IV. Unus testis nullus testis

Qui la terza parte.

Il testimone rintracciato da Magliana, benché seduto su una sedia a rotelle, non era affatto paralizzato: aveva solo una gamba rotta. In quelle condizioni, pensò Commissario, il giovanotto non poteva comunque commettere un delitto che richiedeva, oltre all’applicazione di una notevole forza, agilità.

Decise quindi di condurre l’interrogatorio nell’antibagno: la presenza della vittima era inopportuna. Sapìa non esitava a sfruttare il così detto “effetto cadavere” per mettere alla prova l’autocontrollo dei sospettati ma, nel caso di un semplice teste, preferiva non suscitare emozioni che potevano interferire con la memoria.

“Cos’è successo? Parlo della sua gamba… sembra un uomo bionico” chiese Sapia, osservando da vicino lo strumento ortopedico applicato al perone del ragazzo.

“Una frattura scomposta. Sono caduto dal motorino cinque giorni fa – rispose il testimone – ma penso che le interessi di più sapere come ho trovato il cadavere.”

“Parli pure e senza fretta: per ricordare deve concentrarsi” disse il Commissario.

“Erano più o meno le due… dovevo andare alla toilette e questa è l’unica per disabili su tutto il piano. Sono entrato e, appena girato l’angolo, ho visto la ragazza a terra. Non potevo alzarmi per soccorrerla e così sono uscito a chiamare aiuto in corridoio. Dopo mezzogiorno la facoltà è quasi deserta, vanno tutti a mensa o al bar e le lezioni riprendono alle tre. Per fortuna alcuni colleghi mi hanno sentito gridare e sono accorsi. Scuotevano quella poveretta per vedere se reagiva, ma lei rimaneva immobile. Poi il bidello le ha tastato il polso: non batteva più, era certamente morta. Così abbiamo telefonato al 113. L’ambulanza ormai non serviva”.

“A che ore è entrato nella toilette?”

“L’ho già detto: dopo le due…quando, con esattezza, non lo so. Con tutta quella confusione non mi sono preoccupato di guardare l’orologio in previsione del suo interrogatorio.”

“Allora, diciamo più o meno alle due, lei si trovava nei dintorni…ha notato qualcosa di strano? Passi nel corridoio, il rumore di un oggetto pesante caduto a terra, un urlo, una persona che si allontanava di fretta” domandò Sapìa, prendendo appunti sulla sua agendina. Il giovanotto sembrava lucido ma un  po’ nervoso, forse era ancora shoccato.

“No, però ho visto la ragazza che entrava nelle toilette, una mezz’ora prima. Aspettavo il professor Cantoni, fuori dalla stanza 45: riceve alle tredici ma arriva sempre in ritardo. Sa, dovrei dare l’esame di Civile nella prossima sessione.”

“La vittima non era un tipo appariscente, perché se la ricorda?”.

“Queste sono aule della Specialistica, ci conosciamo tutti e gli studenti del triennio non passano mai da questo corridoio – rispose il testimone –  insomma, mi è sembrata una presenza insolita, una faccia nota ma fuori posto, non so se capisce…qualcuno che avevo incontrato nell’ambiente studentesco ma non frequentavala Facoltà. Probabilmenteci siamo visti ad una festa o in fila a mensa. Magari in biblioteca.”

“Era in compagnia?”

“No, sola e non ricordo altre persone entrate nei bagni dopo di lei – rispose senza incertezze il testimone – come le ho detto la facoltà era deserta.”

“Aveva la borsetta?” domandò il Commissario.

“Portava a tracolla la valigetta del computer. Viola: un colore strano, non le pare?” disse il ragazzo.

“E la borsetta?”.

“Non ricordo, Commissario. Ho un’ottima memoria fotografica ma, se penso all’immagine di quella ragazza davanti alla porta delle toilette, non mi tornano in mente altri particolari. E non mi sono chiesto perché tardava a uscire. Cantoni è arrivato con tre quarti d’ora di ritardo e mi ha liquidato in pochi minuti, doveva andare d’urgenza al Rettorato… quindi penso di essere entrato nei bagni intorno alle due.”

“Va bene, per il momento può bastare. Ora però signor…”

“Tassi” disse il ragazzo.

“Signor Tassi, deve farmi la cortesia di elencare le persone che erano con lei prima e dopo la scoperta del cadavere. Ha detto che qui vi conoscete tutti, non sarà difficile fare qualche nome”.

Il testimone rimase in silenzio.

“Alla sua età non gli fanno certo difetto le sinapsi, se prende tempo si prepara a mentire, nella migliore delle ipotesi mi dirà solo una parte di quanto ricorda – pensò Sapìa –  forse non vuole coinvolgere in questa brutta faccenda i suoi amici, è comprensibile, però studia legge, dovrebbe sapere che a un innocente la sincerità conviene sempre…un’omissione scoperta per altra via diventa facilmente indizio.

Tassi intanto non si decideva ad aprire bocca e quell’ostinato silenzio innervosiva il Commissario:

“Mezzo minuto può anche temporeggiare, giovanotto – disse spazientito – ora però sta esagerando! E’ diventato muto?”

“No, Commissario. Cercavo di ricostruire mentalmente la cronologia dei fatti” rispose il testimone titubante.

“Non lo deve fare: lei mi dica quello che ricorda, combinare i tempi è compito mio” disse Sapia con il tono autoritario.

“Guardi che io non ho nulla da nascondere – replicò Tassi – stamani ero in compagnia di due colleghi, prepariamo insieme Diritto Commerciale…Stefano Loli e Marcello Stoppa. All’una loro sono andati a mensa e io mi sono piazzato davanti alla stanza di Cantoni, per via dell’esame. Poi ho parlato con il professore, forse per cinque, dieci minuti. Con i miei amici avevo appuntamento davanti all’aula53, infondo al corridoio a destra. Non vedevo l’ora che tornassero con il mio panino ma poi l’appetito, con quello che è successo, mi è passato… insomma, visto che Stefano e Marcello non erano ancora arrivati, ho deciso di andare al bagno: faccia lei il conto… per me dovevano essere le due e qualche minuto. Ma se vuole interrogare i miei compagni sono ancora qui, mi aspettano per riportarmi a casa”.

“Dunque, se ha perso di vista il corridoio solo per qualche minuto, il tempo per andare e tornare dall’angolo all’aula 53, la ragazza dovrebbe essere morta prima, mentre lei era con Cantoni. Comprenderà che uso il condizionale perché le sue dichiarazioni devono essere ancora vagliate… anche i testimoni hanno bisogno di testimoni e lei era solo quando ha visto la vittima ancora viva ed era solo quando ha trovato il suo cadavere – disse Sapia con il tono dispiaciuto di chi muove un’obiezione per puro dovere  – E quando si è messo a gridare per chiamare aiuto, chi si è presentato?”

“Non penserà che sia io il colpevole, nelle mie condizioni!” esclamò il ragazzo accalorandosi.

“Lei risponda e non si preoccupi di quello che penso io” replicò Sapia bruscamente.

“Va bene, le dirò la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità: per primi sono arrivati una collega di corso, Silvia Mari, e il suo fidanzato Andrea Carli, poi due studenti del quarto anno che conosco di vista, Marco e Sandro, hanno frequentato con me il corso di Cantoni. E un bidello, Gennaro…i cognomi non li so.”

Sapia prese nota: Tassi, due amici, quattro soccorritori e un custode. Se non altro aveva identificato otto persone sicuramente presenti nell’edificio all’ora del delitto.

Congedò il testimone e tornò nel bugigattolo in fondo all’antibagno. Guardò l’orologio: il medico legale, al solito, se la prendeva comoda… tanto i suoi pazienti non si potevano lamentare.

Per occupare l’attesa Sapia cominciò a sfogliare la sua agendina. Controllava i dati e confrontava i tempi: sembravano troppo stretti, cinque o dieci minuti, tuttavia una fortuita coincidenza propizia all’assassino non si poteva escludere. La quantità di informazioni raccolte per il momento era modesta ma, pensò, sufficiente per formare i primi monticelli di post-it: uno per la vittima, uno per Tassi, uno per gli altri testimoni  e, dulcis in fundo, uno per Cantoni.

Aveva appena messo in tasca l’agendina quando gli uomini della Scientifica, guidati da Magliana, irruppero nelle toilette come uno sciame di cavallette affamate. Per ultimo entrò il dottor Avetta, medico legale: si avvicinò al corpo e, in due minuti, stabilì che la morte era probabilmente dovuta a soffocamento…per strangolamento.

“Ha accertato che sia… deceduta?” chiese Sapia.

“Stia tranquillo, Commissario, casi di morte apparente a me non capitano. I miei cadaveri sono tutti garantiti: docg Avetta!” rispose flemmatico il medico legale.

Sapia rimase in silenzio ma non era affatto soddisfatto della risposta: durante uno dei suoi primi sopralluoghi un duplice delitto si era rivelato omicidio semplice con ferito grave solo al momento di caricare i corpi sul carro mortuario.

Visto che la scena del crimine era ormai saldamente in mano ai tecnici e al titolare dell’indagine, Sapìa decise di tornare in ufficio:

“Dei rapporti con le toghe ovviamente si occupa lei, il caso è suo – disse a Magliana prima di uscire – e prenda in consegna la borsa del computer, appena terminati i rilievi: occorre dare al più presto un’occhiata a quel materiale.”

“Non prima di domani – rispose Magliana, intento ad aiutare un uomo della Scientifica carico di attrezzi – forse addirittura dopodomani.”

“Stasera al massimo” replicò Sapìa, chiudendosi la porta alle spalle.

Magliana annuì senza neppure voltare la testa. Seguiva sempre con grande attenzione il lavoro dei tecnici: le moderne metodologie d’indagine lo affascinavano e cercava di impadronirsi dei segreti dei colleghi mettendo in pratica l’antica massima artigiana: ‘Il mestiere si ruba con gli occhi’.

Scendendo le scale Sapìa pensò che Magliana probabilmente lo considerava uno jellato, perché i suoi casi di rado si risolvevano in laboratorio. Da un punto di vista statistico doveva dargli ragione, però non era colpa sua se i cadaveri venivano gettati nudi nei fiumi, gli assassini risultavano incensurati e i delinquenti, edotti dalla visione dei moderni telefilm polizieschi, evitavano di lasciare in giro il loro DNA e ripulivano le tracce di sangue con la varichina. In certi casi purtroppo bisognava ancora usare il cervello, oltre ai i reagenti chimici.

Comunque, a livello personale, non era affatto contrario all’idea di diventare un investigatore del terzo millennio: di sicuro passare il tempo a girarsi i pollici nell’anticamera di un laboratorio attendendo di ricevere da signori in camice bianco un biglietto con il nome del colpevole, “inchiodato” da prove incontestabili, era meno faticoso che studiare a tavolino miriadi di piccole tracce per mettere insieme un indizio, consumare le suole delle scarpe per seguire cento piste o ascoltare decine e decine di testimoni reticenti e smemorati. Se tutto andava bene, alla fine metteva il sorcio in trappola, spesso però doveva tornare al punto di partenza e imboccare un nuovo sentiero. Senza contare il rischio di finire in un labirinto o, peggio ancora, in un ginepraio. Dopo un po’ i superiori si stufavano, il caso veniva accantonato e, trascorso un congruo periodo di tempo,la Magistratura provvedeva all’archiviazione.

La decisione di interrompere le indagini veniva presa in alto ma, per Sapìa, la resa dei superiori era ugualmente una sconfitta personale: come un lettore appassionato di enigmistica che vede una pagina di vecchi rebus irrisolti usata dalla cameriera per pulire i vetri, soffriva al pensiero dei quesiti rimasti senza risposta.

Continua…

 

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Rosanna Bogo