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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per ottobre 2011

Finalmente Halloween

Filippo stava per uscire di casa quando, dalla camera da letto, sua moglie gridò: “Prendi il cappello, che fuori fa freddo!” Già, il cappello; non lo aveva preso.

Come facesse sua moglie Elvira, rannicchiata nel caldo del letto, a sapere che fuori faceva freddo e, soprattutto, che lui non aveva preso il cappello, era un mistero su cui non valeva la pena indagare, anche perché rischiava di arrivare in ritardo al lavoro.

“Me lo metto, stai tranquilla!” rispose Filippo, tornando sui suoi passi. Aprì il guardaroba e scelse una coppola: marrone, per rimanere in tono con il cappotto color cammello che indossava.

D’inverno Elvira aveva la fissa del cappello; lo costringeva a tenerlo sempre in testa con la scusa che ‘nelle sue condizioni’ rischiava di prendersi un brutto colpo di freddo ogni volta che metteva il naso fuori di casa. In effetti la capigliatura di Filippo, anno dopo anno, si era diradata e un cappello, oltre a tenere al caldo il suo cranio lucido, nascondeva la calvizie. “Non mi piacciono né gli uomini grassi né quelli calvi” ripeteva spesso la moglie. Non voleva che ingrassasse: la pancetta che arrivava con la maturità era notoriamente nociva. Filippo era rimasto longilineo ma contro la calvizie, ahimé, non c’erano stati rimedi.

Con le chiavi già in mano per aprire il portoncino dell’appartamento, ben attrezzato per affrontare la giornata fredda, fu raggiunto da un nuovo richiamo: “E stasera ricordati di entrare dal giardino!”

Filippo si fermò: perché diamine doveva rientrare passando dal cancelletto del giardino? Era una qualche nuova stravaganza della moglie? Rimase un attimo con il mazzo di chiavi a mezz’aria, poi chiese perplesso “Perché?”

La voce della moglie, ancora assonnata, aveva il tono di un rimprovero: “Oggi è Halloween, te lo sei scordato?”

“No, come potrei! “ rispose Filippo, che proprio se ne era dimenticato.

Poi aggiunse “A stasera!” e uscì di casa.

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Dr J. Iccapot

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Ottobre – Orizzonte

Acrilico su tavola, 48 x 45 cm (2011)

 

Al giorno d’oggi è ancora lecito dipingere dei paesaggi o quadri che ricordano paesaggi nel momento che la pittura è stata dichiarata morta e superata? Possiamo ancora dipingere dei quadri che prendono in considerazione i nostri sentimenti estetici e che rallegrano il nostro animo? “Con la pittura non si può esprimere più niente”. Questa è la frase che attualmente si sente dire spesso e senza pensarci troppo. Ma – siamo sinceri – cosa esprimono le tante sciochezze postmoderne e concetti d’arte pseudo-intellettuali?

Ma tralasciamo la polemica e rallegriamoci dei quadri che ci piacciono. Hegel riteneva che un’opera d’arte non esiste per sè stessa ma per un pubblico che, guardando e godendola, riesca a instaurare un dialogo con l’opera. Una opinione obsoleta?

Come se l’uomo, da allora, si fosse evoluto “in avanti”, diventando più moderno. Dovunque stiamo la nostra esistenza è delimitata da un’orizzonte che non si allarga nemmeno stando sulla punta dei piedi. Anche il nostro pensare ha i suoi limiti, anche qui viene stabilita una linea d’orizzonte che di volta in volta si allarga o si restringe. Potrebbe persino darsi che la nostra linea d’orizzonte abbia l’impronta della regione dove siamo cresciuti e nella quale viviamo. Se si tratta di una linea lontana dove il cielo e la terra si toccano in una pianura quasi sconfinata o di una linea tagliente, dentellata, di vette montane che spingono il cielo più in alto; tutto questo ha sicuramente un’ influenza sul nostro comportamento e sul carattere delle persone.

Persino nel mondo urbano troviamo una linea d’orizzonte che spesso fugge al nostro sguardo, essendo molto in alto tra i grattacieli. All’improvviso il primo piano diventa importante: vetrine, passanti, macchine, cartelli stradali, colori, luci, movimento, fretta… É un mondo senza orizzonte, privo del passaggio dalla terra al cielo, senza alcuna linea che stuzzica la nostra curiosità per vedere cosa ci possa essere oltre…

Ma mai si potrà oltrepassare questa linea.

Qualche volta però constatiamo con stupore che la linea d’orizzonte è sparita o percepita solo vagamente perchè si è aperta una nuova dimensione; la nebbia che lascia sparire gli orizzonti interni ed esterni.

Un preludio per pianoforte di Claude Debussy “Brouillard” esprime molto bene l’atmosfera di questo quadro, pur non essendoci delle sfumature blu-grigie e gialle come nella musica. Ma questo è già il motivo per un quadro nuovo.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Settembre – Cerchio Bianco

Acrilico, 50 x 60 cm (2011)

 
Due sono i componenti dominanti in questo quadro: il color verde e il cerchio.

Partendo dal centro il verde chiaro cresce e infine scompare nell’oscurità del verde-pino. Questo colore trova spesso resistenza, forse per la mancanza di luminosità, necessario per la crescità e prosperità. Ma nella sua profondità il verde scuro è persistente, duraturo e calmante. Assomiglia al colore di una dea tibetana: la verde Tara. É la dea della calma, della dolcezza e della conciliazione.

Da questa fondamenta di calma statica irrompe il verde chiaro della primavera, della vita e del rinnovamento. C’è il verde di quella pietra che promette l’immortalità. Nella zona di passaggio dei colori si trova un cerchio bianco, delimitazione verso l’esterno e l’interno.

Il cerchio come movimento intorno ad un centro, simbolo dell’eterno ritorno, un segno che ci suggerisce sicurezza, protezione ma anche limitatezza e difficoltà. Dipende da quale parte della periferia ci troviamo. Il cerchio può anche contenere un volume, può essere inteso come sfera. Essa è il risultato della gravitazione poichè tutte le forze agiscono in maniera uguale verso l’interno, verso il centro. Non esiste un “sotto” nè un “sopra”, in tutte le posizioni domina la stessa curvatura, il simbolo della perfezione.

Il nostro mondo attuale viene dominato dalla linea retta, allineata prevalentamente orizzontale o verticale. Ci troviamo in un ambiente che nega tutte le forme naturali e contemporaneamente vuole incasellare il nostro pensiero in scattole quadrate. La cella in forma di cubo dovrebbe suggerire la perfezione. La linea curva agisce direttamente come provocazione.

La linea curva e il cerchio non sono soltanto piacevoli sorprese al nostro sguardo. Ci consentono anche un importante ampliamento dell’orizzonte nel nostro mondo quadrato.

Godiamoci la sensazione piacevole e tonda che ci trasmette una mela nella nostra mano e dimentichiamo per un momento di essere noi stessi prigionieri in uno spazio cubico.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Ferdinando Martini, Confessioni e ricordi

Ricorda, Ferdinando Martini, l’infanzia e la fanciullezza nella “Firenze com’era”, fino al 1859, anno in cui Leopoldo II abbandonò la Toscana.

Tra esperienze familiari e scolastiche, in un prosare semplice, ci racconta di Massimo D’Azeglio in convalescenza, del salotto di Gioacchino Rossini e di sua moglie, di Carlo Lorenzini, accanito giocatore, sempre perdente e carico di debiti, prima di diventare famoso col “Pinocchio”.
Digitalizzato da noi per riportarlo alla luce, sarà poi ulteriormente revisionato dai volontari di LiberLiber e aggiunto ai tanti volumi di libero dominio.
Lo potete scaricare qui: Ferdinando Martini, Confessioni e ricordi (1264)

 

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Dr J. Iccapot

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Il diario di Martino – La lettera – III

Terza e ultima parte.

Qui la seconda parte.

All’improvviso rividi la scena, come se non fossero passati gli oltre settant’anni che me ne separavano.

Era una giornataccia d’inverno, fuori pioveva e io avevo portato il mio libro sul tavolino di cucina; la mia stanzetta era freddissima in quella stagione perciò, quando potevo, mi rifugiavo nella grande camera da pranzo dove, tra l’acquaio e il focolare, la mamma preparava cena. Lì c’era caldo e anche una illuminazione più viva; quella sera il vapore della pentola del minestrone di verdure riempiva l’aria di un buon odore.

Babbo Tommaso era rientrato da poco dal lavoro, stanco come al solito, e si era seduto sulla sua sedia impagliata che aveva avvicinato al focolare, mettendo sotto i piedi un panchetto di legno per tener le suole delle scarpe meglio esposte al calore; sonnecchiava.

Io, col librone di “Coltivazione delle miniere” aperto stavo facendo un esercizio assegnatoci per il giorno dopo; con la mia boccettina d’inchiostro poggiata con cura su un angolo del tavolo, scrivevo formule, buttavo giù calcoli, mi appuntavo i valori intermedi su un quadretto di carta di brutta copia per riportarli poi su un quaderno.

All’improvviso, fuori era già notte e, come dicevo, stava piovendo, si sentirono due colpi alla porta, secchi: un bussare che ci era noto.

“Zio Giovanni!” annunciai alla mamma, che si voltò semplicemente per dire “Entra, Giovanni”: sapeva che lo zio non si sarebbe mai permesso di girare la chiave, che era nella porta, ed entrare senza che qualcuno gliene avesse dato il permesso.

Lo zio entrò, gocciolando di pioggia, e mise l’ombrellone verde accanto alla porta della cucina, che era poi la prima stanza a cui si aveva accesso da fuori. La mamma mi dette un’occhiata ma io sapevo già cosa fare: presi una sedia e la misi davanti al focolare, lo zio si tolse la giacca, fradicia, e si mise a sedere ad asciugarsi un po’ i pantaloni mentre il babbo, destato da quel po’ di trambusto, tornava cosciente e cominciava a scambiare le prime usuali frasi di convenevoli.

Giovanni era diventato mio zio da poco tempo: aveva sposato da pochi mesi Adele, la più giovane delle sorella di mamma Maria, ma il loro fidanzamento era durato diversi anni e così da tempo era diventato di casa anche da noi.

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Dr J. Iccapot

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Al Dio Precario – 3

Terza e ultima parte.

Qui la seconda parte.

La notizia dell’incidente si diffuse tra i dipendenti della INTERLIFE la mattina seguente: la polizia non aveva trovato i documenti di Andrea ma, da una tasca, era saltato fuori, ancora leggibile, un foglietto con il numero telefonico della signorina Samantha, segretaria factotum dello Sgamba.

Vittorio, accusando un inesistente malore, corse subito all’ospedale con un’enorme valigia piena di biancheria, pacchi di biscotti, cioccolata, succhi di frutta, asciugamani, sapone, dentifricio, libri e giornali.

Andrea era ancora sotto sedativi e appena lo riconobbe. L’infermiera del Reparto Psichiatrico, immobile accanto alla porta della stanza, guardò tutto quel ben di dio che Vittorio cercava di sistemare nel comodino o sotto il letto dell’amico con un risolino sprezzante. Poi, tirando fuori una vocina acida che istigava all’omicidio, disse:

“S’è dimenticato di portare anche l’armadio quattro stagioni, per il suo amico. Noi non ci s’ha, un siamo mica l’Albergo Imperiale.”

“Lo so chi siete e proprio per questo ho messo in valigia anche le cose che dovrebbe passare l’Ospedale…caso mai qualcuno le avesse dirottate a casa propria, per arrotondare, tanto gli zombi che tenete qui neanche si ricordano se hanno mangiato o no.”

“Che per caso insinua qualcosa? Guardi che chiamo il Primario!” rispose prontamente la donna, mettendosi sulle difensive: quello non era un paziente e aveva l’aria di essere non solo perfettamente sano di mente ma anche di  molto incavolato.

“Non occorre, Madre Teresa, vado io a parlare col suo capoccia” disse Vittorio uscendo.

Trovò il Primario in corridoio, già con il cappotto in mano.

“Bruni, il suicida della stanza 15, non ha problemi mentali – disse Vittorio – io lo conosco bene, è solo un ragazzo disperato…prometto di occuparmi di lui, se vuole mi impegno anche per scritto…qui in città non ha parenti e io posso ospitarlo.”

Il Professore rimase per qualche secondo pensieroso, poi decise di non rischiare: quel giovanotto, proprio perché non era matto, aveva tutte le caratteristiche del recidivo organizzato.

Così Andrea uscì dall’Ospedale solo alla scadenza del periodo di degenza stabilito dal protocollo dell’Azienda Ospedaliera per la sua patologia psichiatrica; nel frattempo la bronchite si era aggravata ma per, andare nel reparto di pneumologia, doveva passare dal Pronto Soccorso.

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Rosanna Bogo

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Al Dio Precario – 2

Seconda parte.

Qui la prima parte.

Il generoso amico di Andrea abitava in un monolocale carino, arredato di tutto punto, e la serata fu piacevole: Vittorio se la cavava come cuoco e a tavola raccontò certe sue avventure ‘professionali’ al limite del comico, con un manager davvero fuori di testa.

“Meglio matto che cattivo come Sgamba” commentò Andrea.

“Però poi il mio pazzerellone ha mandato la ditta a gambe all’aria. I negrieri strappano la pelle ai lavoratori e tengono a galla la barca… è proprio il  sistema del mondo che è sbagliato.”

Andrea parlò dei genitori, poveri contadini dell’Appennino che di continuo gli chiedevano di tornare a casa, almeno con loro avrebbe mangiato e dormito nel suo.

“Tanta gente che ha studiato torna a lavorare la terra, magari produce ‘biologico’ – osservò Vittorio – avere un padre esperto può essere un vantaggio.”

“A me non piace l’odore della stalla e poi di roba sana ne ho già mangiata a sufficienza da ragazzo – replicò Andrea, un po’ irritato – non ho studiato duro, sempre con l’incubo di perdere la borsa di studio, per fare il contadino…m’intendo di Economia, io, non di maiali e castagne!”

“Tra competenze e lavoro oggi non c’è più corrispondenza, però capisco che quel genere di vita sembri più attraente a chi non lo conosce per esperienza diretta – disse, conciliante, Vittorio – anche ora, comunque, non ti occupi di trend e spread.”

“Quattro anni fa il padre della mia fidanzata mi ha pagato un corso di “Architettura Web”, è stato utile per cominciare a lavorare.”

“Un uomo generoso…tu e la tua ragazza dovreste fargli un monumento!”

“Non è più la mia ragazza – rispose rattristandosi Andrea – si è stancata di aspettare e ha sposato un altro… un fornaio.”

“Mica scema, un marito che sta fuori di notte… noi informatici invece siamo sempre lì, in casa, attaccati al computer come paguri – commentò scherzosamente Vittorio, per alleggerire l’atmosfera – vieni, ti faccio vedere un nuovo gioco che ho sul mio portatile.”

Il computer di Vittorio era l’ultimo modello della Apple… roba da ricchi, adatto per fare lavori di qualità!

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Rosanna Bogo

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Al Dio Precario – I

Prima parte.

Andrea camminava lentamente, lo sguardo fisso ai lastroni sconnessi che pavimentavano il Corso, orgoglio della competente U.O. (Unità Operativa) comunale e campo di battaglia dove spesso cadevano, imprecando contro il sindaco, anziani traballanti e donne con tacchi a spillo. Anche se l’aria autunnale conservava un piacevole tepore settembrino, teneva le mani infilate nelle tasche del bomber, così poteva rimbalzare tra i passanti frettolosi come una palla imbottita, limitando l’effetto dei continui urti e impigli dovuti a quel suo modo di avanzare a testa bassa.

Non aveva voglia di salutare eventuali conoscenti, perdere tempo per cortesia, ascoltare o raccontare inezie… e poi, perché doveva alzare gli occhi? ormai conosceva tutti i muri, gli angoli, i negozi di quella strada e guardare nelle vetrine cose che non si possono comprare a che serve? Lui non sognava più, da tanto tempo.

Come molti ragazzi della sua età, portava vistosi auricolari bianchi ficcati nelle orecchie ma non ascoltava musica a tutto volume: di prima mattina il chiacchiericcio a vuoto della gente nel tram e per la strada, i rumori acuti dei motorini, gli urli degli infanti, le risate smodate degli adolescenti lo nauseavano e così aveva trasformato le cuffiette di uno scassato ipod in occulti tappi, ideali per isolarsi temporaneamente dal mondo.

Chi lo incontrava, a quell’ora, poteva scambiarlo per un vagabondo senza meta o un alienato perso nei suoi incubi eppure, entro le otto, doveva assolutamente trovarsi all’altro capo del Corso, davanti al numero 97, un edificio, basso e stretto nobilitato da false bifore medievaleggianti. A livello della strada troneggiava il negozio INTERLIFE di Sgamberoni rag. Alfiero, al piano nobile si allocava l’appartamento privato del proprietario e, nel mezzanino, lavoravano i collaboratori esterni della ditta dedita, come rivelava un’insegna scritta in improbabili caratteri gotici, alla creazione di “Siti web su misura”.

Non a caso il padre del sig. Alfiero, Foresto, per quarant’anni aveva esercitato, proprio in quel luogo, la professione di sarto per signora, sempre marcato ‘a uomo’ dalla moglie Marisa, brava modista-ricamatrice e, soprattutto, Argo molto apprezzato dai mariti delle clienti. Lavorando e risparmiando Foresto e Marisa avevano comprato l’immobile e fatto studiare il loro unigenito Alfiero… dimostrando così che anche dalle migliori intenzioni può derivare un gran male.

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot