Montacarichi a due gabbie per pozzo di miniera, da “Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della R. Scuola Mineraria di Massa Marittima” dell’ing. G. Merlo

Prima Parte

Ormai sono vecchio, anche troppo vecchio, più vecchio di quanto sia giusto diventare: ho più anni di quanti ne aveva zio Giovanni quando è morto e ho sempre pensato che la sua fosse un’età ragguardevole: i novanta anni li ho superati da un po’ e sono ancora qua. Che ci faccio? Non lo so davvero, ma nessuno lo sa e allora si continua, facendo finta di niente, illudendosi di essere impegnati in qualcosa.

L’idea di tenere un diario l’ho avuta da poco e mi sto chiedendo, anche in questo momento, se non sia una sciocchezza annotare pensieri e resoconti di avvenimenti vecchi quasi quanto me: a chi potrà mai importare qualcosa di quello che penso, che ho fatto, che ho provato? Eppure, ora che dalla morte mi divide solo una tremante e sfrangiata cortina, mi dispiace andarmene senza avere lasciato un segno.

Segni ne tracciamo tutti: segni di lavori fatti, di figli generati e cresciuti, di nipoti, ma questi segni li lasciamo con la stessa noncuranza e casualità con cui li lasciano gli animali: gratuitamente, senza necessità, senza considerazione, senza studio. Io vorrei invece, ora, lasciare un segno che dia modo di riflettere, per far sì che qualcuno passi un po’ del proprio tempo non a guardare le cose, per poi dimenticarle, ma a pensare a quello che è successo ad un uomo, anche se un uomo qualunque.

Non so bene da dove cominciare, quale fissare come data di inizio, e non ho neppure una vaga idea su come annotare le cose; scrivere per me è una novità perché se nei decenni del mio lavoro passato ho scritto tanto, erano però relazioni, bilanci, progetti di finanziamento, erano cioè scritti ‘tecnici’ dove non c’ero io, non c’era Martino: c’erano i fondamenti della scienza delle costruzioni, le regole di bilancio, le usuali frasi della contabilità, i prospetti e le colonne di numeri, i riferimenti a leggi e regolamenti.

Allora comincerò semplicemente dal raccontare cosa ha dato il via alla mia voglia di scrivere.

Nella stanza più fredda e meno illuminata della casa (non ha neppure una finestra) decisi anni fa di raccogliere e ordinare la mia biblioteca. Mi sono trascinato in giro, per l’Italia prima e per vari appartamenti di questa cittadina di mare poi, un gran numero di libri, per lo più risalenti agli anni di università e ai periodi iniziali di lavoro; i primi erano necessari per gli studi, i secondi per tenermi aggiornato nei vari incarichi lavorativi che ho svolto e che sono stati di diversa natura: ho diretto alcune piccole miniere, dove ho progettato laverie e impianti di aereazione; sono stato direttore amministrativo di due o tre compagnie estrattive; negli ultimi anni, prima della pensione, mi sono rifugiato nell’insegnamento nella scuola pubblica, in lontani anni in cui le scuole superiori dei paesetti erano ancora frequentate da bravi ragazzi, magari somari e svogliati, e anche se qualche collega che non aveva mai lavorato altrove si lamentava di essere sottopagato, quella per me si poteva davvero definire una sinecura, come avrebbe senz’altro detto il mio vecchio compagno di seminario.

Ogni tanto, come tutti i vecchi, mi piace sfogliare qualcuno di quei libri: mi ricordano anni lontani, persone con cui ho lavorato e vissuto fianco a fianco, brave persone e anche persone meno brave, e persino artisti che ho conosciuto. I libri che mi sono più cari sono grandi e pesanti: da solo non posso più salire su una scala col rischio di rovinare giù sul pavimento e allora la mattina di buon ora, prima che arrivi la donna a sbrigare le faccende di casa, infagottato anche d’estate in una pesante veste da camera, entro nella biblioteca, accendo il vecchio lampadario a dodici luci e guardo, di sotto in su, gli scaffali, scorrendo con lo sguardo le costole ingrigite dalla polvere, alla ricerca di qualcosa da sfogliare.

Quando poi arriva la donna, un’ucraina robusta e rossiccia, le indico i volumi che mi interessano e lei sale a prenderli per poggiarmeli, a portata di mano, sul grande tavolo scuro della biblioteca; così me ne posso impadronire con agio e li porto nello studio, sulla mia scrivania dove troneggia ancora una macchina da scrivere elettrica Olivetti; la scrivania è piena di carte inutili, di vecchie bozze di compiti assegnati decenni fa a giovanotti e signorine che ormai forse saranno nonni, di sezioni di laverie ormai franate, di bollette pagate che dovrei mettere in ordine, di estratti conto della banca e di non so cos’altro; da anni e anni non tocco più nulla ma accumulo, uno sull’altro, strati di nuovi documenti: mi dico sempre, come scusa, che tanto tra poco morirò e mettere in ordine non ha più alcuna importanza.

La donna ha il divieto assoluto di entrare nella stanza se io non ci sono e di toccare alcunché, anche se non c’è una porta che posso chiudere ma solo un grande tendone verde, pesante come quelli dei cinema, che tengo aperto o serrato, seconda gli umori, la stagione o l’odore che viene dalla cucina o dai prodotti di pulizia con cui lava i pavimenti.

La signora è molto diligente: pulisce con buona cura ma può spazzare e lavare il pavimento nello studio solo a patto che dentro ci sia io, seduto in poltrona; non può toccare assolutamente nulla, né sulla scrivania, né negli armadi o sopra gli scaffali. Non le è consentito riordinare i miei fogli, spolverarli, spostare le pile di documenti che crescono anche sulle due sedie e qualche volta sul tappeto di fronte alla poltrona. All’inizio protestava, dura; ma se lei è ucraina, io sono una gran testa dura e non c’è voluto molto per farle capire come potevamo convivere senza litigare. E poi, sono io che pago, e anche bene, e allora deve fare come dico, sennò…. marsch! Sono stato in un campo di prigionia tedesco, figuriamoci se mi faccio intimorire da una domestica!

Continua…

 

 

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Dr J. Iccapot