Seconda parte.

Qui la prima parte.

Quella mattina lo sguardo mi era caduto su una costola blu che non vedevo più da anni, il testo litografico della “Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della Regia Scuola Mineraria di Massa Marittima” dell’ing. G. Merlo, un volumone dalla copertina verde scuro; quando arrivò la donna le chiesi di prendermi quello, e solo quello: volevo, sfogliandolo con calma, ripercorrere gli anni trascorsi all’Istituto Minerario. Sul frontespizio il libro riporta la data della prima redazione delle dispense, il 1889, addiritura prima che nascessero i miei genitori.

Aperto il volume sulla scrivania, ne voltavo le grandi pagine alla ricerca di miei appunti o di un disegno che mi portasse alla mente qualche fatto singolare e significativo della mia vita del tempo.

Qua e là mi imbattevo in grandi fogli a quadretti che avevo riempito con la mia scrittura aguzza, ora a fare un sunto di un capitolo, ora ad approfondirlo evidentemente dalle lezioni del professore; tra gli appunti c’erano anche esercizi svolti e sviluppati con grande cura. Tutte queste carte erano fogli a quadretti, che si dicevano ‘protocollo’, scritti col lapis o con una penna ad inchiostro nero bluastro che è rimasto pressoché immutato con gli anni. I testi scritti a lapis, con tratto più veloce e grafia più trasandata dovevano essere le ‘brutte copie’ dei compiti che ci assegnavano in classe.

Riandavo col pensiero ai professori, ai compagni di classe, al caro compagno di banco. Lo sguardo non vedeva più i vecchi fogli e le dita parevano carezzare in un gesto d’affetto quelle antiche pagine. E furono proprio le dita a farmi riprender coscienza del libro. I pensieri ormai vagavano ai tempi lontani, gli occhi si inumidivano dietro le mie grosse lenti, offuscando quel poco che c’era da vedere, una mano correva veloce nella tasca della giacca da camera ad afferrare un fazzoletto che avrebbe salvato il libro dal minaccioso gocciolare del naso. Lo sapete, a noi vecchi basta un briciolo di ricordo per inumidirci gli occhi.

Ma la mano che era rimasta sul libro aveva sentito qualcosa di diverso; mi asciugai il naso, pulii le lenti un po’ appannate e mi misi a guardare quello che avevo trovato.

Erano due fogli, non rigati, piegati l’uno dentro l’altro e, per quello che potevo vedere, vergati da una sola parte. Non riconobbi di che si trattasse e mi chiesi, con il cuore che palpitava, cosa la mia ricerca avesse portato alla luce. Ero sicuro che si trattasse di qualcosa che mi riguardava da vicino, certo molto più da vicino che un esercizio sui freni a ceppo che avevo appena riletto.

Aperti i due fogli, risultarono quelli di una minuta, scritta da me con un inchiostro diverso da quello che avevo usato per le note e per gli esercizi, un inchiostro che sulla carta, ormai di color avorio, era diventato di un marrone rugginoso.

Dicevano le due paginette, che ricopio testualmente:

Sono ormai alla fine dei miei studi e mi sento quindi in dovere di procurarmi quel benedetto posto che toglierà i miei genitori dai sacrifici che hanno fin qui fatto per farmi studiare, come lei saprà benissimo. Però, dove occuparmi se i posti sono così difficili? Ci vuole almeno una buona e gentile persona che influendo su «qualche pezzo grosso»  faccia appunto che dette difficoltà vadano a sparire. E cercando questa buona quanto gentile persona, ho trovato appunto lei che, volendo, molto può fare. Mi spiego. Ho saputo che a cotesto paese in cui molto lodevolmente svolge le funzioni di Arciprete, ci sta anche il comm. Carletti, il quale è semplicemente uno dei più forti azionisti della Montecatini e che lei è con esso in ottimi rapporti. Cosa le chiedo, quindi? Di mettere presso il comm. Carletti una buona parola per me, affinché possa egli per piacere a lei, appoggiarmi in qualche modo pressola Società Montecatini o altrove, per un posticino per un addetto. Dico, per un addetto, in quantoché anche se non è in miniera è tanto meglio date le mie condizioni fisiche specialmente degli occhi. Mi farà lei questo immenso piacere di cui le serberò riconoscenza eterna? Non ne dubito, conoscendolo troppo bene quali vecchi conoscenti ed amici, se io mi posso dichiarare amico di una sì degna persona. In ogni caso la prego di rispondere subito. Mi voglia intanto perdonare il disturbo che le procuro con questa mia, e mentre la sua bontà me ne fa quasi sicuro, con l’ossequio dovuto al grado e meriti di lei, mi dichiaro il suo umilissimo servitore

Martino A.

Massa Marittima.

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Continua…

 

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Dr J. Iccapot