Image credits: disegno di Reed Crandall

Eravamo seduti alle nostre scrivanie, le poltroncine girate l’una verso l’altra in modo da poterci guardare in faccia; rimasti soli in ufficio, come spesso ci capitava durante l’ora di pranzo, parlavamo di cose futili, per fare più tardi e per diluire la noia di quell’ora calda di fine estate.

Lei cominciò a raccontarmi, senza enfasi particolare, gli avvenimenti delle sue ultime settimane riguardanti il trasloco nella nuova casa, più grande e adatta alla famiglia che era cresciuta e stava ancora crescendo, come dimostrava il suo pancione.

Voleva, Silvia, dirmi qualcosa di preciso, desiderava raccontarmi un’emozione particolare, un brivido che l’aveva percorsa in quei giorni: lo capivo dai suoi occhi, sempre fissi sui miei, lo vedevo dall’agitarsi delle mani.

La casa ‘nuova’ era, in realtà, una vecchia abitazione della famiglia del marito, dove avevano già vissuto alcune generazioni e che l’ultimo abitante, un nonno molto vecchio e con una salute malandata, affezionatissimo al piccolo bis-nipote, aveva voluto cedere alla giovane coppia per ritirarsi in un luogo dove farsi curare e accudire sarebbe stato molto più semplice.

Parlammo, io e Silvia, come capita in queste occasioni, dello stress dei traslochi: degli scatoloni che si accumulano, della velocità con cui si perde presto il controllo delle nostre cose, impacchettate con cura e messe però chissà dove. Anch’io ho subito il trauma di numerosi cambiamenti d’abitazione: dell’ultimo ricordo la disperazione della mamma, ormai molto anziana, perché alcune scatole con le ‘sue’ cose erano andate irrimediabilmente perdute; ma, per tenermi leggero nella conversazione, descrissi con brio solo certi spostamenti, per decine e decine di chilometri e per più volte, della mia utilitaria piena sino all’inverosimile di piante verdi di rampicanti, di vasi di limoni, di vecchi orci d’olio trasformati in contenitori ‘vintage’ e quanto dovevo sembrare ridicolo, a chi mi vedeva passare, nascosto nel verde di un’affollata, arruffata e multiforme serra semovente.

La feci sorridere, ma Silvia voleva continuare a raccontarmi il ‘suo’ trasloco: c’era qualcos’altro che aveva bisogno di dirmi; lasciai che il suo racconto continuasse, smorzando la mia ironia sugli strani accidenti che capitano quando si cambia casa.

Alcune delle loro scatole, proseguiva Silvia, furono portate all’interno dell’appartamento e subito la giovane coppia cominciò a distribuire nella dispensa, negli armadi lasciati vuoti dal nonno, sugli scaffali, i propri piatti, i bicchieri, la biancheria da bagno, gli abiti. Gran parte degli scatoloni, contenenti cose ritenute meno utili nell’immediato di quella prima giornata nella casa nuova, furono lasciati, ben disposti, dentro una grande rimessa al piano terra, all’asciutto e al sicuro.

Fra i ‘bagagli’ che avevano seguito la coppia al nuovo indirizzo c’era anche una gatta, amatissima dal marito ma che secondo Silvia era solo un grasso e pigro animale con due scopi nella vita, mangiare e dormire, che cercava di realizzare sempre limitando al massimo lo sforzo fisico.

Per non traumatizzare la bestiola spostata all’improvviso in un nuovo appartamento, tutto ancora da riordinare, fu deciso che la prima notte avrebbe dormito da basso, nel garage, accanto alla rimessa che aveva dato ricovero ai pacchi e alle scatole del trasloco; per far sentire a suo agio la gatta le era stata accomodata la sua vecchia poltrona personale in una posizione da cui potesse controllare tutto l’ambiente circostante col minimo sforzo. Per terra furono disposti, prima che i coniugi si ritirassero per la notte, le scodelle con i croccantini favoriti, i bocconcini più appetitosi e un’abbondante ciotola di acqua fresca e pulitissima.

Il sonno prese subito i due ragazzi, la giornata era stata molto impegnativa e faticosa: la nuova casa ‘giocava’ a nascondere le cose appena riposte e c’era da far di nuovo l’abitudine a ritrovare anche gli oggetti più comuni; un nottata tranquilla era quello che ci voleva per affrontare, la mattina dopo, il resto del lavoro.

Dopo qualche minuto Silvia però si risvegliò; sarà la stanchezza, pensò girandosi nel letto accanto al marito che riposava profondamente. Dalle persiane chiuse tremolava la luce dei lampioni, creando bizzarri disegni sulle pareti della stanza nell’incontrare le fronde, che sembravano agitate dal vento, di un vecchio e colossale albero che cresceva proprio davanti al portone d’ingresso della casa; questa immagine la inquietava. Era stato il rumore delle fronde smosse dal vento a svegliarla, un qualche cigolio di un ramo contro un muro?

Per un po’ rimase a occhi chiusi, tentando di riaddormentarsi; poi le sembrò di sentire il rumore come di mani che tentassero di aprire un pacco, poi ancora uno scartoccìo; accese la luce e si mise, coraggiosamente, a girare per la casa: no, non c’era nessuno, eppure…

I rumori ripresero, più intensi, sembravano provenire dalla rimessa, proprio sotto la stanza da letto. Che ci fossero dei ladri? Quando sentì il miagolio della gatta trasalì: il povero animale era scappato dal garage e adesso si era seduto sotto la finestra della camera; il suo pianto continuo, incessante, era una preghiera per farla entrare in casa; un comportamento che in vita sua quella bestia, tranquilla e indipendente, non aveva mai avuto.

Silvia non sapeva cosa fare. Svegliare il marito e farsi prendere in giro per i rumori della vecchia casa? Cercare di riaddormentarsi, dicendosi che era solo la stanchezza e che domani, con le prime luci del sole, avrebbe pensato a quelle ore come a una sciocchezza?

Tornò piano piano a letto ma il cuore le batteva forte; nella rimessa il rumore si era fatto più intenso e deciso: delle mani sfioravano e forse aprivano le scatole, scartavano i pacchetti affondati nei sacchi del trasloco; la gatta continuava a lamentarsi sotto la loro finestra con quel suo miagolio agghiacciante, senza sosta, senza sosta…

Silvia non ce la fece più, scosse il marito per le spalle, riuscì a svegliarlo.

– Ci sono dei rumori, di sotto. Forse sono dei ladri…. E’ da un po’ che li sento….

Il marito tese le orecchie, anche lui nel silenzio della notte distingueva chiaramente quei suoni che provenivano proprio dalla stanza sotto la loro camera.

– Sono la ‘nonna’ e il suo bambino – rispose, riadagiandosi sul materasso come se quelle parole potessero rassicurare la moglie, che però non capiva.

– La ‘nonna’! Te l’ho detto che questa casa fu costruita tanti anni fa dalla mia famiglia. Noi la chiamiamo ‘la nonna’, è stata la prima proprietaria: se ne va in giro, di notte, col suo bambino. Era piccolo quanto il nostro Emanuele quando piantarono per lui l’albero che è all’ingresso; dopo pochi mesi il bimbo morì improvvisamente e la sua mamma non se ne dette pace, morì anche lei, di dolore, poche settimane dopo. Da allora sono rimasti qui, nella casa, anche dopo morti; di notte se ne vanno in giro, curiosano, proteggono le varie generazioni che ci hanno abitato… Non devi avere paura, hanno visto tutto questo movimento e si saranno messi a spiare, a cercare di capire chi sono i nuovi ospiti della loro casa, cosa hanno portato nei loro sacchi e nei loro scatoloni. Non ti preoccupare, andranno un po’ in giro e poi si metteranno buoni. Su, torna a letto.

Silvia quella notte non dormì molto, girandosi e rigirandosi al minimo rumore proveniente dalla rimessa, senza avere neppure il coraggio di scendere le scale per far salire la gatta e farle smettere quel miagolio disperato e impaurito.

La mattina dopo tutto era di nuovo tranquillo ma da allora quella gatta, che aveva tanto odiato e maltrattato, è diventata la sua migliore amica e quando è a casa sta sempre con lei e non se ne separa mai: sa che l’animale, con la sua ferina sensibilità, può segnalare la presenza della ‘nonna’ e del bambino, e Silvia non ci tiene proprio a fare la conoscenza diretta con questi lontani avi del suo piccolo Emanuele.

 

 

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fuchs