“Hai sentito, stanotte?” chiese Andrea.

“Sì, sono entrati nel palazzo qui accanto” rispose Maria.

“Macché! nella casa di fronte, al numero ventidue – replicò Andrea – sembrava che il rumore venisse dal nostro lato della strada per via del rimbombo.”

“Davanti, dietro, a lato…tanto è lo stesso” mormorò Maria, con tono infastidito.

“Sono sicuro di quello che dico: era il palazzo di fronte – esclamò il marito, quasi offeso – lo so perché ho sbirciato dalla finestra del bagno!”

“Bravo! Ora ti metti a spiare i vicini – lo rimproverò la moglie – ma, per vivere tranquilli, bisogna fare come le tre scimmiette: io non parlo, io non sento e io non vedo!”

“Un onesto cittadino avrà ben il diritto di guardare fuori, ogni tanto” borbottò Andrea, sollevando la tapparella.

“Ma sei impazzito! – esclamò Maria, togliendo di mano al marito il cintino – Ti pare il caso di metterci in piazza!” Con un gesto brusco abbassò di nuovo la tapparella.

“Insomma, io non ho niente da nascondere, perché devo vivere al buio come una talpa?” protestò debolmente Andrea, indietreggiando.

“E’ colpa mai se il mondo è tondo? Anche a me piace il sole, cosa credi – disse la moglie – ma, se spalanchi la finestra, i vicini penseranno che ti vanti di non avere nulla da nascondere.”

“Infatti è proprio così” osservò Andrea, battendo in ritirata nel bagno.

Maria entrò in cucina e si mise ad armeggiare tra fornelli e frigorifero. Preparava la colazione.

Andrea, come ogni mattina, accese il televisore posato sulla credenza. Non perdeva mai il TG delle sette.

“Ora attacca la solita solfa!” commentò la moglie, sbuffando.

“Lasciami sentire il notiziario – la pregò il marito – tra mezz’ora me ne vado e potrai goderti in santa pace i tuoi programmi di litigi fasulli.”

“Sempre meglio che farsi seppellire da questa spazzatura… tizio arrestato, caio inquisito, sempronio condannato.”

“Insomma, secondo te, i giudici non dovrebbero mettere all’aria i panni sporchi del paese – esclamò indignato Andrea, orgoglioso partigiano della Legge – invece un po’ di pulizia, ogni tanto, ci vuole… dammi retta!”

“Diceva bene, il povero babbo – replicò acida la moglie – hai proprio l’animo del proletario: anche se non ti manca nulla ci godi a vedere la gente ricca e importante che viene maltrattata… sei un invidioso.”

“Figurati! per quanto me ne importa dei loro quattrini! – disse con tono quasi rabbioso Andrea – a te sembrano tutti galantuomini perseguitati e invece sono ladri, ladri e basta.”

“Il babbo sosteneva che nessuna ricchezza è onesta – proseguì Maria – per guadagnare devi farti furbo e mirare in alto: se rubi una gallina finisci in galera, se rubi un miliardo diventi cavaliere!”

“In casa mia invece dicevano che la farina del diavolo va sempre in crusca – replicò Andrea – e avevano ragione: non lo senti il notiziario!?”

“No, per sapere cosa succede mi basta ascoltare di notte il via vai delle macchine della polizia e dei carabinieri… la settimana scorsa, quando hanno perquisito la casa del Pedrotti, nel palazzo accanto, non era ancora l’alba.”

“Poverino, bisognerebbe avere un po’ di rispetto per il sonno dei delinquenti” replicò ironico Andrea.

“E cos’è, Pedrotti, Jack lo Squartatore? – si risentì Maria, alzando la voce – un consigliere comunale, un poveraccio come noi.”

“Come me no davvero! io sono un onesto dipendente dello Stato che tira la cinghia e Pedrotti ha in mano un assessorato… chi sa quanto intrallazza… il fuoristrada da cinquantamila euro non se l’è certo comprato con il suo stipendio da impiegato!”

“Tu saresti un onesto statale?… ma se la gente vi considera tutti una manica di ‘ruba stipendio’!”

“Io faccio il mio dovere e non approfitto del posto che occupo nella Pubblica Amministrazione per arricchirmi, come fanno quei parassiti che ti piacciono tanto.”

“Gelosia, tutta gelosia, perché Pedrotti era un impiegatuccio e si è fatto strada in politica – disse Maria, servendo il caffè – quando hanno proposto anche a te di candidarti per la Circoscrizione qual è stata la tua risposta? Io? io no, per carità! io sono onesto e le persone perbene non si sporcano le mani con la politica!”

“Proprio così” replicò Andrea, un po’ offeso dall’approssimativa imitazione della moglie. Lui non parlava con quella voce supponente e aveva rifiutato l’offerta con validi argomenti.

“La verità è che Pedrotti ha avuto coraggio, si è rimboccato le maniche…”

“Per rubare meglio…”

“Per farsi gli affari propri… e questo a te non va giù.”

“Però io, la sera, quando metto la testa sul cuscino dormo e, al massimo, mi sveglio se sento il rumore degli uomini furbi che escono da casa in manette.”

“Bella soddisfazione… la volpe e l’uva acerba!”

Andrea si alzò da tavola sbuffando. Sul video scorrevano le immagini dello scandalo del giorno.

“Guarda guarda… ma quello non è Miliori, l’ingegnere che abita nel palazzo di fronte? – disse, indicando alla moglie il televisore – allora erano qui per lui.”

“… indagato per corruzione, Miliori è stato accompagnato in Questura questa notte… nel corso del filone Autostrade dell’inchiesta Bitumi e Calcestruzzo 8… gli inquirenti ritengono di avere individuato una delle menti dell’organizzazione che gestiva gli appalti per la costruzione del nuovo raccordo anulare… al termine di sei mesi d’indagini… almeno trecento persone già raggiunte da avviso di garanzia…”

Anche Maria sembrava all’improvviso attratta dal servizio in onda.

“La moglie non l’hanno presa? – chiese, rivolgendosi sia al giornalista in video che al marito in piedi davanti a lei – è il cervello della famiglia… lo sanno tutti che Migliori è un fessachiotto, altro che mente criminale.”

“Un ladro fessachiotto!”

“Hai ragione, infatti l’hanno beccato!” esclamò la moglie sorridendo.

Andrea uscì per andare al lavoro. Si fermò a comprare il giornale: era un’abitudine che non riusciva a togliersi. Ormai dava solo un’occhiata alle notizie… le pagine stampate rimandavano appena un’eco di quello che si vedeva in televisione… servizi speciali, processi in diretta, intercettazioni, inchieste, interviste con magistrati e inquisiti, talk show con risse tra politici dal vivo.

Verso le tre rientrò a casa. Mentre apriva il portone un’auto dei Carabinieri si fermò proprio davanti al suo palazzo. Sentì un tuffo al cuore: la consapevolezza di avere una coscienza cristallina non gli impediva di provare un leggero disagio al pensiero che magari, per un errore o per una calunnia, anche lui poteva ritrovarsi impegolato in qualche sporco affare.

“Evidentemente con l’assessore Pedrotti non hanno ancora finito” si disse, salendo le scale.

Entrò in casa: l’appartamento era immerso nella penombra. La moglie, dalla cucina, lo salutò con un secco “Ciao!” senza neppure affacciarsi alla porta: era intenta a spiare attraverso le tapparelle il marciapiede di fronte.

“Mi critica se guardo fuori senza troppe precauzioni – pensò Andrea – ma poi passa ore di sentinella dietro le serrande abbassate.”

“La pasta è già pronta” disse Maria con tono distratto.

“Succede qualcosa d’interessante, da quelle parti?” chiese Andrea, sedendosi a tavola. Sollevò il piatto che copriva la fondina senza illudersi di veder comparire un bel monticello di spaghetti fumanti.

“Mezz’ora fa cinque poliziotti in borghese sono entrati al numero venti.”

“Come fai a sapere che erano agenti se non avevano la divisa?” obiettò il marito, infastidito dall’atteggiamento misterioso della moglie. Sembrava l’eroina di un film sulla Resistenza ma non spiava la Gestapo bensì servitori dello Stato che difendevano l’ordine pubblico e i cittadini onesti come loro.

“Cinque uomini insieme cosa potevano essere: una squadra di basket?” rispose Maria. “Saranno tornati dai Migliori” disse Andrea.

“No, il portone era il numero venti, non il ventidue” replicò la donna.

“Però ti sei fatta scappare il meglio – disse Andrea, chiudendo nel microonde il piatto della pasta – una gazzella dei Carabinieri è parcheggiata sottocasa.”

“Non avrai mica combinato qualcosa al lavoro? – esclamò Maria, improvvisamente spaventata – Andrea, se devo preoccuparmi, dimmelo subito! preferisco saperlo da te!”

“Ma dai i numeri? – rispose il marito stupefatto – ti sembro il tipo che intrallazza? E poi, cosa potrei rubare in ufficio: il mouse, il timbro a secco?”

“Che ne so… chi vuole approfittarsi trova sempre la strada… una pratica facilitata, un permesso in più del dovuto. Dimmi la verità ti scongiuro!” esclamò la donna, scoppiando in lacrime.

“Su, Maria, non fare così… ti agiti per nulla – disse Andrea, abbracciando la moglie – male non fare, paura non avere e io, lo sai, non nascondo scheletri nell’armadio: sono un uomo onesto e posso camminare tranquillo a testa alta.”

Mentre i due coniugi si abbracciavano con insolita tenerezza, il campanello di casa suonò.

Andrea, ancora commosso, aprì la porta.

“Il signor Nardi?” chiese il più basso dei due carabinieri fermi sulla soglia. Era la pattuglia che Andrea aveva incontrato poco prima.

“Sì, sono io… qualcosa non va?” replicò, sorpreso, Andrea.

“Nulla, nulla…non si preoccupi” aggiunse il carabiniere.

“Cercate me, avrò diritto di sapere il motivo!” replicò Andrea, con tono secco.

“Lasciatelo stare – disse Maria, quasi nascosta alle spalle del marito – non ha fatto nulla, è un uomo onesto, anche troppo.”

“Il suo nome è sul campanello, signor Nardi – aggiunse il carabiniere, sorridendo – cerchiamo una famiglia albanese che ha dato come recapito questo numero della via, interno sei… qui sul pianerottolo accanto a voi… li conoscete?”

“Noi non conosciamo nessuno, non sappiamo nulla e non abbiamo fatto niente di male” esclamò ad alta voce Maria. Ci teneva a farsi sentire dai vicini, da tutti i casigliani.

“La scusi, è un po’ nervosa – disse Andrea – però, in effetti, l’appartamento dell’interno sei è vuoto da almeno sei mesi.”

“Allora grazie e scusate il disturbo” disse il secondo carabiniere, dando di gomito al collega per fargli capire che la conversazione era finita.

Andrea chiuse con dolcezza la porta. Maria, seduta su una sedia del corridoio, sbiancata come se stesse per svenire, si stringeva una mano alla gola ansimando.

“Non era nulla, visto! Se ne sono andati.”

“Giurami che so tutto quello che devo sapere!” mormorò Maria.

Tornarono in cucina. Maria si sforzò di mangiare un pezzetto di pollo, ma poi mise la mano davanti alla bocca e lo risputò. Non riusciva a deglutire.  Andrea, invece, per provare alla moglie di essere sereno, s’impose di lasciare vuoto il piatto. Mangiò tutto, però di malavoglia.

Il pranzo terminò in silenzio.

Andrea si alzò per preparare il caffè e, passando di fronte alla finestra, sbirciò tra le fessure.

Vide che i due carabinieri stavano entrando nel portone di fronte, quello dell’ingegner Migliori. Intanto, dal palazzo accanto, il numero venti, uscivano i cinque agenti spiati dalla moglie. Con loro due persone ammanettate.

In un altro momento Andrea avrebbe pensato “Toh! Ben vi stà, carognoni! avete cantato e adesso ballate!” ma, stranamente, questa volta non provò un’istintiva antipatia per gli uomini in manette.

La moglie non prestò attenzione alla notizia del duplice arresto. Senza neppure prendere il caffè, andò in camera e si mise a letto, rinunciando a vedere la sua ‘soap opera’ preferita.

Verso le cinque Andrea accese il televisore: quando era in casa, a quell’ora, guardava sempre il notiziario.

“La Guardia di Finanza ha sequestrato quattro quintali di pesce congelato scaduto… stavano per essere consegnati ai principali ristoranti della città… scoperta una truffa: falso cieco assoluto faceva il taxista… indagato l’intero consiglio comunale del capoluogo per traffico di rifiuti tossici… genitori denunciati: portavano i figlia all’asilo con la Porche ma si dichiaravano nullatenenti per non pagare la retta… l’assessore Pedrotti interrogato per dieci ore… la moglie dell’ingegner Migliori sarà ascoltata domani… arrestati nel pomeriggio due fratelli incensurati di trenta e trentacinque anni: da anni gestivano indisturbati un traffico di droga con il Sudamerica.”

L’ultimo servizio risvegliò Andrea dallo stato ipnotico indotto dall’uniformità delle notizie. Sul video riconobbe la sua strada e il portone del numero venti: gli ammanettati del pomeriggio erano dunque trafficanti di droga… mercanti di morte.

Anche la notte di quell’agitato giorno non fu tranquilla: rumori di mobili spostati, persone che salivano e scendevano per le scale, voci concitate.

“Che succede?” chiese Maria, con un filo di voce.

“Sarà una perquisizione” rispose con tono rassegnato Andrea, girandosi nel letto.

“Non vai a vedere?” insisté la donna.

“E cosa c’è da vedere? Avremo anche noi un delinquente nel condominio, come tutti… sai che novità.”

“Perché non telefoni a quella di sopra… la Dinelli è sveglia, la sento camminare, figurati se si perde una scena del genere, quell’impicciona!”

Andrea decise di accontentare la moglie. La Dinelli era una tale chiacchierona che non si sarebbe risentita per l’ora tarda della telefonata.

“Don Martinetti del quinto piano” disse Andrea, rimettendosi a letto dopo neppure cinque minuti.

“Il direttore del Pio Ospizio Santa Rita! Non è possibile! – esclamò la moglie – un sant’uomo che porta lo stesso cappotto da dieci anni e fa del bene a tutti: non ci credo!”

“Appropriazione indebita e maltrattamenti ai ricoverati – aggiunse Andrea, chiudendo la luce – impacchettato e portato via.”

L’indomani Maria non si alzò: aveva l’impressione che qualcosa le tremasse dentro e sentiva le gambe ancora deboli.

“Alla mia età dovrei controllare la tiroide – disse, per giustificarsi – e anche il cuore.”

“Spavento e basta” pensò Andrea.

Si preparò da solo la colazione. La televisione, al solito, gli faceva compagnia: il servizio d’apertura delle news riguardava, ovviamente, la clamorosa indagine che coinvolgeva don Elmo Martinetti, sacerdote modello ammirato dai parrocchiani e stimato dal vescovo. Don Martinetti, creatore di un ospizio e di una casa famiglia, era considerato quasi un’istituzione, in città.

“…arrestato con l’accusa di violenza sessuale ai danni di una minorenne estone ospite del suo istituto di assistenza per giovani in difficoltà… pare che da anni sottraesse agli anziani ricoverati denaro e beni immobili…”

Era tempo di uscire da casa. Andrea stava per spengere l’apparecchio quando il programma locale s’interruppe: un giornalista annunciò che l’emittente era in attesa di trasmettere un messaggio del Presidente del Consiglio a reti unificate. Poi sul video comparve l’immagine fissa dello Stellone; in sottofondo le note dell’inno nazionale.

“Se il capo del governo va in televisione a quest’ora, sicuramente deve avere qualcosa d’importante da dire” pensò Andrea. Valeva la pena di arrivare in ritardo al lavoro.

Mentre ancora aspettava pazientemente di conoscere la grande novità, il campanello suonò.

“Sarà la Dinelli con le ultimissime notizie su don Elmo per Maria” pensò, aprendo la porta.

“Il signor Nardi?” disse il carabiniere che aveva suonato, con un tono più affermativo che interrogativo.

“Sì, ma qui non ci sono albanesi, l’ho già detto ier…”

“Deve venire con noi, signor Nardi – aggiunse imperturbabile il militare – anche sua moglie.”

Maria, intanto, si era avvicinata alla porta, incuriosita dal rumore del campanello, a quell’ora insolito.

“Perché? noi non abbiamo fatto nulla!” disse la donna, stringendosi nella vestaglia.

“Si metta qualcosa, signora, e prepari una valigia, ma alla svelta… subito” disse il carabiniere che, stranamente, era solo.

Alcuni condomini stavano scendendo per le scale accompagnati da altre persone in divisa, finanzieri, vigili urbani… Andrea riconobbe la Dinelli, i coniugi Percoto, i Siliani del terzo piano, padre madre e due figli. Il vecchio cav. Baldassoni che abitava da solo nell’attico, passando davanti alla porta, gli chiese con voce tremante:

“Dove ci portano, signor Nardi…dove?”

“Ma che succede… un colpo di stato? noi non ci occupiamo di politica, per me un governo vale l’altro, figuriamoci…e i bambini dei Siliani, non hanno neanche cinque anni, sono pericolosi anche loro?” esclamò Andrea, guardando il carabiniere con aria di sfida.

“Non si agiti, Nardi, noi eseguiamo ordini superiori… le autorità di pubblica sicurezza operano sempre nell’interesse dei cittadini.”

Andrea non riusciva a capire cosa stesse accadendo ma sentiva di essere in pericolo. Per un attimo pensò di fuggire, abbandonando la moglie: poteva andare in bagno con una scusa e, attraverso il terrazzino, passare nell’appartamento accanto… quello vuoto. Bastava rompere un vetro… lì c’era un’uscita secondaria che dava sulla scala del portone accanto… in tutte le riunioni condominiali il proprietario si lagnava perché doveva pagare due volte le pulizie. Ma poi si disse che quella situazione assurda era di certo frutto di un equivoco: con un po’ di pazienza l’arcano si sarebbe chiarito.

Dopo neanche cinque minuti Maria si ripresentò alla porta: vestita alla meno peggio, trascinava un trolley riempito all’inverosimile. Afferrò un braccio del marito: sembrava sul punto di svenire.

Andrea, sorreggendo la moglie, sollevò il trolley per il manico, come una valigia. Erano pronti.

Il carabiniere, con maniere cortesi ma decise, li tirò sul pianerottolo:

“Su andiamo, signori Nardi, siamo in ritardo.”

“No! – gridò Andrea – io sono una persona onesta e non mi faccio intimidire: se ci arresta deve dire chiaramente di cosa siamo accusati… abbiamo diritto di saperlo: non mi muovo di qui se prima non parlo con un magistrato!”

“Ma lei è un uomo libero… non le serve un giudice! – esclamò il carabiniere, spingendo i coniugi giù per le scale – viene con noi nel suo interesse…cosa crede, la Benemerita è fedele alla Repubblica e tutela la sicurezza dei cittadini!”

Andrea e Maria raggiunsero in silenzio gli altri condomini, fermi nell’ingresso del palazzo. Mancavano alcune famiglie, le forze dell’ordine non avevano suonato a tutte le porte.

Anche da altri portoni uscivano gruppi di persone: come torrenti si riunivano nel grande fiume del marciapiede. Alcuni autobus attendevano a motore acceso in fondo alla strada.

Maria, Andrea e i vicini salirono sullo stesso mezzo, un pullman con i vetri scuri.

“Lei ci capisce qualcosa?” chiese Andrea al signor Percoto, seduto davanti a lui.

“Io credo di non aver fatto nulla di male, non mi pare…e lei?” rispose Percoto, maestro elementare apprezzato dai genitori e amato dai piccoli allievi.

“Sono una persona perbene” disse laconico Andrea, certo di possedere una coscienza immacolata.

“Lo so io cosa succede” sussurrò la Dinelli, sporgendosi dal sedile di là dal corridoio. Aveva un’aria piuttosto strana, forse perché era uscita da casa con ancora con i bigodini in testa – ci stanno deportando.”

“Ma che dice, signora Eloisa!” esclamò Andrea.

“E’ proprio così… ci deportano perché siamo onesti!” ribadì la Dinelli.

“Vecchia matta! – sibilò Maria – in una situazione del genere ci mancava solo una pazza rimbambita che dà i numeri!”

“Numeri? guardate qui! – replicò la vecchia signora, sempre a voce bassissima, aprendo il grosso borsone che teneva in grembo: dentro si intravedeva un piccolo televisore acceso – regalo di mio nipote…ho sentito tutto con le cuffiette…se volete alzo il volume.”

“Che c’entra il televisore?” chiese il cav. Baldassoni.

“Qualcosa c’entra: quando ho aperto la porta, stavano per trasmettere un messaggio importantissimo del Primo Ministro” rispose Andrea.

“E l’hanno trasmesso, l’hanno trasmesso e come! – mormorò la Dinelli, guardandosi in giro con aria circospetta – quel bel tomo che comanda nel Governo ha detto che era una decisione grave, presa per proteggere i cittadini onesti, perché la delinquenza ormai dilaga in modo incontrollato e l’unico mezzo per dare una bella ripulita è mettere al sicuro la gente per bene e poi passare al setaccio il paese con le maniere forti…insomma, ci portano via e non si sa per quanto.”

“Non ho mai sentito una bestialità più grande” esclamò il maestro Percoto, indignato.

“Scccc… stai zitto – lo rimproverò la moglie – sei matto a parlare male del Governo in questa situazione!”

“Non capisco, non capisco – borbottava il cav. Baldassoni, grattandosi la barba lunga e ispida – in prigione, una volta, ci mettevano i malfattori, cribbio!”

“Mica è fesso, il capoccione – aggiunse la Dinelli – sostiene che ci manda al confino per il nostro bene… come i panda nella riserva… ‘voi incensurati siete la ricchezza del paese, dobbiamo proteggervi’ ha detto proprio così: ci pensa lui alla nostra sicurezza… che faccia di bronzo! ma Eloisa Dinelli non la freghi, carino… io, alla prima occasione, me la svigno!”

“Già, sono furbi: intanto ci levano di mezzo con le buone, poi si fanno una legge tutta a modo loro, tanto sono la maggioranza, e noi diventiamo i delinquenti – esclamò Maria, alzandosi di scatto – ma io non ci sto a farmi deportare perché sono una persona perbene… io non sono onesta… vengo da una famiglia di mascalzoni… mio padre aveva una pescheria e vendeva il surgelato come fresco, mia sorella l’anno scorso ha finto un incidente per truffare l’assicurazione, mio fratello fa l’idraulico e non paga le tasse, mia zia…”

“Maria, Maria, calmati, non alzare la voce! – esclamò Andrea, cercando di tappare la bocca della moglie con una mano – i carabinieri seduti davanti potrebbero sentirti!”

Maria però lo morse e si divincolò gridando “Maresciallo, lo giuro, non sono innocente, non sono innocente!”

 

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Rosanna Bogo