Prima parte.

Andrea camminava lentamente, lo sguardo fisso ai lastroni sconnessi che pavimentavano il Corso, orgoglio della competente U.O. (Unità Operativa) comunale e campo di battaglia dove spesso cadevano, imprecando contro il sindaco, anziani traballanti e donne con tacchi a spillo. Anche se l’aria autunnale conservava un piacevole tepore settembrino, teneva le mani infilate nelle tasche del bomber, così poteva rimbalzare tra i passanti frettolosi come una palla imbottita, limitando l’effetto dei continui urti e impigli dovuti a quel suo modo di avanzare a testa bassa.

Non aveva voglia di salutare eventuali conoscenti, perdere tempo per cortesia, ascoltare o raccontare inezie… e poi, perché doveva alzare gli occhi? ormai conosceva tutti i muri, gli angoli, i negozi di quella strada e guardare nelle vetrine cose che non si possono comprare a che serve? Lui non sognava più, da tanto tempo.

Come molti ragazzi della sua età, portava vistosi auricolari bianchi ficcati nelle orecchie ma non ascoltava musica a tutto volume: di prima mattina il chiacchiericcio a vuoto della gente nel tram e per la strada, i rumori acuti dei motorini, gli urli degli infanti, le risate smodate degli adolescenti lo nauseavano e così aveva trasformato le cuffiette di uno scassato ipod in occulti tappi, ideali per isolarsi temporaneamente dal mondo.

Chi lo incontrava, a quell’ora, poteva scambiarlo per un vagabondo senza meta o un alienato perso nei suoi incubi eppure, entro le otto, doveva assolutamente trovarsi all’altro capo del Corso, davanti al numero 97, un edificio, basso e stretto nobilitato da false bifore medievaleggianti. A livello della strada troneggiava il negozio INTERLIFE di Sgamberoni rag. Alfiero, al piano nobile si allocava l’appartamento privato del proprietario e, nel mezzanino, lavoravano i collaboratori esterni della ditta dedita, come rivelava un’insegna scritta in improbabili caratteri gotici, alla creazione di “Siti web su misura”.

Non a caso il padre del sig. Alfiero, Foresto, per quarant’anni aveva esercitato, proprio in quel luogo, la professione di sarto per signora, sempre marcato ‘a uomo’ dalla moglie Marisa, brava modista-ricamatrice e, soprattutto, Argo molto apprezzato dai mariti delle clienti. Lavorando e risparmiando Foresto e Marisa avevano comprato l’immobile e fatto studiare il loro unigenito Alfiero… dimostrando così che anche dalle migliori intenzioni può derivare un gran male.

Il negozio apriva alle nove e il personale tecnico entrava nel mezzanino da una porticina secondaria che si apriva nel vicino vicoletto detto “Chiasso di Dietisalvi”.

Andrea considerava il nome di quella stradina un ammonimento e guardava sempre la targa prima di varcare la soglia del suo piccolo Inferno.

Cento passi dopo la fermata del tram, all’altezza del numero 13, di solito Andrea si fermava, alzava per un attimo la testa e leggeva il manifesto con i titoli principali esposto a lato dell’edicola, un chiosco sempre assediato da impiegati di banca impazienti. Quella mattina però la piccola rotonda di ghisa sembrava scomparsa, sommersa da una folla stranamente agitata.

“Saranno entusiasti per la vittoria della squadra locale – pensò Andrea – è un evento che non cambia un’acca nella loro vita ma basta per farli felici… beati loro! Si vede che non hanno altri pensieri… se guadagnassero cinque euro l’ora andrebbero su di giri solo davanti a una costata di vitellone con patate.”

Si stupì di avere pensato a una bistecca: a quell’ora l’odore di carne cotta lo avrebbe fatto vomitare ma il suo stomaco, vuoto dalla sera prima, evidentemente stava ancora sognando una cena luculliana.

Già, era andato a letto digiuno…si sentiva depresso: mancavano tre giorni alla fine del mese e non aveva risparmiato tutta la somma necessaria per pagare la stanza… però non era colpa sua: ultimamente spendeva una tombola per il biglietto del tram perché il motorino se l’era preso l’Ufficiale giudiziario, con la scusa di una vecchia multa. Meno male che il portatile era al sicuro, nascosto nel baule della padrona di casa: la signora Isolina gli faceva volentieri questo favore, un po’ per pietà, un po’ per tenersi qualcosa in pegno, non si sa mai.

Intanto altri passanti dall’aria seria si erano fermati ai margini del crocchio: forse si trattava davvero di un fatto grave…incuriosito Andrea si tolse gli auricolari e, sgomitando, entrò nella folla.

Accanto al chiosco una signora di mezza età, rossa in viso, si agitava smanettando sotto il naso di un vecchino piccolo e magro ma tutto nervi:

“La verità, ha capito! ci devono dire la verità!” gridò con voce stridula la donna.

“La verità? un l’ha detta neanche Cristo a Pilato! ma quello che è successo è scritto lì, davanti al su naso…o che un sa leggere?” replicò il vecchino dall’aria battagliera, indicando la ‘civetta’.

“Su via, si calmi signora! – esclamò con tono autorevole un signore in completo grigio scuro – si tratta solo di normali eventi concomitanti, un caso, una coincidenza insolita.”

“Per me la su’ coincidenza del treno se la poe mettere in quel posto! – replicò il vecchietto, agitando minacciosamente il bastone contro l’uomo in grigio – ieri quattro e oggi… tonfa! altri cinque al cipressino! Epidemia ecco cos’è! Quei boiaccia che stanno nel Palazzo fanno finta di nulla per tenerci boni, ma a Tarchino non lo fregano: io c’ero quando cadevano le bombe e il fischio lo sentivo prima di tutti, altrimenti un c’ero qui, dopo sessant’anni!”

“Sai che perdita!” borbottò il giornalaio, con la guancia appoggiata sul palmo della mano nella posa tipica del malinconico. E, in effetti, era proprio vicino a un travaso di bile: tutta quella gente, invece di comprare il giornale e leggere l’articolo, si era messa a discutere davanti al chiosco come se fosse il Parlamento.

“Non sarà mica la peste dei polli? – ipotizzò un uomo tarchiato con un grembiule bianco macchiato qua e là di sangue, di certo un macellaio – del virus aviario non se ne parla più ma chi lo sa come stanno davvero le cose… tanto quelli che contano mangiano caviale e stanno al sicuro nelle loro ville!”

“Con il bunker atomico in cantina” aggiunse una signora anziana, a bassa voce.

“Che sciocchezze! la peste, la bomba atomica – replicò l’uomo in grigio, intenzionato a gettare acqua su quel focherello – due cancellieri del tribunale sono morti in un incidente con la macchina di servizio, si sa che sono carriole… in questo caso, cari signori, le chiacchiere stanno a zero e ricordatevi che diffondere notizie atte a turbare l’ordine pubblico è un reato!”

Dalla folla uscì un “buuu” che ammutolì momentaneamente il paladino della legge.

“Già, lei dottore lavora in Prefettura e tira l’acqua al suo mulino” osservò sbuffando Agenore, il giornalaio. Conosceva bene quel signore: era il dottor Bilotti, Segretario del Prefetto, uno dei suoi migliori clienti. Da dieci anni, prima di raggiungere l’Ufficio comprava almeno tre quotidiani, oltre al Sole 24 ore…chi sa quando trovava il tempo per leggerli tutti… insomma un ‘articolo’ da trattare coi guanti, però non ne poteva più di sentirlo battibeccare con Tarchino, un vecchio attaccabrighe che aveva un piede nella fossa e ancora se la prendeva con il mondo intero, Dio incluso. Persino le monache della Commenda non lo sopportavano: appena faceva chiaro, lo buttavano fuori e prima di sera non lo lasciavano rientrare, neppure per mangiare… e sì che si chiamavano ‘Piccole sorelle dei poveri vecchi’, donne pronte a tutto pur di incontrare Cristo in Paradiso!

“Saranno anche morti a conto loro, come dice il dottore – replicò Tarchino, battendo il bastone sul sostegno metallico della ‘civetta’ – ma tutti e cinque lavoravano al Tribunale. Sta scritto qui e carta canta!”

“Dice bene il Pagliaroni – strillò la signora agitata – lui ci lavora da trent’anni con la carne… i polli cinesi ce li troviamo in tavola a tradimento.”

“O che l’è sorda, signora? non ha sentito il dottore? È tutto regolare! noi gente ignorante s’immaginano le cose che non ci sono per fare la rivoluzione e a’ macellai capita di avere le visioni mistiche… è normale!” esclamò sarcastico Tarchino, rivolgendosi con un sorriso di scherno al Bilotti.

“Negli anni Novantala Mafiaterrorizzava la popolazione per premere sul Governo” osservò pacatamente un giovanotto con occhiali spessi e cartella di cuoio. Parlava un perfetto italiano ma conservava una leggere inflessione meridionale.

“Figuriamoci se quelli di Roma se la prendono per qualche poveraccio che schiatta – replicò, inviperita la signora rossa in viso – non erano mica magistrati.”

“Al Governo cinque impiegati al cimitero gli fanno un bel baffo! Anzi, è contento perché così paga meno stipendi, tanto per loro siamo tutti mangiapane a ufo” rincarò la dose un uomo di mezz’età, da trent’anni addetto ai misteriosi servizi annonari del Comune.

“E hanno proprio ragione! – commentò ironico Tarchino – loro sì che lavorano e a cottimo… per mettercelo in quel posto.”

“Non si tratta di colpire singole persone, come negli ‘anni di piombo’ – ribadì imperturbabile il giovane – in Messico i trafficanti di droga ammazzano centinaia di innocenti ogni mese per tenere in scacco il Governo…la Mafiasta adottando la stessa strategia per spaventare i nostri politici!”

“Ma un s’era stabilito ch’erano di già tutti mafiosi?” chiese, ridendo, il macellaio.

“Che Mafia e Mafia, in questa cittàla Mafianon esiste” gridò Bilotti, quasi infuriato.

“La Mafia oggi è dappertutto, solo gli struzzi non la vedono” replicò con voce alta e ferma il giovane.

“Hai sentito Pagliaroni? ora grugniscono pure i lattonzoli! – esclamò sghignazzando Tarchino: pur di dare addosso all’invasore borbonico era disposto anche a coalizzarsi temporaneamente con il suo avversario Bilotti.

Il macellaio rise di gusto.

“Ridete, ridete pure, questa città fala BellaAddormentatama, prima o poi, dovrà svegliarsi” sentenziò l’occhialuto giovane, dimostrando di possedere la stoffa del martire.

La folla intorno rumoreggiò contro l’ingrato ospite che osava offendere il sacro suolo natio… in altri tempi quella brava gente l’avrebbe linciato o messo al rogo, come un pollo cinese.

“Ma che ne sai, bimbo, di quello che succede qui da noi – disse un vecchio imponente, dotato di voce stentorea; anche lui era ospite delle Piccole Suore, come Tarchino, ma appartenente a un’altra scuola di pensiero – vieni dal Tacco e manco eri nato quando i Sovietici ci hanno bombardato con il Cernobyl!”

“E che l’è, un detersivo?” disse scherzando un ragazzo. La folla rise ma il vecchio non si lasciò intimorire:

“O furbino – replicò al suo giovane denigratore – scommetto che a scuola non te l’hanno insegnato che noi bischeri s’è mangiato la farina velenosa dei comunisti per anni… zitti e bòni perché l’Ucraina è il granaio d’Europa… lo diceva sempre anche “Lui”, non è vero Benito?” Pronunciando le ultime parole il vecchione si voltò verso Tarchino che, in effetti, si chiamava Benito Corridonio Marchetti ma, nel dopoguerra, aveva ritenuto opportuno adottare un soprannome meno impegnativo. I due si conoscevano fin dai tempi delle elementari e, tra loro, nulla era cambiato negli ultimi settant’anni.

Tarchino, turbato dall’apparizione in pubblico del suo fantasma onomastico, rimase in silenzio.

“Nonnetto, per caso non si ricorda che il muro di Berlino è crollato? – domandò, senza malanimo, il giovanotto con occhiali e cartella – i colpevoli di queste morti magari saranno anche russi, come dice lei, ma russi mafiosi, non sovietici!”

“Insomma, io ho lavorato dieci anni nella Questura di Palermo – intervenne perentorio Bilotti – se permettela Mafiacredo di conoscerla meglio di lei e so che metodi usa.”

Qualcuno applaudì ma, nel complesso, le rassicurazioni dell’uomo della Prefettura non convinsero l’auditorio: la folla continuò a vociare, molti litigavano tra loro, alcuni disapprovavano rumorosamente il Governo. I pochi che tacevano erano spaventati o, come Andrea, perplessi. Il partito dei catastrofisti sembrava decisamente maggioritario ma i menscevici di Bilotti non intendevano mollare.

Andrea, allungando il collo, riuscì finalmente a leggere per intero la ‘civetta’ che aveva messo sotto sopra il tranquillo mondo del Corso:

“Dopo i 4 misteriosi decessi al Catasto morti altri 5 dipendenti del Tribunale, il più vecchio aveva 47 anni.”

Un solo particolare stupì davvero Andrea: l’età degli scomparsi. Ogni giorno i muri della città annunciavano la morte di tre o quattro anziani, in genere trapassati intorno ai novant’anni. Poi però c’erano le vittime della strada e i malati di cancro o di cuore che se ne andavano anzitempo e così l’attesa media di vita si abbassava fino al livello nazionale: più o meno 80-86 anni. Per il seminario dell’esame di Statistica aveva studiato proprio il modello demografico locale: la piramide era un po’ strana per via dei vecchietti ‘selezionati’ dagli stenti della guerra divenuti tendenzialmente immortali ma, in effetti, nove persone ancora in età da lavoro morte in due giorni rappresentavano, per la città, un dato davvero insolito.

Si sentì comunque sollevato all’idea che sulla sua testa non incombesse, oltre alla normale scalogna, un qualche disastro ecologico in stile giapponese. Tirò un sospiro e uscì dal capannello mormorando: “Tanto rumore per nulla.”

Riprese il suo cammino riflettendo sulle reazioni di quella piccola folla, campione in miniatura della così detta ‘massa’, di fronte alla notizia di una disgrazia insolita: un tempo i canonici del Duomo avrebbero parlato di punizione divina, organizzato una bella processione con le reliquie dei santi protettori e tutto si sarebbe risolto in pochi giorni, oggi invece la vita era diventata complicata… persino gli ospiti della Commenda e le casalinghe in pensione pretendevano una spiegazione scientifica o, almeno, un servizio di Voyager.

“Come se i fatti dovessero avere per forza un senso, un fine, una funzione di causa o effetto in rapporto all’Universo – pensò Andrea – a cent’anni dalla Relatività, l’idea che viviamo in un mondo fenomenico non ha neppure scalfito il cuoio capelluto del cranio della gente.”

Intanto la campana di San Donato aveva iniziato a battere l’ora: uno, due, tre, quattro colpi isolati e poi ancora quattro… dunque nel sistema particolare in cui Andrea si trovava in quel momento erano le otto e almeno un evento successivo si poteva considerare ‘relativamente’ certo: sarebbe arrivato in ritardo al lavoro.

Come un trottatore che ‘rompe’, all’improvviso Andrea si mise a galoppare ma, nonostante il rush finale, quando accese il computer della sua postazione la lancetta lunga dell’orologio appeso sulla parete di fronte formava con la lancetta corta un angolo di quasi 180 gradi.

“Dieci minuti di ritardo…Grazie comunque per essere venuto! – esclamò sarcastico il rag. Sgamberoni, detto ‘Sgamba’ dai dipendenti, piombando alle spalle di Andrea come un avvoltoio – sai che ti dico Bruni: se proprio ti scoccia tanto svegliarti la mattina perché non rimani a letto?… c’e gente che fa la fila per avere il tuo posto.”

“Mi scusi, dottore… il tram non è arrivato in orario. S’intende che farò il recupero, stasera.”

“Certo e fino alle cinque e venti, eh!” replicò il ragioniere, tornando nel suo ufficio.

Lo ‘Sgamba’ aveva aspirazioni pedagogiche: i suoi dipendenti dovevano sempre restituire il doppio del tempo ‘sottratto’ alla ditta, così imparavano a rispettare l’orario.

“Magari, fossi un vero dipendente, avrebbe anche ragione – pensò Andrea – ma rimarrò qui ancora un mese e mezzo… a che serve ‘istruirmi’ per così poco tempo?”

“Ti fai prendere a calci in culo da quella carogna senza protestare?” gli chiese a bassa voce il collega alla sua destra. Andrea finse di non sentire la domanda, ma l’espediente era poco credibile: lavoravano gomito a gomito.

L’ufficio della INTERLIFE, chiamato pomposamente dallo Sgamberoni ‘open space’, era una stanza rettangolare lunga e bassa, divisa in due da uno stretto tavolone pieno di computer. Quindici precari programmatori sul lato destro, dieci precari addetti al call center sul lato sinistro: in certi momenti il rumore impediva di sentire persino il proprio respiro e lo spazio lineare per lavoratore non superava i settanta centimetri.

Su quel piccolo girone infernale incombeva da un soppalco vetrato, simile a una torretta militare, il padrone, ovvero, come amava definirsi lo Sgamba quando parlava con i suoi sottoposti, “l’uomo che si danna la vita per mandare avanti la baracca e mettere in cassa i quattrini che voi spendete”.

Il ragioniere, per quasi vent’anni, si era occupato di macchine da scrivere e registratori, poi aveva scoperto, tramite il figlio studente di Ingegneria,la Terra Promessa ovvero il Far West dell’informatica e, pur senza capire cosa intendeva produrre e vendere, aveva creato la INTERLIFE s.a.s.

Un uomo scaltro però conosce sempre i propri limiti e Sgamberoni, in realtà si occupava solo del negozio, rivendita di minutaglia elettronica e videogiochi, lasciando la ‘direzione tecnica’ della ditta di software al figlio, impiegato nel Centro di Calcolo dell’Università e quindi libero, dalle due in poi, di farsi i propri interessi. Ogni tanto però, all’improvviso, il rag. Alfiero si materializzava su quella specie di pulpito vetrato o irrompeva nell’open space, per far capire a tutti, compreso il figlio ingegnere, che il padrone del vapore era lui.

Gianni Filicai, un collega del Call Center laureato in Filosofia, ispirandosi a quelle ‘apparizioni’, così repentine da sembrare quasi sovrannaturali, aveva inventato per scherzo la “Nuova religione del XXI secolo secondo il rito scozzese del Gran Maestro Sgamba rag. Alfiero”:la Summa Theologica era riassunta in un testo che circolava con grande successo nella posta elettronica dei dipendenti della ditta intitolato “Visione di fra’ Giovanni da Filicai, carmelitano quasi scalzo, francescano per necessità, servo di Maria (la fidanzata), oblato a progetto nel convento di S. Precario retto dall’abate generale dom Alfiero di Foresto”. Nel ‘Prologo in cielo’ il dio Lavoro e la sua sposa Disoccupazione prendevano in affitto da un certo signor Jeova, ‘retired’, un malandato attico ‘da ristrutturare’. Nel primo capitolo le due divinità sopportavano infinite spese e scocciature per restaurare l’appartamento, nel secondo finalmente si affacciano alla finestra per farsi adorare scoprendo con disappunto che sulla terra da tempo si venerava il demone Tecnologia. Si ritraevano indignati ma, in fondo, erano due bonaccione e così, nel terzo capitolo, riaprivano le imposte, sperando in un ravvedimento dei fedeli. L’umanità però non solo perseverava nell’errore, ma si era fatta un secondo idolo detto Globalizzazione: infuriati da tanta stupidità, Lavoro e Disoccupazione decidevano di vendicarsi inviando sulla terra il loro figlio Precario. Nell’Epilogo infine si assisteva all’ira di dio: Precario per mostrarsi ancora più severo del vecchio padrone di casa che aveva maledetto Adamo condannandolo al lavoro, diffondeva ovunque una peste incurabile chiamata dagli umani ‘precariato’. Filicai stava ancora perfezionando la descrizione delle sofferenze patite dagli idolatri e aveva già in mente un addenda, dedicato all’ascesa dello Sgamba al soglio di Gran Sacerdote del Dio Precario, incarico ottenuto vincendo una gara al ribasso.

Giovanni il Visionario, come si firmava Filicai nelle vesti di Teurgo, aveva invece già definito l’aspetto escatologico della sua Teologia: un glorioso futuro attendeva i mortali che avevano espiato le loro colpe sopportando pazientemente le piaghe provocate dal morbo del ‘precariato’: l’assunzione in cielo!

“Ma insomma, ti frega dieci minuti e quasi lo ringrazi?” disse, insistendo, il vicino, a voce più alta. Andrea non rispose ma si girò verso di lui e, alzando le ciglia, gli fece capire che non voleva parlare.

Quel collega inopportuno era arrivato solo da una settimana, si chiamava Vittorio e veniva da una grande città del Nord. Aveva superato da un bel po’ la trentina e si atteggiava a uomo vissuto, forse lo era davvero perché, edotto dai compagni di sventura riguardo al carattere dello Sgamberoni, non aveva fatto una piega, limitandosi a rispondere che si era ciucciato carogne ben peggiori e ormai nulla lo spaventava. Sosteneva di essere passato per trentanove ditte, un record che, ai dipendenti della INTERLIFE, sembrava impossibile: Felice Randoni, detentore del primato aziendale, arrivava appena a ventitre e, in più, partiva avvantaggiato perché categoria protetta: da ragazzino si era spappolato una gamba cadendo dal motorino e camminava con l’aiuto di una stampella.

Andrea aveva già scambiato quattro chiacchiere con Vittorio, ovviamente durante le pause: era simpatico e alla mano, però sembrava andare a caccia di guai e non rispettava le regole sgamberoniane, ad esempio inviava messaggi in posta elettronica durante l’orario di lavoro. Vittorio, zittito in modo così brusco, ovviamente spedì subito all’amico una mail perentoria:

“Stasera ti aspetto e se, dopo aver recuperato i tuoi dieci minuti, non te ne vai, ti prendo a calci.”

“Guarda che se Sgamba ci becca sulla posta ci prende lui a calci e andiamo a spasso.”

“Ma che vuoi che becchi quello, al massimo il mangime delle galline! non riconosce un computer da un contatore del gas. E tu non devi dargliela vinta!”

“Certo! gli dico di ficcarsi in quel posto le lancette del suo maledetto orologio… e poi? pago l’affitto della stanza e mangio grazie a lui” rispose, sempre via mail, Andrea. Era innervosito: a parte il padrone doveva stare attento anche ai movimenti dei due spioni che lo tenevano informato. Persino in quel buco di dannati non mancavano i leccapiedi.

“Tu lavori e sopravvivi, lui ti fa lavorare e guadagna” replicò Vittorio.

“Ora capisco come mai sei passato per 39 ditte!!! – scrisse sorridendo Andrea – lo so che hai ragione però, se mi ribello, finisco in mezzo a una strada…strisciamo tutti per campare. E ora ‘passo e chiudo’.”

Vittorio comprese l’imbarazzo di Andrea: smise di inviare mail e, durante la pausa, cercò di mostrarsi meno aggressivo.

“Senti, Andrea, ti va di venire da me, stasera? – propose con tono amichevole – ti faccio un bel piatto di spaghetti, non all’arrabbiata…alla carbonara: per una volta niente panino con la mortadella! se continui così una mattina ti sveglierai mezzo maiale e mezzo asino, come un personaggio di Kafka!”

Andrea temeva di stringere amicizia con un tipo così anticonformista: Sgamberoni fiutava subito i soggetti pericolosi e li cacciava all’istante… magari se la sarebbe presa anche con lui. Però l’idea di un piatto fumante, pieno di ciccioli e spaghetti resi deliziosamente viscidi dall’uovo misto al formaggio, vinse tutti i timori:

“Va bene se vengo verso le otto?” chiese con l’acquolina in bocca… ancora non aveva addentato il suo panino con la mortadella.

“Per me non ci sono problemi – rispose Vittorio – e non portare nulla, mi raccomando.”

“Ma che vuoi che ti porti! al massimo un po’ di fame arretrata!” disse ridendo Andrea.

 Continua…

 

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Rosanna Bogo