore del Partito per la Democrazia Popolare – Dieci passi verso la salvezza.’

“Dei politici, non del Paese, s’intende,” pensò Maurizio, cercando di serrare le mascelle per non sbadigliare.

Terminata l’esposizione di Rombotti anche il dottor Giuntini volle dire la sua: parlò a lungo del disegno di Legge per la riforma della Pubblica Amministrazione che aveva presentato in Parlamento e, da tre anni, latitava nei meandri del Palazzo.

Maurizio, nonostante avesse una competenza in materia diretta e approfondita, ascoltò senza aprire bocca.

I colleghi del Giuntini, per non sembrare da meno, presero a loro volta la parola e così Benandio trascorse tutto il pomeriggio annaspando in un mare di chiacchiere: quando uscì dall’ufficio del Presidente, conosceva la posizione del PDP su quasi tutti i principali problemi del Paese.

Verso le nove il Senatore Antoniotti lo portò in una saletta riservata di un celebre ristorante: una ‘cena di lavoro’ con i membri della Direzione Nazionale.

Poco prima del dessert, si unì all’allegra compagnia il Segretario Politico del PDP, onorevole Giangiacomo Rubelli, l’uomo più potente del Paese.

Il Segretario strinse calorosamente la mano dell’ospite d’onore: “Caro, caro Benandio! – esclamò come se conoscesse Maurizio da una vita – Vedo già la sua faccia stampata sui manifesti elettorali… e sotto la scritta ‘il nostro candidato, il vostro eletto’!” I presenti applaudirono con entusiasmo.

La signora Iole attese il ritorno del marito leggendo un libro, a letto. La macchina blu dell’onorevole Rubelli scaricò Maurizio davanti a casa poco dopo le due di notte.

“Che volevano da te?” chiese Iole.

“Mi hanno offerto un lavoro” rispose il marito, indossando il pigiama.

“E perché? un impiego l’hai già… cosa sarebbe, una specie di distacco sindacale?”

Maurizio rimase in silenzio: non era facile raccontare in breve gli eventi accaduti in quel bizzarro giorno, neppure lui li ricordava chiaramente.

“Se però è una sistemazione migliore…” aggiunse Iole, conciliante.

“In certo senso sì – rispose il marito – vorrebbero presentarmi come candidato sindaco alle elezioni di primavera.”

“Candidato, tu? ma fammi ridere – osservò sarcastica la signora Iole – ti mettono in lista per fare numero, così dimostrano che gli elettori hanno possibilità di scelta.”

“Magari! Sarebbe una proposta ragionevole – replicò Maurizio – no, vogliono che vinca, poi, dopo un paio di anni, mi porteranno in Parlamento, infine diventerò leader del Partito per la Democrazia Popolare e guiderò la coalizione del Grande Centro alle elezioni politiche… in tre anni contano di mettermi a capo del governo!”

“Ma allora era una candid camera! – esclamò la moglie, stupita – come si chiama il programma?”

“Dieci passi verso la salvezza.”

“Che buffone, mi hai preso in giro! Attento che non ti spediscano a fare il naufrago tra i coccodrilli! – disse Iole, ridendo a piena gola – scommetto che non ti hanno dato neppure il gettone di presenza!”

“No.”

“Lo sapevo – disse la signora Iole, spengendo la lampada sul comodino – altro che eletto! sei il solito pollo!”

Maurizio, immobile, continuò a fissare un punto indeterminato nel buio della stanza: non se la sentiva di dire alla moglie che aveva accettato la proposta.

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Rosanna Bogo