Quarta e Ultima Parte.

Qui la Terza Parte.

I rapinatori non avevano un’aria professionale:

“Vigliacchi che se la prendono con quattro poveracci che stanno all’ospedale la notte della Vigilia e devono subire anche questo sopruso, come se non bastasse il male fisico – pensò irato Sapìa – così agitati di certo sono principianti… ancora più pericolosi… forse mirano all’armadietto della farmacia.”

I due balordi probabilmente avevano davvero in mente di rifornirsi gratuitamente di ‘roba’ ma, tanto per cominciare, si misero a ripulire i presenti.

Mentre il lungo, al centro della stanza, brandiva il taglierino, il bassetto iniziò a strappare catenine dal collo delle signore, rovistare nelle borsette e nei portafogli, sfilare gli anelli dalle dita.

Quando venne il turno di Pepito il delinquente però frugò invano. Irritato, colpì il povero Pampaloni in piena faccia con un pugno, poi gli assestò una ginocchiata nello stomaco e un paio di calci nelle gambe.

“Probabilmente è ‘fatto’ e non si controlla – pensò Sapìa – se avesse ancora qualche neurone in vita non perderebbe tempo a pestare un disgraziato senza un soldo in tasca, con il rischio di farsi beccare da un momento all’altro.”

L’aggredito, già stremato dal digiuno e non più giovane, subiva le percosse senza reagire.

“Lascialo stare, non vedi che è un morto di fame! – esclamò il commissario. Qualche legnata il Pampaloni se la meritava ma l’energumeno adesso stava esagerando! – perché non prendi il mio portafoglio?”

“Ma sì, hai ragione zio… chi sa quanta grana nascondi sotto quel bel cappottino da elfo” disse il rapinatore, infilando la mano nella tasca interna del loden di Sapìa.

Lo strafatto aprì con mani tremanti il portafogli: il commissario contava sull’effetto che avrebbe prodotto la vista del distintivo su quel mentecatto… non si aspettava certo di avere davanti un poliziotto e si sarebbe spaventato.

La sorpresa, in effetti, fece indietreggiare di qualche passo il rapinatore, dando a Sapìa lo spazio e il tempo per estrarre la pistola di Pepito: un giocattolo… ma chi poteva pensare che un commissario di Polizia andasse in giro con un’arma da bambini!

Il delinquente, convinto di trovarsi di fronte a una vera automatica, gridò al complice:

“Scappa, scappa Peppì, chillu è un figlien’trocchia.”

“Muovi un dito, Peppì, e ti mando a conoscere di persona San Gennaro” disse Sapìa con tono da duro del cinema noir. Piccole soddisfazioni del mestiere.

La coppia di balordi, vista la malaparata, alzò le mani e si arrese.

Il commissario però sapeva che, dopo il primo momento di confusione, avrebbero osservato con più attenzione la pistola e notato che era falsa: doveva escogitare subito un diversivo. Stava ancora riflettendo sul da farsi quando Morganti irruppe nella sala d’aspetto con la pistola in mano.

“Ma come sono felice di vederla, ispettore!” disse Sapìa, tirando un respiro di sollievo. Non amava le esperienze da brivido, l’adrenalina gli faceva venire l’acidità di stomaco.

In pochi minuti una volante si portò via i due rapinatori: al momento della separazione i pazienti applaudirono, Pepito invece salutò i colleghi con un sincero ‘vaffa’.

“Che grandissimi cornuti!” commentò, rivolto al commissario.

“Non ti è piaciuto, vero, stare dalla parte della vittima? spero che le legnate ti servano di lezione… scommetto che te la sei fatta sotto.”

“Figuriamoci, erano solo due fessi drogati… si sono spaventati per una pistola giocattolo… un trabiccolo che ho comprato dai cinesi!”

Morganti guardò Sapìa sbalordito.

“Al nostro amico piace scherzare, ispettore – minimizzò Sapìa – è una mia vecchia conoscenza, attualmente a piede libero: l’ho incontrato vicino alla Questura, si sentiva male e l’ho accompagnato qui… per far venire di corsa l’ambulanza mi sono inventato che era in arresto per tentata rapina.”

Pepito capì al volo la manovra e rimase in silenzio, accennando un complice sorriso di assenso.

“E’ un pregiudicato?” chiese Morganti.

“Al momento lo definirei un cittadino che ha saldato i conti con la giustizia e cerca di inserirsi di nuovo nella Società… un padre di famiglia che ha bisogno di aiuto per diventare un uomo nuovo… è appunto per questo che l’ho chiamata, Morganti. Lei fa il volontario in un centro di assistenza per ex detenuti e il signor Pampaloni non sta bene, ha bisogno di un alloggio e vorrebbe cambiare vita… magari potrebbe trovargli una sistemazione?”

“Così, su due piedi…”

“Non pretendo miracoli! Per stanotte il signor Pampaloni può rimanere in ospedale, i rapinatori l’hanno pestato di santa ragione… basta che abbia un posticino per domani mattina, va bene?”

“Vedrò cosa posso fare: a Natale i miracoli sono più semplici” rispose Morganti tutt’altro che convinto della veridicità del racconto. Aveva già intuito come si erano realmente svolti i fatti e si sentiva eccitato: gli eventi di quella sera avevano inferto una dura sconfitta al nichilismo del commissario capo Italo Sapìa, costringendolo ad ammettere che, a volte, i peccatori potevano ravvedersi, i delinquenti cambiare vita, i bisognosi trovare aiuto.

Dio, per fare della terra il regno dei cieli, aveva solo bisogno di un aiutino da parte di tutti gli uomini di buona volontà, Sfinge compresa.

Sapìa aveva l’impressione di leggere nella mente dell’ispettore: vedeva il flusso dei pensieri scorrere tra un neurone e l’altro, sentiva cigolare la catena delle deduzioni che, partendo dall’assioma dell’esistenza di Dio, sarebbe presto arrivata al neutrino e poi risalita a livello umano per trasformare il delinquente Pepito in un complice inconsapevole della Provvidenza. Il fratello sfortunato bisognoso di aiuto aveva toccato il cuore del miscredente e cinico Sapìa, divenuto il Buon Samaritano di turno.

“E così sia – mormorò tra sé il commissario, mettendo in moto la macchina – Morganti farà la sua opera di misericordia natalizia, io eviterò di mettermi in ridicolo davanti ai colleghi e Pepito potrà sprecare l’ennesima occasione di rifarsi una vita. Amen!”

Quando aprì la porta di casa Sapìa notò subito che le luci erano spente. I suoi, tornati dalla messa, avevano scartato i regali e già dormivano.

Senza fare rumore entrò in salotto. Non occorreva accendere luce, la capanna del presepe con il nuovo arrivato era illuminata e l’albero di Natale risplendeva di colori diversi: prima i led verdi, poi quelli rossi, infine quelli azzurri.

Il commissario, quasi ipnotizzato da quel ritmico brillare, sonnecchiò un paio d’ore sul divano; alle tre, indossò di nuovo giacca, sciarpa, cappotto, cappello, guanti e uscì. Era in ritardo di un’ora sulla tabella di marcia ma il giovane Strambi, alle prese con i feroci rapinatori del Pronto Soccorso, di certo non si era accorto della sua assenza.

Quando arrivò in Questura comprese subito che Morganti aveva già sparso la buona novella: grazie al peccatore Pepito Pampaloni, Dio aveva operato la miracolosa conversione del cuore di Sapìa.

Strambi lo accolse con entusiasmo:

“Mi avevano detto che, per fare il nostro mestiere, bisogna diventare duri quanto i delinquenti e mettere da parte i sentimenti – disse con foga il giovane Oscar – però, in certi momenti la bontà non si può nascondere.”

“Come la tosse e l’amore?” chiese ironico Sapìa.

“Stia tranquillo, dottore, non svelerò il suo segreto. Però mi permetta di dirle che lei è davvero una brava persona… sotto la corazza, s’intende. Ma chi si ferma alla superficie cosa capisce del mondo e degli uomini? Un bel niente.”

Sapìa subì rassegnato il panegirico di Strambi. Nei giorni successivi, di sicuro, anche il dottor Magliana, amico intimo di Morganti, l’avrebbe guardato in modo strano, lasciando capire di essere a conoscenza dei fatti. Se era fortunato, il suo processo di beatificazione si sarebbe consumato all’interno di quella piccola cerchia.

“Speriamo che gli altri la prendano a ridere, soprattutto Torrisi!” pensò il commissario salendo di nuovo in macchina.

Con questa nuova preoccupazione tra capo e collo tornò a casa e, finalmente, si mise a letto. Non aveva voglia di fare conversazione e cercò di infilarsi tra le coperte con le mosse di un contorsionista.

“Che è successo?” chiese la moglie. Aveva il sonno leggero e si svegliava facilmente.

“Niente, dormi Edda.”

“Ma come ‘niente’, hai detto che dovevi occuparti di una rapina!” osservò la moglie, ormai del tutto desta.

“Sì, due delinquenti hanno tentato una rapina al Pronto Soccorso, ora sono dentro.”

“Si meritano di passare una brutta notte di Natale!” osservò la moglie, sul punto di assopirsi di nuovo.

“Comunque sempre migliore della mia” disse il marito. La signora Edda non replicò: se avesse sentito quell’affermazione di certo si sarebbe preoccupata di sapere perché Italo si sentiva di quell’umore ma, per l’appunto, era già nel mondo dei sogni e così il commissario rimase a fissare il buio, nel silenzio. Ormai non aveva più neppure voglia di dormire.

FINE.

 

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Rosanna Bogo