Prima Parte.

“Giacca, sciarpa, cappotto, cappello, guanti” mormorò tra sé il commissario Sapìa, avvicinandosi all’attaccapanni nel corridoio. Recitava quella giaculatoria per essere certo di indossare tutto il necessario, prima di chiudersi la porta di casa alle spalle.

Detestava perdere tempo in futilità come l’abbigliamento: la mattina, di solito, si preparava in fretta e, al momento di uscire, spesso dimenticava la giacca, la sciarpa oppure i guanti. La moglie sosteneva che, un giorno o l’altro, si sarebbe ritrovato in strada senza pantaloni.

Sapìa, citando la Bibbia, ribatteva che Dio aveva inventato i vestiti per punire il peccato originale: lui non pretendeva certo di passeggiare in costume adamitico ma, osservava, per tutelare il comune senso del pudore ed evitare il raffreddore potevano bastare un plaid oppure un perizoma… insomma, tra coprire le nudità e indossare un abito esisteva una bella differenza.

Vestirsi era, in sostanza, un’operazione di camuffamento sociale e richiedeva un grande impegno: faticose indagini nei cassetti e negli armadi, prove e riprove, valutazione degli accostamenti cromatici, reperimento di accessori coordinati. Così i panni volavano all’aria per ore finché l’immagine riflessa nello specchio non corrispondeva all’idea di sé che si voleva spacciare alla fiera della vanità, spesso abissalmente diversa dal dato reale.

Ovviamente anche Sapìa, in certe occasioni, si metteva in ghingheri: esequie, battesimi, matrimoni, incontri con il procuratore della Repubblica, testimonianze processuali o pellegrinaggi al superiore Ministero richiedevano un abbigliamento adeguato e solo un esibizionista si sarebbe presentato in certi posti vestito alla carlona. “Quando si sa che ‘è gradita la cravatta’ bisogna tirare fuori dall’armadio l’abito della domenica, senza fare storie”,  si diceva il commissario.

A volte, però, Sapìa scivolava nel vortice del look senza necessità e per un motivo che nulla aveva a che fare con la frenesia dell’apparenza modaiola. Sentiva all’improvviso il bisogno di indossare qualcosa di ‘giusto’ per compensare una fastidiosa sensazione d’inadeguatezza che poteva avere cause disparate… problemi di lavoro, preoccupazioni per la salute, pensieri negativi che, di tanto in tanto, evadevano dalla memoria e occupavano di prepotenza la coscienza.

Sapia, allora, diventava inquieto, incontentabile, irascibile: all’alba metteva sottosopra il guardaroba a caccia di un particolare indumento che ricordava di possedere ma aveva perso di vista da un po’ di tempo, svuotava lo stanzino per stanare vecchie scarpe che non metteva mai perché strette come una garrota e, se non trovava subito l’oggetto che aveva in mente, si spazientiva. Quella certa camicia diventava all’improvviso indispensabile per raggiungere l’Ufficio, la Stazione, il Tribunale e il commissario, in preda all’ansia, iniziava ad aggirarsi per la camera da letto come una belva in gabbia, urtava i mobili, inciampava nei tappetini, apriva nervosamente i cassetti e, armato di torcia, perquisiva tutti gli angoli della stanza alla ricerca del suo graal, imprecando a mezza voce contro chi gli nascondeva le cose.

In quei momenti invidiava persino i colleghi della Benemerita perché la divisa li sottraeva alla tentazione demoniaca di esercitare il libero arbitrio nel campo dell’abbigliamento.

La signora Edda, stanca di essere importunata all’alba per fornire informazioni atte a reperire qualcosa che, magari, ammuffiva nei magazzini della Caritas oppure si trovava nella cesta dei panni sporchi, da qualche anno aveva introdotto un sistema di vestizione ‘automatica’: la sera, prima di andare a letto, concordava con il marito la mise dell’indomani e sistemava in giro per la casa i vari indumenti secondo uno schema associativo-cronologico. La collocazione degli oggetti rispecchiava la successione delle operazioni e, da un punto di vista logistico, seguiva il percorso abituale di Sapìa: appena sveglio, al buio, il commissario si ficcava nel bagno e qui trovava mutande calzini e maglietta, poi tornava in camera da letto e, a tastoni, afferrava prima i pantaloni appesi all’anta dell’armadio più vicina alla porta, poi la gruccia con la camicia, agganciata alla maniglia dello sportello successivo; quindi si spostava nel corridoio, accendeva la luce e, guardandosi allo specchio, si annodava la cravatta che lo attendeva distesa sul mobile del telefono. Infine prendeva il gilet, posato sulla spalliera di una vicina sedia, e metteva le scarpe. L’operazione si concludeva davanti all’attaccapanni: Sapìa indossava i ‘capi spalla’ con i relativi optional di stagione e, finalmente, poteva uscire di casa.

Con il metodo ‘Edda’ sbagliarsi era impossibile e mancava il tempo o l’occasione  per cercare soluzioni alternative: tra il suono della sveglia e il rumore del portone di casa che si chiudeva non trascorrevano mai più di trenta minuti.

La preparazione delle escursioni pomeridiane e serali, naturalmente, richiedeva meno tempo: occorreva applicare solo il paragrafo finale del protocollo e, per sicurezza, la signora Sapìa aveva imposto al marito di imparare a mente la filastrocca ‘giacca, sciarpa, cappotto, cappello, guanti’.

Uno sforzo non da poco, considerato che la memoria era il tallone d’Achille del commissario. Già ai tempi della Prima Comunione il piccolo Italo si era dannato per imparare il Credo e, al momento della confessione, aveva fatto scena muta: si era scordato non solo l’elenco dei suoi peccatucci ma anche Atto di Dolore! una vera Caporetto! Per fortuna il parroco aveva chiuso un occhio, altrimenti sarebbe diventato il primo bambino bocciato in Catechismo nella storia della Chiesa postconciliare.

Sapìa, fermo davanti all’attaccapanni, guardò l’orologio appeso alla parete: erano le venti, poteva prendersela comoda. Indossò la giacca si accomodò con cura la sciarpa intorno al collo, accostando i lembi sul petto come se fosse un paramento sacro; quindi si mise il cappotto di loden, abbottonandosi fino alla gola. Poi infilò una mano in tasca per controllare che i guanti fossero al loro posto… a volte, rientrando dal lavoro li posava in camera o in salotto. Infine si calcò in testa il cappello, una vecchia lobbia con la falda abbassata da un lato.

Per sincerarsi di essere ‘a posto’ il commissario gettò un’occhiata nello specchio. La bocca si contrasse in una smorfia di autocommiserazione involontaria: l’uomo nella cornice di legno dorata ormai era un vecchio e, così abbigliato, aveva l’aria del senzatetto costretto a bardarsi come un esploratore polare per non morire assiderato… sembrava uno di quei poveracci imbacuccati che, ai margini della città, saltellavano intorno a falò improvvisati da prostitute in mise agostane.

Però, secondo Edda, quello era l’abbigliamento ‘giusto’ per un’escursione dicembrina.

Mentre rifletteva sugli inganni dell’apparenza e sui possibili punti di contatto tra un commissario e un barbone, la moglie gli gridò, dalla cucina:

“Hai messo anche il secondo paio di calze? lo sai che, se prendi freddo ai piedi, ti viene il raffreddore! Garantito!”

Sapìa si era illuso di passare inosservato come un ninjia ma, in realtà, Edda lo stava monitorando già da un po’.

“Le donne hanno un radar incorporato! – pensò stizzito Sapìa – altro che sgattaiolare fuori alla portoghese… ora mi tocca la rivista dell’ufficiale di picchetto.”

“Ma, insomma, le hai messe o no?” chiese di nuovo la moglie.

“Certo, ho addosso doppie calze e colbacco – rispose Sapìa – così faccio crepare d’invidia il dottor Zivago, quando ci incontriamo qui fuori, in mezzo alla steppa!”

“Scherza, scherza pure… ma il gelo è più pericoloso del fuoco, io lo so bene! – replicò la moglie, affacciandosi nel corridoio – con questa stagione si dovrebbero portare stivali foderati di pelliccia, altro che scarpe!

La signora Sapìa si considerava un’autorità in materia di protezione dal freddo per diritto ereditario: il nonno Alvise, ufficiale degli alpini, era scomparso tra i ghiacci della Russia nell’inverno del 1943 e la sua morte senza tomba incombeva sui discendenti come un’ombra oscura, una maledizione che, da un momento all’altro, poteva mietere nuove vittime.

Quando Edda vedeva cadere un fiocco di neve o notava una brusca discesa del termometro subito pensava alla sventura dell’avo disperso nel deserto bianco e costringeva i familiari a coprirsi in modo esagerato. Se poi qualcuno cercava di togliersi di dosso un capo troppo pesante, subito tirava fuori l’artiglieria:

“Fai come ti pare – diceva con aria di rimprovero – però, se il povero nonno avesse avuto quel giaccone o quei guanti oppure quella maglia… forse sarebbe ancora qui tra noi, poverino!”

Ovviamente l’ipotesi era del tutto campata in aria perché il capitano Alvise Primiero, classe 1907, probabilmente neanche con tre paia di calze e una troika foderata di pelliccia avrebbe raggiunto la veneranda età di 104 anni, però non si può mai dire…

Grazie all’argomento del nonno alpino, Edda riusciva a condizionare l’abbigliamento dei maschi di casa ma con Annalisa, la figlia maggiore, non la spuntava più. La ragazza voleva vestire trendy e pretendeva di indossare magliette corte e pantaloni a vita bassa, come tutte le sue amiche. Quando Sapìa la vedeva uscire in pieno inverno con i lombi e l’addome all’aria, rabbrividiva: le giovani donne, brave ragazze o peripatetiche, dovevano avere lo stesso sistema di termoregolazione dei pinguini e, quantomeno, erano in grado di sopportare stoicamente qualsiasi dolore imposto dalla moda e dal mestiere. Del resto, a vent’anni, gli ormoni erano benzina per i bollenti spiriti.

Sapìa però aveva varcato la cinquantina e non desiderava raggiungere anzitempo l’eroico nonno Alvise nel paradiso dei servitori della Patria così, pur mugugnando, seguiva i prudenti consigli della moglie.

Anche sua madre, del resto, temeva il freddo più del fuoco. Da bambino lo vestiva come il pupazzo della Michelin: maglietta a maniche lunghe, camicia, maglia, giaccone, passamontagna, berretto, guanti e mantellina incerata bianca con cappuccio… sembrava proprio il figlio di Bibendum!

Mentre aiutava Italo a vestirsi, la povera donna cercava di inculcare nella morbida mente del suo bambino alcuni sani principi: “ricordati, piccolo mio: per togliere c’è sempre tempo mentre per mettere bisogna avere”. Concetto logico valido universalmente e affine al noto detto popolare “nel più ci sta il meno”.

Anche la figlia si affacciò alla porta della cucina per salutare e, dopo un rapido controllo, si avvicinò al padre con la scusa del bacio filiale. In realtà intendeva dargli una ‘sistematina’: evidentemente si esercitava già a recitare il ruolo di moglie e madre.

“E così ti sei messo a fare la balia a Strambi – disse Annalisa, sbottonando il cappotto del padre per aggiustare la sciarpa, a suo avviso troppo stretta – ecco, ora sei a posto…  il cervello deve essere irrorato!”

Sapìa grugnì, come per dire che, nella sua testa, il sangue girava sempre a meraviglia.

“Ma che balia e balia! – replicò la signora Edda – tuo padre fa una buona azione, passa la notte di Natale in Ufficio per aiutare un collega, anche se non è in servizio: dovremmo prendere esempio da lui, invece di stare qui, rintanati al caldo e con la tavola apparecchiata!”

Sapìa assunse l’espressione dignitosa e indifferente che, nella pittura medievale, caratterizza i martiri sottoposti alle peggiori torture e uscì compiaciuto: non gli capitava spesso di essere additato come modello di abnegazione… soprattutto se non si stava affatto sacrificando.

 

Continua…

 

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Rosanna Bogo