V. A casa per cena

Qui la quarta parte.

Grazie ai rapporti amichevoli di Magliana con alcuni ispettori della Scientifica, nel tardo pomeriggio la valigetta viola approdò sulla scrivania del Commissario, ovviamente sub condicione di essere restituita al più presto e toccata con i guanti.

Sapìa promise di osservare tutte le precauzioni del caso ma, prima di aprire il porta-computer, attese che il collega uscisse dall’ufficio: Magliana doveva recarsi d’urgenza al Palazzo di Giustizia.

“Figuriamoci! Magari mi metto anche la mascherina!” borbottò il Commissario, estraendo a mani nude il contenuto dalla borsa: un portatile, appunti, penne e matite.

Mentre toccava gli oggetti che la povera ragazza aveva riposto nella valigetta solo qualche ora prima, ignorando di compiere quei gesti abituali per l’ultima volta, Sapìa si accorse che il suo cuore batteva più veloce del normale. L’escursione pomeridiana aveva messo alla prova la vecchia pompa, doveva decidersi a farla revisionare.

Controllò con attenzione i fogli manoscritti e nulla gli parve degno di essere fotocopiato: anche il computer, senza password, era un’inutile cassaforte chiusa. Deluso mandò un agente a riconsegnare il feticcio di Magliana al Laboratorio.

Guardò l’orologio: doveva trattenersi in ufficio ancora mezz’ora.

Per ingannare il tempo decise di dare un’occhiata alle foto che il solerte collega aveva scattato nei bagni della facoltà con il suo inseparabile telefonino.

Di solito passava sempre qualche ora scrutando con la lente o lo zoom la scena del delitto e, si disse, tanto valeva iniziare subito dal materiale che Magliana aveva già scaricato nel computer. In seguito sarebbero arrivate anche le foto della Scientifica.

Sapìa si sentiva stranamente in ansia, come se quel tragico evento lo riguardasse da vicino: all’improvviso, fissando un’immagine del cadavere presa a distanza, si rese conto che la vittima aveva la stessa corporatura, lo steso colore e lunghezza di capelli di Annalisa. Anche giubbotto e jeans erano simili a quelli della figlia, una divisa che raramente si toglieva.

“Di spalle si potrebbero addirittura scambiare l’una con l’altra – pensò – magari la morte ha scelto per sbaglio la sconosciuta.”

La fantasiosa ipotesi gli tolse il fiato. Cercò inutilmente qualcosa che giustificasse la preferenza accordata dalla ‘comare secca’ alla povera studentessa di Lettere ma, anche ingranditi, gli scatti di Magliana non mostravano particolari dell’abbigliamento o del corpo degni di nota.

Poi esaminò il volto della ragazza. Sollevando il cadavere, nel bagno, lo aveva appena intravisto ma Magliana si era ricordato di fotografare il cadavere sulla barella della Mortuaria per avere un’immagine da mostrare in giro: ogni tanto anche il bardotto faceva qualcosa di buono.

I lineamenti erano regolari, anonimi, senza cicatrici o piercing: la faccia di una qualsiasi ventenne. Però le acque chete rovinano i ponti: la vittima, nonostante l’aspetto innocuo, magari frequentava cattive compagnie o rave party, il pericolo, si sa, esercita uno strano fascino sui giovani, forse aveva il vizio di rubare il moroso alle amiche… per gelosia fanno pazzie persino le persone più pacifiche.

E poi gli impegni accademici di certo non le impedivano di concedersi frequenti distrazioni.

Sapìa si ricordò che un tempo non provava simpatia per i colleghi con il goliardo rosa: riconosceva l’utilità di una formazione umanistica finalizzata all’insegnamento ma aveva l’impressione che gli studenti di Lettere passassero il tempo a discutere dei massimi sistemi, coltivando aspirazioni vaghe e sublimi come i versi dei loro amati poeti.

In quell’ambiente di “artisti” una ventenne abituata a baloccarsi con sentimenti di carta poteva facilmente superare il confine tra fantasia e realtà, divenendo preda di  paranoici, fanatici, santoni, spacciatori o magnaccia.

“Una vita disordinata però non si nasconde a lungo – osservò tra sé il Commissario –  lascia tracce nel fisico, deteriora i rapporti con la famiglia, influisce sul rendimento scolastico. Se la vittima viveva pericolosamente qualcosa prima o poi verrà a galla.”

Fortunatamente la sua Annalisa studiava Medicina, un corso impegnativo che lasciava poco tempo e scarse energie da dedicare a svaghi pericolosi. Sempre china su libri spessi come mattoni, mirava ad un obiettivo non esaltante ma ben definito: diventare anatomopatologo.

Sapìa approvava incondizionatamente la scelta della figlia. Si trattava di una professione concreta, poco impegnativa dal punto di vista dei rapporti umani ed esente da rischi di malpractice. Avetta sosteneva che, per un dottore, il paziente migliore è un paziente morto… a patto di non essere responsabile del suo decesso. Insomma, se non avesse provato un’invincibile avversione per i cadaveri forse, in gioventù, anche lui si sarebbe dedicato alla medicina legale.

“Annalisa certo si concede pochi divertimenti – ammise tra sé il Commissario – ma il gaudemus igitur non è obbligatorio!”

Lui, ad esempio, aveva trascorso nelle aule universitarie un periodo tutt’altro che lieto: il padre esigeva che rimanesse in pari con gli esami e non perdeva occasione per ricordargli che aveva scelto liberamente di frequentare Legge. Le sue prediche finivano sempre con la stessa battuta: “Hai voluto la bicicletta, Italo? pedala!”.

Il giovane Sapìa, in realtà, si sarebbe accontentato di entrare a piedi nel mondo del lavoro ma, per passare dalla porta principale come voleva il padre, occorreva un veicolo e Giurisprudenza sembrava l’opzione più adatta per uno studente senza inclinazioni e senza sogni.

Poi aveva deciso di diventare penalista ma, lavorando come praticante in un noto studio cittadino, si era accorto che Legge e Giustizia non sempre sono sinonimi. Vedeva avvocati e magistrati costretti a piegare la testa di fronte alla lettera del Codice o alla deontologia e non se la sentiva di battersi per scagionare un delinquente incallito o assolvere un pericoloso criminale per un difetto di forma.

Così aveva utilizzato la sua laurea per entrare in Polizia: l’investigatore era solo una rotellina iniziale della catena di montaggio della Giustizia, l’onere di stabilire la verità gravava su altri, pubblico ministero, difensori, giudici.

Nei primi tempi, quando i colpevoli che aveva scovato lasciavano prematuramente le patrie galere o addirittura uscivano indenni dalle aule del Tribunale, provava una gran rabbia ma poi si era abituato a indagare tenendo la testa china: così evitava di notare le defaillance del sistema.

“Ora mi preoccupo solo di lavorare a regola d’arte – pensò Sapìa – gioco una partita a scacchi e cerco vincere.”

In effetti, quando riusciva a mettere le manette all’avversario, provava una contentezza del tutto personale, senza implicazioni morali o professionali: la sconfitta del Male e la difesa dei valori fondamentali della Società erano motivi di soddisfazione astratti che non prendeva neppure in considerazione.

All’inizio di ogni indagine pregustava il momento in cui, chiuso il caso, sarebbe tornato a casa fischiettando, appagato e in pace con il mondo. A volte però aveva l’impressione che un filo della trama continuasse a svolazzare qua e là, magari un particolare sul momento giudicato non rilevante, una notizia risultata inesatta, un indizio sbucato fuori a bocce ferme, e il dubbio scemava la sua felicità.

“Non pretendo certo di avere un quadro completo dei fatti, a che mi servirebbe? – obiettò a se stesso – per riempire i vuoti qua e là basta un tratteggio di fantasia, ma l’arazzo deve essere finito!”

Ormai la giornata di lavoro volgeva al termine. Distratto dal trambusto dei colleghi che già affollavano il corridoio, pronti a precipitarsi all’esterno con l’entusiasmo di una scolaresca di quinta elementari, Sapìa abbandonò il corso dei suoi pensieri. Attese il passaggio dei ritardatari, poi chiuse il computer e uscì.

Tornò a casa con il morale floscio come un pallone bucato: per colpa di un’indagine che non era neppure del tutto sua aveva trascorso un intero pomeriggio in balia di un passato invadente e fastidioso. E le pene di quel giorno non erano ancora finite!

“E’ vero che oggi all’Università è stata assassinata una studentessa? – chiese la moglie, armeggiando con il mestolo nella zuppiera – l’hanno detto al notiziario di Canale36.”

Il Commissario non amava fare conversazione a tavola, tantomeno, parlare di lavoro; si occupava di reati gravi e, intorno al desco familiare, sedeva anche il figlio dodicenne Paolino. Però, nonostante la presenza di un minore, si aspettava una domanda del genere prima della frutta.

La moglie era in primis una madre e viveva quindi perennemente in ansia per la salute e la sicurezza della sua prole. Considerava il mondo fuori dalla porta di casa un campo minato ed anche dormendo teneva le orecchie dritte, come una gatta con i micini.

Si preoccupava soprattutto per la figlia maggiore perché era fermamente convinta che tutti i ventenni, tranne Annalisa, consumassero droga in circoli satanici e guidassero ubriachi di ritorno da festini in cui si attentava alla virtù di ingenue fanciulle.

l’Università, vantando un’altissima concentrazione di giovani, era ovviamente agli occhi della signora Sapìa la sentina di ogni depravazione e l’assassinio della povera ragazza, in certo senso, confermava la sua bislacca teoria ristretta dell’universo.

Per questo il Commissario sapeva che a tavola si sarebbe parlato del delitto: la moglie-madre avrebbe colto la palla al balzo per rammentare alla figlia-studentessa i pericoli che la minacciavano.

“Sì, la notizia è vera – rispose laconico, pensando tra sé – Magliana non sa tenere in bocca un cece e i magistrati moderni vogliono fare la passerella, come le ballerine.”

“E allora?” replicò la moglie.

“Non mi sembri il sostituto dottor Benedetti” disse Sapìa, continuando a mangiare la minestra. Ostentava indifferenza ma conosceva la strategia di Edda: se le vie traverse non funzionavano passava subito all’attacco frontale.

“Ma insomma, Italo, non è un segreto di stato! e poi, in pieno giorno, in un’aula dell’Università! Roba da matti – incalzò la moglie – se permetti, come madre di una stu…”

“Il caso è di Magliana, io sono solo di rincalzo” la interruppe Sapìa, cercando di minimizzare l’accaduto e, soprattutto, il suo ruolo nella vicenda. Disapprovava l’atteggiamento iperprotettivo della moglie e non intendeva assecondarla.

Annalisa selezionava con cura gli amici, evitava luoghi di divertimento pericolosi, non beveva e non fumava, che bisogno c’era di scoraggiare con metodi terroristici una ragazza che percorreva la difficili strada della giovinezza con prudenza e un briciolo di ottimismo?

Avrebbe preferito che Edda, invece di agitare sulla testa della figlia lo spettro di minacce, vere o presunte, distribuisse le sue premure più equamente in famiglia, ad esempio alzandosi la mattina per preparargli il caffè.

“Da quando sei diventato l’aiutante di Magliana?” chiese divertito il figlio mezzano, Goffredo.

“In realtà sono il suo allenatore, anzi il trainer, visto che è un bel purosangue da corsa, il mio Ribot! – precisò il Commissario con aria fintamente seria – quanto a  quella poveretta…l’hanno trovata a terra nei bagni di Giurisprudenza e nulla lascia pensare che si tratti di un delitto a sfondo sessuale o legato al mondo della droga. Insomma, sembra un normale omicidio”.

“Questa è bella, papà – disse Annalisa – consideri normale ammazzare qualcuno?”.

“Ovviamente no – replicò Sapìa prendendo dal vassoio una fettina impanata – ma negli ultimi tempi capita di frequente che gli assassini, oltre ad uccidere, facciano cose strane, tipo scrivere con il sangue ‘Satana ti amo’ sul muro, oppure passeggiare con la testa delle vittime sottobraccio, mangiare le loro frattaglie e altre bizzarrie del genere. Questo invece è un delitto e basta, senza aggettivi. Mancano i particolari scabrosi che stuzzicano la morbosità dell’opinione pubblica – e, guardando la moglie, aggiunse – in particolare delle casalinghe apprensive di mezza età”.

“Una volta certe cose non accadevano – disse la signora Edda, fingendo di non notare l’allusione del marito – ti ricordi, Italo, lo scalpore per il caso di quell’attrice in America uccisa dai seguaci di Satana? Poverina, aspettava anche un bambino! Ma sono passati quarant’anni: oggi nessuno si indigna più.”

“Già, ormai siamo assuefatti al male e il diavolo ci fa ridere – osservò Sapìa, asciugandosi la bocca con il tovagliolo, il solo di stoffa in tavola – l’altro giorno ho letto sul giornale che la condanna inflitta ad alcuni rapinatori responsabili di avere torturato a morte il proprietario di una villa è stata ridotta perché non sussisteva l’aggravante della crudeltà. Chi sa cosa leggevano le mamme a quei giudici, da bambini: le opere del marchese De Sade?”

“Quale marchese?” chiese Paolino. Nessuno fece caso alla sua domanda.

“Non parliamo poi della televisione! – aggiunse, infervorata la signora Edda, approfittando dell’occasione per criticare il passatempo preferito del figlio minore, turbato dalle prime morbose curiosità – si vedono di continuo film dove le persone vengono tagliate a fette come cotechini!”

L’immaginario della signora Sapìa, costretta a passare gran parte della giornata tra fornelli e supermercati, traeva spesso ispirazione dalla vita domestica e i suoi discorsi erano infarciti di espressioni tipo “cucinare a dovere”, “rovesciare la frittata”, “scoperchiare la pentola”, “avere le mani in pasta”. Il Commissario trovava la conversazione della moglie un po’ ridicola, tuttavia evitava di notarlo in presenza dei figli: difendeva per principio l’autorità genitoriale di Edda e poi, nella sostanza, condivideva il suo giudizio tranchant sul mondo.

Ormai l’umanità era allo sbando, in caduta libera verso la condizione animale da cui si era sollevata con immani sforzi nel corso dei millenni…in fondo la moglie, affermando che oggi si uccide con l’indifferenza con cui si affetta un salume, evidenziava l’amoralità onnipresente. Sapienza dei poveri di spirito…

“Hai proprio ragione, Edda – disse il Commissario – però è un bel po’ che il mondo va a rotoli ed anche ai nostri tempi gli studenti se la spassavano con la droga e i festini. In più, particolare non di poco conto, si facevano abbindolare da ideologie violente. Però nessuno, oggi come ieri, è costretto a partecipare alla bagarre: dipende dal carattere e dall’educazione. Il nonno buonanima mi aveva inculcato i suoi principi quando ancora portavo il grembiulino e così, a vent’anni, evitavo spontaneamente i pericoli. Gli anticorpi, diceva, bisogna svilupparli in famiglia…a ceffoni, se occorre.”

“Ma dai, non ce lo vedo il nonno che ti prende a schiaffi” disse Annalisa.

“Non è sempre stato il vecchietto patetico che ricordate voi ragazzi – replicò Sapìa – ai suoi tempi si faceva rispettare. Non dico che fosse un padre autoritario, però mi teneva a freno e se a scuola andavo male mi martellava di predicozzi: la voglia di studiare tornava per forza, altro che divertimenti.”

“Perché non ti ribellavi, papà?” chiese Fredo, il figlio mezzano.

“Che c’entra? Non ero mica un prigioniero politico! – rispose severo il Commissario – certo, sul momento, i sacrifici mi pesavano ma il nonno aveva ragione: l’Università è come il morbillo, bisogna superarla al più presto. Così stavo per conto mio… e in pari con gli esami.”

“Già, scommetto che nessuno ti filava, in Facoltà” commentò Annalisa.

“Meglio soli che male accompagnati! – replicò il Commissario con tono convinto e quasi risentito – Mi fanno ridere certi benpensanti di mia conoscenza che ai tempi dell’Università volevano spiantare il mondo e ora rimproverano i figli perché si ubriacano o si drogano. Sai come si dice: ‘Nasci incendiario e muori pompiere!’ Io invece mi posso vantare di essere lo stesso Italo Sapìa da cinquant’anni”.

“Questo è vero – disse ridendo Annalisa – mi sembra di vederti, all’asilo, mentre indaghi su un furto di caramelle!”.

Il Commissario tacque. In prima elementare, in effetti, un compagno di classe aveva scarabocchiato con una matita rossa la sua letterina per la festa della mamma e lui non si era dato pace finché non lo aveva individuato e punito… versando un’intera boccetta d’inchiostro blu Pelikan nella cartella del dispettoso pargolo. Dopo, a casa, erano volati schiaffi a bizzeffe, ma il colpevole aveva pagato.

“Non scherzare, Annalisa, tuo padre ha ragione – aggiunse prontamente la madre – l’Università non è come il liceo: ci sono malintenzionati che cercano di rovinare le ragazze, disgraziati che tentano di trascinare nel baratro anche i loro compagni, come Lucignolo, e persino assassini. Pensa a quella povera ragazza morta!”

Sapìa represse a fatica un moto di stizza. L’associazione tra un cadavere e il Paese dei Balocchi era una delle tipiche uscite infelici di Edda. Nonostante vent’anni di convivenza, il Commissario non riusciva a comprendere il meccanismo mentale che induceva la moglie a vanificava l’effetto parenetico dei suoi sermoncini proferendo madornali sciocchezze che ridicolizzava l’intera argomentazione. I figli, naturalmente, si mettevano a ridere e addio lezione.

“Come si chiamava la ragazza morta? – chiese Annalisa, glissando sull’ennesimo svarione della madre – magari la conoscevo.”

“Purtroppo non abbiamo trovato la borsetta con i documenti. Sappiamo solo che era iscritta a Lettere – rispose il Commissario ingollando l’ultimo boccone di carne senza quasi masticare – l’ispettore Morganti sta controllando l’archivio della Segreteria.”

“Se mi dai una foto posso mandarla via mail a due amiche che frequentano tutti i giornila Facoltà. Dicerto l’avranno vista almeno una volta” disse Annalisa.

“Un altro dottor Watson in casa? non basta tua madre! – disse Sapìa, ironico – ti ringrazio per l’offerta, Annalisa, ma preferisco aspettare la telefonata di Morganti.”

“Eri bravo all’Università?” chiese Goffredo, adolescente con scarsa propensione per lo studio.

“Direi  che me la cavavo…ma tu non ti preoccupare, Fredo – rispose il Commissario – quelli che, come te, si risparmiano al Liceo, all’Università fanno scintille! Io prendevo tutto sul serio e ho sudato le proverbiali sette camice per guadagnarmi la laurea, ma questa disgrazia a te non può capitare! Prevedo che la tua carriera accademica sarà folgorante e presto ti accompagnerò al ristorante con la corona d’alloro in testa. E un limone in bocca!”

“Guarda che anch’io mi sudo gli esami – disse la figlia maggiore, un po’ impermalita, all’idea che il padre comprendesse nella categoria delle teste di porco tutti gli studenti seduti intorno al desco – però non voglio vivere come una monaca di clausura!”

“Peccato!” mormorò Sapìa, guardando con aria interrogativa il pezzetto di pera in cima alla sua forchetta.

 

Continua…

 

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Rosanna Bogo