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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per settembre 2011

Il diario di Martino – La lettera – II

Seconda parte.

Qui la prima parte.

Quella mattina lo sguardo mi era caduto su una costola blu che non vedevo più da anni, il testo litografico della “Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della Regia Scuola Mineraria di Massa Marittima” dell’ing. G. Merlo, un volumone dalla copertina verde scuro; quando arrivò la donna le chiesi di prendermi quello, e solo quello: volevo, sfogliandolo con calma, ripercorrere gli anni trascorsi all’Istituto Minerario. Sul frontespizio il libro riporta la data della prima redazione delle dispense, il 1889, addiritura prima che nascessero i miei genitori.

Aperto il volume sulla scrivania, ne voltavo le grandi pagine alla ricerca di miei appunti o di un disegno che mi portasse alla mente qualche fatto singolare e significativo della mia vita del tempo.

Qua e là mi imbattevo in grandi fogli a quadretti che avevo riempito con la mia scrittura aguzza, ora a fare un sunto di un capitolo, ora ad approfondirlo evidentemente dalle lezioni del professore; tra gli appunti c’erano anche esercizi svolti e sviluppati con grande cura. Tutte queste carte erano fogli a quadretti, che si dicevano ‘protocollo’, scritti col lapis o con una penna ad inchiostro nero bluastro che è rimasto pressoché immutato con gli anni. I testi scritti a lapis, con tratto più veloce e grafia più trasandata dovevano essere le ‘brutte copie’ dei compiti che ci assegnavano in classe.

Riandavo col pensiero ai professori, ai compagni di classe, al caro compagno di banco. Lo sguardo non vedeva più i vecchi fogli e le dita parevano carezzare in un gesto d’affetto quelle antiche pagine. E furono proprio le dita a farmi riprender coscienza del libro. I pensieri ormai vagavano ai tempi lontani, gli occhi si inumidivano dietro le mie grosse lenti, offuscando quel poco che c’era da vedere, una mano correva veloce nella tasca della giacca da camera ad afferrare un fazzoletto che avrebbe salvato il libro dal minaccioso gocciolare del naso. Lo sapete, a noi vecchi basta un briciolo di ricordo per inumidirci gli occhi.

Ma la mano che era rimasta sul libro aveva sentito qualcosa di diverso; mi asciugai il naso, pulii le lenti un po’ appannate e mi misi a guardare quello che avevo trovato.

Erano due fogli, non rigati, piegati l’uno dentro l’altro e, per quello che potevo vedere, vergati da una sola parte. Non riconobbi di che si trattasse e mi chiesi, con il cuore che palpitava, cosa la mia ricerca avesse portato alla luce. Ero sicuro che si trattasse di qualcosa che mi riguardava da vicino, certo molto più da vicino che un esercizio sui freni a ceppo che avevo appena riletto.

Aperti i due fogli, risultarono quelli di una minuta, scritta da me con un inchiostro diverso da quello che avevo usato per le note e per gli esercizi, un inchiostro che sulla carta, ormai di color avorio, era diventato di un marrone rugginoso.

Dicevano le due paginette, che ricopio testualmente:

Sono ormai alla fine dei miei studi e mi sento quindi in dovere di procurarmi quel benedetto posto che toglierà i miei genitori dai sacrifici che hanno fin qui fatto per farmi studiare, come lei saprà benissimo. Però, dove occuparmi se i posti sono così difficili? Ci vuole almeno una buona e gentile persona che influendo su «qualche pezzo grosso»  faccia appunto che dette difficoltà vadano a sparire. E cercando questa buona quanto gentile persona, ho trovato appunto lei che, volendo, molto può fare. Mi spiego. Ho saputo che a cotesto paese in cui molto lodevolmente svolge le funzioni di Arciprete, ci sta anche il comm. Carletti, il quale è semplicemente uno dei più forti azionisti della Montecatini e che lei è con esso in ottimi rapporti. Cosa le chiedo, quindi? Di mettere presso il comm. Carletti una buona parola per me, affinché possa egli per piacere a lei, appoggiarmi in qualche modo pressola Società Montecatini o altrove, per un posticino per un addetto. Dico, per un addetto, in quantoché anche se non è in miniera è tanto meglio date le mie condizioni fisiche specialmente degli occhi. Mi farà lei questo immenso piacere di cui le serberò riconoscenza eterna? Non ne dubito, conoscendolo troppo bene quali vecchi conoscenti ed amici, se io mi posso dichiarare amico di una sì degna persona. In ogni caso la prego di rispondere subito. Mi voglia intanto perdonare il disturbo che le procuro con questa mia, e mentre la sua bontà me ne fa quasi sicuro, con l’ossequio dovuto al grado e meriti di lei, mi dichiaro il suo umilissimo servitore

Martino A.

Massa Marittima.

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Continua…

 

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Dr J. Iccapot

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Arcano è tutto, fuor che il nostro dolor

Image credits: disegno di Reed Crandall

Eravamo seduti alle nostre scrivanie, le poltroncine girate l’una verso l’altra in modo da poterci guardare in faccia; rimasti soli in ufficio, come spesso ci capitava durante l’ora di pranzo, parlavamo di cose futili, per fare più tardi e per diluire la noia di quell’ora calda di fine estate.

Lei cominciò a raccontarmi, senza enfasi particolare, gli avvenimenti delle sue ultime settimane riguardanti il trasloco nella nuova casa, più grande e adatta alla famiglia che era cresciuta e stava ancora crescendo, come dimostrava il suo pancione.

Voleva, Silvia, dirmi qualcosa di preciso, desiderava raccontarmi un’emozione particolare, un brivido che l’aveva percorsa in quei giorni: lo capivo dai suoi occhi, sempre fissi sui miei, lo vedevo dall’agitarsi delle mani.

La casa ‘nuova’ era, in realtà, una vecchia abitazione della famiglia del marito, dove avevano già vissuto alcune generazioni e che l’ultimo abitante, un nonno molto vecchio e con una salute malandata, affezionatissimo al piccolo bis-nipote, aveva voluto cedere alla giovane coppia per ritirarsi in un luogo dove farsi curare e accudire sarebbe stato molto più semplice.

Parlammo, io e Silvia, come capita in queste occasioni, dello stress dei traslochi: degli scatoloni che si accumulano, della velocità con cui si perde presto il controllo delle nostre cose, impacchettate con cura e messe però chissà dove. Anch’io ho subito il trauma di numerosi cambiamenti d’abitazione: dell’ultimo ricordo la disperazione della mamma, ormai molto anziana, perché alcune scatole con le ‘sue’ cose erano andate irrimediabilmente perdute; ma, per tenermi leggero nella conversazione, descrissi con brio solo certi spostamenti, per decine e decine di chilometri e per più volte, della mia utilitaria piena sino all’inverosimile di piante verdi di rampicanti, di vasi di limoni, di vecchi orci d’olio trasformati in contenitori ‘vintage’ e quanto dovevo sembrare ridicolo, a chi mi vedeva passare, nascosto nel verde di un’affollata, arruffata e multiforme serra semovente.

La feci sorridere, ma Silvia voleva continuare a raccontarmi il ‘suo’ trasloco: c’era qualcos’altro che aveva bisogno di dirmi; lasciai che il suo racconto continuasse, smorzando la mia ironia sugli strani accidenti che capitano quando si cambia casa.

Alcune delle loro scatole, proseguiva Silvia, furono portate all’interno dell’appartamento e subito la giovane coppia cominciò a distribuire nella dispensa, negli armadi lasciati vuoti dal nonno, sugli scaffali, i propri piatti, i bicchieri, la biancheria da bagno, gli abiti. Gran parte degli scatoloni, contenenti cose ritenute meno utili nell’immediato di quella prima giornata nella casa nuova, furono lasciati, ben disposti, dentro una grande rimessa al piano terra, all’asciutto e al sicuro.

Fra i ‘bagagli’ che avevano seguito la coppia al nuovo indirizzo c’era anche una gatta, amatissima dal marito ma che secondo Silvia era solo un grasso e pigro animale con due scopi nella vita, mangiare e dormire, che cercava di realizzare sempre limitando al massimo lo sforzo fisico.

Per non traumatizzare la bestiola spostata all’improvviso in un nuovo appartamento, tutto ancora da riordinare, fu deciso che la prima notte avrebbe dormito da basso, nel garage, accanto alla rimessa che aveva dato ricovero ai pacchi e alle scatole del trasloco; per far sentire a suo agio la gatta le era stata accomodata la sua vecchia poltrona personale in una posizione da cui potesse controllare tutto l’ambiente circostante col minimo sforzo. Per terra furono disposti, prima che i coniugi si ritirassero per la notte, le scodelle con i croccantini favoriti, i bocconcini più appetitosi e un’abbondante ciotola di acqua fresca e pulitissima.

Il sonno prese subito i due ragazzi, la giornata era stata molto impegnativa e faticosa: la nuova casa ‘giocava’ a nascondere le cose appena riposte e c’era da far di nuovo l’abitudine a ritrovare anche gli oggetti più comuni; un nottata tranquilla era quello che ci voleva per affrontare, la mattina dopo, il resto del lavoro.

Dopo qualche minuto Silvia però si risvegliò; sarà la stanchezza, pensò girandosi nel letto accanto al marito che riposava profondamente. Dalle persiane chiuse tremolava la luce dei lampioni, creando bizzarri disegni sulle pareti della stanza nell’incontrare le fronde, che sembravano agitate dal vento, di un vecchio e colossale albero che cresceva proprio davanti al portone d’ingresso della casa; questa immagine la inquietava. Era stato il rumore delle fronde smosse dal vento a svegliarla, un qualche cigolio di un ramo contro un muro?

Per un po’ rimase a occhi chiusi, tentando di riaddormentarsi; poi le sembrò di sentire il rumore come di mani che tentassero di aprire un pacco, poi ancora uno scartoccìo; accese la luce e si mise, coraggiosamente, a girare per la casa: no, non c’era nessuno, eppure…

I rumori ripresero, più intensi, sembravano provenire dalla rimessa, proprio sotto la stanza da letto. Che ci fossero dei ladri? Quando sentì il miagolio della gatta trasalì: il povero animale era scappato dal garage e adesso si era seduto sotto la finestra della camera; il suo pianto continuo, incessante, era una preghiera per farla entrare in casa; un comportamento che in vita sua quella bestia, tranquilla e indipendente, non aveva mai avuto.

Silvia non sapeva cosa fare. Svegliare il marito e farsi prendere in giro per i rumori della vecchia casa? Cercare di riaddormentarsi, dicendosi che era solo la stanchezza e che domani, con le prime luci del sole, avrebbe pensato a quelle ore come a una sciocchezza?

Tornò piano piano a letto ma il cuore le batteva forte; nella rimessa il rumore si era fatto più intenso e deciso: delle mani sfioravano e forse aprivano le scatole, scartavano i pacchetti affondati nei sacchi del trasloco; la gatta continuava a lamentarsi sotto la loro finestra con quel suo miagolio agghiacciante, senza sosta, senza sosta…

Silvia non ce la fece più, scosse il marito per le spalle, riuscì a svegliarlo.

– Ci sono dei rumori, di sotto. Forse sono dei ladri…. E’ da un po’ che li sento….

Il marito tese le orecchie, anche lui nel silenzio della notte distingueva chiaramente quei suoni che provenivano proprio dalla stanza sotto la loro camera.

– Sono la ‘nonna’ e il suo bambino – rispose, riadagiandosi sul materasso come se quelle parole potessero rassicurare la moglie, che però non capiva.

– La ‘nonna’! Te l’ho detto che questa casa fu costruita tanti anni fa dalla mia famiglia. Noi la chiamiamo ‘la nonna’, è stata la prima proprietaria: se ne va in giro, di notte, col suo bambino. Era piccolo quanto il nostro Emanuele quando piantarono per lui l’albero che è all’ingresso; dopo pochi mesi il bimbo morì improvvisamente e la sua mamma non se ne dette pace, morì anche lei, di dolore, poche settimane dopo. Da allora sono rimasti qui, nella casa, anche dopo morti; di notte se ne vanno in giro, curiosano, proteggono le varie generazioni che ci hanno abitato… Non devi avere paura, hanno visto tutto questo movimento e si saranno messi a spiare, a cercare di capire chi sono i nuovi ospiti della loro casa, cosa hanno portato nei loro sacchi e nei loro scatoloni. Non ti preoccupare, andranno un po’ in giro e poi si metteranno buoni. Su, torna a letto.

Silvia quella notte non dormì molto, girandosi e rigirandosi al minimo rumore proveniente dalla rimessa, senza avere neppure il coraggio di scendere le scale per far salire la gatta e farle smettere quel miagolio disperato e impaurito.

La mattina dopo tutto era di nuovo tranquillo ma da allora quella gatta, che aveva tanto odiato e maltrattato, è diventata la sua migliore amica e quando è a casa sta sempre con lei e non se ne separa mai: sa che l’animale, con la sua ferina sensibilità, può segnalare la presenza della ‘nonna’ e del bambino, e Silvia non ci tiene proprio a fare la conoscenza diretta con questi lontani avi del suo piccolo Emanuele.

 

 

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fuchs

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Il diario di Martino – La lettera

Montacarichi a due gabbie per pozzo di miniera, da “Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della R. Scuola Mineraria di Massa Marittima” dell’ing. G. Merlo

Prima Parte

Ormai sono vecchio, anche troppo vecchio, più vecchio di quanto sia giusto diventare: ho più anni di quanti ne aveva zio Giovanni quando è morto e ho sempre pensato che la sua fosse un’età ragguardevole: i novanta anni li ho superati da un po’ e sono ancora qua. Che ci faccio? Non lo so davvero, ma nessuno lo sa e allora si continua, facendo finta di niente, illudendosi di essere impegnati in qualcosa.

L’idea di tenere un diario l’ho avuta da poco e mi sto chiedendo, anche in questo momento, se non sia una sciocchezza annotare pensieri e resoconti di avvenimenti vecchi quasi quanto me: a chi potrà mai importare qualcosa di quello che penso, che ho fatto, che ho provato? Eppure, ora che dalla morte mi divide solo una tremante e sfrangiata cortina, mi dispiace andarmene senza avere lasciato un segno.

Segni ne tracciamo tutti: segni di lavori fatti, di figli generati e cresciuti, di nipoti, ma questi segni li lasciamo con la stessa noncuranza e casualità con cui li lasciano gli animali: gratuitamente, senza necessità, senza considerazione, senza studio. Io vorrei invece, ora, lasciare un segno che dia modo di riflettere, per far sì che qualcuno passi un po’ del proprio tempo non a guardare le cose, per poi dimenticarle, ma a pensare a quello che è successo ad un uomo, anche se un uomo qualunque.

Non so bene da dove cominciare, quale fissare come data di inizio, e non ho neppure una vaga idea su come annotare le cose; scrivere per me è una novità perché se nei decenni del mio lavoro passato ho scritto tanto, erano però relazioni, bilanci, progetti di finanziamento, erano cioè scritti ‘tecnici’ dove non c’ero io, non c’era Martino: c’erano i fondamenti della scienza delle costruzioni, le regole di bilancio, le usuali frasi della contabilità, i prospetti e le colonne di numeri, i riferimenti a leggi e regolamenti.

Allora comincerò semplicemente dal raccontare cosa ha dato il via alla mia voglia di scrivere.

Nella stanza più fredda e meno illuminata della casa (non ha neppure una finestra) decisi anni fa di raccogliere e ordinare la mia biblioteca. Mi sono trascinato in giro, per l’Italia prima e per vari appartamenti di questa cittadina di mare poi, un gran numero di libri, per lo più risalenti agli anni di università e ai periodi iniziali di lavoro; i primi erano necessari per gli studi, i secondi per tenermi aggiornato nei vari incarichi lavorativi che ho svolto e che sono stati di diversa natura: ho diretto alcune piccole miniere, dove ho progettato laverie e impianti di aereazione; sono stato direttore amministrativo di due o tre compagnie estrattive; negli ultimi anni, prima della pensione, mi sono rifugiato nell’insegnamento nella scuola pubblica, in lontani anni in cui le scuole superiori dei paesetti erano ancora frequentate da bravi ragazzi, magari somari e svogliati, e anche se qualche collega che non aveva mai lavorato altrove si lamentava di essere sottopagato, quella per me si poteva davvero definire una sinecura, come avrebbe senz’altro detto il mio vecchio compagno di seminario.

Ogni tanto, come tutti i vecchi, mi piace sfogliare qualcuno di quei libri: mi ricordano anni lontani, persone con cui ho lavorato e vissuto fianco a fianco, brave persone e anche persone meno brave, e persino artisti che ho conosciuto. I libri che mi sono più cari sono grandi e pesanti: da solo non posso più salire su una scala col rischio di rovinare giù sul pavimento e allora la mattina di buon ora, prima che arrivi la donna a sbrigare le faccende di casa, infagottato anche d’estate in una pesante veste da camera, entro nella biblioteca, accendo il vecchio lampadario a dodici luci e guardo, di sotto in su, gli scaffali, scorrendo con lo sguardo le costole ingrigite dalla polvere, alla ricerca di qualcosa da sfogliare.

Quando poi arriva la donna, un’ucraina robusta e rossiccia, le indico i volumi che mi interessano e lei sale a prenderli per poggiarmeli, a portata di mano, sul grande tavolo scuro della biblioteca; così me ne posso impadronire con agio e li porto nello studio, sulla mia scrivania dove troneggia ancora una macchina da scrivere elettrica Olivetti; la scrivania è piena di carte inutili, di vecchie bozze di compiti assegnati decenni fa a giovanotti e signorine che ormai forse saranno nonni, di sezioni di laverie ormai franate, di bollette pagate che dovrei mettere in ordine, di estratti conto della banca e di non so cos’altro; da anni e anni non tocco più nulla ma accumulo, uno sull’altro, strati di nuovi documenti: mi dico sempre, come scusa, che tanto tra poco morirò e mettere in ordine non ha più alcuna importanza.

La donna ha il divieto assoluto di entrare nella stanza se io non ci sono e di toccare alcunché, anche se non c’è una porta che posso chiudere ma solo un grande tendone verde, pesante come quelli dei cinema, che tengo aperto o serrato, seconda gli umori, la stagione o l’odore che viene dalla cucina o dai prodotti di pulizia con cui lava i pavimenti.

La signora è molto diligente: pulisce con buona cura ma può spazzare e lavare il pavimento nello studio solo a patto che dentro ci sia io, seduto in poltrona; non può toccare assolutamente nulla, né sulla scrivania, né negli armadi o sopra gli scaffali. Non le è consentito riordinare i miei fogli, spolverarli, spostare le pile di documenti che crescono anche sulle due sedie e qualche volta sul tappeto di fronte alla poltrona. All’inizio protestava, dura; ma se lei è ucraina, io sono una gran testa dura e non c’è voluto molto per farle capire come potevamo convivere senza litigare. E poi, sono io che pago, e anche bene, e allora deve fare come dico, sennò…. marsch! Sono stato in un campo di prigionia tedesco, figuriamoci se mi faccio intimorire da una domestica!

Continua…

 

 

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Dr J. Iccapot

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Agosto – Valzer


Acrilico, 50 x 60 cm (2011)

 

In questo quadro domina meno il colore e più la forma, il triangolo.

Nei suoi scritti teorici W. Kandinsky associa al triangolo il colore giallo. Non c’è tanto da stupirsi poichè recepisce gli angoli appuntiti in modo agressivo e attivo, caratteristiche anche attribuite al giallo.

Il nostro triangolo dev’essere più aperto, offrire molteplici possibilità di interpretazione e deve conferire al giallo una certa allegria. Non dovrebbe essere una figura rigida, statica, bensì un campo mobile.

La rastremazione verso l’alto fa pensare ad una certa crescita organica, al volare, al superamento della forza di gravità che a sua volta si attiva verso il basso, conferendo alla base del triangolo peso e stabilità. É la forza che impedisce agli alberi di crescere fino in cielo. Secondo i pitagorici queste due forze opposte creano le forze del mondo, tra queste agisce la forza che unisce il tutto, la forza che genera la vita.

La più semplice tra le figure geometriche – formato da tre punti uniti tra di loro – ha sempre affascinato l’essere umano. In tutte le culture di tutti i tempi riemerge questo simbolo semplice del “numero magico”, tre.

Non c’è due senza tre.

Nella musica riconosciamo il ritmo ternario soprattutto nel valzer. Una danza sospesa e volteggiante, un lento scivolare che ci libera dalla gravità, che ci fa desiderare il volo, conferendo al colore giallo un carattere allegro.

Il valzer è l’opposto della marcia che ci lega con entrambe le gambe al suolo. Ci racconta della guerra, della morte dell’eroe, del dovere e dell’ordine, della bandiera e della patria. Allora è meglio restare con il valzer e lasciarsi trascinare dai suoi suoni e dal suo ritmo verso mondi migliori.

(Traduzione di R. Battilani)

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Johann Widmer

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Le novità della settimana

Finito di pubblicare il secondo giallo del commissario Sapìa, Il commissario Sapìa torna all’Università, tra qualche giorno inizieremo una nuova storia dove il nostro burbero Italo è inguaiato con seri affari familiari.
Oggi pubblichiamo una raccolta di racconti di Renato Fucini,  Acqua passata, una volta tanto non farina del nostro sacco, ma trovata sul sito www.lungomaredicastiglioncello.it (nell’area Scaricalibri ci sono diversi testi interessanti). Di nostro ci abbiamo messo solo la copertina.
Infine, per far piacere agli amici e colleghi del piccolo borgo delle Colline Metallifere toscane, nella rubrica GioVediamoci lasciamo parlare lui, Fucini, per ricordare il ritorno al paesello natio, frastornato e commosso come sa essere un vecchio cuore toscano.

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Dr J. Iccapot

Renato Fucini, Mie onoranze a Monterotondo Marittimo

SCRIVO una pagina per me delle più commoventi fra i miei ricordi.

L’anno 19… (chi se ne ricorda? Le date non sono fatte per me. Fra i miei fogliacci potrei ritrovare questa data, ma non ne ho la pazienza). Dunque, l’anno 19… mi pare d’agosto, mi giunse, da Monterotondo Marittimo in provincia di Grosseto dove sono nato, una lettera inviatami da un certo Emanuele Paganini, il quale, a nome di quella popolazione, che voleva conoscermi di persona e farmi un po’ di festa, mi invitava ad andare lassù.

Accettai l’invito e, nel giorno indicatemi, ci andai, partendo da Castiglioncello per la linea maremmana. Alla stazione di Massa Marittima trovai molte persone distinte di quella città ad attendermi per un saluto; e fra questi uno dei fratelli Ravenni di Monterotondo, il quale, per conto del Comune, mi portò in carrozza chiusa fino a quel montano e pittoresco paese. A un mezzo chilometro circa dalle mura, mi aspettava quasi tutta la popolazione del paese accompagnata dalla banda musicale, che, appena scorta la carrozza da lontano, incominciò a suonare. Ero già commosso e intenerito da questa accoglienza; ma ancora non eravamo a nulla. Scesi dalla carrozza e, fra i primi a salutarmi, incontrai il mio vecchio amico d’università, Ettore Socci deputato di quel collegio, invitato lassù per l’occasione. — Hai visto? — mi disse subito. — Da questi segni, lo giudicheresti d’essere nel fondo della Maremma, fra boschi a perdita d’occhio e in mezzo a monti deserti e lontani? Fra poco vedrai quanta gentilezza in queste anime! — Ci prendemmo a braccetto e, preceduti dalla banda e contornati da un folto gruppo di popolo plaudente, entrammo nel paese. Tutto era adornato di festoni verdi e di bandiere e di fiori. E in ogni festone v’era in mezzo, scritto a lettere cubitali, il titolo di qualche mio scritto o di qualche mio libro. Sulla porta d’ingresso al paese v’era scritto: Dolci ricordi.

Ettore Socci guardò me; io guardai lui, e i nostri occhi si incontrarono lustri di commozione. Inoltrandoci dentro il caseggiato s’era coperti da una pioggia di fiori e da un uragano d’applausi e di grida: — Viva Renato Fucini nostro compaesano! Viva Ettore Socci nostro deputato ! — E saluti affettuosi come fra vecchi amici e strette di mano e abbracci frenetici, e nel tempo stesso rispettosi. Emanuele Paganini, il modesto legnaiolo che mi aveva scritto la lettera d’invito, mi baciava con gli occhi e, con gli stessi occhi brillanti d’affetto e di soddisfazione, mi diceva grazie con un sorriso che gli veniva dal cuore.

Girammo tutto il paese sempre in mezzo a tanta festa; poi accennai alla mia stanchezza e, subito, come per incanto, si fece silenzio, e fui condotto in casa dei fratelli Ravenni, dove era tutto preparato per darmi ospitalità. Nessuna esagerazione di preparativi, nessuna esagerazione di accoglienza e di comuni e noiosi e opprimenti complimenti, in quella casa! Forse, capitando nei sobborghi di qualche grossa e civile città, non avrei trovato una accoglienza così onesta, e avrei certamente incontrato qualche cosa che mi avrebbe ricordato la mia gloriosa « Scampagnata ». Quanto sono riconoscente a queste buone e brave persone!

Non mi metto a raccontare cose minute perché sarebbe troppo lunga e difficile impresa : visita al paese, ai soffioni del borace e ai dintorni più pittoreschi. Festa da tutte le parti, e rinfreschi e allegria, e declamazioni nel teatrino e l’inevitabile banchetto, e discorsi, e inni, e apoteosi… Tre giorni di fatica e di stordimento, che mi ridussero a un tale stato di sfinimento fisico e morale che, quando, da ultimo, il sindaco Primo Fiaschi venne a prendermi per condurmi a Massa e mi fece trovare un altro banchetto bello e preparato nella sua città, non ebbi tanto fiato da dire a quei cortesi signori quanto fossi a loro grato e quanto volessi bene a quel paese, dove tanti anni prima ero nato e dove mio padre e mia madre avevano passato tanti giorni della loro giovinezza, contenti e felici.

Dopo tre giorni di Monterotondo e dopo due notti di insonnia assoluta, non ne potevo più.

La sera del primo giorno, appena calato il crepuscolo, tutto il paese fu illuminato e qualche fiammata si accese qua e là sui poggi. Fui condotto a girare per le vie illuminate, dove, con mia dolce sorpresa, vidi una povera casetta più delle altre adorna di bandiere, di fiori e di lumi. Era la casetta dove sessanta anni addietro io ero nato. Fui condotto dentro, su al primo piano, e mi fu mostrata, adorna più che mai, la camera dove mia madre m’aveva dato alla luce. Ero tanto commosso, che, nel guardare quelle travi, quei travicelli, quel letto, quella povera mobilia (che era sempre la stessa), e quel mare che luccicava lontano lontano sotto un raggio di luna, mi correvano per le gote, fitte fitte, le lacrime. Ah, cari amici, che sogni dolcissimi siete riusciti a suscitare in quei momenti solenni nel mio vecchio cuore!

La mattina di poi mi aspettava un’altra commovente sorpresa. Fui condotto a vedere la chiesa, dove il Proposto, in abito talare, mi venne incontro e mi condusse a vedere il fonte nel quale ero stato battezzato. Anche su quello era stata posta una festosa ghirlanda di fiori e d’alloro. Lì accanto era stato posto un leggìo sul quale stava aperto, mostrando la pagina che mi riguardava, il libro delle nascite.

Pochi anni dopo, in compagnia della mia Emma, che volli che anch’essa conoscesse quei luoghi, ci tornai. Avevo accettato l’invito pregando di lasciarmi quieto come se nessuno mi conoscesse. Fui puntualmente obbedito: molti saluti simpatici, molti sguardi sorridenti e punte parole. Bravo Paganini! Grazie.

Tornerò più a Monterotondo? Non credo. I settantratre anni sonati, che incominciano a pesarmi forte sulle spalle, forse non me lo permetteranno.

 

da:  Renato Fucini, Acqua passata: storielle e aneddoti della mia vita (1921)

 

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contributi

Renato Fucini, Acqua passata


Oggi pubblichiamo una raccolta di racconti di Renato Fucini, “Acqua passata”, una volta tanto non farina del nostro sacco, ma trovata sul sito www.lungomaredicastiglioncello.it (nell’area Scaricalibri ci sono numerosi testi interessanti). Di nostro ci abbiamo messo solo la copertina.

Potete scaricarlo da questo link:  Renato Fucini, Acqua passata (1944).

 

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Dr J. Iccapot

Il commissario Sapìa torna all’Università – X

X. Il trionfo della verità

Qui la nona parte.

Il Commissario non aveva parlato in ufficio della nuova pista che stava seguendo. Dubitava di vincere al primo colpo il braccio di ferro con Tassi e poi era geloso delle sue scoperte. Varcando il portone della Questura però si rese conto di aver agito in modo sleale. Forse più egoistico che sleale: ‘solipsistico’ era il termine che usava, in questo genere di situazioni, il povero professor Gilioni.

Come avrebbero reagito i suoi ‘collaboratori’? potevano anche offendersi, legarsela al dito, e magari rifiutarsi di lavorare con lui, in futuro.

“Vorrà dire che farò da solo: come dice Edda ‘la torta è di chi l’ha cucinata’! le linci della Scientifica si sono fatte sfuggire l’indizio e le tracce nella foto potevano notarle anche gli altri… abbiamo giocato ad armi pari!”

All’improvviso si sentì un bambino cattivo che non vuole dividere i giocattoli con i compagni, un cane con l’osso in bocca che ringhia al branco, una belva che azzanna il suo pezzo di carne sanguinolenta in solitudine… tornava con il nome dell’assassino scritto sull’agendina come un trofeo da safari: doveva riconoscere anche il merito dei battitori!

Quando comunicò la novità a Magliana, Morganti e Strambi i tre rimasero sbalorditi.

Strambi, a bocca aperta, si guardava intorno con l’espressione felice e frastornata del sequestrato che torna libero: era la prima indagine che seguiva dall’inizio alla fine e, anche se non capiva bene come si fosse sciolto il groviglio, si sentiva contento.

Magliana invece, abituato a rimanere al palo, gioiva all’idea di avere chiuso il suo primo caso di omicidio in pochi giorni…la Sfingedi certo si attribuiva tutto il merito ma, nel lavoro di squadra, c’è sempre il cavallo che tira di più: l’importante era entrare nell’ufficio di Torrisi e poter dire ‘abbiamo un presunto colpevole per il giudice!’

Solo a Morganti l’esclusione dalla fase finale dell’indagine bruciava davvero: dopo tutto era l’unico ispettore sempre disposto a collaborare con Sapìa. Correva tutto il giorno qua e là per riempire i suoi post-it, sopportava stoicamente freddure, proverbi, occhiate di compatimento e poi, quando si tiravano le reti in barca, il Capo lo lasciava a terra…no, non era giusto.

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot