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La risposta di Scrivolo a “Il servo e il padrone” di Tolstoj (scusate l’immodestia).

 

Le vetrine dell’autosalone ‘Happy Car’ erano illuminate a festa ma, quella sera, nessuno si fermava a guardare le luccicanti macchine in esposizione. Era la vigilia di Natale, il termometro segnava meno due, e i rari passanti intirizziti camminavano con passo veloce, stringendosi nei cappotti: non vedevano l’ora di arrivare a casa e godersi il cenone in famiglia.

Il signor Andrea D’Andrea, titolare della ‘Happy Car’, aveva chiuso bottega in anticipo: dopo tutto era un uomo di cuore. Magari si dimenticava di versare i contributi e pagava gli stipendi in ritardo, però offriva sempre un piccolo rinfresco natalizio ai suoi dipendenti. Due bottiglie di spumante dozzinale, un panettone e un pandoro comprati al discount, niente di più, s’intende, per via della crisi.

“Questi sono tempi difficili – ripeteva incessantemente il signor Andrea – la clientela diventa sempre più esigente, gli sconti a tradimento dei concessionari ci rovinano, il fatturato diminuisce: dobbiamo sacrificarci!”

Antonio, il più anziano in servizio dei tre impiegati dell’autosalone, sosteneva che la crisi tirata in ballo di continuo dal titolare doveva essere quella dal ’29 perché, negli ultimi vent’anni, non aveva notato variazioni nel tran tran quotidiano della ‘Happy Car’: la sola novità degna di nota nella recente storia della ditta era l’arrivo dei ‘collaboratori’, giovani inesperti che il padrone arruolava a progetto, a contratto, a chiamata, a partita IVA.

Per il commercialista della ditta erano contabili, consulenti di marketing, pubblicitari, informatici, addetti alla segreteria, di fatto, lavoravano come venditori senza diritto alla percentuale sul fatturato… al signor D’Andrea conveniva così: pagava un fisso davvero modesto e il collaboratore che non smerciava almeno quattro o cinque macchine ogni mese andava a casa o, nel migliore dei casi, veniva trasferito al settore ‘tecnico’… lucidatura delle auto in esposizione, pulizia del salone, piccole commissioni, volantinaggio. Come se non bastasse, la naia dei disperati raramente superava i sei mesi.

“Colpa loro – sosteneva Stefano, l’impiegato che gestiva il Personale – se tutti rifiutassero il capestro dei contratti atipici, i padroni sarebbero costretti ad assumere come dio comanda”, “No, colpa dei politici – replicava Carlo, il ragioniere che, da tre lustri, rendeva presentabili gli accrocchi contabili dell’autosalone – si sono inventati la flessibilità per legalizzare il lavoro al nero!”

Anche Antonio, responsabile delle vendite, aveva un’opinione sull’argomento ma la teneva per sé. Detestava litigare e le due colonne dell’Amministrazione, quando il padrone non era nei paraggi, finivano sempre per bisticciare. Si accaloravano e quasi venivano alle mani discutendo di lavoro precario eppure, si diceva Antonio, il problema non li riguardava personalmente: entrambi avevano un impiego a tempo indeterminato e figli piccoli che ancora andavano a scuola.

Al contrario i diretti interessati, i ‘collaboratori’ della ‘Happy Car’, tacevano: non avanzavano pretese, non alzavano mai la voce, non se la prendevano con il governo, non reagivano ai soprusi del titolare.

Carlo, lettore di romanzi russi, li chiamava i ‘mugiki’ del piccolo padre Andreich, ma la loro apparente sottomissione non aveva nulla a che fare con l’inerzia fatalista degli abitanti della steppa, era solo una manifestazione d’impotenza.

“Indossano la rassegnazione come una maschera – pensava Antonio, quando li vedeva entrare nell’autosalone, sempre in orario, con il sacchetto del panino preparato a casa perché non potevano permettersi neppure un sandwich al bar – non protestano per timore di perdere il posto ed evitano di mugugnare per diffidenza nei confronti dei colleghi… ma chi sa quanta rabbia covano in corpo… e non solo nei confronti del padrone… detestano anche noi impiegati con la quattordicesima e, più di tutti, odiano me che sono il loro supervisore e prendo una percentuale sul venduto.”

Anche Antonio era costretto a fingere: se aveva la luna storta doveva comunque sorridere a chi entrava nel salone, raccontava sempre mezze verità al compratore e, se necessario, tirava persino qualche piccolo bidone… “Ma così si esercita l’arte del commercio, alla ‘Happy Car’ come a Wall Street o dal pizzicagnolo – diceva a se stesso – recito con i clienti… la vita è un’altra cosa!”

Di tanto in tanto, Antonio si sedeva in ufficio e osservava, attraverso le pareti vetrate, i ‘mugiki’ all’opera. Gli aspiranti venditori, a volte, avvertivano il peso del suo sguardo e si giravano: i più timidi avevano un’espressione impaurita, quasi supplicante, come se volessero scusarsi, qualcuno, particolarmente insicuro, addirittura lasciava il cliente in mezzo al salone e si avvicinava chiedendo: “Qualcosa non va, signor Antonio?”

Domanda inutile. Antonio era un commerciale esperto, conosceva tutti i trucchi del mestiere e, al minimo intoppo, interveniva. Con una battuta metteva di buonumore il potenziale compratore, esprimeva pareri tecnici negativi su un paio di veicoli in esposizione per sembrare super partes, proponeva sconti o gadget e, spesso, tirava le fila della trattativa.

I ‘collaboratori’, non sempre scavalcati a ragione, accettavano di buon grado le sue entrate a gamba tesa e non mostravano risentimento. “Al loro posto – pensava Antonio – proverei una gran rabbia, un’ira feroce… esploderei!” i mugiki invece gli sorridevano mansueti. Del resto non avevano alternativa.

“Strigliali a dovere – lo incitava il padrone – sono qui per imparare!” ma cosa? A vendere vecchie macchine in cambio di un misero compenso sapendo che, dopo qualche mese, sarebbe comunque arrivato l’ultimo stipendio, accompagnato da due righe d’ipocriti ringraziamenti per la ‘preziosa’ collaborazione?  Perché il signor D’Andrea, in fondo, aveva un gran cuore e non lesinava referenze.

Antonio vendeva automobili da quasi trent’anni. Aveva imparato il mestiere nel tranquillo ambiente delle concessionarie poi, di fallimento in chiusura, si era ritrovato alle dipendenze di Andrea D’Andrea, un mercante da fiera che trattava le macchine di seconda mano come fossero vacche tubercolotiche da rifilare a paesani sempliciotti… cercava di conservare un aplomb da commerciale di marca e si teneva stretto il posto fisso perché aveva una famiglia a carico, ma non era contento di lavorare alla ‘Happy Car’. Nessuno era contento, a parte il signor D’Andrea.

Nell’autosalone si respirava tutto l’anno un’aria fredda e triste ma, la sera del 24 dicembre, per un’ora l’atmosfera si riscaldava: dipendenti e collaboratori, riuniti intorno al grande albero di Natale della ditta, si scambiavano gli auguri, si davano pacche sulle spalle, si abbracciavano bevendo lo spumante che il titolare versava generosamente nei bicchierini da caffè con il logo della ‘Happy Car’ … tutti allegri, tutti amici, tutti sorridenti, anche i due ragazzi che, dal primo di gennaio si sarebbero ritrovati a spasso.

Antonio aveva tre figli adolescenti e provava una gran tristezza pensando al futuro dei giovani che il destino affidava temporaneamente alle sue cure.

Nel pomeriggio si era fermato a scambiare quattro chiacchiere con Luca e Nicola, gli eletti che il signor Andrea aveva deciso di sacrificare sull’ara dell’eterna crisi.

Luca viveva ancora con i genitori e si sarebbe rimesso a studiare Legge, magari con più voglia. Se non altro aveva imparato a tirare fuori la faccia tosta, a improvvisare, a spacciare fandonie… competenze che potevano tornare utili a un avvocato!

Nicola invece era solo, non aveva famiglia. Abitava con un’anziana zia pensionata e non poteva permettersi di perdere il lavoro, neppure quel misero impiego provvisorio e sottopagato nell’autosalone ‘Happy Car’.

Antonio aveva tentato di convincere il padrone a tenerlo ancora un paio di mesi, almeno fino a primavera, ma D’Andrea non si era impietosito:

“Mi hai preso per la Caritas, Antonio? – aveva tagliato corto – il ragazzo troverà un altro posto, non ti preoccupare: basta cercarlo.”

Però, in fondo, il signor Andrea era un uomo di buon cuore e così, per dare a Nicola la possibilità di guadagnare un extra, aveva deciso di portarlo con sé, quella sera, a *.

Doveva chiudere alla svelta un contratto, comprare uno stock di auto quasi nuove, e temeva che qualcuno gli soffiasse l’affare. Con Gigetto Donnoli, il venditore, aveva una vecchia ruggine e quel marpione, pur di fargli dispetto, era capace di dare via la merce in perdita! Le foto delle macchine pubblicate sul sito del Donnoli sembravano buone, però non si poteva escludere che fossero ritoccate e un commerciante accorto, prima di mettere mano al portafoglio, guarda sempre in bocca al cavallo. Anche la notte di Natale.

Di solito D’Andrea lavorava da solo e non aveva bisogno di un autista o, tantomeno, di un compagno di viaggio. Da giovane si era cimentato con successo nei rally di provincia e, se doveva affrontare un tragitto particolarmente lungo, si svagava ascoltando la radio oppure qualche cd rock che portava da casa. “Roba di una volta, musica per anziani!” diceva scherzando al figlio diciottenne.

A volte approfittava della solitudine al volante per riflettere: pensava alla famiglia, al suo ragazzo che studiava ragioneria e, dopo il diploma, sarebbe entrato nella ditta, agli affari dell’autosalone, a come ridurre le spese e investire i guadagni.

Quella sera, però, il signor Andrea temeva che un’improvvisa nevicata lo costringesse a mettere le catene e così, per evitare di sporcarsi con il grasso e battere i denti in mezzo a una strada, aveva deciso di portare con sé un accompagnatore.

La scelta era caduta, per forza di cose, su Nicola: i dipendenti e gli altri collaboratori, attesi a casa per il cenone, non avrebbero accettato volentieri quell’incarico ma la vecchia zia del ragazzo non si sarebbe certo arrabbiata per l’assenza del nipote… magari alle dieci già dormiva. Comunque anche D’Andrea desiderava festeggiare il Santo Natale in famiglia e contava di rientrare prima di mezzanotte. La trasferta poteva durare al massimo tre ore.

“Sai montare le catene?” aveva chiesto a Nicola, proprio nel mezzo della festa.

Il ragazzo, un po’ stupito dall’insolita domanda del titolare, aveva risposto con un cenno della testa.

“Bene! Io devo andare a *: se vieni con me ti darò… cento euro. Sei contento? – aveva aggiunto D’Andrea – Per tre ore fuori casa è una paga di lusso e vedrai come si compra una macchina usata… io sono bravo a tirare sul prezzo e quel manfano di Gigetto Donnoli mi tiene testa!”

Nicola aveva accettato ma solo per il compenso. La sua carriera di venditore d’auto stava per interrompersi e chi sa che lavoro avrebbe fatto il mese successivo.

La festa della ‘Happy Car’ si concluse poco prima delle sette e i partecipanti se la svignarono in un attimo. Solo Antonio si trattenne: doveva concordare con il titolare il ritocco di alcuni prezzi. Anche le auto, dopo Natale, andavano in saldo.

Le previsioni annunciavano neve a bassa quota e, prima di uscire, Antonio pulì con un guanto la condensa che appannava la vetrina della mostra: voleva dare un’occhiata al tempo. Scrutò per qualche secondo l’oscurità gelida: metteva già al peggio… piccoli fiocchi cristallini cadevano qua e là.

“Neve di montagna portata dal vento – commentò alle sue spalle il signor Andrea – non attacca, anche se siamo sotto zero.”

“Speriamo, ma forse sarebbe meglio non mettersi in viaggio” replicò Antonio.

“Sei più fifone di mia moglie, Antonio – disse D’Andrea, con tono scherzoso – anche lei mi ha telefonato… torna a casa, torna a casa! neanche mi chiamassi Lessie!”

Antonio rinunciò a insistere. “Il padrone è lui, che vada pure alla malora!” si disse e uscì, tirando su il bavero del cappotto per proteggersi dal vento sferzante.

“Allora, partiamo!?” esclamò il signor Andrea, battendo quasi con gioia le mani. Era impaziente di arrivare a * e un po’ su di giri per lo spumante.

“Che macchina prendiamo – chiese Nicola – la Clio o il Mercedes?”

“La piccola, che diamine! C’è la crisi e vorresti scorazzare sul fuoriserie per provocare i disgraziati che non arrivano a fine mese!” rispose il signor Andrea, fingendosi indignato.

La Mercedes della ditta, in realtà, era la sua macchina di famiglia, la moglie non accettava di salire sulle altre ‘carrette’, ma per un viaggio di lavoro andava bene anche l’utilitaria. Consumava meno e avrebbe indotto il Donnoli a pensare che la ‘Happy Car’ navigasse in cattive acque… piangere miseria, quando si tratta di comprare, può essere una buona tattica.

La Clio era un ferrovecchio che D’Andrea tentava di vendere da sei mesi e, nel frattempo, utilizzava come macchina di servizio. Il motore, un diesel che aveva solo centomila chilometri sul groppone, era un gioiellino ma la carrozzeria, con tutti gli annessi tessili e i connessi elettrici, cadeva a pezzi.

Quando lasciarono il parcheggio dell’autosalone già nevischiava.

D’Andrea non aveva voglia di fare conversazione con uno ragazzetto senza carattere e senza esperienza, così accese subito la radio, sintonizzandosi sul suo canale preferito: Radio 55, solo autentico rock Anni Settanta.

“Ti piace, eh? Roba tosta! – disse D’Andrea, battendo il ritmo sul volante – anche le macchine, quand’ero giovane, erano toste: Cinquecento, Diane, Renault 4, Mini Innocenti!”

“Il rock è tornato di moda” rispose Nicola, pensando, un po’ stupito: “Il mondo è davvero strano… io e il signor Andrea abbiamo gli stessi gusti musicali.”

Dopo una trentina di chilometri la radio cominciò a fare le bizze e smise di funzionare. Poi anche il riscaldamento si arrese.

“Ma non vi siete accorti che è guasto?” chiese D’Andrea, irritato.

“Usiamo la macchina solo per le commissioni in città, piccoli spostamenti, chi ci fa caso…” si giustificò Nicola.

“Ora invece ci faremo caso e parecchio, vedrai – replicò il padrone aspramente – ho già i piedi congelati e siamo solo a metà del viaggio!”

D’Andrea cercò una piazzola per parcheggiare. Con quel freddo bisognava rivestirsi e di corsa. Si abbottonò la giacca, girò due volte la sciarpa intorno al collo, indossò guanti e cappotto. Infine si calcò in testa il cappello, una lobbia di loden.

Anche Nicola si coprì, ma aveva solo un bomber corto in vita e la sciarpa.

“Niente guanti e berretto?” chiese D’Andrea, con un tono involontariamente paterno.

“No, i guanti li ho dimenticati a casa, stamani” rispose Nicola.

“Che moda del cavolo! un piumino che non tiene al caldo le chiappe a che serve? altro che l’eskimo dei miei tempi!” esclamò il padrone, rimettendosi al volante.

La neve adesso cadeva con insistenza. Fioccava alla grande e petali gelati si depositavano di continuo sul parabrezza. Il tergicristallo di destra approfittò della situazione per rompersi. Dopo neanche un’ora di viaggio si trovavano in piena tormenta. Per fortuna la strada era libera: la Notte Santa, con quel brutto tempo, nessuno aveva voglia di viaggiare. Meglio così: bastavano due macchine di traverso per ostruire la carreggiata.

Un sottile strato di neve copriva già l’asfalto: solo qualche centimetro ma, dopo due o tre sbandate Nicola cominciò a spaventarsi.

“Ci fermiamo a mettere le catene, signor Andrea?” chiese preoccupato.

“Ancora no – rispose il padrone – siamo in ritardo e mancano solo trenta chilometri… ce la faccio.” Quando aveva telefonato a Gigetto per avvertirlo del ritardo si era accorto che qualcosa non andava. Donnoli, sbuffando, aveva risposto che poteva aspettare fino alle undici, non un minuto di più… c’era già un altro acquirente? Probabilmente si trattava solo di tattica commerciale, una manovra del venditore per tenere il cliente sulla corda.

“E se invece avesse già chiuso l’affare con la concorrenza? – si era domandato D’Andrea – magari mi fa andare fino a * con questo tempo da lupi per prendermi in giro.” No, non poteva perdere un quarto d’ora armeggiando con le ruote: avrebbero montato le catene al ritorno.

Nicola accettò senza obiezioni la decisione del titolare. Aggrappato al sedile, guardava con occhi sbarrati il piccolo tratto di carreggiata che i fari riuscivano ancora a illuminare e s’irrigidiva a ogni sobbalzo, temendo che la macchina finisse di traverso o fuoristrada.

Per farsi coraggio invocava mentalmente la Madonna e tutti i santi… ogni tanto, però, si lasciava scappare un “Oddio!”

D’Andrea, a ogni esclamazione di Nicola, aggiungeva un ironico “Santo!”

Guidava con prudenza ma non era certo preoccupato, aveva corso ben altri pericoli in gioventù, quando partecipava ai rally: stringeva il volante e spingeva la testa in avanti, come se così potesse vedere meglio dentro la tormenta.

Non aveva paura, voleva solo arrivare al magazzino del Donnoli prima delle undici.

Intanto pensava a quanto avrebbe guadagnato rivendendo le macchine di Gigetto. Fece due conti a mente: non era una gran cifra. Un tempo, da ragazzo, sognava di diventare ricco commerciando auto: voleva aprire una concessionaria… Mercedes, Ford, Volvo… e già si vedeva proprietario di una catena di autosaloni… poi, con la prima crisi petrolifera, la pacchia era finita. Trent’anni di alti e bassa, infine il buio pesto degli ultimi tempi.

Per fortuna, nei rari periodi di vacche grasse, si era comportato saggiamente: il fondo del salone era suo e la ditta andava avanti con poco… i venditori adesso si accontentavano di un modesto fisso. Certo non erano bravi ma a che serviva la professionalità se mancavano i clienti? metà delle persone che entravano nel negozio faceva un rapido giro e se ne andava senza neppure aprire bocca.

“Quante macchine hai venduto, questo mese?” chiese il signor Andrea al suo accompagnatore, tanto per attaccare discorso. Conosceva già la risposta, non licenziava i ‘collaboratori’ a caso.

“Questo mese?” tergiversò Nicola.

“Ti si sono ghiacciate le orecchie? Allora, quante?”

“Una… però ero riuscito a chiudere anche per una Yaris, con un ragazzo marocchino.”

“E poi?”

“Poi la banca non gli ha concesso il prestito.”

“Si sa, c’è la crisi” commentò ironico D’Andrea.

“Sarei in trattativa con una parrucchiera… è interessata alla Panda celeste, quella mai incidentata a quattromila euro… ha promesso che tornerà dopo Natale, quando ha più tempo.”

“Allora preghiamo Santa Rita che ti faccia il miracolo! – commentò il padrone – una macchina in un mese… mi sa che non sei tagliato per questo mestiere, caro Nicola!  Io, alla tua età, lavoravo quindici ore al giorno nell’officina di un amico: rimettevamo insieme auto che neppure lo sfasciacarrozze voleva… tre, quattro al mese, e le rivendevamo. Sai una cosa buffa? Quei macinini funzionavano e i compratori tornavano per ringraziarci!”

“Era un mondo diverso” obiettò Nicola, sussultando per l’ennesimo sbandamento.

“Lo puoi ben dire, non c’era la crisi! – esclamò D’Andrea – maledetto 1973 e tutti gli Emiri del Gol…!” Non finì la frase: l’imprecazione contro i signori del petrolio gli morì in gola quando si rese conto che le gomme non avevano più presa… stava perdendo il controllo della macchina, girava il volante per prendere la curva ma il muso della Clio continuava a tirare diritto.

D’Andrea cercò di capire in che punto della provinciale si trovava. Di certo mancavano almeno quindici chilometri alla cittadina di *, in giro però non si vedevano cartelli o paracarri, anzi, non si vedeva proprio nulla: aveva l’impressione di essere dentro un gigantesco pacco di cotone idrofilo.

In quella zona di collina, si disse, la strada correva su un crinale o a mezza costa. Dal lato che aveva imboccato la macchina si scendeva di sicuro a valle ma non ricordava che ci fossero dirupi… magari avrebbero sbattuto contro un albero, sul ciglio della strada. Andavano a passo d’uomo, con le cinture di sicurezza agganciate, non poteva accadere nulla di grave.

La Clio, in effetti, scivolò per qualche secondo, uscì dalla carreggiata, superò a volo una piccola scarpata e piombò in un boschetto, centrando in pieno una grossa acacia che sosteneva una sorella ferita a morte, spezzata dal peso della neve e dal vento. L’impatto fece cadere il tronco, ormai quasi del tutto divelto dalle sue radici, sul tettuccio della macchina, dal lato del passeggero. Il parabrezza andò in frantumi.

“L’ho scampata bella” pensò D’Andrea. Avvertiva un leggero tremore in tutto il corpo ma si sentiva sollevato. Anche se l’airbag non si era aperto, grazie alla cintura di sicurezza aveva evitato di sbattere la testa e, al momento dell’impatto, si era coperto istintivamente con le braccia, salvando la faccia dalla gragnola dei vetri. Gambe e braccia funzionavano, la testa era lucida. Il ragazzo, invece, sembrava un po’ ammaccato.

Un frammento del parabrezza l’aveva colpito di striscio. Era ferito alla fronte, ma non sanguinava copiosamente.

“Come stai, Nicola?” chiese D’Andrea, cercando di nascondere il tremore della voce.

“Non lo so… mi fa male una gamba e poi qualcosa di caldo mi scorre sulla faccia – rispose il ragazzo con un filo di voce – ho freddo, ho tanto freddo, signor Andrea.”

“Non ti preoccupare, adesso chiamo i soccorsi” lo rassicurò il padrone con un tono di voce pacato. Non tremava più ma, quando si accorse che il suo costoso telefonino non aveva campo, cominciò a preoccuparsi. Il cellulare di Nicola era servito da un gestore diverso, però aveva la batteria scarica.

“Sei proprio uno sprovveduto – lo rimproverò – che te ne fai di un telefonino se non puoi telefonare?”

“Tanto non mi serve… ho finito il credito… da un qualche giorno” replicò Nicola. Parlare gli costava fatica, si sentiva confuso.

“Beh, non importa… qui manca il campo anche per le chiamate d’emergenza” disse D’Andrea.

Poi inspirò profondamente. Era un uomo d’azione, abituato ad affrontare le difficoltà razionalmente e s’impose di esaminare la situazione con animo spassionato. Nicola era ferito a una gamba e non poteva camminare ma rimanere lì, con una temperatura almeno quattro o cinque gradi sotto zero, significava esporsi a un rischio mortale: senza parabrezza era come trovarsi all’aperto. Per prima cosa pensò di accendere un falò: avrebbe fatto un gran fuoco, magari con i copertoni, come le brasiliane della circonvallazione. Prese la torcia elettrica che si trovava nel vano del cruscotto e uscì dall’auto per raccogliere qualche ramo.

“E poi dicono che fumare fa male” mormorò tra i denti, tirando fuori dalla tasca della giacca l’accendino. La legna però, umida e verde, non prese fuoco. Tentò di attizzare un focherello con la carta utilizzando tre volantini trovati nel vano dello sportello e il libretto di circolazione della macchina, tanto era un duplicato… ma senza successo. Alla fine decise di andare in cerca d’aiuto: si sentiva ancora in forze, non voleva morire come un vecchio eschimese in mezzo al pack… abbandonava Nicola ma solo temporaneamente e poi, se anche rimaneva, come poteva aiutarlo?

Per evitare che la neve invadesse l’abitacolo, coprì il vuoto lasciato dal parabrezza con il gilè arancione in dotazione all’auto e qualche ramo.

Mentre sistemava la protezione provvisoria, si accorse che Nicola borbottava frasi incomprensibili: agitava le mani nude come se parlasse con qualcuno.

“Vaneggia – pensò D’Andrea – potrei spostarlo sul sedile posteriore, sarebbe più protetto, dal freddo però, se davvero ha una gamba rotta, rischio di peggiorare la situazione.” Per prudenza scelse di non fare nulla. Intanto il tempo passava, doveva andare.

Nicola intuì l’intenzione del signor Andrea. Non voleva restare solo, aveva paura, ma non poteva certo pretendere che il padrone gli rimanesse accanto, in mezzo alla tormenta. In fondo erano due estranei. ‘Ognun per sé e Dio per tutti’ gli ripeteva sempre la zia.

Stava male, un dolore lancinante alla gamba gli toglieva quasi il fiato, eppure si sentiva stranamente sereno e rassegnato. Tutto sembrava già accaduto: D’Andrea che se ne andava, la neve che copriva fino al tetto la macchina, il gelo che gli invadeva lentamente il corpo, fino al cuore, e poi… poi sarebbe morto, ovvio!

“Se il buon giorno si vede dal mattino non perdo molto… altri cinquant’anni di merda – si disse, cercando di trovare in quello che gli accadeva un motivo di consolazione – è uno sconto di pena, anzi, un’amnistia!”

Pensò alla sua vita: problemi economici, piccole difficoltà quotidiane, porte sbattute in faccia, prepotenze, sgarbi, solitudine, un presente deprimente e un futuro incerto. Poi pensò alla sua morte. La spietata falciatrice che si era già presa i nonni e i genitori stava per acciuffarlo eppure, stranamente, non la temeva. Certo, se avesse potuto, se la sarebbe data a gambe, ma sapeva di doverla affrontare lì, in quel momento, da solo.

La morte… un colpo secco come di ghigliottina, un terrore indicibile più breve di un attimo… ma quante volte aveva progettato di farla finita senza riuscire a decidersi per via di quell’attimo, di quel filo di lama tagliente!

Adesso la prova era inevitabile: doveva farsi coraggio.

“Tanto, prima o poi, tocca a tutti – si disse – e dopo, almeno, non dovrò più soffrire.”

La consapevolezza che la sua breve e assurda maratona terrena stava per finire lo rinfrancò. Nell’Aldilà non contava di godere la beatitudine del Paradiso, se mai esisteva non se l’era meritato, sperava solo di trovare un po’ di riposo, al sicuro dall’angoscia della vita. Era così stanco. Di tutto.

D’Andrea, nel frattempo, aveva raggiunto la strada. Prima di allontanarsi voleva lasciare una traccia che permettesse ai soccorritori di ritrovare l’auto a colpo sicuro, per questo aveva portato con sé il triangolo: lo appese sulla cima del cartello che segnalava la curva pericolosa e più in basso, sul sostegno, annodò la sua sciarpa rossa. Lo strano addobbo di quel palo non poteva passare inosservato.

Poi s’incamminò nella direzione che portava a *. Credeva di seguire la strada ma, a un certo punto, si ritrovò in mezzo a un campo. In lontananza, tra i mulinelli di neve, gli parve di vedere una piccola luce tremula. Una casa isolata, forse un lampione… la periferia di *!

Anche se la neve gli arrivava a mezza gamba e muovere un solo passo era un’impresa, il signor Andrea avanzava con decisione, sorretto dalla speranza.

Quando finalmente raggiunse il punto dove pensava di trovare la salvezza scoprì che la cometa seguita con tanta fede era un fanalino di coda della Clio rimasto, chi sa come, integro. Prima non lo aveva notato perché il contatto elettrico era ballerino… uno scherzo vigliacco della sorte.

Il vento aveva ammucchiato la neve su un lato della macchina fin quasi al tettuccio e i rami che dovevano sostituire il parabrezza si erano piegati, lasciando cadere i fiocchi dentro l’abitacolo.

Nicola, coperto da un leggero velo di neve ghiacciata, era ancora al suo posto, immobile come se dormisse, ma in una posizione innaturale. Sembrava si fosse assopito guardando qualcosa fuori dal finestrino posteriore.

D’Andrea si tolse il guanto per tastare il polso del ragazzo e Nicola, svegliato dal calore della mano, aprì gli occhi mormorando:

“Mamma!”

“Ma che mamma e mamma! Sono io, D’Andrea, non mi riconosci?” esclamò il padrone, tirando un sospiro di sollievo. Se non altro il bamboccio era ancora vivo!

“Aiutami, mammina – proseguì Nicola, come se non avesse sentito – ho freddo e mi fa male la gamba. Chiama il dottore.”

Il signor Andrea non intendeva trascorrere la notte accanto a un moribondo con le allucinazioni. Il ragazzo era già mezzo congelato… per proteggersi dal gelo di quella notte polare ci voleva ben altro che un piumino cinese da quattro soldi.

“Muoio” disse Nicola, quasi con stupore.

D’Andrea, all’improvviso, capì che non poteva rimanere con le mani in mano, doveva fare qualcosa, una cosa qualsiasi, per opporsi a quell’evento terribile.

Abbassò i sedili e trascinò Nicola sul divanetto posteriore, almeno così la neve non lo avrebbe ricoperto. Poi si levò il cappotto e lo stese a mo’ di coperta. Era appena sufficiente per proteggere entrambi. Prese le mani del ragazzo e se le mise sotto la giacca. Sembravano ghiaccioli.

Nicola inizialmente lo lasciò fare, poi cominciò ad agitarsi:

“No, il cappotto no… tienilo tu, mamma, ne hai bisogno – disse, cercando di liberarsi le mani – non voglio che ti ammali e muori di nuovo!”

“Stai tranquillo, io ho intenzione di vivere ancora a lungo ma neanche tu devi morire” esclamò il signor Andrea.

“A me non importa” mormorò Nicola, sorridendo con un’espressione quasi ebete.

“Ma come non t’importa – gridò dentro di sé Andrea – la vita è tutto! Per quanto brutta sia puoi respirare, vedere la luce, parlare, mangiare e persino sperare che migliori. Fuori dall’esistenza non c’è nulla, non i morti che sono solo nella nostra memoria, non la felicità terrena, l’unica che conosciamo e possiamo desiderare. Che altro bene è veramente nostro, a parte questa vitaccia schifosa che ci tocca campare? Anche se qualcuno la maledice, tutti vorremmo che non finisse mai perché, finché dura, siamo qui con lei, vivi tra i vivi…” Stava quasi per mettersi a piangere, pensando a quanto era bella la vita.

Con un gesto istintivo tirò a sé Nicola e, tenendolo tra le braccia come la Madonna sorregge il Cristo in pietà, gli mormorò all’orecchio: “T’importa, ragazzo, t’importa della vita, credi a me!”

Nicola era stremato ma, a contatto con il tepore del corpo del signor Andrea, si rianimò.

Mormorò “Grazie, mamma” e il padrone rispose con un grugnito di assenso. Non aveva voglia di parlare, stava pensando al figlio, l’erede della ‘Happy Car’: forse non doveva costringerlo a lavorare nell’azienda, aveva un carattere introverso e gli mancava la dura scuola della strada, quella che lui aveva frequentato fin da bambino diventando un uomo di successo. Suo figlio era un debole, come il ragazzo che stringeva tra le braccia, ma gli voleva ugualmente bene. Sì, poteva fare quello che voleva nella vita, lui avrebbe continuato a riscaldarlo per tutto il tempo che gli restava da passare sulla Terra.

“Però anch’io avrei bisogno di un po’ di calore” mormorò tra sé il signor Andrea. Non riusciva più a smettere di battere i denti, il freddo ormai lo dominava.

Non doveva lasciarsi prendere dallo sconforto: Gigetto, non vedendolo arrivare, avrebbe di certo telefonato a casa, la moglie si sarebbe rivolta alla stradale e qualcuno, prima o poi, doveva pur notare la sciarpa rossa legata al palo. Bastava aspettare.

Eppure, anche se sapeva di essere solo in una landa gelata, sentiva il bisogno di gridare, di chiedere aiuto: la sua bocca però non si apriva e quell’invocazione disperata gli rimbombava nella mente. Implorava soccorso, come se davvero qualcuno fosse lì, ad ascoltare, e potesse salvarlo.

“Con chi accidenti sto parlando! – pensò, mordendosi le labbra gelate – ancora un po’ e mi verranno le visioni, come a Nicola.”

“Aiutami – continuava a ripetergli nel cervello quella voce che era sua ma non riconosceva – salvami, proteggimi, portami con te in un luogo migliore… non mi lasciare al freddo, al buio, abbandonato da tutti.”

A forza di implorare il suo misterioso compagno, si convinse di essere al sicuro: i brividi non gli serravano più il cuore, i denti non battevano, si sentiva sereno e fiducioso.

Si addormentò stringendo la mano dello sconosciuto salvatore.

Alle prime luci dell’alba la pattuglia di carabinieri che seguiva lo spazzaneve in servizio sulla provinciale per * notò una sciarpa rossa annodata intorno al palo di un segnale. Sventolava come una bandiera e, di certo, non si trovava lì per caso. Un veicolo con due persone era dispersa nella zona, valeva la pena di dare un’occhiata.

Il Brigadiere scese dall’auto armato di pila e si avventurò lungo il fianco della collinetta. Dopo pochi metri riconobbe la sagoma di una macchina, quasi del tutto imbiancata. Si avvicinò e, scavando nella neve, aprì lo sportello del bagagliaio.

“Un carro funebre e un’ambulanza – gridò all’appuntato che era rimasto sul ciglio della strada – il giovane ancora respira ma il vecchio non ce l’ha fatta… e portami una coperta.”

“Poveraccio! Stecchito come un baccalà” mormorò tra sé il Brigadiere.

I due carabinieri, in attesa del medico, decisero di trascinare fuori dall’abitacolo il superstite ma, a ogni strattone, il ragazzo emetteva un flebile lamento che li scoraggiava: non voleva staccarsi dal morto.

“I cadaveri sono tutti freddi – disse l’appuntato, con una punta di stizza nella voce – ma questo ha esagerato!”

“Già, è speciale – osservò il Brigadiere – ha un’espressione… come se crepare così fosse stato un piacere.”

 

 

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Rosanna Bogo