Picnic

La signora Maria arrivò portando con sé una sediolina impagliata e una busta di tela chiara con il lavoro a maglia; era una donna bassa e pingue; i capelli, non ancora completamente bianchi nonostante l’età, erano raccolti in uno chignon alto sulla nuca. Giunta vicino al gruppetto salutò tutti con un cenno della testa, si accomodò sulla sua sedia poi tirò fuori i ferri con un lavoro già iniziato e cominciò subito a sferruzzare.

«E il tuo Martino, quant’è che non lo vedi?» le chiese la sorella Adele che era arrivata col marito Giovanni un po’ prima di lei e si era seduta in quella zona più illuminata, dove poteva lavorare a maglia più a suo agio. «Da qualche giorno – rispose Maria – ma ci sentiamo tutte le sere.» «Sta bene» proseguì, osservando da sopra gli occhiali il cognato che, già un po’ annoiato, si guardava intorno cercando qualche conoscente. «E’ presto, Giovanni – fece Maria – la festa è cominciata ora e i vecchietti come noi ce ne mettono di tempo ad arrivare. Io vengo da vicino, ma i tuoi amici chissà quanta strada devono fare!»

Giovanni si appoggiò allo schienale della panchina, le grandi mani aperte con le palme appoggiate sullo spesso velluto dei pantaloni marroni. Faceva freddo, come quasi sempre in occasione della festa annuale, e  si era vestito con attenzione: la bronchite era sempre in agguato ma lui non poteva mancare a quella riunione.

Qua e là erano stati accesi i primi fuochi, gruppetti di persone si fermavano a parlare, qualcuno si sedeva vicino ai conoscenti sulle panchine oppure sulle sedie che i più previdenti si erano portati appresso e avevano disposto a gruppi sotto i vecchi alberi, dritti e scuri, che di giorno ombreggiavano tutta la spianata.

Un paio di figure nere si spostavano con più determinazione e meno indolenza degli altri: erano due preti che, riconoscendo via via i propri parrocchiani, si fermavano a informarsi delle faccende delle loro pecorelle, passando da un gruppo all’altro senza mai far mancare un gesto di benedizione.

Nel vialetto vicino si vedevano muovere in lontananza le luci flebili e intermittenti di qualche bicicletta: c’erano dei fanatici del velocipede che non abbandonavano mai il loro amato mezzo e lo avevano portato anche alla festa.

«Ma chi è, l’Adamo?» chiese una ragazzona occhialuta che stava seduta tutta compunta con i genitori a un tavolo accanto a quello di Adele e Maria. Giovanni, a quasi novant’anni, senza occhiali ci vedeva ancora come un’aquila: «No, quel matto non si è ancora visto stasera e chissà se verrà. Quello è “l’Inglese”» rispose, voltandosi verso la ragazza; avvicinò la sedia al tavolo e poggiò sul marmo il ponce bollente che stava bevendo: forse aveva trovato con chi fare conversazione, in attesa di veder passare qualcuno dei suoi compagni per poter discutere degli ultimi avvenimenti di politica. «L’Adamo, una volta o l’altra, a forza di andare in bici sul viale contromano…. »

Il babbo della ragazza, sessant’anni scarsi, i capelli lanosi e bianchi bianchi, una faccia rosa e liscia come un ventenne, aspettava che il suo caffè, ancora troppo caldo, si raffreddasse un poco. «Ah, ma siete il Ciarli, quello della Banca. – fece Giovanni – Scusate, ma non vi avevo riconosciuto, ero sovrappensiero…»

«Eh, l’Adamo il matto lo fa… Così prende la pensione e va in giro a comportarsi come gli pare. Ma i nipoti mica lo hanno interdetto, sapete» girò un paio di volte il cucchiaino nella tazzina, fissando il liquido nero che fumava: era incerto se raccontare un piccolo segreto d’ufficio. «In banca da noi, oltre al conto, ha anche un bel ‘paniere’ di titoli». «L’Adamo? Ma davvero?» a Giovanni non sembrava possibile. Il Ciarli assentì, guardando la moglie come a chiederle conferma, bevve un sorso di caffè, posò di nuovo la tazzina e fece con la mano un gesto, come a dire: e poi quanti!

«Sempre con quella bici! Eh, Luigi?». Luigi si era fermato a salutare: conosceva molto bene Giovanni e col Ciarli aveva rapporti di lavoro, per via del suo negozio.

«Vostro genero dove l’avete, Giovanni? – si informò Luigi – è un po’ che non lo vedo, spero davvero di incontrarlo stasera: ho voglia di fare una bella chiacchierata.»

«Lo trovi di sicuro, figurati se lui manca alla festa. Avrà incontrato qualcuno dei suoi amici cacciatori e saranno fermi da qualche parte a parlare di lepri e di fagiani» rispose Giovanni, con un tono vagamente polemico.

«Ma che, ce l’avete coi cacciatori? Anche voi, ai vostri tempi…»

«Eh, sì, ai miei tempi… poi sono diventato vecchio e non hanno più voluto che me ne andassi in giro col fucile, era pericoloso, poteva capitare un incidente…», rispose, amaro, Giovanni.

Luigi capì di aver toccato un tasto sbagliato; era una serata di festa, quella, e aver amareggiato il buon Giovanni era un pessimo modo per iniziare la sua passeggiata. Si accese la pipa con calma, sbuffò un paio di nuvolette profumate e poi, non sapendo bene cosa dire, salutò con un «Ci si vede dopo» rivolto a tutta la compagnia e riprese a spingere la sua bicicletta lungo il vialetto, attirando lo sguardo di qualche bimbetto, incuriosito dall’aspetto di quell’originale, vestito come uno Sherlock Holmes, coi capelli lunghi, i baffi spioventi e quella pipa fuori moda che lasciava dietro di sé una scia odorosa.

Nel frattempo al tavolo dei genitori era arrivata anche Lina. «Fabio non è con te?» le chiese la mamma. «No, siamo usciti insieme ma poi ha trovato un paio di quei ‘ragazzi’ della squadra della caccia… – sbuffò – Anche stasera, per una volta l’anno che si potrebbe stare qui insieme tutti tranquilli…»

«Ora fa ‘l’Inglese’ – proseguì Giovanni, per non dar spago alla figlia, continuando a parlare col Ciarli – ma fa l’inglese da quando sua moglie ha comprato il negozio d’abbigliamento perché lui, lo sapete meglio di me, faceva il meccanico. E di soprannome lo chiamavano ‘Tacchino’, altro che ‘Inglese’! Quante volte è venuto a mangiare a casa mia!» e girò lo sguardo verso la moglie e la figlia.

Lina volle però rimettere le cose a posto: «Babbo, a quei tempi di soldi ce n’erano pochi, lo sai, e pagare le riparazioni che Luigi faceva per mettere a posto la moto di Fabio… Ora, non si dovrebbe dire, ma qui, stasera, tanto siamo tutti in famiglia: un pranzo alla buona per una mattinata di lavoro, non mi sembra si fosse noi a rimetterci!»

«Eh, sì. – convenne Giovanni — Anche lui e suo fratello, con quell’officinetta, di fame ne devono aver fatta… Ti ricordi com’era magro da giovane? Ora, con quella bella pancetta, hai voglia a pedalare!»

«Eccoci tutti – Fabio era arrivato all’improvviso, alle spalle del gruppetto – Dove trovarvi si sa sempre, tutti gli anni siete allo stesso posto!». Porse alla moglie una bottiglietta in vetro di aranciata che aveva portato per farsi perdonare il ritardo.

«Ho incontrato il Sindaco, il ‘vostro’ Bitta – Fabio si era rivolto al suocero – gli ho detto dove vi poteva trovare; sta arrivando con un gruppetto di vostri ‘compagni’» e prese due lunghe sorsate da una bottiglia di birra che aveva con sé; non voleva certo star lì tutta la sera, tra vecchi e donne di famiglia; ancora qualche minuto e se ne sarebbe andato in giro, con la scusa di  prendersi un’altra bibita o di andare a cercare Luigi.

Maria e Adele continuavano a sferruzzare, parlando della vita sregolata di Martino che, dopo la separazione dalla moglie, passava da una storia con una donna a un’altra, nonostante non fosse più tanto giovane e dovesse difendere il suo decoro di insegnante di Liceo; nel frattempo era arrivata anche la terza sorella, Gina, appoggiata al suo bastone e sotto braccio alla figlia Marisa. Accomodatasi a sedere anche lei, aveva cominciato un fitto cicaleccio con le sorelle; quella vecchia ferita di guerra le faceva sempre un male terribile, specie nelle serate fredde e umide come quella, ma non se la sentiva di mancare all’appuntamento con le ‘ragazze'; Marisa invece si era messa a parlottare a bassa voce con Lina e sicuramente parlavano di tutti i dispiaceri che davano loro i mariti, maturi galletti impenitenti; Marco, il marito di Marisa, non si era ancora fatto vedere e sua moglie non sapeva neppure dove fosse andato.

Tommaso, il marito di Maria, era sopraggiunto buon ultimo perché si muoveva piano piano, per via della stampella che odiava e che non aveva ancora imparato a usare nonostante fosse l’unico modo che aveva per muoversi, dopo l’incidente sul lavoro e l’amputazione della gamba. Giovanni lo aiutò a sistemarsi a sedere: il cognato era l’unica persona da cui ricevesse un aiuto senza borbottare; gli era ancora grato per l’insistenza con cui lo aveva pressato, tanti decenni prima, perché facesse studiare Martino, e per tutto l’aiuto che, pur nello stato modesto in cui si trovava, aveva dato alla sua famiglia; era gran parte merito di Giovanni se quel suo ragazzo era diventato un bravo ingegnere e un professore e non uno stupido contadino come lui.

La festa era al suo massimo, saranno state almeno le due; un pienone dappertutto, qualche gruppetto che si scaldava intorno ai falò che erano stati accesi via via, molti passeggiavano indolenti per i vialetti e per tutta l’area c’era il brusio indistinto di mille conversazioni, di racconti della vita passata, di mirabili incidenti a cui si era scampati, di annate dure o ricche, di problemi di salute o dei risultati gratificanti del lavoro o degli studi dei figli e dei nipoti.

A un tratto si sentì, fuori dall’area recintata, una gran frastuono. Erano arrivate alcune auto e si erano messe tutte insieme a suonare i clackson; alcune moto di grossa cilindrata andavano avanti e indietro, sgommando con gran rumore; dal muretto di cinta veniva una luce come se fosse appena sorto il sole e ben presto tutto il parco fu invaso da una nube celestina e maleodorante di gas di scarico.

«Sono arrivati i cretini!» sentenziò Tommaso. La gazzarra all’esterno si fece, se possibile, ancora più caotica: ci si poteva immaginare benissimo, anche senza vederle, le gimcane delle moto, le gare con partenze brucianti delle auto che si sfidavano a chi raggiungeva per primo la spessa siepe di mortella che proteggeva la curva a gomito, le bevute di superalcolici direttamente dal collo delle bottiglie.

Il caos andò avanti per quasi un’ora: gli sportelli delle auto sbattevano in continuazione, le autoradio a tutto volume trasmettevano decine di musicacce diaboliche una diversa dall’altra: tutti gli ospiti del parco erano sicuri che ‘i cretini’ lo facessero apposta; da qualche anno avevano cominciato, proprio la sera della festa, a venire lì fuori a fare i comodi loro e non c’era mai stato un intervento di polizia o di carabinieri a riportare la calma. Qualcuno dei più vecchi si mise addirittura a bestemmiare e a maledirli, quei giovani deficienti che dentro le teste vuote non avevano un singolo pensiero autonomo, ma non c’era nulla da fare: da che il mondo esiste le persone ragionevoli e tranquille devono subire i barbari che pervadono la società.

«I cretini si pescano a mani nude stanotte» fece Adelio che si era fermato sentendo la frase di Tommaso; aveva la sua maglietta a righe bianche e celesti, i pantaloni bianchi al polpaccio e gli zoccoli, la stessa mise in cui tutti lo avevano visto andare in giro da sempre, estate e inverno, protetto forse da quell’abbronzatura da moro che gli aveva di certo ispessito la pelle e non gli faceva più sentire le differenze tra le stagioni. In mare col suo barcone a motore, rumoroso e lento, a pescare, se c’era da pescare, o a fare la pubblicità col megafono a questo o a quel locale, d’estate, quando passava un paio di volte davanti alla lunga spiaggia del golfo invitando i bagnanti in uno dei dancing cittadini in cui si esibiva qualche noto complessino locale.

I giovani di fuori finirono la loro sosta con un nutrito lancio di bottiglie di birra e di liquore contro il cancello principale del parco, per fortuna chiuso, ma anche oltre la recinzione: una vera pioggia di vetro che si schiantava all’interno, sui vialetti e sui marmi. Poi se ne andarono, strombazzando all’impazzata e urlando come bestie della savana. La notte si era ormai consumata, per loro e per chi invece nel parco festeggiava quell’occasione annuale molto sentita da tutti.

«Bisogna cominciare a muoversi, Tommaso» fece Giovanni rivolgendosi al cognato «Vedi, tra poco comincerà a rosseggiare – accennò con lo sguardo verso le colline, a est – e con la tua gamba… sarà meglio che ci anticipiamo.» Tommaso ne convenne, prese la stampella e si fece aiutare dal cognato a rimettersi in piedi.

«Noi ci avviamo, piano piano. Adele, non fare tardi, fra mezz’ora è meglio che rientri anche tu.» Salutò tutti, fece un cenno di commiato al Ciarli che si era intestardito a voler spiegare a un suo collega l’opportunità di fare certi investimenti in borsa e che difendeva con foga la sua tesi, dette un bacio sulla guancia a Lina e, sottobraccio a Tommaso si allontanò sul vialetto, fermandosi di tanto in tanto a salutare questo o quel vecchio conoscente.

Ormai cominciavano a rientrare un po’ tutti; parenti o vicini si avviavano insieme silenziosi sul ghiaino del parco, per rincasare dopo quella notte di rimpatriata che lasciavano con nostalgia, pensando però già all’appuntamento dell’anno successivo.

Non c’era più nessuno in giro quando l’aurora dalle dita rosate accarezzò il cielo. Lì, nel parco del cimitero tutto era in ordine, tranquillo e pulito: nessuno si sarebbe mai immaginato che i tanti ospiti silenziosi avevano dato una festa, trascorrendo la notte tra dolci ricordi e feroci rimpianti.

Gli unici segni rimasti erano i tanti pezzi di vetro delle bottiglie mandate in frantumi, in prossimità del cancellone d’ingresso a quel luogo di riposo eterno. Quella però era tutta roba lasciata dai ‘cretini’ e gli ospiti non avevano alcuna colpa.

 

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Dr J. Iccapot