VI. Dopocena

Qui la quinta parte.

Mentre il Commissario sorseggiava il suo caffè serale, comodamente seduto in poltrona, il cordless posato sul bracciolo cominciò a squillare. Era l’attesa telefonata di Morganti.

“Ho identificato la vittima – disse l’Ispettore, come sempre efficiente ed efficace – l’impiegata della Segreteria ha riconosciuto la ragazza dalla foto di Magliana: ricordava più o meno il cognome e così risalire alla scheda nell’archivio informatico è stato facile.”

“Sa dove abitava?” chiese il Commissario.

“Sì, la scheda riporta il domicilio in città e anche la residenza della famiglia. Il dottor Magliana ha già chiamato la caserma dei Carabinieri, al paese: avvertiranno loro i genitori. Sarebbe interessante fare un sopralluogo a casa della vittima, probabilmente divideva l’appartamento con altre ragazze e le coinquiline di questa… Stefania Losanto, nata il 10 ottobre1988 aBrindisi, abitante al numero 12 di Via del Lavatoio potrebbero dirci qualcosa d’importante.

“Domani. Prima dobbiamo sentire Magliana e ottenere il via libera del magistrato.”

“Via del Lavatoio è nel mio quartiere… potrei passare di lì mentre torno a casa: giusto per dare un’occhiata visto che è di strada” suggerì Morganti, nemico delle complicazioni burocratiche non meno di Sapìa.

“Sono quasi le nove – osservò il Commissario – forse un po’ tardi per comunicare una notizia del genere a delle ragazze.”

L’Ispettore si stupì di quell’insolita premura.La Sfingemanteneva sempre un rapporto distaccato con le persone coinvolte in un’indagine: per principio sospettava di tutti, fino a prova contraria.

“Sì, lo so che non è una bella novità – rispose perplesso – ma ormai avranno notato l’assenza della loro amica e probabilmente stanno in pensiero. Comunque le nove di sera, per i giovani di oggi, sono come le sei del pomeriggio per noi: quelli vanno a ballare a mezzanotte e, di sicuro, non dormono con le galline.”

“Non vanno a letto con le galline – replicò il Commissario, scandendo bene le parole – non si metta anche lei a massacrare i modi di dire come mia moglie. E sì che ha fatto il liceo!”.

Morganti per un attimo tacque, interdetto. Cosa cavolo aveva a che fare un banale proverbio con i suoi studi? Ma ormai frequentava Sapìa da anni e aveva imparato chela Sfingespesso utilizzava quel genere di osservazioni fuori luogo con un secondo fine:  cercava di spiazzare l’interlocutore per guadagnare tempo. Probabilmente voleva riflettere sul da farsi, magari era pentito dell’eccessiva premura dimostrata nei confronti delle amiche della vittima e cercava un modo elegante per correggendo il tiro.

Mentre Morganti, intenzionato a non perdere la calma, inspirava profondamente senza replicare, Sapìa ammise con se stesso che l’Ispettore aveva ragione e decise di non rimandare la visita in Via del Lavatoio.

“Beh, visto che insiste tanto, faccia pure il sopralluogo – disse il Commissario, rompendo il  silenzio – annoti il nome di tutte le persone residenti nell’appartamento e dia anche un’occhiata alla stanza della vittima: cerchi le solite cose, agende, diari, lettere, appunti. E il libretto universitario. Porti tutto nel mio ufficio, domani mattina. Ma prima chieda il permesso, mi raccomando, altrimenti il magistrato striglia il povero Magliana.”

“Certo, dottore, avrà tutto sulla sua scrivania in mattinata. Domani vorrei fare un giretto anche in facoltà, per escludere screzi con professori o colleghi.”.

“Giusto! sarei proprio curioso di sapere perché la ragazza si trovava nei bagni di Giurisprudenza e non in quelli di Lettera: di certo era lì per una buona ragione.”

“Vedrò cosa posso fare” disse l’ispettore chiudendo bruscamente la comunicazione. Doveva sbrigarsi, aveva promesso alla moglie che sarebbe rincasato prima delle dieci.

Morganti per carattere detestava il disordine e aveva l’abitudine di eseguire le perquisizioni in modo sistematico: divideva l’ambiente da esaminare in quattro sezioni e controllava un settore alla volta, evitando di ammucchiare alla rinfusa oggetti, biancheria, libri e documenti. La camera che la povera Stefania Losanto divideva con l’amica Marta De Sisti era però già in un caos babelico e l’ispettore, prima di iniziare le ricerche, si mise a raccogliere capi di abbigliamento e oggetti sparsi qua e là: senza rendersene conto, prima di iniziare le ricerche, riordinò un po’ la stanza.

“E’ una perquisizione?” chiese uno dei giovani presenti che si era dichiarato amico delle inquiline e ospite temporaneo dell’appartamento. Forse un fidanzato ma, sicuramente, non della vittima: non sembrava infatti particolarmente colpito dalla triste notizia.

“Lei studia Legge?” replicò Morganti.

“No, Informatica, ma non occorre essere principi del Foro per capire che lei, senza una formale autorizzazione, sta commettendo un abuso.”

“Non si agiti – disse l’Ispettore, con tono amichevole – di che si preoccupa? E poi, se fosse una vera perquisizione, non sarei solo, le pare? Sto dando un’occhiata in giro, tutto qui, e la signorina De Sisti che occupa questa stanza è d’accordo, vero?”.

“Certo, può fare tutto quello che serve per trovare chi ha ammazzato Stefania” rispose la ragazza, piangendo.

“Qui manca il libretto universitario” disse Morganti, mostrando alla De Sisti una scatola di cartone contenente alcuni documenti della vittima, un estratto conto, le ricevute di pagamento delle tasse e un elenco con gli esami del piano di studio.

“Si, lo teneva lì, forse ora è nella borsetta… doveva andare in Segreteria per via della tesi” rispose l’amica.

“Già, mancava solo la tesi – disse un’altra ragazza, seduta mestamente al tavolo della cucina-tinello – povera Stefania, con quanto ha faticato! neanche la soddisfazione di finire gli studi”.

Morganti se ne andò, lasciando le sue ospiti in lacrime. Non si poteva lamentare di quella pesca notturna: oltre al numero del telefonino della vittima, fornito dalla De Sisti, aveva trovato i documenti dell’Università, alcune lettere del fidanzato e la password del computer, appuntata su un foglietto volante nella scatola.

L’indomani mattina l’Ispettore si fece consegnare dal tecnico del Laboratorio il portatile della vittima: voleva controllare subito la sua casella di posta elettronica.

Sapìa sosteneva che l’esame delle e-mail, diversamente dalla tradizionale corrispondenza cartacea, era inutile perché, da quando non occorreva più comprare il francobollo, la gente aveva preso il vizio di scrivere messaggi a raffica e a sproposito, senza pensare.

A suo parere il motivo di quella frenesia comunicativa andava ricercato nella parte più antica del cervello. L’uomo, in quanto animale gregario, ha un innato timore di rimanere solo al mondo: per rassicurarsi un tempo cercava la vicinanza dei propri simili oggi naviga in rete.

“Una mail – affermavala Sfinge- equivale più o meno a un’occhiata muta.”

Morganti non gli dava torto, però riteneva che esaminare la posta elettronica non fosse sempre una perdita di tempo: di tanto in tanto anche nella zavorra dei messaggi senza contenuto, con un po’ di pazienza, si poteva scovare qualche notizia importante.

“Stefania Losanto non era certo l’eccezione che conferma la regola di Sapìa – pensò Morganti dopo una mezz’ora di rapida consultazione – le sue mail parlano di questioni pratiche, esami, orari, spese, affitto, acquisto di vestiti, scarpe, libri, oppure di banalità da innamorati.” Comunque, per raggiungere una certezza negativa, doveva portare a termine il tedioso esame.

Intanto il tempo passava e il Commissario Sapìa, solo nel suo ufficio, cominciava a irritarsi. Per evitare di sembrare troppo impaziente si era imposto di non cercare Morganti al telefono ma scalpitava: non vedeva l’ora di mettere le mani sul materiale raccolto nell’appartamento della vittima.

Si era persino alzato prima del solito perché sapeva che l’Ispettore arrivava sempre presto in Ufficio. E invece si ritrovava ad aspettare i suoi comodi. Ormai mancavano pochi minuti alle nove ed anche Magliana si era dato alla latitanza!

Il Commissario tentò di distrarsi guardando il traffico fuori dalla finestra ma, alla terza infrazione grave del Codice stradale, si ritrasse. Seduto sulla sua poltroncina blu esaminò la scrivania del collega, accostata alla parete di fronte: era al solito perfettamente in ordine, come se appartenesse a un dipendente in ferie… o al più lavativo della Questura.

“L’ennesimo sopruso di Torrisi – pensò Sapìa – mi impone la coabitazione con  la scusa della scarsità di spazio. Ma per il giovane Strambi una stanza è saltata fuori… uno sgabuzzino riqualificato però abitabile.” Comunque scambiare un Magliana con uno Strambi non avrebbe migliorato la sua situazione. Decise di ingannare il tempo preparando qualche nuovo post-it.

Il monticello della vittima si stava rimpinguando: ora che l’identità della ragazza era nota avrebbero rintracciato i familiari, interrogato amici e conoscenti, scovato un eventuale fidanzato, magari geloso. L’indagine prendeva finalmente velocità.

Di sicuro Morganti aveva raccolto molte informazioni… e, prima o poi, si sarebbe degnato di comparire. Il movente dell’omicidio doveva nascondersi in una delle tante pieghe della sua esistenza quotidiana.

“Se la morta fosse Annalisa – pensò Sapìa – indagare sul suo privato non servirebbe. Una tranquilla studentessa che abita ancora in famiglia e frequenta solo parenti o compagnie selezionate ha ben pochi altarini da svelare, la vittima però era una ventenne fuorisede, sola in città, lontana dall’occhio vigile e protettivo dei genitori, circondata da persone sconosciute e, avrebbe detto Edda, malintenzionate.”

Dopo aver esaminato sommariamente tutta la corrispondenza della vittima, Morganti si recò nell’ufficio di Sapìa: non aveva scoperto nulla ma anche questa, in fondo, era un’informazione e poi portava in una scatola il materiale trovato nella stanza della vittima, documenti di sicuro interessanti.

Il Commissario stava leggendo il referto provvisorio del medico legale e, sentendo bussare, esclamò ‘avanti’ senza alzare la testa. Dal modo di battere le nocche sul legno della porta sapeva già chi sarebbe entrato.

“Ho letto la posta elettronica della vittima” disse Morganti per giustificare il ritardo.

“Davvero? Faccio la muffa come una zitella e lei perde tempo a leggere le insulse letterine di una ventenne” replicò il Commissario, irritato.

“Nell’ultimo mese i messaggi inviati e ricevuti sono almeno un centinaio – proseguì l’Ispettore, senza fare caso all’osservazione polemica del suo superiore – ho lavorato due ore.”

“Contengono anche qualche notizia, i suoi preziosi messaggi, a parte l’indirizzo della destinataria?” chiese Sapìa.

“La ragazza inviava tutti i giorni una mail al fidanzata, un compaesano che studia a Napoli. Si vedevano solo per le feste e le vacanze estive. Non aveva altri intrallazzi in corso, non per via telematica almeno – rispose Morganti – per il resto, a parte comunicazioni indirizzate alla segreteria di Facoltà e al professore che seguiva la sua tesi, la vittima scriveva solo a due o tre amiche e alla sorella: con loro parlava di faccende sentimentali, progetti per il futuro… nessuna confidenza strana.”

“Aveva preso qualche un appuntamento per ieri?” chiese Sapìa.

“No dottore, l’assassino non è stato così gentile da lasciarci il suo indirizzo e-mail” rispose sorridendo l’Ispettore.

“C’è poco da ridere, Morganti! Quando un delitto viene compiuto d’impeto, senza premeditazione, il colpevole spesso non si rende neppure conto degli indizi che ha seminato in giro e, comunque, non può più eliminarli. Lei non è un principiante, sa bene che il successo delle indagini, a volte, non dipende dall’abilità del cacciatore ma dall’imprevidenza della preda.”

“Per il momento la nostra lepre non ha fatto errori.”

“Già, ma siamo solo all’inizio. E la perquisizione in via del Lavatoio?”

“Questo è il materiale – disse l’Ispettore posando la scatola sulla scrivania – consegnato spontaneamente dalla compagna di stanza della Losanto. La vittima divideva l’appartamento con tre ragazze: non sembrano sospette e i rapporti tra coinquiline erano sereni: i vicini del piano di sotto e di sopra non hanno sentito mai discussioni o piatti rotti. Tra l’altro la ragazza morta doveva laurearsi a breve e quindi presto avrebbe lasciato la casa. Studentesse tranquille ma non monache di clausura: uomini ne giravano parecchi. Di sicuro non venivano per la Losanto: la compagna di stanza…De Sisti Marta, riferisce che era più fedele di Penelope…tra loro andava d’amore e d’accordo ma non erano amiche. La vittima aveva un carattere piuttosto chiuso: secondo me non troveremo una confidente in città, forse al paese. Non teneva un diario, non frequentava i social network, non chattava e gli appunti manoscritti che ha lasciato in camera si riferiscono solo ad argomenti di studio.”

“Allora abbiamo davvero pochi appigli – disse Sapìa – il medico legale ritiene che sia morta intorno alle due, ma questo lo sapevamo già, esclude l’assunzione di droga o alcol nelle ore precedenti la morte a prima vista non ha trovato segni di violenza, a parte i lividi sul collo e un ematoma alla tempia…ma non un colpo inferto con un corpo contundente. Probabilmente la vittima ha battuto la testa sul lavandino o sul bordo del water ed è svenuta, così si spiegherebbe anche la scarsa resistenza opposta all’aggressione. Secondo il dottore è stata strangolata a mani nude ma prima l’assassino le aveva stretto intorno alla bocca un foulard o la tracolla morbida di un porta computer. Un lavoretto che richiede una certa forza, direi quindi che cerchiamo un uomo, anche se non escludo la presenza di una donna, forse una complice usata come richiamo. Quindi dobbiamo cercare qualcuno che appartiene all’ambiente frequentato dalla Losanto, uno studente, un professore e includerei nella rosa dei candidati i bidelli. Dobbiamo cercare un individuo violento oppure una persona normale vittima di un raptus, comunque un maschio e, per ora, non è emerso neppure un nome, a parte il testimone con le ruote di Magliana.”

“Io un nome l’avrei…non so quanto conti – disse Morganti – ma nella casa di via del Lavatoio,  ieri sera, c’era un ospite, un certo Covi studente d’Informatica. Un tipo polemico: non voleva che perquisissi la stanza.”

“Si merita subito un post-it e, se il suo monticello crescerà, potrà aspirare al rango di sospettato – esclamò il Commissario entusiasta –  Non mi piace lavorare senza avere neppure uno straccio di colpevole.”

“Comunque, se vuole il mio parere, questo è un omicidio premeditato, almeno in parte” disse Morganti.

“Parzialmente premeditato?  è una definizione legale di sua invenzione?”

“Voglio dire che non si tratta di un raptus: l’assassino ha pianificato l’uccisione della ragazza però in modo approssimativo: gli è mancato il tempo per organizzare un delitto perfetto, intendo dire con un alibi solido, senza indizi e testimoni, però si è preoccupato di incontrare la sua vittima in un luogo riservato, in un’ora morta. E’ stato molto cauto… e gli è andata bene, infatti qualcuno ha notato la povera Stefania ma non la persona che l’aspettava.”

“Ha parlato con Magliana?” chiese il Commissario.

“Sì, certo.  Anche lui pensa che dietro il delitto ci sia un piano.”

“Forse l’assassino voleva solo vedere la ragazza in segreto – obiettò Sapìa – magari i due se l’intendevano, ma il giovanotto teneva i piedi in molte staffe, oppure stavano entrambi in un giro di festini o di satanisti. Per me la volontà omicida è stata scatenata da qualcosa che la ragazza ha detto o fatto sul momento, insomma propendo per il raptus.”

“La chiave del mistero potrebbe essere dentro la borsetta scomparsa – ipotizzò l’Ispettore – la sottrazione non aveva certo lo scopo di impedire o ritardare l’identificazione: magari succede a New York ma da noi nell’ambiente studentesco tutti, più o meno, si conoscono.”

“Bene, allora chiediamoci cosa conteneva la borsa del mistero: telefonino, carta d’identità e poi? un’agendina con nomi compromettenti, un diario segreto, un testamento? queste informazioni meritano un biglietto rosso…”

“Può segnare nel suo post-it il libretto universitario, dottore. La compagna di stanza della vittima pensa che sia nella borsa.”

“Giusto, il libretto è un argomento interessante: ecco un post-it rosso” disse Sapìa, staccando alcuni post-it da un blocchetto.

“Tra le carte troverà anche il Piano di Studi”.

“Bene, anche questo lo annoto subito. Non voleva fare un’incursione in Facoltà per sentire i professori ed i compagni di corso della vittima? – disse Sapìa – magari il comportamento della Losanto era diventato strano negli ultimi tempi oppure aveva qualche problema con lo studio. Vada e mi tenga informato”

“Vado” disse Morganti, lasciando la stanza. Il Commissario lo seguì. Si fermò sulla soglia  dell’ufficio e, con un gesto della mano, fece cenno di entrare ad un uomo in attesa da qualche minuto: era l’amico di Gegè.

Sapìa liquidò rapidamente il bidello, doveva solo verificare la concordanza delle sue dichiarazioni con la testimonianza del giovane Tassi.

Finalmente aveva un po’ di tempo da dedicare ai documenti trovati da Morganti. Svuotò la scatola sulla scrivania e scelse, tra tanti fogli, il Piano di studi della vittima. Per un riflesso condizionato l’occhio corse subito i voti: non erano particolarmente buoni ma, tra tanti venti e ventidue, spiccavano un trenta e due ventinove.

“La ragazza non era un’aquila, però ha preso i voti migliori in esami difficili – pensò Sapìa –  Letteratura inglese, Storia dell’arte e Latino, superato con trenta! Una carriera universitaria decisamente strana, meritevole di approfondimento.”

Decise di chiamare al telefonino Morganti, intento ad esplorare i labirinti piranesiani della Facoltà di Lettere

“Trovi il professore di Latino – disse all’Ispettore – lo convochi per domani.”

Sapìa aveva appena chiuso la comunicazione quando Magliana entrò nella stanza, seguito da alcuni sconosciuti.

“I familiari della povera signorina Losanto, dottore” disse, con aria afflitta.

“Potevi almeno avvertirmi con una telefonata, asino!” pensò Sapìa, reprimendo a stento il desiderio di rimproverare il collega nonostante la presenza di estranei. Non sopportava le improvvisate e, in simili frangenti, aveva bisogno di un po’ di tempo per preparare una frase d’occasione. Di solito poi si limitava a uno striminzito ‘condoglianze’ ma, in questo caso, sentiva la necessità di mostrarsi meno distaccato. In più doveva decidere anticipatamente quali domande porre: persone così afflitte e confuse non erano certo in grado di subire un lungo interrogatorio, soprattutto dopo aver viaggiato per tutta la notte.

Continua…

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Rosanna Bogo