Seconda Parte.

Qui la Prima Parte.

Da molti anni il commissario Sapìa trascorreva la sera del 24 dicembre in Questura.

Non era vittima di un’imposizione vessatoria dei superiori e, tantomeno, si sacrificava per compiacere i colleghi, semplicemente trovava piacevole svolgere quel servizio, considerato dall’universo mondo tanto disagiato da meritare un sostanzioso compenso extra.

Quando Sapìa, volenteroso Vicecommissario in carica solo da cinque mesi, per la prima volta si era ritrovato di turno nella notte di Natale, aveva accettato di buon grado la corvè: era un neoassunto e doveva concedere ai colleghi più anziani la possibilità di trascorrere le feste in famiglia, una volta tanto. Poi, però, con grande sorpresa, aveva scoperto che passare in Ufficio la Vigilia non solo non era affatto sgradevole ma, da un punto di vista sociale, veniva considerato un comportamento legittimo, se non addirittura lodevole. Mentre le ‘persone normali’ precipitavano nel caos delle riunioni di famiglia abbuffandosi fino alla nausea di tartine in attesa del cenone, un servitore dello Stato in servizio poteva sottrarsi all’obbligo di recitare la pantomima buonista davanti all’albero di Natale senza scandalizzare il parentado o meritarsi l’appellativo di misantropo.

Così, in seguito, Sapìa aveva chiesto di svolgere volontariamente il turno natalizio: se tutto rimaneva tranquillo in città, trascorreva una Vigilia silenziosa, sobria, rilassante…e senza postumi digestivi: quella sì era davvero una Notte Santa!

La moglie, dopo la terza assenza consecutiva, aveva capito che il marito non era perseguitato da superiori malvagi e si era rassegnata all’idea di non averlo a cena per l’occasione. Il Bambinello sarebbe nato anche senza di lui.

Già nei primi mesi di fidanzamento aveva notato che il suo Italo non si comportava come gli altri innamorati: era introverso, riservato e pieno idiosincrasie però, con tutte le sue stranezze, non superava mai il limite della convenienza e, nelle situazioni importanti, si dimostrava affidabile e capace.

Soppesati i pro e i contro, Edda aveva deciso di sposare ugualmente l’insolito spasimante illudendosi che il matrimonio fosse la lima giusta per smussare gli angoli di un carattere spigoloso. Naturalmente Sapìa non mutò affatto e, dopo la nascita di Annalisa, la moglie decise di tenerselo così com’era, facendo buona faccia a cattivo gioco.

La madre Egle, invece, non appena si rese conto di avere messo la figlia nelle mani di un uomo men che perfetto, gli dichiarò guerra: non intendeva accettare un genero sui generis. Ai suoi occhi il ‘questurino’ aveva solo difetti: era un orso, un rospo, uno scorbutico, un bastiancontrario, un misantropo, un meschino, un Barbablù che rendeva impossibile la vita della povera Edda e dei tre sventurati figli.

“Italo non è sociale”, sentenziava, zia Domitilla, sorella di Egle, bollando il marito della nipote con il marchio infamante di nemico del popolo.

Sapìa trovava risibili le critiche delle due vecchie signore e, incurante della loro scandalizzata reazione, anno dopo anno festeggiava con immutata soddisfazione la Vigilia in Ufficio… dopo tutto, non faceva male a nessuno e beneficava se stesso.

Le accuse mosse dalle sorelle Primiero, in effetti, erano in gran parte motivate ma la loro condanna non teneva conto delle attenuanti e, nella contabilità coniugale, i meriti valgono sempre il doippio dei difetti.

“Non bevo, non vado al bar, non gioco a carte, non corro dietro alle donne – si lamentava Sapìa con la moglie – sono il ritratto del marito ideale eppure tua madre mi considera un Barabba: per lei conta solo l’apparenza.”

Edda sorrideva e, in cuor suo, dava ragione al marito, però taceva per non rompere il fronte: dopo tutto, nelle piccole guerre domestiche, la signora Egle era un’alleata di tutto rispetto.

Su un difetto però le opinioni di parenti, familiari e conoscenti del commissario concordavano incondizionatamente: Italo era un insopportabile tediosissimo abitudinario.

Sapìa, in realtà, aveva un carattere imprevedibile. Da bambino detestava annoiarsi ma era anche molto distratto e così perdeva i giocattoli, dimenticava di fare i compiti, lasciava a casa il quaderno o il libro, saliva sull’autobus sbagliato. Divenuto adulto, per evitare guai peggiori, aveva imparato a gestire la propria vita in modo ripetitivo: suppliva al deficit di attenzione e di memoria applicando la stessa procedura standard a tutte le operazioni simili. Faceva sempre le stesse cose nello stesso modo e così sapeva sempre cosa aveva fatto anche se non ricordava di averlo fatto e faceva tutto quello che doveva fare anche se aveva la testa altrove. Insomma, era diventato abitudinario per praticità e, alla lunga, il metodo aveva preso il posto della natura.

Sapìa parcheggiava sempre in una certa zona per evitare di vagare ore alla ricerca della macchina, non spostava mai gli oggetti d’uso quotidiano dal loro posto e sapeva in anticipo cosa avrebbe fatto il primo di luglio, la mattina di Capodanno e, naturalmente, la sera della Vigilia. Il rituale del 24 dicembre però era speciale perché aveva anche un valore scaramantico: se tutto filava liscio come sempre anche l’anno a venire non avrebbe riservato cattive sorprese.

A sera della Viglia, alle diciannove, immancabilmente Sapìa faceva uno spuntino, prendeva il caffè guardando il telegiornale e poi usciva per andare al lavoro.

Appena varcata la soglia della Questura criticava scherzosamente lo striminzito alberello di plastica che adornava l’ingresso, lo stesso da vent’anni, elogiando nel contempo lo spirito d’abnegazione dei ‘poveracci’ in servizio. I presenti, già rattristati dall’ingiusto ostracismo che li escludeva dalla gioia collettiva, fingevano di non sentire i suoi ironici commenti.

Il commissario ascoltava il rapporto dell’ispettore di turno, dava qualche disposizione e contribuiva alla colletta per l’acquisto del panettone che avrebbero consumato, tutti insieme, a mezzanotte. Questione di due o tre minuti, auguri pro forma, sbadigli e un ditale di spumante offerto, per tradizione, dal più giovane in servizio.

Poi si chiudeva nel suo ufficio e lì, salvo intoppi, trascorreva il resto della serata. Univa due poltroncine creando un’improvvisata ‘dormeuse’ e, dato che il riscaldamento era al minimo, si copriva con il cappotto. Per confortarsi, teneva a portata di mano un termos di caffè e biscotti.

Alle nove tirava fuori un pacchetto che aveva portato da casa… il regalo di Natale della moglie. Sempre lo stesso eppure sempre diverso: un libro.

Tra la signora Sapìa e la letteratura non correva buon sangue però Edda si preoccupava che il marito avesse sottomano un libro adatto per la sera di Natale, un best seller non troppo stupido e lungo per risparmiare le meningi e gli occhi.

Aveva idee chiare in mente ma, consapevole dei propri limiti culturali, affidava la scelta del titolo al commesso della libreria. Era un po’ come dire al macellaio “una fettina per la pizzaiola”: spettava all’esperto negoziante soddisfare le esigenze della cliente e tagliare la carne!

Verso le undici, per non sembrare un arido egotista, il commissario faceva una breve apparizione domestica: un quarto d’ora di giulebbe natalizio si poteva anche sopportare! Salutava Edda e i figli, la suocera Egle, la zia Domitilla, i cognati e i nipoti, come tutti gli anni ospiti a cena, e se ne tornava in Ufficio.

Quando spariva nel buio gelido della notte, i parenti della moglie lo guardavano, una volta tanto, con ammirazione: in quel momento vedevano in lui un servitore dello Stato che si sacrificava per la patria, eroico quasi quanto il povero capitano Alvise Primiero.

Come abbigliamento forse si somigliavano, ma il novello Comandante Nobile non stringeva sottobraccio la cagnetta Titina bensì una borsa termica ricolma di antipasti, pasta al forno, arrosto con patate e dolce: il rancio della Vigilia.

Sapìa consumava in solitudine, seduto alla scrivania del suo uffico, le leccornie preparate dalle donne di casa e, un minuto prima della mezzanotte, si presentava nella saletta ristoro per brindare con gli agenti e l’ispettore di turno… alla faccia del regolamento. Poi, se la città rimaneva tranquilla, dormicchiava qualche ora, fino all’alba.

Insomma, il 24 dicembre era uno dei giorni, anzi delle notti, che Sapìa preferiva.

Il Vicequestore Torrisi, però, aveva improvvisamente deciso di guastare l’idillio natalizio del suo funzionario. Non approvava che un servizio a turnazione fosse svolto sempre dalla stessa persona benché volontaria: era una situazione troppo logica, quindi contraria al Regolamento e allo spirito della Pubblica Amministrazione.

Così, all’inizio di dicembre Torrisi aveva convocato Sapìa:

“Quest’anno, caro dottore, lei passerà la notte di Natale in famiglia, come tutti – aveva esordito, con finta premura – è un suo diritto e, direi, anche un mio dovere, come responsabile del benessere psico-fisico del Personale.”

“Ma per me non è un sacrificio – aveva prontamente replicato Sapìa, insospettito dal tono benevolo del superiore – le riunioni conviviali mi annoiano… almeno al lavoro sono utile… anche ai colleghi che hanno impegni di famiglia.”

“Già, i colleghi a parole sono contenti – aveva insinuato il Vicequestore – ma poi vengono a lamentarsi da me… il compenso accessorio per il superfestivo fa gola a tutti… le gelosie ci sono sempre… il nostro ambiente, lo sa, è un covo di vipere!”

“Se qualcuno vuole lavorare il 24 sera si faccia pure avanti e io rinuncio!” aveva esclamato Sapìa, indignato dall’allusione di Torrisi ad un presunto tornaconto economico. Tutti sapevano che passava la notte di Natale in Questura per evitare le formalità della festa, non certo per una miseria di stipendio accessorio.

“La turnazione è prevista dal regolamento – aveva sentenziato Torrisi, tagliando corto – insomma, la sera di Natale sarà in servizio il dottor Strambi: deve fare pratica e poi qui non ha parenti, passerebbe comunque la notte da solo… e lei potrà finalmente godersi una serena Vigilia con i suoi!”.

Sapìa, in linea di principio, concordava con il suo capo: l’ultimo arrivato doveva sobbarcarsi i lavori peggiori, però bisognava guardare un po’ di fino la pezza di stoffa prima di tagliare il vestito! Strambi era giovane, inesperto e nessuno lo conosceva davvero: forse non aveva abbastanza pratica per gestire un’eventuale situazione di crisi.

Il commissario decise di tentare la carta del pivello.

“Ha ragione, signor Vicequestore, Natale è un momento difficile per chi non vive in famiglia – disse, tastando la solidità del terreno prima di avanzare con l’artiglieria – la felicità degli altri rende insopportabile la solitudine.”

“E con questo?” chiese Torrisi incuriosito. Non capiva dove stava andando a parare la Sfinge.

“Beh… il dottor Strambi ultimamente è un po’ depresso… si scontra con le prime difficoltà del nostro mestiere e tende a scoraggiarsi… di fronte a un’emergenza potrebbe anche reagire male, in modo imprevedibile.”

Torrisi, per carattere prudente fino alla pavidità, afferrò subito il messaggio. Non poteva lasciare la Questura in mano a un disgraziato capace di tirarsi una revolverata alla testa per festeggiare il Santo Natale. In effetti bastava un’occhiata per capire che Strambi viveva perennemente sotto stress: si mordeva le dita a sangue, rimaneva in silenzio per ore, non parlava mai di donne… era una bomba a orologeria innescata.

“E lei cosa suggerisce di fare, con Strambi?” domandò Torrisi, conciliante.

Sapìa avrebbe voluto rispondere “maneggiare con cura, pericolo esplosione” ma si trattenne: doveva mostrarsi paternamente preoccupato.

“Se il turno è già di Strambi, l’assegnazione non si può revocare, sarebbe una manifestazione di mancanza di fiducia offensiva – osservò con pacatezza – però si potrebbe risolvere il problema affidando a un funzionario anziano il compito di dare un’occhiata e, al bisogno, un consiglio al giovanotto… in forma amichevole, s’intende.”

“Indovino già quale nome suggerirebbe – replicò ironico Torrisi – se proprio ci tiene, la metto reperibile, avrà solo quel compenso, poi faccia pure come crede.”

“Non intendo starmene a casa tutta la sera – disse Sapìa, soddisfatto di avere centrato il bersaglio con tanta facilità – mi presenterò due o tre volte in Questura, con una scusa, per vedere se Strambi regge bene la tensione e la mancanza di sonno… sa, quel ragazzo dorme poco e male: si sveglia sempre all’alba… per questo alle sette è già in Ufficio.”

Torrisi annuì, contento di avere salvato la faccia di fronte ai suoi sottoposti: quel Natale Sapìa non avrebbe riscosso l’indennità accessoria ma solo la reperibilità… se poi voleva lavorare gratis et amore dei al posto di Strambi, fatti suoi!

Così, per la prima volta in tanti anni, Sapìa si ritrovò in famiglia la sera della Vigilia.

I parenti di Edda suonarono alla porta di casa verso le otto. Dopo i soliti baci e abbracci i presenti si divisero e, come militari in manovra, raggiunsero le loro postazioni: la moglie, la figlia, la suocera, la zia, la cognata si chiusero in cucina, il figlio Fredo portò i cugini Stefano e Alvise a giocare con il computer in camera, i nipoti più piccoli con Paolino, il figlio minore, si dedicarono alla messa a punto del presepe.

I cognati evidentemente facevano parte delle furerie perché si stravaccarono sul divano davanti al televisore con l’aria più scioperata del mondo: avevano portato da casa un cd con una partita di campionato registrata.

Era il momento giusto per sparire, pensò Sapìa. Ovviamente sarebbe tornato subito, il tempo di controllare se tutto filava liscio in Questura. Nessuno avrebbe notato la sua mancanza e, alle nove, contava di trovarsi di nuovo a casa. Poi, verso le dieci e mezzo, poteva fare un’altra scappata, con la scusa di portare al povero Strambi il rancio: la moglie, cuore di mamma, si era offerta di preparargli un panierino, di sicuro strapieno.

“Così il piccolo Oscar potrà abbuffarsi in santa pace con la sua razione K – pensò Sapìa –  pasta al forno e arrosto misto con patate… mentre io, sarò a tavola con le sorelle Primiero e, a mezzanotte, dovrò presentarmi a rapporto in chiesa.”

La supposizione di non essere notato perché presente in via eccezionale aveva però poco fondamento: la moglie si era accorta dei suoi preparativi ma, dato che aveva già messo in conto un’uscita del marito prima dell’ora concordata per il ‘sopralluogo’ in Questura, non si irritò.

“Italo si annoia, non sopporta lo sport, figurati se si mette in poltrona a guardare la partita con gli altri” aveva detto la signora Edda alla madre, per giustificare l’ennesima  ‘scorrettezza’ di Italo.

“Chi non si sopporta il peso della famiglia non deve sposarsi” aveva replicato la signora Egle.

“E se voleva fare l’eremita, doveva andare frate a Vallombrosa” aveva aggiunto la zia Domitilla.

Il commissario raggiunse la Questura in pochi minuti. Prima di varcare il portone guardò l’orologio. Era in anticipo ma non si stupì: la sera della Vigilia, dopo le otto, le strade si svuotavano e la città sembrava disabitata, come se fosse incantata o devastata da una pestilenza:

“Questo è il silenzio che si deve sentire dopo lo scoppio di una bomba atomica” pensò all’improvviso Sapìa e una strana tristezza gli strinse il cuore.

Come ogni anno espresse la sua opinione sull’albero e ironizzò sui colleghi presenti. L’ispettore Boscoli sembrava stranamente contento di vederlo e gli andò incontro ma non per salutarlo: con tono preoccupato gli sussurrò all’orecchio che non vedeva ‘il dottore’ da almeno mezz’ora. Evidentemente Torrisi aveva chiesto anche ad altri di sorvegliare il neocommissario di turno.

Sapìa entrò nell’ex stanzino adibito a ufficio di Strambi con un brutto presentimento. Si stupì di non vedere nessuno seduto al tavolo da lavoro, nonostante la lampada fosse accesa… si guardò intorno perplesso… forse il ragazzo era al bagno. Poi notò una scarpa che sbucava da dietro la scrivania.

Si avvicinò con il cuore in gola: Strambi era a terra, immobile. Ecco cosa succedeva a lasciare un depresso da solo la notte di Natale!

Si piegò per sentire il polso del giacente ma, quando allungò la mano, il presunto morto si scosse e aprì gli occhi, meravigliato.

“Ah, è lei, dottore” disse con voce impastata.

“Ma non soffriva d’insonnia, Strambi?” chiese Sapià bruscamente.

“Certo che sì, prendo sempre un sedativo verso le otto, ma serve a poco” rispose, rialzandosi, Strambi. Sembrava ancora un po’ intontito.

“Guarda che caso proprio oggi ha funzionato a meraviglia! Ma che le è saltato a mente! – lo rimproverò Sapìa – prendere un sonnifero quando fa il turno di notte! roba da corte marziale!”

“Non siamo più militari, dottore” osservò Strambi, ormai del tutto sveglio.

“Bene, allora roba da prendersi tre mesi di sospensione dallo stipendio – replicò il commissario, infuriato da tanta innocente impertinenza – ma, per questa volta, non dirò a Torrisi che si diverte a fare il morto in ufficio e dorme per terra come i cani… a Natale voglio essere buono.”

“E’ stato un colpo di sonno, mi sono sdraiato solo per un momento!” si difese Oscar.

“Il colpo, qui, l’ho preso io quando sono entrato – disse Sapìa, uscendo dall’ufficio – e non si permetta mai più di fare scherzi del genere!”

“Quando torna?” domandò timidamente Strambi. Temeva di essersi giocato il promesso cestino delle undici.

“Come avevamo concordato… alle undici… ma veda di non farsi trovare appeso al lampadario, tanto per ridere!” rispose Sapìa, sbattendo la porta.

Si diresse verso il gabbiotto della portineria: il piantone era concentrato su un rebus della “Settimana enigmistica” particolarmente ostico e non lo sentì arrivare.

“Mi concede un attimo del suo tempo, agente?” domandò con tono sarcastico Sapìa.

“Certo, dottore, mi scusi” esclamò il piantone, schizzando in piedi sull’attenti. Di solito la Sfinge, dopo aver sbattuto una porta, infilava l’uscita infuriato, senza guardare in faccia nessuno.

“Dovrebbe farmi un piacere, Rocchini… porti il caffè al dottor Strambi: uno ogni mezz’ora – disse Sapìa, posando dieci euro sul bancone – con il resto si prenda anche lei un paio di caffè: qui c’è troppa calma, sembra di stare all’obitorio!”

Il commissario rientrò a casa poco dopo le nove. La situazione logistica non era mutata: donne in cucina, uomini davanti al televisore, minori intenti a giocare.

Per passare il tempo Sapìa prese dalla montagnola colorata dei regali il pacchetto con il libro preparato dalla moglie e lo aprì.

“Che fai, Italo! – esclamò scandalizzato il marito della cognata Marisa – sono solo le nove!”

“Ti confesso un segreto, Raimondo – disse Sapìa, continuando a scartare – Babbo Natale è un’invenzione della Coca Cola, non occorre aspettare che passi la sua slitta volante per vedere i regali.”

“Insomma, così rovini la sorpresa – si intromise l’altro cognato Osvaldo, fratello di Edda – per tradizione i regali si aprono a mezzanotte: i doni sono il bello della festa!”

“Ma guarda! credevo fosse il Natale di Gesù, invece è San Regalo!”

“Piantala, Italo – disse la suocera entrando in salotto con un vassoio di frutta secca – quando la smetterai di fare il rompiscatole! Se non ci sei ci dispiace ma se ci sei ci dispiace anche di più!”

Sapìa non replicò. Stava sfogliando con grande interesse il suo nuovo libro: “Le campane di Bicêtre” di Simenon.

“Non tocco nient’altro, promesso – disse, dopo qualche secondo – e la ringrazio, mammina, per l’affettuoso apprezzamento!”

“E’ la verità – replicò la suocera – avrai anche dei pregi ma sei un guastafeste! lo sappiamo tutti che non ti piacciono le riunioni di famiglia, è il tuo bel carattere, ma almeno non rovinarci il divertimento!”

Sapìa lasciò cadere l’argomento e si concentrò nella lettura. Rimase tranquillamente sdraiato in poltrona fino alle undici, quando la moglie gli consegnò la cena di Natale per Strambi.

“Ho preparato doppia porzione di tutto – disse Edda – così, se vuoi, puoi rimanere con il tuo collega… non preoccuparti per noi, siamo abituati a passare la Vigilia senza di te. Però mi raccomando: presentati in chiesa a mezzanotte!”

“Vengo di sicuro… se tutto fila liscio – rispose Sapìa riconoscente per la grazia ricevuta – altrimenti non posso lasciare Strambi da solo: è il suo primo servizio superfestivo.”

“Ma che vuoi che succeda…la Notte Santa!”

“Hai proprio una strana idea del mondo, Edda – replicò il commissario, preparandosi ad uscire – credi che Natale renda tutti buoni e felici… invece, è vero il contrario: durante le Feste i depressi si ammazzano con più piacere, le abbondanti libagioni eccitano l’aggressività e non c’è momento migliore di un pranzo in famiglia per regolare a pistolettate i conti tra parenti. Presenti esclusi, s’intende.”

Continua…

 

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Rosanna Bogo