Sesta parte.

Qui la quinta parte.

La cena.

Il rag. Rabano si presentò a Villa Bertoni poco dopo le otto. Era un pingue vecchietto di modesta statura, stretto in un completo scuro che somigliava stranamente a un clergyman.

“In fondo anche lui rappresenta sulla terra un padrone che sta all’altro mondo – pensò Sapìa, vedendolo entrare nel salone – però ha un’aria servile, più da sacrestano che da prete.”

Comunque la fede all’anulare sinistro rivelava l’esistenza di una signora Rabano che non aveva accompagnato il marito ma, da qualche parte, curava la casa di quell’uomo come una fedele perpetua. Sapia se la immaginò vestita da suora, con un giglio in mano… ovviamente anche lei terziaria francescana.

Dopo i convenevoli di rito si accomodarono nella sala da pranzo.

Sapìa comprese subito che il ragioniere non era un tipo loquace: mangiava in silenzio, come i frati, mostrando interesse solo per il cibo che stava nel piatto. E non erano davvero leccornie. Il cuoco aveva preparato per lui un menù speciale di gusto francescano: riso in bianco, ricotta salata e due patate lesse di contorno.

Per attaccare discorso con un musone occorrevano argomenti di conversazione a presa rapida: il clima, lo sport, il carovita, la cucina, la salute… Sapìa decise di tentare la carta della dispepsia.

“Problemi di stomaco?” chiese premurosamente.

“L’apparenza inganna, caro commissario – rispose sorridendo Rabano – ho uno stomaco di ferro, sono di razza contadina, io! gli stenti patiti da bambino, durante la guerra, mi hanno indurito: al mio paese direbbero che sono una ‘pellaccia’… però non mi piace esagerare con il cibo, specie la sera… è uno spreco e guasta il sonno.”

“Ha ragione, così evita gli incubi” aggiunse Sapìa. Cercava di mostrarsi comprensivo per indurre il suo guardingo commensale ad abbassare le difese.

“Mai fatto un brutto sogno in vita mia, caro dottore – disse il ragioniere, sempre sorridendo – ma non dipende dalla digestione, creda a me: per dormire bene bisogna avere la coscienza pulita.”

“La moderna psicologia sostiene che i sogni vengono dall’inconscio – obiettò Sapìa – un angolo della mente che ospita pensieri e bisogni segreti.”

“Un’invenzione per chi ha tempo da perdere – replicò Rabano – a che serve una cantina piena di ragnatele e carabattole se il padrone di casa non ha la chiave per entrare? e poi, mi dica lei, perché impolverarsi quando le cose belle e importanti sono in casa, alla luce?”

“Perché i desideri inconsci influenzano la nostra vita!” affermò perentorio Luigino, occasionale cliente di psicologi e psicoterapeuti.

“E ci parlano attraverso i sogni” aggiunse Orlando.

“Allora vuol dire che io ho solo desideri buoni che mi dicono cose carine” concluse Rabano, schiacciando nel piatto le sue patate come fossero diavoli da ricacciare all’inferno.

Dopo cena Luigino e Orlando si chiusero con Rabano nello studio. Volevano tentare di rabbonirlo per ottenere una gratifica una tantum o, almeno, un anticipo sul mensile dell’orfano.

Sapìa, rimasto solo, telefonò alla moglie. Edda sembrava interessata più alla situazione finanziaria del cognato che all’andamento delle indagini e si stupì della poca previdenza di Orlando: con tutto quel ben di dio a disposizione solo un babbeo poteva rimanere a becco asciutto.

“E cosa credevi che fosse, un furbone? – esclamò il marito – te l’ho detto tante volte: quell’idiota di mio fratello non sa fare nulla… neppure il gigolò.”

“E dove andrà a vivere?” chiese Edda, preoccupata. Italo aveva i suoi motivi per detestare Orlando ma erano pur sempre fratelli, non poteva lasciarlo in mezzo alla strada. Però, per aiutarlo, bisognava tirare fuori quattrini che servivano alla famiglia.

“Dove andrà? A Montecarlo!” rispose Sapìa acidamente. Era quasi la verità ma la risposta parve a Edda una boutade. La signora Sapìa non riusciva a replicare con spirito alle freddure del marito così, quando avvertiva odore di sarcasmo, batteva rapidamente in ritirata. Per cambiare argomento chiese:

“Torni stanotte?”

“No, è troppo tardi, mi trattengo ancora un giorno.”

“Fa caldo e non hai neppure un paio di calzini puliti!” obiettò la moglie.

“Non ti preoccupare, mi arrangio. Vengo domani sera o dopodomani, non lo so. Qui la faccenda è complicata” rispose Sapìa con il tono sprezzante dell’eroe che affronta impavidamente imprese che agli altri sembrano impossibili.

Dopo una mezz’ora Rabano uscì dallo studio. Era solo e sorrideva, evidentemente la conversazione con Luigino e Orlando non l’aveva contrariato. Sapìa decise di non fare domande, dopo tutto non erano affari suoi.

“La rivedrò al funerale della povera signora? chiese il ragioniere, uscendo dal salone.

“Forse, se i miei impegni di lavoro lo permetteranno – rispose Sapìa – ma non si fa accompagnare al cancello? Il meccanismo d’apertura è guasto.”

“Lo so, dottore, non si preoccupi: ho la chiave… domani manderò l’elettricista per la riparazione. Buonanotte!” rispose Rabano, chiudendosi alle spalle il portone.

Dopo qualche minuto anche Luigino e Orlando lasciarono lo studio: a testa bassa, senza fiatare, salirono al piano di sopra seguiti da Stellina, mogia quanto i suoi padroni.

Sapìa non chiese spiegazioni: erano superflue. Ovviamente il ragionier Rabano non aveva aperto i cordoni della borsa.

 

L’indomani mattina Sapìa si svegliò tranquillo e riposato: si sentiva in vacanza, anzi in libera uscita dalla vita.

Aprendo gli occhi non aveva avvertito la solita stilettata allo stomaco, il gong che gli annunciava l’inizio del match quotidiano. Ogni giorno, in casa, in ufficio, per la strada, doveva combattere senza tregua, prendere e tirare pugni fino a notte, fino a quando non s’infilava nel letto e chiudeva la luce sul comodino… ma ora la moglie, i figli, i colleghi, i superiori, i testimoni e i sospettati della sua ultima inchiesta gli sembravano lontane galassie. Il ring era vuoto.

Solo con se stesso assaporò quell’istante di beatitudine immemore con stupore: come poteva sentirsi così sereno con un fratello che rischiava di finire dietro le sbarre o, nella migliore delle ipotesi, in mezzo a una strada?

Ripensò al sogno che aveva fatto dopo pranzo, il giorno precedente… forse, sotto le mentite spoglie del padre, era lui che guardava con indifferenza il cadavere di Orlando e desiderava abbandonare il fratello al suo destino. Covava inconsciamente sentimenti degni di Caino?

Prese il cellulare che aveva posato sul comodino per guardare l’ora, il suo vecchio Bulova meccanico era posato sulla mensola del bagno, e trovò un messaggio: Liventi voleva vederlo al più presto.

“Alle sette già in ufficio, come Strambi… un altro depresso con l’insonnia.”

Decise di chiedere a Orlando un cambio pulito: se quel dormiglione era ancora in letargo si sarebbe servito da solo. Così entrò nella camera del fratello senza bussare e si stupì di trovarlo già sveglio, buttato su una poltrona accanto alla finestra spalancata con un fazzoletto madido stretto in pugno. Piangeva.

“Ma insomma, sei un uomo o un burattino! – esclamò con veemenza, chiudendo le ante della finestra per prevenire un improbabile insano gesto – almeno quand’eri giovane avevi le spalle tonde!”

“Hai detto bene: quand’ero giovane! Sto per compiere cinquant’anni, non ho un mestiere e nessuno mi vuole bene… sono al redde rationem, Italo!  – disse tra i singhiozzi Orlando – Rabano mi butterà fuori di casa, non aspetta altro da quindici anni! e poi Allegri… Allegri vuole di nuovo interrogarmi.”

“Basta, una soluzione si troverà! – disse Sapìa, cercando di mantenere la calma – prima o poi avrai la buonuscita di Bertoni e l’inchiesta di Allegri potrebbe anche finire nel nulla: sai quante volte, nel dubbio, il magistrato archivia un decesso come incidente! di fronte a casi come questo si pensa sempre ‘meglio dieci colpevoli fuori che un innocente dentro’.”

“Vedi, neppure tu che sei mio fratello mi credi davvero…ma, in fin dei conti, mi conviene andare in galera da innocente, così almeno avrò un tetto sopra la testa!”

“La finisci di dire stupidaggini! – esclamò bruscamente Sapia – dammi un cambio di biancheria pulita…camicia, calze e mutande: devo uscire, mi aspettano in Questura a ** per la faccenda della ragazza assassinata. Queste sono disgrazie, altro che dormire sotto il cielo stellato.”

“Guarda nei cassetti del settimino, però sei diventato un po’… robusto, forse non portiamo più la stessa taglia” obiettò Orlando, soffiandosi rumorosamente il naso.

“Grazie Mister Universo per avermi fatto notare che ho la pancia… vorrà dire che tratterrò il fiato!” replicò Sapìa irritato. Un tempo anche lui portava la 50 slim e con il fratello si scambiava i jeans e le camicie. Un tempo… trent’anni prima e anche più.

Si vestì in fretta e chiese a Ines di accompagnarlo al cancello con la chiave.

“Speriamo che oggi riparino davvero questo maledetto aggeggio! – esclamò sbuffando – le cose rotte o si aggiustano o si buttano… raus!” Ines sorrise senza rispondere e, probabilmente, senza capire.

Tornò dopo due ore, gongolante: i colleghi di ** avevano visionato tutte le registrazioni delle telecamere che sorvegliavano i distributori lungo la superstrada e, alla fine, era saltata fuorila Fordmetallizzata con tanto di targa. L’assassino si era fatto immortalare davanti alla pompa del diesel allo svincolo di Ripafratta: non doveva essere un tipo vispo. Aveva guidato fino al confine, evidentemente voleva diventare uccel di bosco nei Balcani, ma alla frontiera l’avevano ingabbiato… al volante della stessa macchina usata per commettere l’omicidio: feroce come uno squalo, intelligente come un cercopiteco. L’uomo giusto per i lavori sporchi della mafia slava dedita allo sfruttamento della prostituzione.

In Questura Sapìa era stato accolto con grande cordialità. Il commissario Necrofante, diretto superiore di Liventi, aveva insistito per aggiornarlo sulle indagini. Dopo tutto era un collega e, con la sua testimonianza, aveva contribuito alla soluzione del caso.

Una storia di comune crudeltà: la vittima, appena maggiorenne, aveva fatto uno sgarro al racket e gli sfruttatori si erano vendicati uccidendola.

“Brutta razza, delinquenti pericolosi che vengono tollerati come se fossero i pittoreschi papponi di una volta – aveva esclamato Sapìa con veemenza, interrompendo il racconto del commissario Necrofante – bisogna che una povera ragazza indifesa ci rimetta la vita per far venire fuori che le strade sono piene di pregiudicati affiliati a organizzazioni criminali internazionali che riducono in schiavitù migliaia di donne e non esitano a uccidere!”

“Personalmente ne farei un fastello e gli darei fuoco – aveva replicato Necrofante, senza alterarsi – sfortunatamente non siamo noi, né io, né lei né i colleghi, a decidere la linea da tenere: si tratta di una scelta politica.”

“Lo so bene che il marcio sta a Roma, ma il pensiero di quell’animale che sgozza una ragazza a pochi metri da me mi manda in bestia!”

“Purtroppo loro si possono permettere di essere bestie, noi no” aveva replicato il commissario Necrofante, detto il Negro o Zio Tom per il suo attaccamento quasi masochistico al dovere.

“Perdoni la mia irruenza” aveva mormorato Sapìa. Incredibile: era successo di nuovo, aveva chiesto scusa! Evidentemente qualcosa nell’aria della Questura di ** lo faceva sentire in colpa.

Necrofante, prima di riprendere a parlare, si era schiarito la voce per far capire al collega che preferiva non approfondire l’argomento.

Sapìa, afferrato il messaggio, si era rassegnato ad ascoltare in silenzio la seconda parte del racconto e, con piacere, aveva scoperto che il vento, nell’inchiesta della piazzola, stava girando a suo favore.

Dopo la cattura del presunto omicida, la testimone caucasica aveva iniziato a collaborare, rivelando che lei e la vittima si erano messe in testa di fare le “free lance”, per questo si nascondevano.

“Come potevano essere così ingenue da illudersi di sfuggire al racket! – aveva esclamato Sapìa – la ribellione, nel loro ambiente, si paga sempre, ma est modus in rebus, per la miseria!”

“Certo, dottore! ma lei m’insegna che, per fare business con la prostituzione, bisogna dimostrare di essere i più feroci del giro, altrimenti si rischia di rimanere senza puledre nella scuderia – aveva replicato Necrofante – probabilmente la vittima era sfruttata da una banda emergente e il suo omicidio doveva servire a intimorire la concorrenza più che a mettere in riga le altre ragazze.”

La testimone aveva visto la Fiesta metallizzata e anche l’uomo, in faccia… però non lo conosceva, forse si trattava di un killer fatto venire apposta dall’Est.

Insomma, si era detto Sapìa, ora che l’amica della vittima aveva vuotato il sacco, il suo ruolo di testimone presente per caso sulla scena del delitto diventava secondario: doveva solo confermare le dichiarazioni della ragazza, forse non lo avrebbero neppure chiamato in aula… niente domande imbarazzanti sulle sue abitudini notturne… niente precisazioni sul fratello coinvolto in un delitto a Cala Marina. Certo la signorina rischiava grosso ma, sfidando il racket, aveva già dimostrato di amare il rischio… ora comunque stava dalla parte della legge, aveva diritto a un programma di protezione e al permesso di soggiorno. Con un po’ di fortuna poteva tirarsi fuori dai guai.

Sapìa era uscito dalla Questura di ** sollevato. Con andatura turistica aveva percorso la provinciale costiera che portava a Cala Marina e, giunto davanti all’ingresso di Villa Bertoni, era sceso dall’auto per suonare il campanello.

Fischiettava: la giornata, nata sotto i migliori auspici, proseguiva ottimamente.

Stava per posare l’indice sul pulsante quando il cancello iniziò a cigolare, aprendosi lentamente. L’elettricista aveva riparato il guasto!

Anche la lucina della telecamera agganciata al lampione della piazzola era accesa: qualcuno, su alla villa, lo aveva visto arrivare. Parcheggiò l’auto e s‘incamminò lungo il sentiero. Intanto, alle sue spalle, le pesanti ante di ferro si richiudevano come per magia.

Il portone della villa era spalancato. Orlando si affacciò e gli fece cenno di affrettarsi.

“Sbrigati! l’avvocato Salani è qui e vuole parlarti, aspetta in salotto… ha preso il primo aereo disponibile.”

Continua…

 

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Rosanna Bogo