Terza e ultima parte.

Qui la seconda parte.

All’improvviso rividi la scena, come se non fossero passati gli oltre settant’anni che me ne separavano.

Era una giornataccia d’inverno, fuori pioveva e io avevo portato il mio libro sul tavolino di cucina; la mia stanzetta era freddissima in quella stagione perciò, quando potevo, mi rifugiavo nella grande camera da pranzo dove, tra l’acquaio e il focolare, la mamma preparava cena. Lì c’era caldo e anche una illuminazione più viva; quella sera il vapore della pentola del minestrone di verdure riempiva l’aria di un buon odore.

Babbo Tommaso era rientrato da poco dal lavoro, stanco come al solito, e si era seduto sulla sua sedia impagliata che aveva avvicinato al focolare, mettendo sotto i piedi un panchetto di legno per tener le suole delle scarpe meglio esposte al calore; sonnecchiava.

Io, col librone di “Coltivazione delle miniere” aperto stavo facendo un esercizio assegnatoci per il giorno dopo; con la mia boccettina d’inchiostro poggiata con cura su un angolo del tavolo, scrivevo formule, buttavo giù calcoli, mi appuntavo i valori intermedi su un quadretto di carta di brutta copia per riportarli poi su un quaderno.

All’improvviso, fuori era già notte e, come dicevo, stava piovendo, si sentirono due colpi alla porta, secchi: un bussare che ci era noto.

“Zio Giovanni!” annunciai alla mamma, che si voltò semplicemente per dire “Entra, Giovanni”: sapeva che lo zio non si sarebbe mai permesso di girare la chiave, che era nella porta, ed entrare senza che qualcuno gliene avesse dato il permesso.

Lo zio entrò, gocciolando di pioggia, e mise l’ombrellone verde accanto alla porta della cucina, che era poi la prima stanza a cui si aveva accesso da fuori. La mamma mi dette un’occhiata ma io sapevo già cosa fare: presi una sedia e la misi davanti al focolare, lo zio si tolse la giacca, fradicia, e si mise a sedere ad asciugarsi un po’ i pantaloni mentre il babbo, destato da quel po’ di trambusto, tornava cosciente e cominciava a scambiare le prime usuali frasi di convenevoli.

Giovanni era diventato mio zio da poco tempo: aveva sposato da pochi mesi Adele, la più giovane delle sorella di mamma Maria, ma il loro fidanzamento era durato diversi anni e così da tempo era diventato di casa anche da noi.

Lo zio era molto più giovane del babbo, aveva solo dieci anni più di me e, se non fosse stato che lo avevo conosciuto quando ero piccolo e mi sembrava vecchio al mio confronto, lo avrei forse trattato, con minor riguardo, come un fratello maggiore; Giovanni era uno che si faceva rispettare, che aveva le idee chiare, che entrava in ogni discussione con quella passione e quella foga che le sue idee politiche gli avevano fatto crescere dentro.

Anche quella sera, era chiaro, non era venuto ‘a veglia’; si era fatto a piedi un bel po’ di chilometri, al freddo e sotto la pioggia, lui che per tutta la vita sarebbe stato cagionevole di salute, perché c’era qualcosa che lo agitava e che agitava la mia famiglia: si trattava del mio futuro.

Giovanni, me lo aveva raccontato la mamma, si era sempre battuto perché le sue sei sorelle avessero un po’ di istruzione; aveva litigato più volte con l’anziano e cocciuto padre che le voleva bestie da soma per i suoi  campi, dove le poverette se ne dovevano andare a lavorare dalla mattina alla sera, aveva insegnato lui a tutte a leggere e a scrivere e a fare di conto, si era preoccupato di prendere in prestito dalla biblioteca del paese dei libri da far loro leggere quando gli era sembrato che avessero finito coi rudimenti scolastici, e, quando erano nei campi, le aveva stimolate a raccontare cosa avessero letto, a commentarlo insieme, magari mentre trasportavano sulla testa cesti di verdura o di frutta.

“E’ un socialista, finirà male” diceva spesso babbo Tommaso, scuotendo la testa, attento a non incontrarlo in luoghi pubblici dove farsi vedere in compagnia di un tipo simile era diventato pian piano sempre più pericoloso. E il babbo con lo zio aveva discusso tante volte, ma l’argomento di rado era stato la politica; l’argomento ero quasi sempre stato io.

Nonostante il modesto stipendio del babbo ci permettesse di andare avanti, l’idea che io dovessi studiare non era certo passata mai per la testa dei miei. Come avrebbero potuto fare? Soldi non ce n’erano davvero! Ma zio Giovanni era testardo: era convinto che solo con lo studio i contadini e gli operai avrebbero potuto alzare finalmente la testa e affrancarsi e non voleva che un suo quasi parente, che aveva intuito avere un’intelligenza promettente, andasse a zappare la terra ingrossando così le fila degli sfruttati.

Aveva insistito e si era dato così tanto da fare che, alla fine, aveva convinto i miei e me stesso, molto recalcitrante, a entrare in seminario, dove potei per qualche anno frequentare la scuola, studiare, abitare e mangiare, senza costar nulla alla famiglia. “Quei maledetti preti vanno sfruttati, pensava lo zio, piuttosto che combattuti apertamente”. Era certo che io prete non lo sarei diventato mai, per cui era tranquillo della decisione che aveva fatto prendere ai miei genitori.

Ora eravamo in un’altra fase critica: dopo aver convinto i miei genitori a farmi iscrivere ad una scuola superiore, l’Istituto Minerario, a quel tempo prestigioso e uno dei pochi esistenti in Italia, i miei studi si avviavano alla fine: ero ormai all’ultimo anno e bisognava pensare al mio futuro.

Babbo Tommaso e mamma Maria erano convinti che un lavoro lo avrei trovato facilmente; coi miei voti! Zio Giovanni aveva le mani grandi e callose ma il mondo come stava girando lo vedeva con chiarezza: c’era poco da sperare, con la crisi economica che era arrivata d’oltre oceano e col Fascismo che aveva impestato la vita anche dei paesini come il nostro, bisognava costruirselo con le proprie mani, il futuro, e non lasciarsi andare a pie speranze.

Lo zio si era piegato in avanti, verso il babbo, le gambe divaricate, gli avambracci poggiati sui pantaloni di velluto marrone scuro, le dita delle mani incrociate, in una posizione che gli avevo visto tante volte: cercava di convincere il babbo a fare qualcosa; visto che questo riguardava soprattutto me, cercai di non perdere una parola.

“Ti ricordi, Tommaso, il direttore del seminario, l’Arciprete A. ? Questa estate si è dimesso dall’incarico, e il vescovo gli ha consentito di ritirarsi a P., dove è nato, e gli ha assegnato anche una bella parrocchia” P. era un paese, un po’ più grande del nostro, una quarantina di chilometri verso l‘interno.

“L’Arciprete è sempre stato benevolo con Martino, non è vero? – chiese volgendosi verso di me. Assentii.

“Quando lo iscrivesti aveva capito benissimo che non ne avrebbe tirato fuori un pretonzolo, eppure… E negli anni lo ha seguito, l’ha preso in simpatia, l’ha aiutato: aveva capito che era un bravo ragazzo. E in questi anni che è stato suo professore di religione al Minerario, so che sono diventati quasi amici.”

“Sei fortunato, Tommaso, ad avere un ragazzo intelligente – babbo mi dette una lunga occhiata compiaciuta e anche la mamma si fermò un attimo dalle sue faccende per accarezzarmi con lo sguardo – e allora, non vorrai mica che muoia di fame o che vada a zappare la terra come me! Bisogna trovargli un lavoro, no?, e subito; poi … , poi si vedrà che fargli fare. Un passettino alla volta deve tirarsi fuori da questa vita.”

“Ora, ho saputo che a P. s’è comprato una villa il commendatore Galletti, sai, quello della Montecatini, il pezzo grosso. Vuol tornare al paesello anche lui, e coi soldi che ha fatto sta cominciando a prepararsi per la vecchiaia.”

Nessuno di noi capiva dove andasse a parare di preciso; la parola Montecatini però ci fece stare attenti: dalle nostre parti voleva dire miniere e quindi lavoro.

“Il Galletti, lo so per certo, è amicissimo dell’arciprete: sono nati nello stesso posto, hanno frequentato le stesse scuole e in tutti questi anni sono rimasti sempre in contatto.” Le notizie che ci dava zio Giovanni provenivano da fonte sicura, addirittura dall’Arcivescovado: il babbo dello zio ne curava quotidianamente l’orto e, avendo facilmente familiarizzato con tutti, di cose ne veniva a sapere molte.

“Ora, Tommaso, domenica prossima ci sarà a P.  la festa del paese, festa grande, grandi celebrazioni in cattedrale, gran pranzo tra quelli che contano e, fra questi, verrà appositamente anche il commendator Galletti. Capisci? Bisogna battere il ferro subito, far sapere all’Arciprete che Martino sta per uscire con un bel diploma in tasca, che i tempi sono duri, che lui è stato quasi un amico per il tuo ragazzo e che se vuole, con le conoscenze che ha, può fargli un gran favore, lo può sistemare per sempre!”

La discussione andò avanti per un po’; l’idea dello zio era chiarissima: approfittare immediatamente della situazione per portare all’attenzione del commendator Galletti un bravo giovane, intelligente, conosciuto e stimato dal suo miglior amico, un ragazzo timoroso di Dio che era stato anche in seminario, un figlio di una famiglia povera, colpita anche dalla morte prematura di una bella bambina, un angelo…

Babbo Tommaso e mamma Maria erano tentati da questa mossa astuta ma erano anche intimoriti: e se il ragazzo fosse stato assunto, alla fine dell’estate, e poi fosse stato mandato in miniera? A lavorare dentro le gallerie, laggiù, sotto terra, dove non si respira e dove ogni tanto c’erano frane e crolli? Mamma Maria aveva le lacrime agli occhi, al pensiero di sapermi nelle viscere della terra; li vedeva tutte le mattine, lei, i minatori partire per le miniere vicine e ne aveva conosciute di madri e di mogli rimaste all’improvviso senza figli e mariti per la crudeltà della terra che se li era voluti tenere con sé.

Zio Giovanni era ottimista: “Se l’Arciprete ti vuole aiutare, non ti farà mandare certo in un posto pericoloso, ci mancherebbe altro!”

La discussione durò ancora un po’, ma non molto: zio Giovanni al solito l’ebbe vinta. Avuto l’assenso di tutti, si volse verso di me: “E adesso tu devi scrivere una bella letterina all’Arciprete…” Ci fu un attimo di gelo. E cosa avrei dovuto scrivere all’Arciprete? Cosa ne sapevo io di una lettera in cui dovevo chiedere una raccomandazione?

Zio Giovanni evidentemente si era preparato. “Prendi la penna e scrivi” e mi dettò: “Sono ormai alla fine dei miei studi e mi sento quindi in dovere di procurarmi quel benedetto posto che toglierà i miei genitori dai sacrifici che hanno fin qui fatto per farmi studiare…”

“Poi dopo cena la copi su un bel foglio bianco, attento agli errori, mi raccomando! e tu, Maria, la porti domattina subito all’Arcivescovado; entri dalla porticina di sotto, quella dell’orto, e la dai al mio babbo Vincenzo; ci penserà poi lui a farla avere a chi la consegnerà all’Arciprete sabato in modo che la legga e ne parli, spero, domenica stessa col Galletti.”

A leggerla oggi si sente che è una lettera di un contadino, ma quella lettera funzionò davvero come doveva, beh, quasi…. Finite e scuole, fui chiamato dalla Società Montecatini per un colloquio ed ebbi il mio primo posto di lavoro. Il miracolo però si realizzò solo a metà: invece di occupare una piccola scrivania in qualche modesto ufficio, come speravo, mi toccò lavorare proprio nel sottosuolo; non che me ne lamentassi: la disoccupazione in quel periodo era altissima e ricevere un salario tutti i mesi era una gran fortuna.

Ricordo ancora la paura che mi prese quando entrai per la prima volta nella ‘gabbia’ con un casco in testa, ben allacciato nel sottogola, una incerata a coprire la tuta da lavoro e la lampada ad acetilene in mano; mi sentii tremare sentendo le prime vibrazioni dell’argano che faceva scendere me e un capo-servizio a ispezionare la galleria di cui, tanto per cominciare, avrei dovuto seguire l’andamento dei lavori. La luce scomparve, c’era solo lo sferragliare di quel grande ascensore e il sibilo dello svolgersi dei canapi d’acciaio. Alla fioca luce della lampadina interna il mio superiore mi guardava, curioso di vedere le reazioni di un giovincello; arrivati al livello, la ‘gabbia’ si fermò sussultando e io fui costretto a tenermi per non cadere. Il caposervizio rise, divertito, e aprì la porta cigolante: “Coraggio, Angiolini, che ai minatori all’avanzamento gli va molto peggio!” e mi batte una mano sulla spalla. Cominciai a camminare, dietro di lui, come un topo nelle fogne della terra.

 –

La cena era già pronta da un po’ e, finito di scrivere il mio brogliaccio, liberai il tavolo a mamma Maria perché potesse apparecchiare. Naturalmente zio Giovanni fu invitato a rimanere ma rifiutò, mica poteva lasciare da sola la giovane moglie! Si alzò e senza aggiungere altro prese l’ombrello che aveva messo nel canto della porta e, sotto la pioggia, sparì nel buio della notte.

 

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Dr J. Iccapot