Quarta parte.

Qui la terza parte.

Ma non sempre.

“Mi vuoi spaventare? – chiese Orlando, guardando con aria preoccupata il fratello – io non so nulla di come si sono svolti i fatti…gli inquirenti parlano di omicidio però, prima o poi, capiranno che non è un delitto e neppure un suicidio ma solo un tragico incidente. Perché dovrei provarti che sono innocente: innocente di che, se non si tratta di un delitto?”

“Il commissario Allegri ha motivo di ritenere che la signora Bertoni non fosse sola al momento della caduta – disse Sapìa, sforzandosi di mantenere un tono di voce pacato – se fossi tu la persona presente e ammettessi di trovarti lì, spiegando la dinamica dell’incidente in modo convincente, beh… ti posso garantire che non subiresti grosse conseguenze giudiziarie.”

“Io non devo spiegare proprio nulla al tuo amico Allegri: non ero lì, stavo a letto, te lo metto in musica? E se anche fosse omicidio, a me che importa? Fate voi! io dormivo e non ho movente – esclamò Orlando risentito – ma guardati intorno: tra poco dovrò lasciare questa villa, questa vita… avrei ucciso per i centomila euro di Bertoni? Annalaura li spendeva in due mesi.”

“Complimenti! Avevi un’amante davvero ricca” commentò acido Sapìa.

“Ricca sì, ma solo sulla carta! – replicò Orlando, accalorandosi – Bertoni era ignorante, non stupido e conosceva i suoi polli… aveva studiato una specie di “fidecommesso”: dopo la sua morte Annalaura e Luigino avrebbero avuto un sostanzioso assegno mensile ma non la disponibilità dei beni.”

“La moglie e il figlio sono eredi necessari, non si possono escludere dalla successione – obiettò Sapìa; grazie al feroce professor Cantoni, ricordava ancora a memoria gran parte del Codice Civile – la legge vieta certi inghippi.”

“All’estero però si possono fare e Bertoni era diventato cittadino di un paradiso fiscale in Polinesia – disse Orlando – prima di morire ha trasferito tutto il patrimonio in un fondo fiduciario amministrato a vita dal rag. Rabano, il suo uomo di fiducia… Annalaura scherzando diceva che era lui, Rabano, il vero erede universale del marito!”

“Allora neanche Luigino ha un movente: a che scopo uccidere la madre se comunque non poteva mettere le mani sul malloppo?” mormorò Sapìa, deluso dal rapido esaurimento della sua pista familiare.

“Lo sospettavi davvero? Che idea! – esclamò Orlando stupito – Luigino sarà anche uno scapestrato perdigiorno ma voleva bene alla sua povera mamma.”

“Il mantenuto della signora Bertoni fa la morale al figlio scapestrato della padrona! Il bue che dice cornuto all’asino!” sibilò Sapìa sarcastico.

“Sfotti, sfotti pure – mormorò Orlando abbassando la testa – tanto ormai sono un uomo finito.”

Sapìa guardò il fratello con animo distaccato e, per la prima volta, provò un senso di pena. Nonostante la villa lussuosa, i bei vestiti, la fuoriserie, l’aria da gaudente quello che aveva davanti non era un arrivista pronto a tutto, uno scalatore sociale di successo, ma un povero gigolò da strapazzo con incipiente pancetta e capelli tinti, un disgraziato senza arte né parte che dipendeva dalla benevolenza altrui come un mendicante: un uomo fallito.

Stava per aprire la bocca e ritrattare l’osservazione su Luigino quando un grosso cane entrò di corsa nel salotto.

La bestia, un dogo argentino già adulto, si gettò di peso addosso a Orlando e i due iniziarono a lottare. Sapìa afferrò prontamente un attizzatoio e sollevò l’attrezzo con ambedue le braccia, come fosse una mazza da golf: non avrebbe permesso a un animale feroce di sbranare qualcuno in sua presenza, neppure se quel qualcuno era Orlando. Stava per assestare un colpo alla nuca della bestia quando una voce stridula ma maschile alle sue spalle gridò:

“Fermo! che fa, è impazzito?”

Orlando e il cane interruppero immediatamente la zuffa e si voltarono verso il nuovo arrivato, un giovanotto di corporatura esile, biondo, sui trent’anni che avanzava nel salotto con la sicurezza dell’ospite abituale. Indossava un elegante completo color panna leggermente gualcito: forse era reduce da una breve passeggiata in paese.

“Luigino” pensò subito Sapìa, abbassando la sua arma.

“Mi scusi per l’urlo – aggiunse il giovanotto premurosamente – ma Stellina non si meritava davvero una mazzata tra capo e collo: stava solo giocando!”

“Certo, noi due facciamo sempre la lotta, per scherzo – disse Orlando ridendo, rivolto al fratello – però non avrei mai creduto che, in una situazione del genere, saresti intervenuto per salvarmi la vita!”

“Chi ti garantisce che volessi colpire il cane?” mormorò Sapìa, gettando a terra l’attizzatoio.

“Divertente! – esclamò Luigino – me l’ha detto, Orlando, che lei è un uomo di spirito… Italo, vero? io sono il figlio di Annalaura.”

“Dottor Italo Sapìa” replicò freddamente il commissario, irritato dal tono confidenziale del giovanotto. Ci teneva a ristabilire le distanze.

“Luigi Bertoni… non immagina quanto sono lieto della sua visita: Allegri non esclude che la mamma sia stata uccisa e l’idea che nella villa o nel parco si possa nascondere un assassino… francamente mi mette i brividi: pensi che stanotte, per sicurezza, ho fatto dormire Stellina nella mia stanza… ma con un commissario in casa siamo tutti più tranquilli”

“La prudenza non è mai troppa e un cane del genere mette soggezione” commentò Sapìa, fingendo di non aver sentito le ultime parole pronunciate dal giovane Bertoni. Non era lì per fare la guardia del corpo a uno scioperato.

“E’ solo apparenza, Stellina non farebbe male a una mosca! – replicò Luigino, carezzando con dolcezza la massiccia testa del dogo – sente anche lei la mancanza della mamma… povera cucciolona! noi quattro eravamo una famiglia e ora… ora ha solo me e Orlando.”

“Riguardo al decesso di sua madre, si è già consultato con un avvocato?” chiese Sapìa, intenzionato a mettere il fratello nelle mani di un legale e tornare quanto prima a casa.

“No, attendo le conclusioni dell’inchiesta – rispose tranquillamente Luigino sedendosi sul divano accanto a Orlando – abbiamo un legale di famiglia, l’avvocato Salani, però si trova in vacanza all’estero e non mi è sembrato il caso di disturbarlo… mi fido delle forze dell’ordine e poi, con tutti i congegni ultramoderni della Scientifica, sono certo che l’indagine si concluderà rapidamente.”

“Anche lei ritiene si tratti di un incidente?”

“Lo sa che mi sembra di parlare con Allegri? avete lo stesso tono da Grande Inquisitore – rispose Luigino infastidito – sta svolgendo un’inchiesta parallela anche lei?… vuole scagionare Orlando?”

“No, mi spiace deluderla – rispose bruscamente Sapìa – non mi trovo qui nelle vesti di commissario e, tantomeno, di fratello premuroso, comunque posso darle un consiglio, un parere da esperto che vale anche per Orlando: io sono un poliziotto però, al posto vostro, invece di aspettare il trionfo della verità, mi cercherei un bravo penalista.”

“Ma noi siamo innocenti, perché dovrebbero metterci in galera!” esclamò Orlando.

Sapìa fulminò il fratello con un’occhiata.

“E’ vero, in galera vanno i colpevoli, ma non sempre.”

Si alzò e uscì dalla villa senza salutare. Era infuriato: con quei due babbei perdeva solo tempo! Non una lacrima, non un cenno di turbamento o di preoccupazione per le indagini, non un attimo di disperazione: Luigino e Orlando ostentavano la loro incosciente serenità come se fosse una prova d’innocenza ma quell’atteggiamento avrebbero suggerito al commissario Allegri, ai magistrati e, un domani, forse anche ai giudici, esattamente il contrario!

“Certo a volte capita che i familiari della vittima, sul momento, non manifestino dolore – si disse Sapìa – la loro mente rifiuta di considerare reale il tragico evento e così rimangono calmi, non piangono, rispondono con freddezza alle domande, collaborano alle indagini… ma Luigino e Orlando non sembrano affatto sotto choc: sono tranquilli e distaccati come se la morte di Annalaura non li riguardasse da un punto di vista emotivo… a ben guardare questo depone a loro favore: anche il più stupido degli assassini avrebbe l’accortezza di mostrarsi dispiaciuto!”

“Aspetta, ti devo accompagnare per aprire il cancello – disse Orlando, raggiungendo il fratello a metà del sentiero. Stellina, con la lingua di fuori e la coda a dondolo, lo seguiva ansimante – sai qual è il tuo problema, Italo? non ti fidi delle persone: dici che devo difendermi ma difendermi da chi, da cosa, se nessuno mi accusa e sono innocente… tu mi credi, non è vero? e allora! Mettermi sulle difensive non sarebbe un autogol? excusatio non petita accusatio manifesta!”

“Cosa penso io non ha importanza… per me, puoi fare come ti pare, del resto è quello che ti riesce meglio – disse Sapìa, scuro in volto – ora devo andare al Commissariato di ** per la faccenda della ragazza assassinata, non ho tempo da perdere.”

“Va bene, ne riparleremo più tardi. Ti aspettiamo per colazione… alle tredici e trenta. Luigino ha invitato anche Rabano, l’eminenza grigia di Bertoni. Un bel tipo, vedrai!” disse Orlando, aprendo il cancello della villa. Sembrava quasi allegro.

“Se riesco a sbrigarmi forse vengo, ma non aspettatemi” rispose Sapìa freddamente. Il misterioso ragioniere che reggeva le corde della borsa in casa Bertoni, in effetti, lo incuriosiva ma era ancora troppo arrabbiato. Mentre apriva lo sportello della sua utilitaria notò che la cabrio gialla era sempre lì, parcheggiata in un angolo della piazzola ghiaiosa.

“Di chi è la fuoriserie?” chiese, immaginando già la risposta.

“Mia, vuoi farci un giro? – rispose Orlando – un regalo di Annalaura ma domani mi toccherà restituirla al concessionario: è in leasing!”

 

Sapìa impiegò una mezzora per raggiungere il Commissariato di**.

L’ispettore Liventi, uno degli investigatori incaricati di svolgere le indagini sul delitto della piazzola, lo attendeva con impazienza.

“Si accomodi, dottore – disse indicando gentilmente una poltroncina imbottita a lato della scrivania – vuole dare un’occhiata al verbale di stanotte?”

“Neanche per sogno: sono qui in veste di testimone, devo fare la mia deposizione ed essere interrogato, da lei – rispose seccamente Sapìa, accomodandosi su una dura sedia tonet – se preferisce, però, posso interrogarmi da solo.”

L’ispettore non sapeva come contenersi: il commissario aveva fatto semplicemente una battuta oppure era irritato all’idea di dover testimoniare come un qualsiasi cittadino e, per giunta, di fronte a un inferiore? Di certo non era un tipo conciliante… aveva rifiutato la poltroncina imbottita con un gesto di fastidio.

“Allora, posso parlare? – chiese spazientito Sapìa – ho una grave questione di famiglia in sospeso e non vorrei perdere altro tempo.”

“Certo, parli pure” disse Liventi, mettendo in funzione il registratore.

“Il mio nome è Italo Sapìa, nato a * il 17 gennaio 1955 residente a * in via dell’Oliveta 32, stato civile: coniugato, la professione la sa già… dunque, intorno alle 2 del 14 giugno ultimo scorso, cioè stanotte, mi trovavo nella piazzola della superstrada dei Colli in località Pagliarello. Tempo sereno e luna quasi piena, quindi visibilità ottima…”

“Aspetti, mi scusi, bisognerebbe specificare il motivo per cui si trovava lì, anche in termini generici: un guasto al motore, un’impellente necessità fisiologica…” disse Liventi, accennando un sorriso che voleva esprimere cortese attenzione ma a Sapìa parve volgarmente insinuante.

“A quale necessità fisiologica allude, ispettore? – sbottò il commissario indignato – lo dica pure apertamente: pensa che mi sia fermato per le ragazze?”.

“Ma cosa va a immaginare! Si figuri!” esclamò Liventi… in realtà non aveva affatto pensato a una possibilità del genere ma, a ben vedere, l’ipotesi non era poi tanto peregrina.

“Guardi che io non ho nulla da nascondere” aggiunse il commissario, meravigliandosi di ricorrere alla stessa ingenua strategia di Orlando.

“Questo è ovvio, però anche lei sa bene come vanno le cose: la sua presenza non ha relazione diretta con l’evento però, quando sarà sul banco dei testimoni, a qualche avvocato potrebbe venire in mente di chiedere per quale motivo si trovava là, a quell’ora di notte, da solo. Per screditarla, s’intende.”

“Ha una fantasia sfrenata o forse possiede poteri divinatori? La vittima sta ancora sul tavolo dell’obitorio e lei è già arrivato al processo, magari all’appello! Se riesce anche a vedere in faccia l’imputato il caso è risolto!” replicò Sapìa.

“Insomma, nel verbale dobbiamo dare una spiegazione dei fatti credibile” obiettò debolmente Liventi.

“Ma il fatto in questione non è l’omicidio della povera prostituta?” chiese Sapìa con finto stupore.

“Sì, però deve ammette che è strano trovarsi in un posto del genere, alle due di notte… per caso.”

“Davvero? eppure io ero parcheggiato in quella piazzola e non avevo guasti meccanici o necessità fisiologiche – replicò ironico Sapìa – c’è una legge che vieta di fermarsi nelle piazzole? Pensi un po’, fino a un attimo fa ero convinto che esistessero proprio per quello scopo, non si chiamano forse piazzole di sosta?”

“Certo, però non in tutte le piazzole si prostituiscono ragazze extracomunitarie” obiettò imbarazzato Liventi.

“Voglio venirle incontro, ispettore – disse Sapìa beffardamente – ipotizziamo che ieri sera avessi davvero voglia di togliermi uno sfizio, siamo uomini o no? da anni non vengo a Cala Marina e, pressato dalla mia peculiare necessità ‘fisiologica’, tra tante piazzole della superstrada dei Colli becco proprio quella dove si esercita il meretricio: evento improbabile anzi, un vero colpo di fortuna, considerato che le passeggiatrici del posto non lavorano sul ciglio della strada e non ho visto cartelli indicatori “qui si…”

“Va bene, ho capito: diciamo che si è fermato così, tanto per fermarsi” lo interruppe Liventi, desideroso di porre fine alla contesa. La conversazione stava prendendo una piega davvero sgradevole.

“Giusto, magari mi piace guardare la luna, leggere il giornale nella penombra oppure fumarmi una sigaretta in pace – proseguì Sapìa, intenzionato a tenere il punto – comunque, se proprio vuole saperlo, dovevo telefonare a mio fratello: vive a Cala Marina.”

“Alle due di notte?”

“Alle due e dodici, per esattezza…l’ho svegliato di soprassalto e ricorda con precisione l’ora. Volevo avvertirlo del mio arrivo. Lo sa, vero, che è vietato telefonare guidando? Io sono un tutore della legge e rispetto le norme del Codice Stradale. Può bastare come spiegazione per l’Azzeccagarbugli della difesa?”

“E sia, vada per il telefonino” rispose Liventi con un tono accondiscendente che a Sapìa parve dubbioso.

“Lo dice come fosse una scusa poco convincente: se non mi crede controlli i tabulati!”

“Non deve offendersi, dottor Sapìa! non sto mettendo in dubbio la sua sincerità, faccio solo il mio lavoro…io le credo.”

“Esigo che lei controlli i miei tabulati, non accetto fiducia a credito” disse perentorio Sapìa.

“Va bene, lo farò! così avremo già pronto il materiale per smontare le insinuazioni della difesa.”

“Campa cavallo, caro il mio Liventi! – pensò Sapìa – se perdi una mattinata per stabilire cosa faceva sul luogo del delitto un testimone di assoluta fiducia, il processo si terrà alle calende greche!”

Poi, con tono pacato, chiese:

“Permette che concluda mia deposizione? ho fretta di tornare a Cala Marina!”

Liventì accenno di sì con la testa: aprendo bocca temeva di offrire al suo avversario un nuovo motivo d’irritazione.

“Bene! Come ho già detto, intorno alle due e dodici mi trovavo nella piazzola e stavo per chiamare mio fratello. Proprio in quel momento da un cespuglio è sbucata una ragazza bionda in abbigliamento succinto… una bella figliola di circa vent’anni… evidentemente intendeva adescarmi. Il finestrino era chiuso per via dell’aria condizionata, l’ho abbassato respingendo la profferta e lei si è ritirata senza insistere. Dopo qualche minuto una Ford Fiesta metallizzata vecchio modello è entrata nella piazzola. Un uomo di corporatura robusta, uno e settanta, capelli corti, quasi certamente un giovane caucasico, è sceso dalla macchina e si è accompagnato alla donna. Sono subito spariti nel vicino boschetto.”

“Se il guidatore della Ford è il presunto omicida – lo interruppe Liventi – mi chiedo perché ha commesso il delitto senza preoccuparsi di avere un potenziale testimone a pochi metri di distanza.”

“Evidentemente non ha visto la mia macchina: mi trovavo in un angolo buio, coperto dai cespugli, a fari spenti” rispose Sapìa, rendendosi conto che le sue risposte stavano diventando di nuovo sospette. Sembrava si fosse volutamente nascosto. Dire la verità lo metteva in cattiva luce: altro che la teoria di Orlando sul ‘male non fare paura non avere’! Un innocente rischiava di finire in galera ogni volta che apriva bocca!

L’ispettore Liventi rimase in silenzio, non sapeva più cosa pensare. Il commissario era un guardone? Si diceva in giro che la piazzola fosse un luogo frequentato abitualmente da quel genere di pervertiti, assecondati a pagamento dalle prostitute…

“Certo da guardone ad assassino il passo è lungo – si disse Liventi – forse la ragazza lo conosceva, sapeva che era un poliziotto, magari lo ricattava e pretendeva un grosso favore, il permesso di soggiorno oppure una mano per mettersi in proprio… così lui l’ha fatta tacere per sempre, però non si può escludere il raptus: l’andropausa a volte gioca brutti scherzi.”

Sapìa aveva l’impressione di sentire il ronzio sinistro della corrente elettrica che correva freneticamente lungo le sinapsi dell’ispettore, un rumore simile a quello che si avverte in prossimità dei tralicci dell’alta tensione.

“Mi sono, per così dire, occultato allo scopo di non danneggiare gli affari della ragazza – aggiunse, tentando di distrarre Liventi dalle sue elucubrazioni – ammetto che la mia motivazione può sembrare tirata per i capelli e, al suo posto, la riterrei inverosimile o quasi illecita… tuttavia è la verità: nonostante l’apparenza sono un uomo sensibile…pensa che stia mentendo?”

Liventi non rispose.

“Non si faccia strane idee, ispettore – esclamò Sapìa irritato – sappiamo entrambi che non basta essere innocenti, bisogna sembrarlo, però lei ha di fronte un commissario con trent’anni di servizio, non un testimone qualsiasi!”

“Ci mancherebbe altro! io la considero… affidabile al cento per cento! – disse Liventi intimorito – per me la sua estraneità ai fatti è fuori discussione.”

“Bene, allora mi lasci arrivare al punto. La conversazione con mio fratello è stata breve, qualche minuto: avevo appena chiuso la telefonata quando il giovanotto della Ford è salito di nuovo in auto e ha lasciato la piazzola. Non sembrava agitato. Il tempo di prepararmi a partire e qualcuno, nel boschetto, si è messo a gridare… urla femminili. Ovviamente sono accorso e ho visto a terra il cadavere della ragazza, in piedi una giovane collega della vittima si disperava e invocava aiuto.”

“La Ford, lasciando la piazzola, è passata accanto alla sua auto?” chiese Liventi.

“Si, a pochi metri, però non sarei in grado di riconoscere il guidatore: proprio in quel momento una nuvola ha coperto la luna. Il profilo comunque era… caucasico.”

“Ricorda qualche altro particolare?” domandò l’ispettore.

Sapìa chiuse gli occhi, come consigliava di fare ai testimoni quando si trovava dall’altra parte della scrivania, e cercò di rivivere quei momenti: pensò che era lui l’ultima persona che quella povera ragazza aveva guardato negli occhi, a parte il suo assassino… e si era pure divertito a prenderla in giro, ma senza cattiveria… come poteva immaginare un epilogo del genere! Vide le due siluette che si addentravano nel buio… l’uomo era sceso dall’auto prima che la ragazza uscisse dal cespuglio, dunque sapeva che in quel luogo si praticava il meretricio… forse la conosceva… la targa… no, non riusciva a leggerla, troppo lontana, però il motore era di sicuro un diesel.

“Non le viene in mente nient’altro che sia utile per le indagini?” chiese di nuovo Liventi.

“Il motore dell’auto: diesel. E poi l’uomo si è fermato prima che la ragazza uscisse dal cespuglio: probabilmente era un cliente abituale. Quanto al giro dei guardoni è tutto vero e le ragazze sono complici, ma non mi chieda come faccio a saperlo, non voglio aggravare la mia posizione.”

“Rinuncio volentieri a togliermi questa curiosità, per il momento seguirò la pista della Fiesta – replicò prudentemente Liventi. Il commissario si divertiva a scherzare coi santi, lui invece lasciava stare anche i fanti e preferiva non suscitare vespai – la macchina mi pare un buon punto di partenza… controllerò le auto dei frequentatori della piazzola e gli impianti video della zona.”

“La superstrada non ha caselli sorvegliati da telecamere però ci sono gli autovelox e i distributori di carburante, con un po’ di fortuna potrebbe identificare la macchina del sospetto – disse Sapìa – tempo fa, grazie a un video, ho risolto un caso d’omicidio in poche ore. Però non dimentichi la collega della vittima: si trovava sul luogo del delitto e di sicuro sa qualcosa.”

“La ragazza… caucasica… – mormorò Liventi, sfogliando un piccolo notes – nel senso che viene dalla Russia meridionale… l’ho torchiata per tre ore senza grossi risultati, è una tosta. A suo dire conosceva appena la vittima… lei è il tipo che si fa i fatti propri e non vuole rogne, vivi e lascia vivere, io sto qui e tu stai lì, insomma i soliti discorsi… quando l’auto del cliente si è allontanata ha cercato la collega per chiedere una sigaretta e così è inciampata nel cadavere.”

“Sa cosa penso – disse Sapìa – solo un killer uccide così rapidamente, a freddo, in silenzio: per me non si tratta di un delitto a sfondo sessuale e neppure di una rapina violenta. La ragazza non ha reagito: i vestiti sembravano in ordine, niente lividi da difesa e la borsetta era in un angolo a terra, chiusa. Forse quella poveretta è stata punita per uno sgarro fatto al racket, magari aveva un conto in sospeso che non voleva saldare oppure conosceva un segreto pericoloso.”

“Maniaco o sfruttatore… in questo genere di delitti le piste da seguire, alla fine, sono sempre le stesse” osservò Liventi.

“Beh, ispettore, adesso la devo proprio salutare: i miei ospiti mi attendono a pranzo” disse Sapìa alzandosi dalla sedia. Giunto alla porta dell’ufficio si voltò e aggiunse:

“Non faccia caso ai miei modi un po’ bruschi: oggi sono di pessimo umore.”

La frase gli uscì di bocca quasi da sola. Era stupito: non aveva l’abitudine di scusarsi e poi, nel caso specifico, anche Liventi si era impegnato per rendere spiacevole l’incontro.

“Si figuri!” replicò diplomatico l’ispettore.

“Ho una grana in famiglia che manderebbe fuori dai gangheri anche un santo… ma lasciamo perdere! – proseguì il commissario – le auguro di risolvere al più presto il suo caso: se desidera sentirmi di nuovo, come testimone s’intende, può rintracciarmi al cellulare!”

Liventi annuì comprensivo. La Questura di ** era un piccolo mondo e tutti sapevano che Allegri, indagando sulla morte di Annalaura Bertoni, si era imbattuto in un gigolò di mezza età che aveva un fratello commissario.

Sapìa, uscendo dall’ufficio di Liventi, avvertì una piacevole sensazione di leggerezza.

“Sarà perché, una volta tanto, c’è di mezzo un cadavere ma non mi tocca leggere il referto dell’autopsia” si disse. Era un testimone, non doveva indagare.

Però quel delitto, consumato a pochi metri dalla sua macchina, in certo senso lo coinvolgeva personalmente: aveva parlato con la ragazza… forse, se avesse accettato le sue avances, quella poveretta non sarebbe neppure morta: una vita appena iniziata si era incrociata con la sua, per un attimo… prima di spengersi… due genitori, da qualche parte del mondo, avevano perso una figlia e ancora non lo sapevano mentre il colpevole magari era già al sicuro in qualche paese dell’Est, pronto a tornare per commettere nuovi omicidi.

Mentre guidava lungo la provinciale litoranea che da ** portava a Cala Marina Sapìa pensava agli eventi della notte e fremeva d’indignazione per l’ennesima ingiustizia che la disorganizzazione del mondo gli imponeva di sopportare: gli sfruttatori del racket appartenevano a una mafia internazionale che sequestrava, riduceva in schiavitù, uccideva… eppure venivano tollerati come se fossero i pittoreschi papponi di una volta!

“Sarebbe l’occasione giusta per dare una bella ripulita, saprei io come – pensò, sferrando un pugno al volante – invece mi tocca occuparmi di gigolò, viveur e tardone.”

“Maledetto Orlando!” mormorò tra i denti.

Continua…

 

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Rosanna Bogo