I. Il Chiasso  della Sapienza

 

Seduto a braccia conserte nel suo ufficio il Commissario Sapìa fissava intensamente il telefono. Sembrava impegnato in un’operazione mentale complessa, qualcosa di mezzo tra un esperimento di telecinesi e un calcolo a molte cifre ma, in realtà, stava solo cercando di rimanere calmo. Uno sforzo di volontà non da poco, considerato che l’apparecchio squillava senza tregua sotto il suo naso.

“Suona, suona pure…- mormorò tra sé il Commissario con tono di sfida – tanto io non rispondo. Chi la dura la vince.”

La posizione raccolta del corpo, le palpebre socchiuse, i muscoli facciali tirati, visibile manifestazione di un animo più cocciuto che tenace, lasciavano intendere che avrebbe mantenuto fede al suo proposito. Lo scampanio però non cessava: due, tre, dieci, venti squilli…evidentemente anche l’ignoto telefonista era un tipo caparbio.

All’improvviso Sapìa immaginò che all’altro capo del ponte radio la moglie, in lacrime, lo stesse cercando per comunicargli chi sa quale disgrazia…istintivamente, allungò la mano verso l’apparecchio ma, un attimo prima di sollevare la cornetta, ritirò di scatto il braccio:

“Altolà, Italo! – borbottò –  la memoria ti fa cilecca!”. Si era ricordato giusto in tempo che le urgenze domestiche viaggiavano su un canale riservato, un vecchio cellulare che teneva in tasca, sempre acceso e carico. Ovviamente, come la ‘linea rossa’ tra Casa Bianca e Cremlino ai tempi della Guerra Fredda, quel numero riservatissimo andava utilizzato solo in particolari situazioni d’emergenza, più o meno quelle previste dalla casistica delle assicurazione: incidente, furto, incendio, sommosse popolari e conflitti armati. Per tutto il resto i familiari dovevano aspettare il suo rientro serale o lasciare sintetici messaggini.

Sapìa decise di togliersi ogni residuo dubbio controllando la segreteria, con la modalità ‘vibrazione’ non si poteva mai essere tranquilli.

Stava ancora rovistando rabbiosamente nelle tasche della giacca alla ricerca del telefonino quando, all’improvviso, la porta si spalancò e Strambi, il giovane commissario che lavorava nell’ufficio accanto, irruppe nella stanza. Intanto il braccio di ferro acustico aveva raggiunto il suo acme: lo sfidante non demordeva e la stanza ormai sembrava l’anticamera di un call-center.

“Ah! Ma allora è qui! – esclamò sorpreso Strambi, fermandosi di botto con una mano stretta al petto – mi ha fatto venire un colpo!”

“Già, mi trovo nel mio ufficio… davvero spaventoso, non le pare? – replicò Sapìa con tono scortese – magari ho persino una brutta cera…da fantasma.”

“No, ma che dice, dottore…è colpa mia, mi scusi – rispose quasi balbettando il giovane commissario – solo che non mi aspettavo di vederla…il telefono suona a vuoto da un bel po’ e volevo rispondere che lei è fuori stanza…altrimenti non mi sarei mai permesso di entrare senza bussare!”

Strambi alloggiava lì accanto solo da tre giorni, ma i colleghi lo avevano già illuminato riguardo al carattere del suo irritabile e irritante vicino. Sapeva che il Commissario Capo Sapìa, alias la Sfinge, non tollerava atteggiamenti confidenziali, soprattutto da parte di nuovi arrivati, e andava preso con le pinze…“Invece io – si rimproverò mentalmente Strambi –  come un idiota, entro nella tana e pesto la coda all’orso!”

“Non se la prenda – lo rassicurò Sapìa con tono gentile – in fondo ha ragione lei: di questi tempi solo i morti non rispondono al telefono, ha fatto bene a dare un’occhiata” ma, nel contempo, pensava “Oscar Strambi, il nuovo che avanza… nel mio ufficio: nomen omen, il migliore della sua categoria, merita un premio!”

Poi, infilando con ostentazione in tasca il cellulare d’emergenza che aveva appena estratto, aggiunse a mo’ di giustificazione:

“Stavo parlando al telefonino…una chiamata personale. Ora ho finito e mi metto a disposizione. Contento?

Il povero Oscar, non sapendo che dire, accennò con la testa un timido sì.

“Bene, anch’io sono tanto felice” esclamò ironico il Commissario, schiacciando con un gesto brusco il pulsante del viva voce. Senza dare al suo interlocutore il tempo di aprire bocca disse seccamente: “Obbedisco!” e uscì dalla stanza in silenzio.

“Come si permette, Sapìa!!! – gridò qualcuno nel microfono – ho le tasche piene delle sue battute cretine! allora mi sente…è lì? Guardi che non ho tempo da perdere! Ma funziona o no questo cavolo di linea?”

Strambi riconobbe subito la voce del Vicequestore Torrisi. Dopo un attimo di incertezza si avvicinò all’apparecchio e rispose:

“Il dottor Sapìa è appena uscito…aveva molta fretta.”

“E lei chi è?” chiese stupito Torrisi.

“Strambi, commissario Strambi, signor Vicequestore…mi trovavo nell’ufficio del dottor Sapìa per…”

“Lasci perdere, non importa. Buongiorno” disse sgarbatamente Torrisi chiudendo la comunicazione. Per un attimo pensò di chiamare il telefonino di servizio del Commissario ma, immaginando che al solito fosse spento, si mise il cuore in pace. Non occorreva chiarire la questione, a modo suo la Sfinge aveva accettato di eseguire gli ordini ricevuti.

Sapìa intanto era già in strada. Camminava a testa bassa, ruminando sull’ingiusto trattamento che subiva sul luogo di lavoro anzi “in servizio”, come diceva tra sé, memore dell’antica condizione militare del Corpo di Polizia. Non si considerava certo un agnello tra lupi e, all’occorrenza, sapeva mostrare i denti ai colleghi, ma ringhiare con i superiori serviva a poco. Eppure era un funzionario tra i più anziani, sempre presente, vigile, scrupoloso…umanamente poteva non piacere, ma nessuno metteva in dubbio la sua competenza.

“Carriera immacolata, vita privata ineccepibile, con quello che si sente dire in giro non è poco – pensò il Commissario, fermandosi a guardare la vetrina di un negozio di scarpe. Aveva notato un modello somigliante ai suoi adorati mocassini beige, di recente pensionati dal calzolaio per raggiunti limiti di età – già, sono un rompiscatole ma faccio il mio dovere …dimmi almeno ‘grazie, scemo!’ Macché! Al Capo stanno bene solo i tirapiedi, quelli che passano la giornata a sparlare e leccare.”

Nel caso presente, ad esempio, il facente funzioni di Questore in attesa di ponderate decisioni del superiore Ministero dottor Torrisi lo aveva convocato nel suo ufficio poco prima delle quattro. Recandosi all’incontro, si era premurato di chiedere al centralinista in Portineria se c’erano novità. L’agente, un giovanotto sveglio che non perdeva tempo a farfugliare come Strambi, aveva prontamente risposto “Enne enne, dottore” senza neppure alzare gli occhi dal giornale. Dunque una giornata di calma piatta, a parte il cadavere di una ragazza ritrovato nel primo pomeriggio in una toilette dell’Università.  Tutti vivi in città, tranne quella poveretta, morta probabilmente per cause naturali: una dieta troppo drastica, il caldo, la tensione degli esami, un’ignorata anomalia cardiaca. Certo non si poteva escludere l’overdose. Accidentale…volontaria, mah! il medico legale avrebbe chiarito ogni dubbio. Comunque si trattava di un caso relativamente semplice, infatti era stato assegnato al commissario Magliana, funzionario che giocava ancora nel girone cadetto.

Forse, si era detto Sapìa, Torrisi intendeva riprendere le fila di un delitto irrisolto. Ultimamente i mass media spulciavano con impegno gli archivi di ‘nera’: per loro era spettacolo a costo zero ma il rinnovato dolore metteva in agitazione i familiari delle vittime che, dagli schermi e dalle pagine dei giornali, chiedevano a gran voce di conoscere la verità. “La verità…- ripeté amaramente Sapìa – come sela Poliziaavesse la privativa del prodotto: Sali Tabacchi e Verità!”

Comunque l’opinione pubblica sovrana sosteneva i parenti in lacrime e, prima o poi, saltava sempre fuori un politico sensibile al grido di dolore popolare che si prendeva la briga di telefonare in Procura o in Questura per far riaprire le indagini. E così i panni tornavano all’aria. Cold Case era un’espressione buona per dire una cosa vecchia: ‘scheletro tirato fuori dall’armadio e rispolverato’…una scocciatura. Neanche ai chirurghi piace rimettere le mani nelle operazioni mal riuscite dei colleghi.

Insomma Sapìa si aspettava una rogna da grattare ma rimase allibito quando Torrisi gli ordinò di occuparsi del cadavere all’Università.

“Il caso è del commissario Magliana” aveva replicato tranquillamente, pensando ad un’improvvisa amnesia del Capo. Torrisi aveva più o meno la sua età: anche a lui qualche organo poteva fare cilecca, ogni tanto.

“Assegnazione provvisoria” aveva precisato il Vicequestore, con finta accondiscendenza. “Provvisoria ma sempre assegnazione” aveva obiettato Sapìa, intravedendo il tranello. Cominciava ad innervosirsi: evidentemente Torrisi non si fidava ancora del suo giovane e svagato funzionario, non del tutto e non per un’indagine su una morte sospetta che avrebbe attirato la curiosità della stampa, sia per l’età della vittima, sia per l’insolito luogo del decesso. Sapìa non poteva dargli torto: in situazioni del genere era facile prendere un abbaglio…per evitare svarioni l’indagine doveva essere supervisionata da un occhio esperto. Ma non il suo, accidenti!

“Il caso resta di Magliana, stia tranquillo – aveva aggiunto Torrisi – Lei deve solo guardarsi in giro, offrire qualche amichevole consiglio…insomma, una gentilezza tra colleghi…se poi viene fuori che la morte è accidentale, come non detto. Può lavarsene subito le mani.”

“Ma perché sempre io?!” aveva sbottato Sapìa, alzandosi dalla sedia con l’atteggiamento di chi non intende continuare la conversazione.

“Si sieda, Commissario – aveva ordinato Torrisi spazientito – e non faccia di tutto una questione personale. Si tratta solo di migliorare l’efficienza e l’efficacia della nostra azione, garantire il miglior andamento delle indagini: lei ha già lavorato con Magliana quindi è la persona più adatta per affiancarlo, insomma conosce il modo di lavorare… e anche i limiti di quel benedetto ragazzo. Dopo tutto all’inizio ha fatto pratica con lei!”

Il Vicequestore, messo alle strette, aveva tirato fuori l’artiglieria pesante, un suo teorema, tanto fazioso quanto semplice che, in situazioni analoghe, si era già rivelato risolutivo: “quando un apprendista non si dimostra all’altezza del compito – sosteneva Torrisi – la colpa è del maestro… e i cocci dell’allievo sono suoi!”

Per Sapìa, ammutolito dalla rabbia, era davvero troppo. Dato che si trovava ancora in piedi impiegò un secondo per infilare la porta. Senza chiedere congedo e senza salutare.

Torrisi, trascorso il tempo necessario a Sapìa per raggiungere la sua stanza, aveva chiamato il sottoposto: voleva rimetterlo in riga e chiudere definitivamente la discussione. Il Commissario però aveva previsto la mossa del Vicequestore: seduto alla sua scrivania sapeva chi faceva squillare il suo telefono ininterrottamente e immaginava anche il contenuto dell’imminente conversazione: tanto valeva rispondere subito ‘obbedisco’ ed eseguire l’ordine.

“Sono lo scozzone del ciuccio – pensò Sapìa, riprendendo il cammino dopo aver annotato il numero civico del negozio, dato essenziale per commissionare alla moglie l’acquisto delle scarpe – quindi devo pagare pegno per omnia saecula saeculorum. E dire che il babbo buonanima mi prendeva a calci nel fondo schiena quando beccavo un brutto voto a scuola: non sapeva, il pover’uomo, che stava sbagliando sedere!”

E poi quel pupillo rompiscatole gli era capitato tra capo e collo per ordine superiore: non aveva il vezzo di fare il volontario, lui! e neppure il complesso della chioccia, anzi, lavorava meglio da solo e non sopportava i principianti, maldestri scusati dall’inesperienza.

A dire il vero, nell’ambiente della Questura, nessuno si sarebbe mai sognato di indicare Sapìa come modello da imitare ad un novellino, però fare il mentore delle burbe, il ‘caporalmaggiore’ della situazione, era un’incombenza universalmente aborrita e, dovendo per forza assegnare a qualcuno l’ingrato compito, i Capi preferiva inimicarsi la Sfinge piuttosto che un altro collaboratore. Tanto Sapìa era comunque perennemente scontento e poi i neoassunti, dopo aver trascorso qualche mese con lui, trovavano simpatici tutti i colleghi.

Così Sapìa riceveva spesso l’incarico di aiutare i giovani commissari che non provenivano dalle fila degli ispettori, funzionari magari informati sulle più moderne tecniche d’indagine grazie ai corsi preparatori, ma privi dell’indispensabile pratica sul campo. Se protestava, veniva subito messo a tacere con la solita scusa: “Lei ha già esperienza, per lei è più facile!”

La rabbia repressa e il pensiero della nuova vessazione, subita ancora una volta senza avere la possibilità di difendersi, mettevano le ali ai piedi del Commissario. Rimuginava e camminava, camminava e rimuginava come un carcerato che fa tondino nel cortile senza guardarsi intorno, contando gli anni che mancano alla libertà…o alla pensione.

Sovrappensiero, Sapìa attraversò il centro cittadino da un capo all’altro e, quasi senza rendersene conto, giunse alla meta: ora doveva solo girare a sinistra e imboccare un vicoletto di neanche venti metri, schiacciato tra due edifici così alti da sembrare quasi convergenti alla sommità.

Non alzò gli occhi per leggere la targa con il nome della via, un gesto che faceva d’abitudine quando camminava in una zona che frequentava raramente: non ne aveva bisogno, sapeva perfettamente dove si trovava. “Chiasso della Sapienza” mormorò a fior di labbra infilandosi con decisione nell’angusta burella.

Continua…

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Rosanna Bogo