Quando la mattina presto arrivo nel palazzo dove c’è l’ufficio dell’azienda per cui lavoro, la prima persona che vedo è lo zio Gino; di solito cammina avanti e indietro vicino all’ingresso del suo negozio oppure è appena al di là della vetrina, a sistemare qualcuna delle sue cianfrusaglie.

Intendiamoci, non è davvero mio zio. Uno zio Gino in famiglia l’avevo realmente, anni fa, ma anche lui non era proprio uno zio. Per quelle parentele alla lontana caratteristiche delle vecchie famiglie, anche le sorelle di mia nonna erano ‘zie’ e i loro mariti, di conseguenza, si guadagnavano il titolo di zio.

Zio Gino era pingue, sudaticcio, quasi calvo; una faccia butterata e bianca ne denunciava il cattivo stato di salute e io, da bambino, mi chiedevo come avesse fatto la zia Raffaella a sposare un uomo così brutto e grasso; mi sfuggiva che il loro matrimonio fosse avvenuto almeno venti anni prima, quando forse le cose erano diverse; continuavo tuttavia a sentire zio Gino veramento poco ‘zio’.

Lo zio Gino che incontro tutti i giorni è un cinese di età indefinibile, potrebbe avere quarant’anni come sessanta, ha il fisico asciutto, i capelli neri, lucidi e corti ed è vestito immancabilmente con un paio di blue-jeans. Lo chiamo zio Gino perché non conosco il suo vero nome e immagino, comunque, sia impronunciabile: l’ho ribattezzato così una mattina, per scherzo, e adesso tutti i colleghi, in azienda, usano questo nome.

Mario, come l’ho sentito chiamare qualche volta in negozio, è il nipote di zio Gino: dubito che sia registrato così all’anagrafe cinese e certamente non è nato in Italia perché l’italiano non lo parlano granché bene né lui né la moglie. La coppia gestisce il negozio di carabattole con l’aiuto di Emma, anche lei cinese, che chissà come si chiama: sarà, immagino, un nome di comodo che aiuta i clienti a distinguerla dall’altra donna. Emma, al contrario degli altri, parla in un buon italiano e in maniera molto veloce; riesce a capire perfettamente i clienti ed è in grado di chiacchierare con più persone e rispondere al telefono contemporaneamente. Emma deve essere anche l’anima ‘commerciale’ dell’azienda: è spesso al telefono e la si sente parlare in cinese ma anche in un inglese fluente e corretto ma così rapido che mi è quasi impossibile cogliere più di un paio di parole per ogni frase che dice.

Lo zio Gino è il proprietario, così abbiamo ricostruito, di questo negozio e di un altro paio, in centro, ma lui se ne sta fisso qui, accanto ai ‘nipoti’. Come stiano in effetti le cose non lo sappiamo e con i colleghi dell’ufficio ci siamo spesso chiesti che razza di azienda sia la loro: vendono orologi da parete, ombrelli, pile elettriche, lampadine a risparmio energetico, abbigliamento, borse in finta pelle (o magari sarà pelle vera… di cane?) e tutta una paccottiglia che è inutile enumerare; insomma, un vero bazar di prodotti cinesi.

Il negozio ha un buon flusso di clienti: facendo l’orario continuato dalle 9 alle 19 è mèta, specie all’inizio della mattina e nella pausa pranzo, di molti impiegati che lavorano in questo quartiere di uffici. Un salto dal ‘cinese’ si fa sempre volentieri, dopo un pranzo veloce alla tavola calda (cinese) o un panino trangugiato al bar, dove cinesi sono gran parte degli avventori.

Qui intorno, oltre agli uffici di grandi aziende d’informatica e d’elettronica, fra cui alcune multinazionali, ci sono anche un grande insediamento di una famosa firma della moda italiana e alcune decine di anonimi capannoni. Dall’interno dei nostri uffici, che sono a un piano alto, riusciamo qualche volta a sbirciare dentro quei contenitori oscuri e vediamo muoversi avanti e indietro persone con tratti asiatici che spostano scatole di merce o caricano e scaricano anonimi camioncini entrati passando da cancelli automatici sorvegliati da video e impianti d’allarme. Che cosa producano o cosa facciano è però un mistero.

La mia antipatia per zio Gino è nata da una banalità: le poche volte che sono andato a comprare qualcosa da lui non mi ha mai dato lo scontrino fiscale ma una semplice strisciata di carta di una calcolatrice con i prezzi di quello che avevo comperato. Io lavoro tutto il santo giorno, ho uno stipendio da sopravvivenza, i clienti faticano a pagarci e questo ‘muso giallo’ evade a man bassa. Parlandone con qualche collega ho scoperto che si comporta così quasi con tutti. “Ma cosa credi che faccia tutto il giorno, lì fuori, a passeggiare avanti e indietro? È la civetta sulla cròccia!” mi ha detto una volta un collega lucchese “Sta di vedetta, se arriva la Finanza è pronto ad avvertire i ‘nipoti’ “.

Prima rispondevo sbadatamente a qualche stentata frase in italiano che mi rivolgeva quando passavo, tipo “Bella giornata oggi” oppure “Piove!”, ma da un po’ ho smesso di entrare nel suo negozio e di salutarlo, anche solo con un cenno della testa. Ci fissiamo, muti, un po’ in cagnesco, e basta. Il più delle volte evito anche di incrociare il suo sguardo.

Dall’alto dell’ufficio, dove spesso mi trattengo oltre l’orario di lavoro, mi è capitato di osservare, un paio di volte la settimana e quando fa già buio, uno strano movimento: un camioncino si avvicina a retro marcia alla porta posteriore del negozio e lo zio Gino, aiutato da Mario, scarica dal portellone scatoloni o bracciate intere di abiti già infilzati nelle loro grucce; prima di iniziare questa operazione, lo zio Gino fa sempre un ampio giro, a piedi, nel cortile poco illuminato: evidentemente controlla che non ci siano sorprese.

Una mattina in cui ero particolarmente scontento di me e delle notizie sui traffici illeciti dei cinesi in città, ho chiamato il 117, raccontando degli scontrini, dello strano traffico notturno, di misteriose telefonate…. Non mi aspettavo una qualche reazione da parte della Guardia di Finanza e, invece, qualche giorno dopo ho trovato il negozio chiuso; mi sono avvicinato è ho letto un cartello affisso in bella mostra all’interno della porta a vetri: “Esercizio chiuso per reiterate violazioni degli obblighi di emissione degli scontrini e/o delle ricevute fiscali, ai sensi dell’art….”. E’ bastato un attimo e il vetro della porta ha mandato indietro il ghigno della mia faccia.

Zio Gino adesso, quando passo, mi guarda con odio e Mario, sempre così loquace quando ci incontravamo al bar, fa finta di non vedermi.

Pochi minuti fa, intorno alle diciannove, sono sceso nel garage sotterraneo degli uffici per prendere la macchina e tornare a casa. Ho notato un’auto ferma davanti alla sbarra automatica dell’uscita. Ho suonato il clacson però non si sono mossi, anzi hanno spento il motore. Qualcuno è sceso, sono cinesi: mi fissano.  Fingo di parlare al telefono per guadagnare qualche minuto. Qui dentro non c’è campo ma forse loro non lo sanno; non posso chiamare aiuto e registro questo messaggio nel dittafono del cellulare sperando che qualcuno lo ascolti, prima o poi. Sono impazienti di avvicinarsi, aspettano che chiuda la comunicazione poi… poi si faranno avanti e succederà qualcosa.

Ecco, stanno arrivando…

 

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fuchs