Terza Parte.

Qui la Seconda Parte.

Sapìa varcò per la seconda volta la soglia della Questura con un po’ d’ansia. Sperava di trovare il collega arzillo ma Strambi, più che sveglio, appariva decisamente agitato: camminava avanti e indietro nel corridoio con occhi spiritati… evidentemente la triplice dose di caffeina aveva prodotto un effetto superiore alle aspettative.

L’ispettore di turno, seduto al posto del piantone, seguiva gli spostamenti di Strambi muovendo la testa come se assistesse a un incontro di tennis.

“Buon Natale, dottore” disse l’ispettore Boscoli, visibilmente sollevato dall’arrivo provvidenziale della Sfinge.

“Una volta tanto qualcuno sinceramente contento di vedermi” pensò Sapia.

“Rocchini è andato a prendere un altro caffè per il commissario, alla macchinetta” aggiunse Boscoli.

“Il caffè se lo può bere lei… il commissario Strambi viene con me” replicò Sapìa, trascinando Oscar nel suo ufficio: era più grande e più comodo dello stanzino del collega.

Alla vista del cibo l’insonne si tranquillizzò, forse aveva solo fame. Mangiarono con voracità, in silenzio, come animali.

“Tutto buonissimo, come a casa della mamma! Meno male che neanche a lei piace il pesce” commentò Oscar, a bocca piena, aprendo il contenitore dell’arrosto.

“Vuole le mie patate? la sera mi restano sullo stomaco” disse, mentendo, Sapìa. Si era accorto che il collega aveva già spazzolato tutto il contorno prima ancora di addentare la carne. Come i bambini… si ricordò che faceva così anche con i suoi figli, quando erano piccoli: lui fingeva di non avere più voglia di mangiare e le piccole manine si precipitavano nel suo piatto contendendosi le patatine.

“Se proprio non le digerisce… le prenderei volentieri” mormorò Oscar, servendosi senza ritegno.

Terminato il cenino natalizio, Sapìa si congedò.

“Mia moglie mi aspetta in chiesa, devo andare.”

“Auguro un Buon Natale a tutta la sua famiglia, dottore – disse Strambi, stringendo con calore la mano del collega – e ringrazi tanto la signora Edda, la sua cena era magnifica. E poi mi permetta di ringraziare anche lei: con me è stato buono come un padre… lo so che non vuole sentirselo dire perché non ama le sdolcinatezze, ma è vero.”

“Al massimo le consento di considerarmi la sua tata – si schernì Sapìa – ci rivediamo verso le due… e, mi raccomando, niente spumante nella saletta ristoro: beva aranciata, altrimenti, con gli intrugli che prende per dormire, si abbiocca di nuovo!”

Quando giunse in strada, Sapìa avvertì uno strano prurito al torace: non sulla pelle, dentro il petto. Si sentiva leggero come se avesse appena risolto un caso.

In cinque minuti raggiunse la piazzetta a due isolati dall’Ufficio dove, di solito, parcheggiava la macchina. Posti liberi nei dintorni della Questura quella sera non mancavano ma, a scanso di problemi, preferiva sempre mantenere attivi gli automatismi quotidiani.

Stava per aprire la portiera dell’auto quando una folata d’aria gelida gli fece volare via il cappello. Lo inseguì fino alla prima traversa, poi in una stradina secondaria. Faticava a correre dietro al farfarello dispettoso che aveva rubato la sua amata lobbia, ma non intendeva mollare la presa: rivoleva a tutti i costi quel cappello, non importava se il vento l’aveva trascinato nelle pozzanghere e sbattuto contro i muri. Alla fine riuscì a placcare il rapito con la punta della scarpa, approfittando di una strettoia tra il muro e un cassonetto dell’immondizia.

“Maledetta tramontana! – disse ad alta voce – per fortuna in giro non c’è nessuno, altrimenti sai che risate!”

Si calcò la lobbia in testa fino alle orecchie, tenendola ferma con ambedue le mani. Proprio in quel momento una voce nel buio, alle sue spalle, disse con tono imperioso:

“Caccia il portafoglio o ti sparo!”

Sapìa valutò in un secondo la situazione: si trovava in una stradina deserta e oscura, aveva le mani alzate e qualcuno gli premeva un tubo, probabilmente la canna di una pistola, nella schiena.

In casi del genere la prudenza suggeriva di consegnare quanto richiesto al rapinatore e lasciarlo scappare. In fondo il danno era limitato, si trattava di bloccare le carte di credito e rifare i documenti. Però, nel suo portafoglio, il delinquente avrebbe trovato anche il distintivo… un pegno che non si poteva lasciare in mano a delinquente.

Comunque non aveva modo di difendersi, con le arti marziali non se la diceva e la pistola era rimasta, come sempre, nel cassetto della scrivania, in ufficio… decise di mettere in pratica il piano b: intavolare una trattativa.

“Adesso mi volto, faccio piano piano e tengo le mani in vista” disse con voce calma.

“Niente scherzi o ti stendo secco” replicò il rapinatore con tono aggressivo.

Quando il commissario si trovò ‘faccia a faccia’ con il mascalzone che lo minacciava vide che era davvero armato.

“Dammi il portafoglio – ripeté l’uomo, agitando minacciosamente la pistola – che aspetti, bischero!

Il bizzarro insulto, associato a una voce rauca, da forte fumatore, e a una corporatura tozza, un po’ goffa, creò un cortocircuito nella mente di Sapìa. Aveva poca memoria per le preghiere, usciva senza guanti e arrivava tardi agli appuntamenti, però non dimenticava la fisionomia dei suoi clienti… un nome si materializzò davanti ai suoi occhi, come se guardasse una foto segnaletica: Pepito.

“Pampaloni Pietro detto Pepito!” esclamò Sapìa, sollevando la falda della lobbia che faceva ombra al suo viso.

“Commissario!” disse il malvivente, sgranando gli occhi per la meraviglia.

“Ti sei messo a rapinare i poliziotti, ma bravo, vecchio mio!” replicò Sapìa.

L’uomo non sapeva più che dire e farfugliava.

“Scommetto che la pistola è un giocattolo – disse il commissario – non sei il tipo di balordo che spara a vanvera. Certo si può sempre peggiorare: prima facevi scippi e furtarelli, ora sei alle scuole superiori… rapina aggravata… e ai danni di un pubblico ufficiale!”

“Ha ragione, per la pistola – disse Pepito, gettando a terra l’arma – ma per il resto no, è la prima volta che minaccio qualcuno… così.”

“E hai scelto proprio la notte di Natale per fare questo bel salto di qualità?! Ti sembra il momento giusto per rimetterci la pelle?… la tua, s’intende, brutto caprone!”

“Ma con quel giocattolo non potevo fare male a nessuno, dottore, neanche per sbaglio!”

“Appunto per questo sei un coglione, anzi un bischero, come dici tu… che ne sa chi passa per strada che sei un fesso: tu lo aggredisci con una semiautomatica a fulminanti e lui si sente autorizzato a spararti, ma con una pistola vera! E, se è nervoso, ti buca da parte a parte senza pensarci due volte.”

“Lo so, è una stupidaggine… ma che altro posso fare! – piagnucolò il Pampaloni – sono fuori da tre mesi e non ho un lavoro: devo campare anch’io!”

“Guarda un po’ che giustificazione originale, non l’ho mai sentita! – commentò Sapìa, ironico – ora mi racconterai che la tua vecchia madre è malata e devi mantenere cinque figli gemelli in fasce.”

“Ma è davvero così, mi creda! – esclamò quasi gridando Pepito – volevo portare un regalo di Natale al mio bambino.”

“Andiamo, vieni con me senza fare storie – disse bruscamente il commissario, afferrando il Pampaloni per un braccio – mi fai proprio cascare le braccia! e non metterci anche il carico della resistenza.”

“Dove mi porta?” chiese il mancato rapinatore.

“In parrocchia.”

“In chiesa ?” disse Pepito, perplesso.

“Ma che chiesa e chiesa! In Questura!” gridò Sapìa, raccogliendo da terra la pistola giocattolo: era pur sempre una prova.

Il prigioniero si lasciò trascinare docilmente per qualche metro, poi appoggiò una mano al muro, ansimando. Trovò a fatica il fiato per mormorare:

“Non ce la faccio più, commissario… non mangio da tre giorni, mi gira la testa.”

Sapìa stava per partire alla carica ma incrociò lo sguardo davvero sofferente di Pepito. Lo conosceva da molti anni, in certo senso erano invecchiati insieme… non aveva la stoffa del vero criminale: si poteva definire un proletario della delinquenza, un paria ai margini della malavita organizzata. Se fosse nato in una famiglia diversa e in un altro quartiere avrebbe fatto l’operaio o il contadino, senza biasimo e senza lode. Era il soggetto giusto per dimostrare la validità della sua teoria determinista: il destino dell’uomo lo decide il cielo, ovvero il caso.

Intanto Pepito era scivolato a terra, svenuto. Sapìa, accertata la genuinità del malore, chiamò il 118. Si qualificò per ottenere un rapido soccorso: la Notte di Natale l’eccesso di bontà opera a danno dell’efficienza.

In macchina seguì l’ambulanza che portava il suo prigioniero all’ospedale: un abbassamento di pressione dovuto a carenza di zuccheri non richiedeva di certo un ricovero, però era sempre più prudente fare qualche controllo.

Il Pronto Soccorso era affollato e Pepito, codice verde, fu invitato ad accomodarsi in sala d’attesa. All’improvviso Sapìa si ricordò del suo appuntamento davanti alla chiesa. Mancavano ormai pochi minuti a mezzanotte: la moglie lo aveva generosamente salvato dalla cena in famiglia, non meritava certo di rimanere delusa anche questa volta!

Poteva affidare il Pampaloni al posto di guardia dell’ospedale, ma doveva chiamare l’agente, raccontare l’accaduto, mettere in agitazione gli altri pazienti, insomma creare un certo scompiglio. E poi, l’indomani, gli toccava scrivere un rapporto, spiegare per filo e per segno che un piccolo balordo aveva tentato di rapinarlo… i colleghi si sarebbero sganasciati dalle risate.

Che andasse al diavolo, Pepito con tutta la sua razza di mezzi delinquenti sfigati. All’improvviso Sapìa si ricordò dell’ispettore Morganti e del barbone che aveva salvato dalla strada, lo zio Ed, un poveraccio testimone di un brutale omicidio.

Decise di coinvolgere il serafico difensore della legge nel suo guaio: se era fortunato riusciva a passargli la patata bollente e correre in chiesa in tempo per l’ite missa est

“E’ mezzanotte, dottore! – bisbigliò Morganti – sono a messa, non posso parlare.”

“Ho bisogno di lei: – disse Sapìa con voce bassa ma decisa – venga al Pronto Soccorso del Policlinico, con urgenza.”

“Ma devo riaccompagnare mia moglie e il bimbo a casa in macchina!”

“Mi stupisco di lei! Non lo sa che la fede non basta? ci vogliono anche le opere, lo dice San Paolo. Mi serve qui, subito.”

“Una disgrazia?” chiese preoccupato l’ispettore.

“Venga e vedrà con i suoi occhi se valeva la pena di disturbarla” rispose enigmatico Sapìa, chiudendo la comunicazione.

Emergenza, pericolo, soccorso erano parole che agivano sul subconscio di Morganti come magneti: il commissario era certo che l’ispettore si sarebbe precipitato lì in pochi minuti.

Rimaneva ancora in sospeso la questione dell’appuntamento: Sapìa chiamò la moglie:

“Scusami, Edda, sono in ritardo… è capitato un problema, una tentata rapina a mano armata – si giustificò – ma non ti preoccupare, roba da poco, arrivo tra una mezz’ora.”

La telefonata era rassicurante ma il tono della voce sottintendeva, volutamente, che si trattava di una faccenda grave.

La signora Edda non fece storie: dopo il primo anno di matrimonio aveva capito che le promesse del marito erano, al massimo, buone intenzioni e non se la prendeva più. Era ancora tutto intero e in salute, il resto aveva poca importanza.

“Non importa, se fai tardi noi torniamo a casa con mio fratello… Buon Natale, Italo” disse la moglie senza rancore.

Sapìa, sollevato, si accomodò di nuovo accanto a Pepito prima, però, prese al distributore una ciambella e un caffè bollente.

“Mangia – disse al suo prigioniero – e ringrazia la Convenzione di Ginevra.”

Pampaloni sorrise e, cogliendo uno spiraglio di benevolenza nel sarcasmo del commissario, iniziò a raccontare la sua triste storia:

“Lei ha moglie e figli, dottore?… sì… allora mi può capire. Quando sono uscito di galera, la quarta volta, ho incontrato una brava ragazza… non sapeva nulla del mio passato, accanto a lei potevo ricominciare a vivere davvero da zero. Per un po’ ho rigato diritto ma poi ci sono ricascato… alla prima complicazione ho ceduto: la disonestà è come un vizio, quando ce l’hai te lo tieni. Niente di speciale, furti su commissione nei negozi ma, dopo tre mesi, mi hanno beccato: lei lo sa che non sono bravo nel mio mestiere. Insomma, mia moglie ha scoperto tutto e se n’è andato, portandosi via il nostro bambino. Non vedo mio figlio da un anno.”

“Non per farmi i fatti tuoi – disse Sapìa – ma perché hai preso moglie fuori dal tuo ambiente?”

“Speravo di cambiare! L’amore fa questi scherzi” rispose mestamente il Pampaloni.

Sapìa stava per rispondere che l’amore, a volte, faceva anche miracoli ma un rumore violento lo distrasse. Come tutti i presenti si voltò verso la porta.

Due individui con un paracollo tirato fin sopra al naso erano entrati nella sala d’aspetto rovesciando il portaombrelli.

“Fermi tutti – gridò il più alto della coppia, brandendo un taglierino – chi tocca il cellulare lo sgozzo!”.

 

Continua…

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Rosanna Bogo