In principio, si sa, era il Logos. Del Verbo onnipotente che ha creato l’Universo la parola degli uomini contiene solo un’ombra ma quel poco basta alla mente per trasformare le cose in pensieri e costruirsi un mondo reale fatto d’illusioni.

Non a caso le cliniche di lusso e le strutture private che ospitano anziani o malati di mente hanno spesso nomi graziosi e rassicuranti: Villa dei Glicini, Soggiorno Stella Maris, Casa del Buon Ritiro, Casa di Cura Santa Lucia (oculistica) o Santa Rita (per le patologie più serie), Istituto Salus… tutto un programma.

Un tempo questi edifici si chiamavano semplicemente ospedale, ospizio o manicomio ma oggi i manager dell’assistenza devono blandire la loro clientela e termini troppo espliciti potrebbero deprimere il morale di ricoverati e familiari. Chi è costretto a varcare la soglia di luoghi così tristi, caso mai, avrebbe bisogno di un po’ d’incoraggiamento e il marketing insegna che l’associazione con immagini positive come fiori, paesaggi romantici, bambini sorridenti, personaggi ammirati o star dello spettacolo, può far apparire accattivante anche un prodotto sgradevole.

Suggestionare la mente, in fondo, non è difficile: basta sostituire un taumaturgo all’attore testimonial, evocare sensazioni di benessere oppure promettere soggiorni sereni e voilà! si trasforma un deposito di sfasciacarrozze umane in ‘resort’ per anziani, con magnifico parco, servizi a quattro stelle e presidio sanitario garantito 24 ore su24’.

Così, quando i figli proposero al signor Ottavio di trasferirsi a Villa Quieta, il padre accettò di buon grado: amava la tranquillità, era vedovo e mal sopportava le turbolenze degli amati nipotini. Aveva già settantacinque anni e pensò:

“Lì almeno starò in pace: passeggerò in un giardino silenzioso con coetanei che non giocano a palla e non pattinano nel soggiorno; potrò tacere o parlare quando voglio, mangiare quello che mi va… si tratta di pazientare ancora qualche anno, poco male!”

Nella casa di riposo Ottavio si trovò subito bene: aveva l’impressione di stare all’albergo. Anche quando portava la famiglia al mare preferiva la pensione all’appartamento. Lui, la moglie e i tre figli trascorrevano la prima quindicina di luglio in un alberghetto a conduzione familiare, frequentato solo da habitué… dopo trent’anni ricordava ancora il nome: Piccolo Hotel del Golfo.

Certo ora la villeggiatura sarebbe stata solitaria e permanente, però non era una brutta sistemazione. Doveva solo preoccuparsi di passare il tempo, proprio come un impiegato in vacanza: leggere libri e giornali, fare una passeggiata in giardino o una partita a carte e, la sera, piazzarsi davanti al televisore. Se si annoiava, poteva sempre scambiare quattro chiacchiere con gli altri ospiti, tutte persone della sua età… a ben guardare era un vantaggio: tra vecchi i riferimenti a fatti accaduti nel passato non richiedevano lunghe spiegazioni.

La sola nota sgradevole del soggiorno a Villa Quieta erano gli anziani lamentosi. Entrati controvoglia nella casa di riposo oppure trascurati dai parenti, gli ospiti scontenti raccontavano di continuo quanto si erano sacrificati per quei figli e quei nipoti che li avevano parcheggiati all’ospizio. Si sentivano in esilio e progettavano di tornare a casa per riprendere la vita di un tempo… ovviamente sognavano ad occhi aperti: la loro vita era finita e la casa che ricordavano non esisteva più, venduta dai futuri eredi. Mobili inclusi.

Ottavio non negava la legittimità delle loro recriminazioni, tuttavia riteneva sciocco e inutile avvelenarsi con il rancore gli ultimi giorni sulla terra: anche il tramonto dell’esistenza, se privo di dolori fisici e preoccupazioni economiche, poteva essere piacevole, alla faccia e, magari, alle spese, dei parenti egoisti.

Il signor Ottavio, da questo punto di vista, non poteva lamentarsi: i suoi tre ‘ragazzi’ non avevano dimenticato che era stato un buon padre e lo rispettavano come un tempo. Nei pranzi di famiglia, a Natale e Pasqua, il suo posto era sempre a capotavola e nessuno lo trattava come un inutile e cadente vecchietto.

Tutte le domeniche, a turno, i figli si presentavano a Villa Quieta mentre il genero, le nuore e i nipoti più grandi facevano brevi visite a sorpresa durante la settimana.

Portavano al ‘nonno’ giornali, libri e altre cose di uso quotidiano ma, soprattutto, davano un’occhiata in giro per controllare la situazione: con quello che si sentiva dire in giro sulle case di riposo, la prudenza non era mai troppa.

Insomma, tutti i parenti volevano bene al signor Ottavio e, del resto, era facile provare affetto per un uomo di buon carattere, sereno, ottimista e ragionevole. L’invecchiamento non trasforma in aceto il vino migliore!

Ottavio veniva da una famiglia numerosa, ultimo maschio dopo sette femmine, ed era un bambino così buono che i genitori, poveri montanari, scambiando la sua indole tranquilla per vocazione, lo avevano mandato in Seminario. Si abituò subito a vivere lontano da casa, studiava volentieri, aveva tanti amici ma, superata l’adolescenza, comprese di non essere adatto a portare il giogo del celibato. Desiderava farsi una famiglia, trovare una compagna, avere figli. Decise di tornare nel mondo e il suo direttore spirituale non tentò di trattenerlo: aveva già visto troppi giovani preti inariditi dalla solitudine e poi anche il matrimonio era una condizione gradita a Dio, talvolta persino più del sacerdozio.

Così, con un diplomato magistrale in tasca, Ottavio entrò nella vita.

Ottenne subito un incarico come supplente in un paesino di montagna, non lontano da casa: la piccola scuola era divisa di due classi e la maestrina che insegnava ai più piccoli, una ragazza di nome Angela, dopo due anni divenne sua moglie. Poi nacquero i figli, tre ragazzi sani e studiosi.

Insomma, il signor Ottavio aveva alle spalle una lunga vita felice e si apprestava a entrare nell’eternità con animo tranquillo: il tempo che Dio gli aveva donato era stato ben speso.

“Forse pecco di superbia – si diceva, pensando alla morte – ma credo di meritarmi un posticino in Paradiso, accanto alla mia Angela.”

Così, confortato dalla fede, trascorreva serenamente i suoi ultimi giorni sulla Terra.

Come regalo per l’ottantesimo compleanno i figli di Ottavio decisero di offrire all’anziano padre la possibilità di rivedere, per l’ultima volta, amici e lontani parenti: affittarono il salone di un ristorante e organizzarono una festa con più di cento invitati.

Il vegliardo, però, non era affatto arrivato al capolinea. Gli anni, a Villa Quieta, passavano silenziosi come nuvole in cielo e i giorni sembravano ripetere all’infinito lo stesso corso del sole. La compagnia si rinnovava di continuo per raggiunti limiti d’età ma Ottavio quasi non se ne accorgeva: gli ospiti della casa di riposo gli sembravano tutti uguali… acciacchi, rimpianti, paure, solitudine. Si accorgeva dell’esistenza del tempo solo quando guardava i figli: i loro capelli si coprivano di brina… la femmina si tingeva ma i due maschi sembravano cime innevate. A volte, durante la visita domenicale, Ottavio li rivedeva, per un attimo, bambini e un groppo gli stringeva la gola. Ora gli parevano vecchi quasi quanto lui e, come vecchi, si lamentavano continuamente.

Quando Ottavio raggiunse i novant’anni fu nuovamente festeggiato in pompa magna ma i  parenti, questa volta, parteciparono a ranghi ridotti: la figlia, sette sorelle e quattro cognati, nel frattempo, erano morti.

A volte, pensando ai cari che lo attendevano di là, Ottavio si sentiva un disertore:

“Non è lecito ribellarsi alla volontà del cielo – pensava – devo aspettare che venga la mia ora, però ho già fatto tutto quello che dovevo fare, sulla terra, e Dio lo sa.”

L’attesa della morte, negli anni successivi, divenne un po’ noiosa e anche molesta: l’udito diminuiva, gli ultimi denti traballavano, la memoria faticava a ricordare tutti i fatti di un’esistenza tanto lunga.

Quando anche il prediletto figlio maggiore prese congedo, stroncato da un infarto, Ottavio avvertì un gran vuoto e, per la prima volta, dubitò della Provvidenza divina: perché il Signore non aveva preso lui?  Ora non gli rimaneva che Paolo, il più piccolo della nidiata. L’ultimogenito, medico in pensione, era un buon figliolo e si prese cura del padre anche per conto dei fratelli defunti.

Ottavio ormai veleggiava verso il secolo e, qualche mese prima del suo compleanno, Paolo pensò di trasformare la festa delle cento candeline in un avvenimento memorabile per tutta la famiglia. Quattro generazioni si sarebbero riunite per augurato un altro secolo di vita al loro patriarca… il mitico nonno Ottavio.

Purtroppo, alla vigilia del centesimo giorno natale, Ottavio cadde a terra, chiuse gli occhi e perse conoscenza. L’infermiera di turno a Villa Quieta si accorse subito che il cuore del vegliardo non batteva e lo rianimò: se proprio voleva morire e rovinare la festa che almeno lo facesse all’ospedale, non davanti agli altri ricoverati!

Ottavio, dopo qualche minuto, riprese a respirare, fu caricato in un’ambulanza e, a sirene spiegate, raggiunse il Policlinico.

Il figlio chiese ai colleghi del Pronto Soccorso di non sottoporre il padre a cure che avrebbero solo prolungato l’agonia di un uomo così anziano e i medici, convinti che il paziente fosse ormai più di là che di qua, lo accontentarono: una flebo di sedativi bastava per mettere a posto la loro coscienza e dare tempo alla famiglia di prepararsi all’inevitabile esito fatale.

Paolo decise di non comunicare la disgrazia ai parenti che abitavano lontano. Probabilmente erano già in viaggio per festeggiare il compleanno… avrebbero partecipato comunque a una cerimonia che riguardava nonno Ottavio, sebbene non lieta.

Con il passare delle ore, però, le condizioni del moribondo si stabilizzarono poi, lentamente, iniziarono a migliorare. Due giorni dopo il malore Ottavio riprese parzialmente conoscenza. Non parlava ma qualcosa di certo capiva: sorrideva alle infermiere che lo alimentavano con il cucchiaino, si guardava intorno stupito e, di tanto in tanto, chiudeva gli occhi, sonnecchiando beato come un bambino.

Il figlio non sapeva cosa pensare: un decorso del genere, da un punto di vista medico, era inspiegabile e certo non dipendeva dalle cure. La resurrezione di un centenario però non si poteva definire un miracolo… e poi nessuno aveva chiesto a Dio una grazia così bizzarra! alla fine si convinse che la mamma e i fratelli, lassù, avevano ottenuto che il babbo rimanesse ancora un po’ con lui, il ‘piccolo’ di casa.

Dopo tre mesi d’ospedale, Ottavio tornò a Villa Quieta: vivo ma in carrozzina, incapace di parlare e di alimentarsi da solo.

Anche la mente non era del tutto lucida: ogni tanto il redivivo si agitava e piangeva ripetendo sempre la stessa parola: ‘mare, mare’.

Gli infermieri, per calmarlo, lo portavano nel solarium sul tetto dell’edificio e gli raccontavano che era su una grande nave in mezzo al mare. Il figlio Paolo non si spiegava quella strana ossessione: il padre era nato in un paesino di montagna, aveva fatto il militare negli alpini e non sapeva nuotare.

L’insolita convalescenza proseguì senza grossi intoppi. Ottavio riprese a mangiare da solo però non aveva più i gusti di un tempo. Era diventato stranamente goloso: si abbuffava di dolciumi, merendine, paste e biscotti, inzuppati in grandi tazze di latte.

Tre anni dopo l’incidente, grazie all’aiuto di una paziente logopedista, ricominciò a parlare. Si esprimeva in modo elementare e non ricordava quasi nulla della sua vita, tuttavia faceva di continuo domande, come se volesse costruirsi ex novo un passato.

Non riacquistò la capacità di riconoscere le lettere dell’alfabeto ma era contento se qualcuno leggeva ad alta voce un giornale o un libro. Ascoltava con grande interesse i discorsi degli altri ospiti e, nel pomeriggio, guardava per ore la televisione con il telecomando stretto in mano: preferiva i documentari e cartoni animati.

A centododici anni Ottavio conquistò il primato nazionale di longevità maschile. Alla festa intervennero anche giornalisti inviati da importanti canali televisivi ma non il figlio: si trovava all’ospedale, in fin di vita per un tumore alla prostata.

Ottavio volle a tutti i costi partecipare al funerale di Paolo e, al termine delle esequie, pretese di essere portato all’interno della cappella di famiglia. Rimase a lungo in silenzio davanti alla lapide che elencava tutti i sepolti che riposavano nella sottostante cripta, poi chiese al nipote che spingeva la carrozzina di leggergli i nomi.

“In cima alla lista sono i tuoi genitori Margherita e Carlo – disse il figlio di Paolo, un paziente professore di Storia in pensione – sotto è scritto il nome della nonna Angela, tua moglie, e sotto ancora stanno i fratelli del mio povero babbo che, da oggi, è qui con loro: zio Carlo con zia Matilde, zia Giovanna con zio Francesco. Vedi – aggiunse, toccando i caratteri a rilievo inchiodati sul marmo come se insegnasse l’abc al nonno – marito e moglie… marito e moglie… uno accanto all’altra: senza contare il babbo, rimangono ancora due posti liberi, per te e per mia madre Anna.”

L’osservazione finale non intendeva essere irrispettosa: al nipote parve gentile ricordare al centenario che presto avrebbe riposato lì, accanto alle persone più care.

Ottavio non disse nulla. Anche nei giorni successivi rimase muto, come se il contatto con la morte, invece di rassicurarlo, l’avesse spaventato.

Poi tornò dell’umore abituale ma più agitato e capriccioso di prima. La salute invece rimaneva stabile sul sereno.

“La morte si è dimenticata del te” gli ripetevano, un po’ per scherzo, un po’ sul serio, i nipoti. Il nonno rideva e scuoteva la testa, come per dire: sì, è proprio vero!

A centotredici anni Ottavio si mise a fumare. Non aveva mai acceso una sigaretta in vita sua ma, un pomeriggio, prese di nascosto un pacchetto di Marlboro mezzo vuoto, dimenticato da un parente in visita su una panchina del giardino. L’indomani un’infermiera lo sorprese in un bagno intento a disegnare anelli di fumo: quando la donna cercò di levargli di bocca quel veleno, Ottavio le morse una mano. Per fortuna non aveva più denti!

I parenti chiesero alla Direttrice di assecondare la bizzarria del congiunto. A centotredici anni il fumo non si poteva più considerare nocivo: un tumore non avrebbe avuto tempo di svilupparsi.

Così, dopo una vita immune da vizi, Ottavio divenne un accanito tabagista. Poi cominciò anche a bere. A pranzo e a cena attingeva generosamente alla bottiglia, lasciando a secco gli altri cinque commensali seduti al suo stesso tavolo.

Nonostante le proteste dei sacrificati,la Direttricenon concesse un supplemento: di sicuro Ottavio si sarebbe scolato anche quello. Aveva disposizione dai familiari di accontentarlo in tutto e preferivano evitare problemi: se, per calmarlo, occorrevano sedativi dannosi tanto valeva concedergli un litro di vino.

Ottavio ben presto non si accontentò più di bere a pranzo e a cena: cominciò a chiedere ai nipoti di portare un po’ di “cicchetto” per innaffiare le paste della domenica. Anche i cioccolatini dovevano essere al liquore.

La strana metamorfosi stupì i parenti ma non i medici. La demenza poteva produrre un vero e proprio capovolgimento della personalità: il malato, all’improvviso, si sentiva attratto da tutto quello che aveva evitato o disprezzato nella vita.

Quando, verso i centoquattordici anni, Ottavio iniziò a dare pacche sul sedere delle assistenti più carine,la Direttricelo affidò alle cure di un’attempata infermiera, una virago in grado di arginare la devastante avanzata del male.

“Bravo nonno! – commentò un bisnipote adolescente che, per altro, se l’intendeva alla perfezione con l’avo – dopo Bacco e tabacco non potava mancare Venere!”

Nonostante le intemperanze, Ottavio era diventato una colonna di Villa Quieta, la migliore reclame perla Casa di riposo: da quarant’anni viveva lì e, nonostante la malattia, non sembrava affatto un vegetale intontito dagli psicofarmaci, dimostrazione vivente che, lì, gli anziani si trovavano bene e venivano assistiti amorevolmente.

La Direttrice, temendo che qualche ospizio rivale offrisse ai parenti del suo supercentenario una bella cifra per accaparrarsi il futuro uomo più vecchio d‘Europa, decise di rinunciare alla retta: da quel momento Villa Quieta era la casa di Ottavio.

L’ospite da Guinness però diventava ogni giorno più insofferente: a volte litigava con gli altri ricoverati per futili motivi o, sotto l’effetto dell’alcool, si comportava in modo sconveniente con le signore… nonostante fosse in carrozzella. Di tanto in tanto persino bestemmiava e non chiedeva più di assistere alla Santa Messa in televisione.

Ormai si stavano manifestando i sintomi terminali dell’Alzheimer, la forte fibra di Ottavio però ancora resisteva e i festeggiamenti per il record europeo di longevità maschile, fortunatamente, erano imminenti.

I giornalisti si presentarono a Villa Quieta con qualche giorno di anticipo rispetto alla data del compleanno. Avevano già raccolto informazioni sulla vita esemplare dell’uomo più vecchio d’Europa e si aspettavano d’incontrare una specie di patriarca biblico. Ovviamente rimasero delusi e rinunciarono ad intervistare il festeggiato: non si poteva dare in pasto al pubblico dei talk show pomeridiani un centenario fuori di testa, sboccato come uno scaricatore di porto e sbronzo come un teenager. Avrebbero raccontato l’edificante biografia di Ottavio trasmettendo fotografie di famiglia, commentate da una voce fuoricampo.

La Direttrice tentò di salvare in extremis la situazione mettendo a stecchetto la “star” di Villa Quieta: ordinò di somministrare all’irrequieto vegliardo blandi sedativi ed eliminò dalla sua dieta vino e dolciumi. Vietò ovviamente anche il fumo.

La novità non piacque a Ottavio che si ribellò con violenza al nuovo regime salutista: insultava gli infermieri, strappava il bicchiere di vino dalle mani dei commensali, frugava nelle stanze degli altri ospiti alla ricerca di dolciumi.

Quanto alle sigarette, il bisnipote preferito continuava a rifornire il bisavolo sottobanco: per non farsi scoprire Ottavio fumava a letto: un paio di volte rischiò persino di dare fuoco alla coperta.

Con l’approssimarsi della fatidica data,la Direttriceintensificò i controlli: per maggior sicurezza, ordinò al personale del turno di notte di trattenersi nella stanza del sorvegliato speciale.

La prima sera la solerte vigilante, un donnone dalle maniere spicce, si accomodò su una poltrona davanti al letto di Ottavio verso le otto, intenzionata a leggere da capo a fondo una rivista di cucina. Di tanto in tanto però si assopiva, con il giornale ancora stretta in mano.

Ottavio, in un momento di veglia, le chiese di metterlo in carrozzina davanti alla finestra aperta: aveva caldo e si sentiva mancare l’aria. L’infermiera acconsentì: non aveva voglia di andare a prendere la bombola dell’ossigeno e poi era una bella notte, tiepida e piena di lumini luccicanti… il vecchio a letto smaniava e forse, guardando le stelle che lo attendevano in cielo, si sarebbe tranquillizzato.

Appena l’infermiera si riassopì, Ottavio prese dalla tasca del suo camice le chiavi e, senza fare rumore, scivolò sulle ruote fuori dalla stanza.

Raggiunse la porta dell’Infermeria e infilò la chiave nella toppa. Anche l’armadietto che gli interessava era chiuso ma, nel mazzo, trovò subito la piccola chiave che apriva quella serratura: rovistò all’interno e si impadronì di una fiala di morfina. Poi cercò una siringa adatta e, con le mani tremanti più per il nervosismo che per la vecchiaia, s’iniettò il potente oppiaceo… dopo pochi secondi un rumore violento fece sobbalzare la sua custode: il donnone aprì gli occhi, vide il letto vuoto e si precipitò in corridoio gridando “Signor Ottavio, signor Ottavio!”

Correndo raggiunse l’Infermeria e rimase allibita: il centenario era sdraiato sul pavimento, accanto alla carrozzina rovesciata, con la siringa ancora nel braccio e gli occhi sbarrati.

Le grida della donna avevano svegliato due inservienti che dormivano in una cameretta al piano superiore: gli uomini accorsero e rovesciarono Ottavio su un fianco per evitare che il vomito lo soffocasse. L’infermiera, intanto, chiamava l’ambulanza. Quando l’operatore del 118 chiese l’età della persona in overdose fu costretta a ripetere tre volte “Centoquindici, non quindici”.

Il medico del Pronto Intervento arrivò in dieci minuti, immaginando di dover soccorrere il solito adolescente che si divertiva a giocare con la morte: quando si trovò davanti un vecchino incartapecorito a fatica riuscì a non ridere.

Seguì comunque il protocollo previsto in casi del genere e somministrò l’antidoto. Dopo qualche secondo il paziente diede un debole segno di ripresa. Era vivo e borbottava parole senza senso:

“Ritorno…rit…no”

“Dove vuole tornare, signor Ottavio?” chiese premuroso un inserviente.

“No, no!” ripeté il moribondo.

Mentre i paramedici lo caricavano nell’ambulanza, ben assicurato alla barella, Ottavio afferrò il dottore per un braccio e, guardandolo con occhi già vitrei, mormorò:

“Mi salvi… non voglio tornare!”

“Stia tranquillo – disse il medico, pensando che il vecchietto fosse stufo di stare in quell’ospizio – ora la portiamo all’ospedale.”

“No, no! “ disse Ottavio agitandosi.

“Dopo andrà in un altro ricovero… dove vuole lei!” esclamò il dottore con tono rassicurante.

“Aiutami – bisbigliò Ottavio con un filo di voce – non voglio… tornare in un corpo!”

Il dottore, impegnato a sistemare l’attrezzatura di soccorso, non lo udì ma, anche sentendo le sue parole, con tutta la scienza del mondo, non avrebbe potuto aiutarlo.

 

 

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Rosanna Bogo