IX. Sulle tracce della lepre

Qui l’ottava parte.

Magliana entrò nell’ufficio che divideva con Sapìa spalancando la porta. Era accigliato e scuro in volto:

“Novità importanti” disse con tono grave.

“Riferisca sintetizzando” replicò bruscamente il Commissario. Quando Magliana portava cattive notizie tendeva a diventare prolisso.

“La pista si è esaurita: le ragazze di via del Lavatoio sono a posto, ottimi voti e tutti rigorosamente autentici.”

“E il testimone in carrozzella?”

“Niente.”

“Allora abbiamo fatto un bel buco nell’acqua… ci toccherà mettere sotto torchio gli impiegati del Centro Elettronico.”

“A proposito di torchiare… qui fuori c’è un signore che scalpita: non vede l’ora di essere interrogato.”

“Lo lasci aspettare – disse con noncuranza Sapìa – penserò io a chiamarlo quando sarà il suo turno.”

“Ma non c’è nessun altro in attesa” osservò stupito Magliana.

“Davvero? stavo aspettando gli amici del suo testimone a rotelle – replicò il Commissario sfogliando l’agendina – si chiamano… Loli e Stoppa ma li lascio a lei… uno alla volta s’intende. Ho proprio bisogno di un espresso del bar! Vuole che le porti una pasta?”

Magliana trasecolò: non aveva mai ricevuto una gentilezza da Sapìa. Che evento!

“Bombolone alla crema?” chiese il Commissario.

Magliana accennò un timido sì con la testa: era notoriamente la pasta che preferiva e Sapìa se lo ricordava! Provò un improvviso trasporto affettivo per il suo insopportabile collega.

“Bene, porterò qualcosa anche per il suo protetto, il piccolo Oscar – aggiunse Sapìa uscendo – lei però si ricordi di chiedere ai testimoni se Tassi è andato al bagno, quella mattina.”

“Al bagno?” ripeté Magliana.

“Sì, al bagno, toilette, ritirata, WC, cesso, come preferisce, basta che non mi faccia l’eco!” disse Sapìa chiudendosi la porta dell’ufficio alle spalle. La vista di Cantoni che dondolava nervosamente una gamba gli aveva restituito l’usuale ruvidità.

Loli e Stoppa si presentarono, come previsto, dopo mezz’ora. Magliana vagliò con cura le loro deposizioni. Coincidevano nella sostanza ma non nei particolari quindi, secondo la logica della Sfinge, non erano state concordate in precedenza: avevano accompagnato in Facoltà l’amico infortunato verso le undici ed erano sicuri che, nelle due ore successive, non si fosse recato alle toilette. All’una lo avevano lasciato davanti alla porta di Cantoni per andare a mensa.

Sapìa ricomparve in ufficio dopo un’ora.

“Era un caffè lungo” disse, porgendo al collega un sacchetto bianco.

Magliana, contento come un bambino che riceve dalla mamma una fetta di torta, afferrò le paste, ringraziò e uscì per dividere il premio con l’amico Strambi ma subito si riaffacciò alla porta:

“Il signore qui fuori sta ancora aspettando – disse a bassa voce – è stufo e se ne vuole andare!”

“Ma che andare e venire, crede di essere in fila alla posta! – esclamò Sapìa ad alta voce, per farsi sentire anche in corridoio – in questo momento sono occupato, devo telefonare.”

Magliana evitò di insistere: Sapìa aveva di nuovo la luna di traverso.

L’anziano signore che faceva anticamera ormai da due ore era ovviamente il professor Cantoni. Sapìa gongolava all’idea del Leviatano che friggeva su una scomoda sedia della Questura, davanti alla sua porta… proprio lui che era abituato a maltrattare il prossimo comodamente seduto in un’imponente poltroncina di pelle nera… trono da tiranno… probabilmente era ancora lì, nella stanza 45 b, magari consunta e un po’ sgangherata ma temibile come un tempo.

Lasciò passare un’altra mezz’ora, poi decise che era giunto il momento di affrontare il suo antico avversario.

“Professor Giovanni Cantoni, ordinario di Diritto civile” disse l’uomo, sedendosi di fronte al Commissario.

“Dottor Italo Sapìa, collaboro alle indagini” replicò il Commissario

“Ci conosciamo?” chiese il professore. Ricordava vagamente quel nome ma non la persona che lo portava.

“Non mi pare – rispose Sapia con freddezza, lieto che il trascorrere del tempo avesse deformato i lineamenti del suo volto – vengo subito al punto, così non le farò perdere altro tempo: mercoledì, verso le tredici e trenta, tredici e quarantacinque ha ricevuto uno studente nel suo ufficio?”

“La mia materia è fondamentale per il corso di laurea in Legge e ricevo decine di studenti ogni settimana: non pretenderà che mi ricordi chi ho visto minuto per minuto!”

“Si sforzi, Professore, lei ha di certo un’ottima memoria e mercoledì è stato un giorno un po’ speciale: hanno ucciso una ragazza a pochi metri dal suo studio – disse Sapìa – e il giovanotto di cui parlo deve averlo notato perché sta su una sedia a rotelle. Ora ricorda?”

“Ma sì, certo… Tassi – rispose il professore, picchiettandosi il mento con il pugno chiuso – un pessimo studente, dovrebbe chiamarsi talpa, altro che Tassi! ha già tentato di dare il mio esame almeno quattro volte e io non dimentico mai gli asini patentati… quello poi è un vero campione della categoria. Pensi che vorrebbe laurearsi tra sei mesi, figuriamoci! è venuto a piatire un diciotto ma con me tira il collo. Per fortuna, comunque vadano le cose, non dovrò assistere alla discussione della sua tesi: tra quattro mesi andrò in pensione. Una vera liberazione, sono stufo di riempire teste vuote.”

Sapìa ribolliva: avrebbe volentieri spiegato al Professore, a suon di pugni, quanto fossero stufi di lui gli studenti, antichi e recenti, ma si trattenne.

“In pratica lei impedisce al Tassi di laurearsi” osservò il Commissario, sforzandosi di parlare con un tono di voce indifferente.

“In sostanza è così. Considero un dovere difendere la fortezza dai barbari.”

“E il giovanotto è consapevole dell’ostacolo?”

“Dopo cinque buche anche un imbecille lo capirebbe. E poi io non uso mai giri di parole: pane al pane, m’intende Commissario?”

“Certo. Può andare, grazie” rispose freddamente Sapìa, congedando dalla sua stanza e dalla sua vita il Leviatano.

Comprendeva perfettamente lo stato d’animo del povero Tassi: anche lui si sarebbe inventato qualunque cosa pur uscire dalle grinfie di Cantoni… non esclusa una truffa. Per la disperazione era arrivato quasi al suicidio e, quando si rischia la vita, la voce della coscienza si affievolisce anche nei più onesti.

“Però prima avrei fatto fuori quel porco!” mormorò tra sé.

Prese un post-it dal blocchetto per registrare le ultime informazioni raccolte e notò che il monticello del giovane Tassi stava crescendo. Provava per quel ragazzo l’istintiva simpatia che affratella i compagni di sventura ma sentiva che qualcosa, nel suo racconto, non quadrava.

“Perché non ha detto di essere entrato nel bagno dei disabili tra le undici e l’una, insomma poco prima della Losanto? – si chiese Sapìa, collocando il post-it sul monticello dei biglietti – sta quasi un’ora davanti alla stanza 45 b… andare alla toilette è il modo più ovvio per ingannare il tempo, un gesto automatico, però Tassi non può avere dimenticare un particolare del genere, considerato quanto è accaduto in quel luogo poco dopo. Di sicuro è entrato nelle toilette dopo le due, quando ha rinvenuto il cadavere, ma le ruote della sua carrozzella non potevano lasciare tracce nella zona del pavimento occupata dal corpo… dunque era già passato di lì e due visite alla ritirata in tre ore mi sembrano decisamente troppe alla sua età.”

Per togliersi ogni dubbio doveva conoscere l’orario delle pulizie.

Telefonò alla portineria della facoltà e riconobbe subito la voce che rispondeva “Prontooo”: era l’amico di Gegè:

“Ma lei è sempre in servizio! – esclamò un po’ infastidito Sapìa – chi sa che bolletta deve pagare l’Università!”

“Lei scherza, Commissario, ma ormai siamo rimasti in pochi – disse il Gargiullo con tono di auto compatimento – vedrà che prima o poi mi tocca portare il lettino e dormire qui.”

Gennarino fu felice di poter rispondere con assoluta certezza alla domanda di Sapìa: mercoledì aveva verificato lo stato delle toilette al primo piano intorno alle dieci.

“Sono sicuro perché dobbiamo controllare i bagni tutti i giorni, mattina e pomeriggio… a volte sono ridotti proprio uno schifo e gli studenti protestano, mercoledì però stavano uno splendore, appena puliti… pensi che ho persino approfittato per…”

“Grazie, so quello che mi serve” disse Sapia, troncando bruscamente la divagazione coprologica del Gargiullo.

 

Continua…

 

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Rosanna Bogo