Gemma uscì dalla casa di Pamela dopo un intenso pomeriggio di studio. La maturità era ormai alle porte e la tensione le attanagliava il petto al solo pensiero di poter sbagliare qualcosa di troppo. I suoi voti non erano poi così brillanti e un esame mediocre poteva anche essere rischioso.

Mentre rimuginava su questi pensieri si avviò con passo deciso verso la fermata dell’autobus. Non c’era nessuno per strada e Gemma poteva udire i propri passi sull’asfalto. Fatti i primi cento metri sentì che qualcuno stava camminando proprio dietro di lei.

Non c’era niente di strano, eppure ebbe un sobbalzo. Si voltò.

Erano due uomini di colore, entrambi con le mani infilate saldamente nelle tasche dei jeans.  Procedevano nella sua stessa direzione; le sembrò che la stessero guardando. Sapeva che lì vicino si trovava un punto di accoglienza per i profughi provenienti dalla Libia: di sicuro venivano da là.

Si ripeté che non c’era motivo di allarmarsi, poiché di certo non stavano seguendo lei. Tra pochi passi avrebbe svoltato l’angolo e non avrebbe più avuto alle spalle la loro ombra minacciosa. Con un certo disappunto dovette constatare che anche i due uomini avevano svoltato e sembravano aver affrettato il passo, quasi a volerla raggiungere.

L’inquietudine si fece paura.

Si affrettò verso le scalette che l’avrebbero condotta sulla strada principale, sicuramente più frequentata. Anche i due iniziarono a camminare più velocemente.

Quando, alla sommità delle scalette, sentì i passi degli uomini avvicinarsi ancora e prendere di nuovo la sua stessa direzione, fu sicura che stessero davvero seguendo lei e un rivolo di panico si trasformò in sudore sulla sua fronte. Faceva caldo, in effetti.

I suoi piedi procedevano speditamente, gli occhi cercavano inutilmente per la strada qualche persona conosciuta, il cuore le batteva in gola; il laccio dello zaino le tormentava la spalla, ma non poteva certo fermarsi: i passi dei due neri dietro di lei le rimbombavano nelle orecchie in ogni istante, rallentando e accelerando esattamente negli stessi istanti in cui la sua fuga diveniva più o meno stanca.

Quando fu nei pressi della piazza, dopo minuti che le parvero infiniti, volse con ansia lo sguardo verso la fermata dell’autobus, in cerca di qualche faccia amica. Non c’era nessuno, tranne uno stuolo di vecchi seduti sulle panchine sotto le piante. Si diresse verso di loro. Almeno, pensò, erano armati di bastoni….

Si appoggiò ad un muretto, ancora spaventata; era quasi curiosa di vedere le mosse degli inseguitori. Aveva riacquistato un po’ di tranquillità perché ormai si trovava in un luogo abbastanza affollato inadatto ad un gesto di violenza e poi mancavano pochi minuti all’arrivo dell’autobus.

I due si avvicinarono.

Gemma guardò altrove, sforzandosi di sembrare a suo agio ma gli uomini si appoggiarono allo stesso muretto, esattamente accanto a lei. Non poté fare a meno di guardare per un attimo il più vicino. Indossava una giacca di jeans e Gemma ebbe la sensazione che con la mano sinistra l’uomo stesse cercando qualcosa all’interno dell’indumento.

Sperò che non estraesse una pistola o un coltello.

Il terrore le aveva di nuovo invaso la mente.

Effettivamente l’uomo stava cercando qualcosa dentro la tasca interna della giacca, ma non era una pistola. Neanche un coltello, né un temperino. Tirò fuori una rosa gialla, un po’ stropicciata ma ancora intatta e, sfoderando un sorriso di denti bianchissimi, la porse a Gemma.

Inutile dire che la ragazza rimase di stucco. Girò la faccia dall’altra parte, quasi a far intendere di non aver capito che quel gesto galante era diretto a lei ma l’uomo, senza proferire parola, rimase impalato lì, con la rosa sempre nella stessa inequivocabile posizione. Gemma non sapeva che cosa fare, per questo il sollievo fu grande quando vide arrivare l’autobus e le parve che la fretta di doverlo raggiungere fosse una buona giustificazione per ignorare la rosa e la mano tesa del nero. Salì avidamente ed occupò il primo posto che le capitò. Dal finestrino poteva vedere i due appoggiati al muretto. Anche loro la guardavano, ridendo.

Quello con la rosa gialla stretta tra le dita lanciò via il fiore, che scomparve dietro il muro. Poi strinse le spalle, come per dirle che, se non l’aveva voluta, non poteva fare altro che buttarla via; con l’altra mano le fece un cordiale cenno di saluto, senza smettere di sorridere. Gemma si lasciò andare sulla poltroncina, finalmente rilassata. Mentre osservava i palazzi scorrere uno dopo l’altro ed il paesaggio farsi sempre più campagna, un sorriso divertito le comparve sulla faccia.

 

 

 

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Beatrix