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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per marzo 2012

La tormenta

[Image credits: Snowmania]

La risposta di Scrivolo a “Il servo e il padrone” di Tolstoj (scusate l’immodestia).

 

Le vetrine dell’autosalone ‘Happy Car’ erano illuminate a festa ma, quella sera, nessuno si fermava a guardare le luccicanti macchine in esposizione. Era la vigilia di Natale, il termometro segnava meno due, e i rari passanti intirizziti camminavano con passo veloce, stringendosi nei cappotti: non vedevano l’ora di arrivare a casa e godersi il cenone in famiglia.

Il signor Andrea D’Andrea, titolare della ‘Happy Car’, aveva chiuso bottega in anticipo: dopo tutto era un uomo di cuore. Magari si dimenticava di versare i contributi e pagava gli stipendi in ritardo, però offriva sempre un piccolo rinfresco natalizio ai suoi dipendenti. Due bottiglie di spumante dozzinale, un panettone e un pandoro comprati al discount, niente di più, s’intende, per via della crisi.

“Questi sono tempi difficili – ripeteva incessantemente il signor Andrea – la clientela diventa sempre più esigente, gli sconti a tradimento dei concessionari ci rovinano, il fatturato diminuisce: dobbiamo sacrificarci!”

Antonio, il più anziano in servizio dei tre impiegati dell’autosalone, sosteneva che la crisi tirata in ballo di continuo dal titolare doveva essere quella dal ’29 perché, negli ultimi vent’anni, non aveva notato variazioni nel tran tran quotidiano della ‘Happy Car’: la sola novità degna di nota nella recente storia della ditta era l’arrivo dei ‘collaboratori’, giovani inesperti che il padrone arruolava a progetto, a contratto, a chiamata, a partita IVA.

Per il commercialista della ditta erano contabili, consulenti di marketing, pubblicitari, informatici, addetti alla segreteria, di fatto, lavoravano come venditori senza diritto alla percentuale sul fatturato… al signor D’Andrea conveniva così: pagava un fisso davvero modesto e il collaboratore che non smerciava almeno quattro o cinque macchine ogni mese andava a casa o, nel migliore dei casi, veniva trasferito al settore ‘tecnico’… lucidatura delle auto in esposizione, pulizia del salone, piccole commissioni, volantinaggio. Come se non bastasse, la naia dei disperati raramente superava i sei mesi.

“Colpa loro – sosteneva Stefano, l’impiegato che gestiva il Personale – se tutti rifiutassero il capestro dei contratti atipici, i padroni sarebbero costretti ad assumere come dio comanda”, “No, colpa dei politici – replicava Carlo, il ragioniere che, da tre lustri, rendeva presentabili gli accrocchi contabili dell’autosalone – si sono inventati la flessibilità per legalizzare il lavoro al nero!”

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Rosanna Bogo

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Alla finestra

“Hai sentito, stanotte?” chiese Andrea.

“Sì, sono entrati nel palazzo qui accanto” rispose Maria.

“Macché! nella casa di fronte, al numero ventidue – replicò Andrea – sembrava che il rumore venisse dal nostro lato della strada per via del rimbombo.”

“Davanti, dietro, a lato…tanto è lo stesso” mormorò Maria, con tono infastidito.

“Sono sicuro di quello che dico: era il palazzo di fronte – esclamò il marito, quasi offeso – lo so perché ho sbirciato dalla finestra del bagno!”

“Bravo! Ora ti metti a spiare i vicini – lo rimproverò la moglie – ma, per vivere tranquilli, bisogna fare come le tre scimmiette: io non parlo, io non sento e io non vedo!”

“Un onesto cittadino avrà ben il diritto di guardare fuori, ogni tanto” borbottò Andrea, sollevando la tapparella.

“Ma sei impazzito! – esclamò Maria, togliendo di mano al marito il cintino – Ti pare il caso di metterci in piazza!” Con un gesto brusco abbassò di nuovo la tapparella.

“Insomma, io non ho niente da nascondere, perché devo vivere al buio come una talpa?” protestò debolmente Andrea, indietreggiando.

“E’ colpa mai se il mondo è tondo? Anche a me piace il sole, cosa credi – disse la moglie – ma, se spalanchi la finestra, i vicini penseranno che ti vanti di non avere nulla da nascondere.”

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Rosanna Bogo

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L’uomo sfortunato

Un racconto di Idelfonso Nieri da: “Cento racconti popolari lucchesi“.

Da questo racconto  l’ispirazione per “La Clausola

 C’era una volta un uomo il più disgraziato che si potesse dare nel mondo. Aveva tentato tutte le vie per uscire dalla miseria, aveva fatto della sua vita torchio per montare uno scalino; ma quanto più s’ ingegnava e più sprofondava nella bigongia: se si metteva a fare una Madonna, gli riusciva un soldato! Avrebbe dato l’animaccia al diavolo per due soldi. Una volta che era più scannato del solito e non sapeva come riprillarsi dai debiti, girava da una stanza all’altra che pareva una tigre nella gabbia e sagrava come un dannato dalla gran rapina che lo divorava dentro vivo; quando tutt’a un tratto gli apparse il diavolo. — «C’è da piangere? ‘un son qua io?! Mira, eccoti qui cinquecento scudi un sopra l’altro belli pari; io te gl’impresto senz’un centesimo d’interesse, purché fra un anno in punto in questo giorno e a quest’ora precisa tu me li renda! 499 più uno». — «E se non te li rendo?» — «Se tu non gli hai da rendermeli, fratello, mi devi accontrattare l’anima; l’anima tua è mia, e io la potrò pigliare tutte le volte e quando mi parerà e piacerà». — «O cosino! ma l’anima non è mica ròccia!» — «O cosóne! ma neanche cinquecento scudi li trovi nella spazzatura! E oh! eccoli qui spulati, ballanti e sonanti, nuovi di zecca». — «Basta, dice lui, sentiremo un po’ la moglie come la pensa!» Ma aveva già l’acquina in bocca. Vanno di là e raccontano il negozio alla donna, patti e condizioni, tutto per filo e per segno. Risponde lei: — «Mi piace e ci sto; ma ci vo’ mettere una condizione anch’io». — «Che condizione?» dice Brucino. — «Se fra un anno preciso il mi’ omo non ti può ridare i tu’ soldi, l’anima sua è tua, ma purché tu, prima di poterla pigliare, tu ritrovi tre cose». Figuratevi! il diavolo che sa tutto, non se lo fece ripetere due volte: «Sta bene! Sta benone! Accetto!» Consegna i cinquecento scudi a quell’uomo e dice: «Ohe! fratelli, ricordiamoci bene i patti! Io la memoria l’bo buona; fra un anno preciso a quest’ora sono qui; occhio alla penna!» e sparisce.

A quel poveraccio quand’ebbe i cinquecento scudi in mano gli parve d’essere il più omo ricco del mondo e di potere scrivere al Papa: «Carissimo cugino!» Cinquecento monete! Cinquecento scudi lustrenti che acciecavano! Gli pareva che non avessero a finir mai. Ma una parte se ne dovette andar subito nel tappare i buchi più grossi, vo’ dire nel pagare i debiti più pressanti, perchè a que’ tempi sgusciavano in gatta ferrata come nulla anche i debitori; una parte gli ci vollero per comprarsi un po’ di biada e rifornirsi di qualche attrezzo più necessario, che la su’ casa oramai pareva quella dei topi, e rivestirsi alla meglio, che mostravan le gomita, ridotti propio, come dice il proverbio, con uno zoccolo e una ciabatta. Con quelli che gli rimasero comincio a trafficare e a volere ingegnarsi; le studiava tutte, ma aveva la sperpetua nell’ossa: quando gli diceva bene ce li perdeva mezzi; tanto più ora che il diavolo ci si era messo di piccia a mandargli tutto a trottoloni e a rovesciargli addosso il corbello delle disgrazie; di maniera che, per farvela lunga e corta, passato l’anno e venuto il momento di rirendere la somma, era asciutto come l’esca e pulito come una pianta di mano.

Allo scatto di quell’ora eccoti gii si presenta l’Omo nero: — «Amico, adsum! I miei cinquecento scudi!» — «Caro et amato Asdrubale, hai sbagliato uscio!» — «Come a dire?» — «Come a dire che in sacca mi ci ha tirato vento!» — «Ma io rivoglio i miei cinquecento scudi!» — «O leva sangue a una rapa! Quando non ce n’è, quare conturbas me?» — «Dunque l’anima tua è mia!» — «Adagio! disse Biagio; l’hai a mente i patti? Prima devi trovare le tre cose». — «Sta bene! Eccomi qua!» L’omo va dalla moglie e dice che di là c’è l’Amico Ceragia «e è venuto per quella bazzecola dei cinquecento scudi, se no….» — «Va sulla scogliera del fiume nel punto dove il razzalo è più tirente e buttaci questo sacco di panico, e digli che lo ritrovi tutto fino a un pippolino». Vanno; l’uomo rovescia nella corrente il sacco e dice: «Ritrovami tutti i granellini fino a uno!» E il diavolo si butta giù a forone e in un àmme lo ripesca tutto e lo riporta a quell’uomo. Torna dalla moglie: — «Ragazza mia, la vedo incornata male! Eccolo qui! me l’ ha ripescato tutto!» — «Coraggio e niente paura! To’ piglia questo corbello di penne; buttale al vento nel punto dove ci tiri più forte e digli che te le riporti tutte». Vanno con queste penne, le sparge al vento e gli dice: — «Ritrovale tutte; se ce ne manca una, siamo sciolti!» E il diavolo via a volo come un tappo di saetta! corri di qua, scappa di là, voltati da una parte, prillati da quell’altra, torna indietro, schizza in avanti, gira, frulla e rigira, in un lampo le ripiglia tutte e rimette il corbello pieno in mano a quel poveraccio. Torna dalla moglie co’ capelli ritti: — «Ohimè, Caterina, l’affare ingrossa! Eccoti qui le tu’ penne; le ha ritrovate tutte. Ora ci sono io alla concia del cuoio!» — «Come sei citrullo! tu affoghi propio in un bicchier d’acqua! To’, mangia questi fagiuoli qui anco che siano pogo cotti e rodili bene! poi…» e gli soffiò una cosina in una ciocca d’orecchio. Lui c’impiegò un po’ di tempo a bella posta e quando gli parve d’essere al punto giusto, dice al diavolo: «A noi». — «Che ho a fare?» — «Trovare la terza cosa». — «Lo sapevo; ma si deve camminar molto? E un pezzo che aspetto e io ho il tempo contato». — «No! no! possiamo rimanere anco qui». — «Meglio!» — «Ma tu trovi tutto?» — «Tutto! Hai visto? Io trovo tutto!» — «O be’! allora trovami questa!» e mandò un gran suono per via di que’ fagiuoli mezzi crudi! E il diavolo restò lì propio come Berlicche, senza sapere nè che dire, nè che fare. E quando si rinvenne disse: — «Di lì ci spirò l’anima Giuda! Corda, Crocifisso e boia! Per lo Zio! me l’hai fatta sul grilletto! Ma questa è farina della tu’ donna, perchè tu di tuo, mammalucco, non ci arrivavi». E l’omo rideva. — «Ghigna, ghigna, ladrone! ma il sole non è anche andato sotto, e prima che il giuoco resti, c’è il caso che tu o quel bel mobile della tu’ moglie mi capitiate tra le granfie, e allora ride ben chi ride l’ultimo!»

«Bellissima novella da vero! dirà il lettore; meritava proprio il conto di metterla alle stampe! E che morale ne ricavi?» E e’ è proprio bisogno di ricavare una lezione di morale in modis et formis da tutto quello che si dice e si fa? una semplice risata, se si ottiene, non è già qualche cosa? Tanto mancano le noie nella vita! Tanto delle prediche se ne sente poche da un anno all’altro! Ma poi quando fosse quel momentaccio, non saresti buono di levarci nulla da questo racconto buffonesco? Non vedi che l’uomo non va ridotto alla disperazione, se no è capace di buttarsi a ogni rimedio estremo e gioca di tutto, anco dell’animaccia sua?! E non vedi che siamo in balìa della sorte e che ci sono i fortunati e i disgraziati, che se si mettono a fare i cappelli, nascono gli uomini senza, testa? «Dunque, dirai, tu ammetti la fortuna? Ma chi ammette la fortuna, nega Dio!» Io non ragiono tanto dal tetto in su; io parlo dal tetto in giù e chiamo fortuna tutto quello che mi succede senza che io ci abbia nè colpa ne peccato, ne merito ne demerito. Se son bello o brutto, biondo o nero, fìgliuol d’un ricco o d’un povero, d’un galantuomo o d’un birbante; se son nato con tutti e due i piedi o con uno solo, in città o in campagna, se…. Una volta in una strada c’era un carro fermato davanti a una porta, senza buoi, nè cavalli, nè muli; era là verso le due dopo mezzo giorno. Sulla porta non c’era nessuno, sul carro non c’era nessuno, per quella strada non c’era altro che un ometto che se ne veniva tranquillo pe’ fatti suoi. Arrivato al carro passò dalla parte della porta, chè da quell’altra a mala pena ci si capiva fra il mòzzo e il muro; quando fu precisamente contro la porta, púnfete! un mattonacelo nella testa! e giù in terra mezzo morto. Che era stato? Era stato che nell’orto di quella casa ci lavoravano; dovevan portar via dei sassi, e cinque o sei s’erano messi in fila e facevano il passa passa o la lombardata, come dicono nel Fiorentino, dal dentro al fuori, e l’ultimo di sulla soglia che era giù bassa li buttava sul carro. Eran le due, avevano ricominciato allora e quel pover’uomo si trovò proprio di contro al primo che era scaturito. Domando e dico se poteva mai figurarselo e badarsene! Dirai: «la colpa fu di quelli di dentro, che dovevano attenderci loro e avvisare!» Sta bene; ma per l’uomo di fuori fu una disgrazia che li ci fossero degli scervellati. Anche il figliuolo d’un birbante è nello stesso caso: la colpa è del padre, ma il disgraziato è lui, che non poteva scegliersi da chi nascere! Eccoti lì un ceppo di terra giglia o argilla, to’! è tutta terra a un modo, spolverizzata colla stessa mazzeranga, impastata colla stessa acqua e dallo stesso mattonaio, che farà altrettanti mattoni o mezzanelle o sestini o quadroni colla stessa forma e li cocerà nella stessa fornace; e be’! uno viene più bello, uno meno bello, uno più cotto e uno meno cotto, uno diritto e uno storto e sformato; dieci o dodici di quella ceppata si romperanno e serviranno da pezzame per rincalzi, e quegli altri una parte gioveranno per un altare, una parte per un salotto, una per un pavimento di stabbiolo e una anche per peggio.

Ma giacchè tracchè, dicono a Camaiore, questa novella della fortuna è cominciata alquanto sudicetta, non deve finire molto pulita. Caro lettore, ci vuole un poco di tutto, e sempre in sulle quintessenze dei profumi non ci si può stare. O senti! C’era un uomo al mio paese che in verità era sfortunatissimo. Un giorno fra gli altri aveva giocato a tutti i giuochi che conosceva e aveva perso a tutti. All’ultimo, non sapendo che tentare, fece con uno, che ho conosciuto anch’io, a chi sputava più lontano e giocarono di mezzo paolo, ventotto centesimi. Sputò quell’altro il primo; sbagliò e si sputò ai piedi. «Per die! vincerò questa volta!» e s’imposta empiendosi la pancia di fiato; ma nell’atto di sputare gli venne un colpo di tosse e si sputò sulla barba!!!

Raccontava poi che una volta aveva giocato al giuoco del pidocchio e aveva perso anche a quello. Era un divertimentino che aveva imparato in S. Giorgio una volta che ci era dovuto stare due mesetti per via di certi sgrugnoni dati giusto in sul giuoco al suo avversario. Il bellissimo giuoco del pidocchio dunque consiste nel fare tanti circoli uguali colle seste quanti sono i giocatori; ognuno di questi poi chiappa un inquilino della sua testa, se ce gli ha, e, se non ha la fortuna di possederne, lo piglia in prestito da qualche compagno, e lo posa precisamente nel centro del suo circolo e lì li tengono fermi fino al segno delle mosse. Data la mossa: uno! due! tre! li lasciano liberi, e il primo che esce fuori del circolo, il suo padrone vince. O be’, quella volta che giocò lui, il suo pidocchio s’accucciò lì bello pari come fosse nel suo nidio e quello di quell’altro arrancava verso la circonferenza come se avesse gli sbirri dietro! E poi non c’è la fortuna!!

 

 

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contributi

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La clausola

Creditalia, Easybank, Finanziaria Domus, Finbusiness, Finanze & Finanze, Mondial Mutui, Omega & Alfa Prestiti, Prestocasa, Prontocassa, Ratasprint…”

Carla leggeva ad alta voce l’elenco delle società d’intermediazione mobiliare che aveva appena selezionato al computer. Marcello, il marito, in piedi alle sue spalle osservava sconsolato la lunga lista che scorreva sul video. Pensava ai debiti che avevano già accumulato: un semestre di mutuo, due bollette della luce, una rata del televisore ultrapiatto full HD comprato a Natale, le spese condominiali dell’anno passato… per risolvere tutti i loro problemi non sarebbe bastato un pacco di centoni, altro che piccolo prestito al consumo!

“Ci vuole una bella fantasia per inventarsi certi nomi! – disse la moglie – ora hai solo l’imbarazzo della scelta.”

“Magari non dovessi scegliere!” replicò Marcello, prendendo il cellulare.

Sospirò e si fece coraggio: in fondo doveva procurarsi un po’ di contante per riparare al più presto il suo furgoncino, non un milione! Con le consegne a domicilio riusciva a guadagnare quanto bastava per mandare avanti la famiglia, ma la ditta che subappaltava il servizio pacchi non aspettava i comodi dei padroncini e il meccanico, prima di aprire il cofano del motore, pretendeva un anticipo.

Così, partendo dal primo nome dell’elenco, Marcello telefonò a tutte le finanziarie che avevano uffici in città. Chiedeva solo un appuntamento ma le segretarie non erano compiacenti come un tempo: prendevano informazioni e, quando sentivano che il possibile cliente non poteva esibire una busta paga, chiudevano la comunicazione senza tanti complimenti.

L’ultima speranza di Marcello si chiamava Omega & Alfa Prestiti sas di Starot rag. Andrea: il telefono suonava a vuoto, avrebbe richiamato nel pomeriggio.

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Rosanna Bogo

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Lo zio Gino

Quando la mattina presto arrivo nel palazzo dove c’è l’ufficio dell’azienda per cui lavoro, la prima persona che vedo è lo zio Gino; di solito cammina avanti e indietro vicino all’ingresso del suo negozio oppure è appena al di là della vetrina, a sistemare qualcuna delle sue cianfrusaglie.

Intendiamoci, non è davvero mio zio. Uno zio Gino in famiglia l’avevo realmente, anni fa, ma anche lui non era proprio uno zio. Per quelle parentele alla lontana caratteristiche delle vecchie famiglie, anche le sorelle di mia nonna erano ‘zie’ e i loro mariti, di conseguenza, si guadagnavano il titolo di zio.

Zio Gino era pingue, sudaticcio, quasi calvo; una faccia butterata e bianca ne denunciava il cattivo stato di salute e io, da bambino, mi chiedevo come avesse fatto la zia Raffaella a sposare un uomo così brutto e grasso; mi sfuggiva che il loro matrimonio fosse avvenuto almeno venti anni prima, quando forse le cose erano diverse; continuavo tuttavia a sentire zio Gino veramento poco ‘zio’.

Lo zio Gino che incontro tutti i giorni è un cinese di età indefinibile, potrebbe avere quarant’anni come sessanta, ha il fisico asciutto, i capelli neri, lucidi e corti ed è vestito immancabilmente con un paio di blue-jeans. Lo chiamo zio Gino perché non conosco il suo vero nome e immagino, comunque, sia impronunciabile: l’ho ribattezzato così una mattina, per scherzo, e adesso tutti i colleghi, in azienda, usano questo nome.

Mario, come l’ho sentito chiamare qualche volta in negozio, è il nipote di zio Gino: dubito che sia registrato così all’anagrafe cinese e certamente non è nato in Italia perché l’italiano non lo parlano granché bene né lui né la moglie. La coppia gestisce il negozio di carabattole con l’aiuto di Emma, anche lei cinese, che chissà come si chiama: sarà, immagino, un nome di comodo che aiuta i clienti a distinguerla dall’altra donna. Emma, al contrario degli altri, parla in un buon italiano e in maniera molto veloce; riesce a capire perfettamente i clienti ed è in grado di chiacchierare con più persone e rispondere al telefono contemporaneamente. Emma deve essere anche l’anima ‘commerciale’ dell’azienda: è spesso al telefono e la si sente parlare in cinese ma anche in un inglese fluente e corretto ma così rapido che mi è quasi impossibile cogliere più di un paio di parole per ogni frase che dice.

Lo zio Gino è il proprietario, così abbiamo ricostruito, di questo negozio e di un altro paio, in centro, ma lui se ne sta fisso qui, accanto ai ‘nipoti’. Come stiano in effetti le cose non lo sappiamo e con i colleghi dell’ufficio ci siamo spesso chiesti che razza di azienda sia la loro: vendono orologi da parete, ombrelli, pile elettriche, lampadine a risparmio energetico, abbigliamento, borse in finta pelle (o magari sarà pelle vera… di cane?) e tutta una paccottiglia che è inutile enumerare; insomma, un vero bazar di prodotti cinesi.

Il negozio ha un buon flusso di clienti: facendo l’orario continuato dalle 9 alle 19 è mèta, specie all’inizio della mattina e nella pausa pranzo, di molti impiegati che lavorano in questo quartiere di uffici. Un salto dal ‘cinese’ si fa sempre volentieri, dopo un pranzo veloce alla tavola calda (cinese) o un panino trangugiato al bar, dove cinesi sono gran parte degli avventori.

Qui intorno, oltre agli uffici di grandi aziende d’informatica e d’elettronica, fra cui alcune multinazionali, ci sono anche un grande insediamento di una famosa firma della moda italiana e alcune decine di anonimi capannoni. Dall’interno dei nostri uffici, che sono a un piano alto, riusciamo qualche volta a sbirciare dentro quei contenitori oscuri e vediamo muoversi avanti e indietro persone con tratti asiatici che spostano scatole di merce o caricano e scaricano anonimi camioncini entrati passando da cancelli automatici sorvegliati da video e impianti d’allarme. Che cosa producano o cosa facciano è però un mistero.

La mia antipatia per zio Gino è nata da una banalità: le poche volte che sono andato a comprare qualcosa da lui non mi ha mai dato lo scontrino fiscale ma una semplice strisciata di carta di una calcolatrice con i prezzi di quello che avevo comperato. Io lavoro tutto il santo giorno, ho uno stipendio da sopravvivenza, i clienti faticano a pagarci e questo ‘muso giallo’ evade a man bassa. Parlandone con qualche collega ho scoperto che si comporta così quasi con tutti. “Ma cosa credi che faccia tutto il giorno, lì fuori, a passeggiare avanti e indietro? È la civetta sulla cròccia!” mi ha detto una volta un collega lucchese “Sta di vedetta, se arriva la Finanza è pronto ad avvertire i ‘nipoti’ “.

Prima rispondevo sbadatamente a qualche stentata frase in italiano che mi rivolgeva quando passavo, tipo “Bella giornata oggi” oppure “Piove!”, ma da un po’ ho smesso di entrare nel suo negozio e di salutarlo, anche solo con un cenno della testa. Ci fissiamo, muti, un po’ in cagnesco, e basta. Il più delle volte evito anche di incrociare il suo sguardo.

Dall’alto dell’ufficio, dove spesso mi trattengo oltre l’orario di lavoro, mi è capitato di osservare, un paio di volte la settimana e quando fa già buio, uno strano movimento: un camioncino si avvicina a retro marcia alla porta posteriore del negozio e lo zio Gino, aiutato da Mario, scarica dal portellone scatoloni o bracciate intere di abiti già infilzati nelle loro grucce; prima di iniziare questa operazione, lo zio Gino fa sempre un ampio giro, a piedi, nel cortile poco illuminato: evidentemente controlla che non ci siano sorprese.

Una mattina in cui ero particolarmente scontento di me e delle notizie sui traffici illeciti dei cinesi in città, ho chiamato il 117, raccontando degli scontrini, dello strano traffico notturno, di misteriose telefonate…. Non mi aspettavo una qualche reazione da parte della Guardia di Finanza e, invece, qualche giorno dopo ho trovato il negozio chiuso; mi sono avvicinato è ho letto un cartello affisso in bella mostra all’interno della porta a vetri: “Esercizio chiuso per reiterate violazioni degli obblighi di emissione degli scontrini e/o delle ricevute fiscali, ai sensi dell’art….”. E’ bastato un attimo e il vetro della porta ha mandato indietro il ghigno della mia faccia.

Zio Gino adesso, quando passo, mi guarda con odio e Mario, sempre così loquace quando ci incontravamo al bar, fa finta di non vedermi.

Pochi minuti fa, intorno alle diciannove, sono sceso nel garage sotterraneo degli uffici per prendere la macchina e tornare a casa. Ho notato un’auto ferma davanti alla sbarra automatica dell’uscita. Ho suonato il clacson però non si sono mossi, anzi hanno spento il motore. Qualcuno è sceso, sono cinesi: mi fissano.  Fingo di parlare al telefono per guadagnare qualche minuto. Qui dentro non c’è campo ma forse loro non lo sanno; non posso chiamare aiuto e registro questo messaggio nel dittafono del cellulare sperando che qualcuno lo ascolti, prima o poi. Sono impazienti di avvicinarsi, aspettano che chiuda la comunicazione poi… poi si faranno avanti e succederà qualcosa.

Ecco, stanno arrivando…

 

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fuchs

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Idelfonso Nieri, Cento racconti

Dice lo stesso Nieri, nella prefazione:

“Certi di questi Racconti son novelle di meraviglie; altri sono storielline tradizionali, che spiegano o pretendono spiegare qualche proverbio o qualche frase comune: i più sono veritelle, cioè fatti veri accaduti al mio paese o in quel vicinato. Per amor di varietà poi v’ho messo alcuni Caratteri e parlate prese dal vero che mi parevano degne di nota; il qual genere spesso è più ameno, spiritoso e istruttivo che molte facezie tradizionali.”

Digitalizzato da Scrivolo, il libro lo potete scaricare da qui: Idelfonso Nieri, Cento racconti popolari lucchesi (1955)

 

 

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Dr J. Iccapot

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot