III. Lo scrutatore di cadaveri

Qui la seconda parte. 

Il Commissario salì le scale diretto ai bagni del primo piano, accanto alla stanza 45 b. Non aveva fretta, conosceva fin troppo bene la strada che conduceva allo studio di Giovanni Cantoni, titolare della cattedra di Diritto Civile.

Dunque la contestazione, le occupazioni, le riforme, la vecchiaia non avevano tolto di mezzo il famigerato ‘Leviatano’: dopo trent’anni Cantoni, bestia nera degli studenti, ammorbava ancora l’aria della facoltà.

Sapìa si ricordò che il professore prendeva a pretesto proprio quella vicinanza per deridere gli esaminandi che torchiava nel suo covo: “Per caso ha sbagliato porta? Voleva andare al bagno? – domandava con aria falsamente premurosa allo sventurato di turno – Sa, lo deduco dalle cagate che sta dicendo”. Anche se erano passati tanti anni quella volgare battuta gli fece ribollire il sangue come un tempo.

“Che carogna! – pensò Sapìa – non mi dispiacerebbe essere qui per esaminare il suo cadavere.”

Mentre ancora assaporava la gioia di immaginare a terra, stecchito, l’aguzzino che l’aveva mandato fuori corso, il Commissario passò davanti alla stanza 45 b.

Una vaga sensazione di panico lo costrinse a fermarsi: per un attimo provò di nuovo l’angoscia delle interminabili ore trascorse accanto a quella porta, seduto su una panca in attesa di essere esaminato… ben più di una volta: alla fine, quando ormai si trovava sull’orlo della disperazione, l’agognato diciotto era venuto, ma a che prezzo! Cantoni, registrando il voto sul libretto, l’ultimo dopo una sfilza di ventotto e trenta, aveva ironicamente commentato:

“Non ho cambiato idea sulla sua preparazione, giovanotto, ma è chiaro che lei non intende rinunciare a laurearsi in Legge e il pensiero di rivederla a tutti gli appelli della mia materia, da ora fino alla pensione, francamente mi dà la nausea. Lo consideri un diciotto politico, anzi terapeutico. Per me, s’intende.”

Purtroppo, per sesso ed età, il cadavere sicuramente non apparteneva al ‘Leviatano’, Cantoni però poteva sempre essere l’assassino o, quantomeno, un sospettato:

“Questa volta – si disse Sapìa – ho io il coltello dalla parte del manico.”

L’eccitante ipotesi del perseguitato che diventa persecutore rincuorò il Commissario: dopo aver gettato uno sguardo sullo spoglio corridoio dell’ala b, immutato come un cimitero nonostante il succedersi degli anni e delle generazioni, si diresse verso le toilette.

Un cartello di divieto d’accesso, appeso in bella vista sulla porta, avvertiva che i bagni erano ‘temporaneamente fuori servizio’.

Sapìa storse la bocca: le improvvisazioni di Magliana, convinto di essere scaltro perché nato all’ombra del ‘Vesèvo’, lo infastidivano.

Rimase per qualche secondo immobile, con la mano sulla maniglia, immaginando lo sgradevole spettacolo che si sarebbe presentato ai suoi occhi di lì a poco: vedere un morto non è mai piacevole. Quindi spinse la porta e, con stupore, si ritrovò in un ambiente vuoto e silenzioso, illuminato da accecanti lampade al neon.

Dov’erano finiti Magliana e il cadavere? Bofonchiando imprecazioni Sapìa ispezionò, uno ad uno, i piccoli vani che si aprivano sul lato più lungo della stanza: nell’ultimo cubicolo, riservato ai disabili, trovò finalmente la ragazza morta.

Solo, seduto sulla tavoletta del water, Magliana osservava con aria cogitabonda il corpo disteso a terra.

“E’ sempre in orbita, come lo shuttle…non si è neppure accorto della porta che si apriva, del calpestio, dei miei mugugni – pensò Sapìa, immobile nel vano della porta – un bambino potrebbe rubargli la pistola.”

Poi si schiarì la voce e, senza salutare, chiese bruscamente:

“Ammazzata?”

“Buonasera, dottore! – esclamò, sobbalzando, Magliana – Me lo sentivo che Torrisi avrebbe mandato soccorsi… eppure non si tratta di un caso difficile, potevo sbrigarmela da solo, sono sicuro. Già, gli esami non finiscono mai… diceva bene il mio celebre concittadino!”

Sembrava offeso, i suoi occhi però rivelavano che non era affatto scontento di avere compagnia, benché il nuovo arrivato fosse la Sfinge.

“Non dubito che lei si ritenga all’altezza della situazione, Magliana – replicò Sapìa sgarbatamente – però, se dio non voglia dovesse fallire, Torrisi butterà la croce addosso a me che sono stato il suo… aio.”

“Guardi che io non ho chiesto aiuto al Vicequestore!” disse Magliana a mo’ di scusa.

“Lo so e, se le fa piacere, l’assicuro che anch’io non ho chiesto di venire a togliere le sue castagne dal fuoco – replicò il Commissario, inginocchiandosi accanto al cadavere – sono qui solo per pararmi il fondoschiena e temo ce ne sia proprio bisogno. Il metodo ‘perdere tempo osservando il morto con l’aria di pensare ai fatti propri’ non mi pare rientri tra gli insegnamenti che ha ricevuto da me!”

“Veramente stavo riordinando le idee – rispose un po’ risentito Magliana, scavalcando la ragazza per avvicinarsi a Sapìa. Steso bocconi a terra, di traverso, il corpo divideva a metà il bugigattolo, più grande degli altri per rendere agevole l’accesso alle carrozzine.

“Il magistrato?” chiese Sapìa.

“Tutto a posto, è venuto mezz’ora fa.”

“Visita del dottore…” aggiunse il Commissario ironico.

“Sì… certo era un dottore, il dottor Benedetti, magistrato di turno” replicò Magliana.

Sapìa si volse a guardare il collega con un misto di irritazione e stupore ma evitò commenti. Aveva altro a cui pensare in quel momento.

“Circa vent’anni, corporatura e altezza nella media, nessuna ferita apparente,  probabilmente una studentessa di Lettere… – disse il Commissario, fissando di nuovo il cadavere: sembrava stesse leggendo un rapporto già scritto – più o meno alle due doveva incontrare qualcuno proprio in questo bel posticino.”

“E lei come fa a saperlo?” esclamò Magliana, con l’espressione sorpresa di chi vede sbucare dal cilindro del prestigiatore un grosso coniglio.

“Ovvio, ho una mini palla di vetro in tasca – rispose Sapìa distrattamente. Stava osservando la piccola stanza. Era vuota, a parte il cestino della carta e la valigetta porta computer della ragazza, posata a terra accanto al lavabo. Viola come aveva detto il bidello.

“Lo ammetto, sono un veggente…adesso, ad esempio, vedo che manca la borsetta della vittima.”

“E’ vero…non ho fatto caso a questo particolare” mormorò Magliana guardandosi intorno.

“Inavvertenza comprensibile, dottore: per notare certe cose ci vuole il terzo occhio – disse Sapìa con ironica serietà – ora però mi aiuti a sollevare leggermente il corpo, potrebbe essere finita sotto.”

“Ma non possiamo contaminare la scena del delitto- esclamò Magliana scandalizzato – devono ancora eseguire i rilievi!”

Sapìa non si stupì dell’obiezione: il giovane collega apparteneva alla generazione degli investigatori del terzo millennio, sempre in attesa degli uomini della Scientifica come gli ebrei del Messia.

“Se le fa schifo toccare un cadavere prenda i guanti che sono nell’antibagno… appoggiati sul secchio accanto all’ingresso – disse il Commissario spazientito – forza, si muova! è questione di un attimo e non inquineremo le prove. Stia tranquillo, rimetteremo la ragazza dov’era e i suoi eroi biancovestiti non si accorgeranno di nulla. Al massimo, tra due mesi, troveranno le nostre cellule epiteliali sui vestiti…ma noi abbiamo un alibi di ferro: alle due eravamo in Questura e lei mi stava raccontando vita morte e miracoli del dottor Strambi.”

Sapìa sembrava scherzare ma la sua voce aveva un tono freddo, minaccioso. Magliana comprese che il corpo, con o senza il suo aiuto, sarebbe stato toccato e, non avendo il coraggio di opporsi alla decisione del collega, si rassegnò a collaborare. Mise i guanti…per non lasciare tracce, e sollevò una spalla della ragazza. Intanto Sapìa sosteneva la testa della vittima. Sotto il corpo però non c’era nulla.

“Forse non aveva la borsetta” disse Magliana guardando Sapìa con aria delusa.

“Ipotesi altamente improbabile, egregio collega – replicò il Commissario – alla sua età dovrebbe sapere che le ragazze hanno l’abitudine di portarsi dietro mezza casa: lime, forbicine, disinfettanti, spazzolino da denti, ago e filo, ombrelli pieghevoli…quello che a lei sembra un semplice contenitore o un accessorio di moda in realtà è un kit di sopravvivenza: con la borsa in spalla le donne sono pronte ad affrontare qualsiasi emergenza, mentre noi uomini andiamo allo sbaraglio con le tasche della giacca cucite. E se osiamo munirci di un piccolo tascapane ci prendono pure in giro e lo chiamano borsetto!”

“Forse la ragazza teneva le sue cose nella valigetta del computer” suggerì Magliana.

“Guardi pure, ma troverà solo il portatile e appunti di studio – replicò seccamente Sapìa, resistendo alla tentazione di far strabiliare Magliana aggiungendo “su Leopardi” – la borsa per la donna è come il paracadute per l’aviatore: non si dimentica mai e si porta in spalla. Qualcuno deve averla presa.”

“Rubata… dall’assassino… ovviamente se questo è un omicidio” aggiunse Magliana, aprendo con la punta delle dita il porta computer: anche se indossava spessi guanti di gomma gialli temeva di lasciare impronte.

Quando, guardando all’interno, vide esattamente quello che Sapìa aveva predetto, spalancò gli occhi per la meraviglia.

“Ma, insomma, come fa a sapere quando è morta, perché era qui e cosa contiene questa valigetta?” chiese, quasi indispettito.

“E lei come fa a condurre un’indagine seduto sulla tazza del bagno? Le sembra questo il modo di procedere durante il primo sopralluogo, con il cadavere ancora caldo?”

“E come potevo iniziare a lavorare, da solo? – si difese Magliana – la pattuglia mandata sul posto dalla Centrale serviva altrove… rissa in luogo pubblico: ‘un’urgenza assoluta’ ha detto l’ispettore Tagliavini. Comunque non ci sono segni di colluttazione o sangue, niente siringhe o pasticche strane. Secondo me, si tratta di decesso per cause naturali. Un arresto cardiaco improvviso… lo so che si verifica raramente tra i giovani ma anche ai calciatori capita di morire in campo. Insomma, in attesa del medico e del magistrato, mi è sembrato giusto non diffondere la notizia: nei luoghi affollati bisogna evitare di creare allarme, per via del panico… e poi i curiosi vanno tenuti alla larga dalla scena del crimine. Così ho detto al bidello di chiudere i bagni e sono rimasto a piantonare il corpo, che altro potevo fare?”

“Di quale morte naturale sta parlando, Magliana?! – replicò aspramente Sapìa – si sente puzza d’omicidio lontano un miglio, non vede com’è scomposto il corpo? E la mancanza della borsetta doveva insospettirla…e poi, non ha notato niente quando ho sollevato la testa della ragazza? ah, già, dimenticavo che guardare negli occhi i morti turba i suoi sogni…beh, se avesse dato un’occhiata, neppure a lei sarebbero sfuggiti certi lividi eloquenti sul collo. Per me è stata strangolata, a mani nude…altro che infarto fulminante. Una morte improvvisa certo, ma come tutte le morti violente.”

“Mi dica lei, allora, come mi dovevo comportare!” esclamò Magliana, alzando il tono della voce: tutte quelle critiche, benché fondate, lo esasperavano. Aveva chiesto con insistenza di svolgere da solo l’indagine proprio per evitare l’opprimente compagnia della Sfinge, almeno quando non era in ufficio,  e se lo ritrovava alle calcagna, più acido che mai per via dello sgradevole incarico di ‘supervisore’ che gli aveva rifilato Torrisi.

“Non prenda cappello con me, Magliana! – replicò Sapìa duramente – se proprio insiste le parlerò apertis verbis: intanto, per prima cosa, doveva evitare che le scippassero la pattuglia.”

“Ma Tagliavini insisteva…” obiettò debolmente Magliana.

“Bastava rispondere che gli agenti, in quel momento, erano in giro per l’edificio a svolgere controlli…insomma, temporaneamente irreperibili e con il telefonino spento. Quando imparerà a difendersi? nel nostro ambiente lo sgambetto è di prammatica… e deve essere reciproco.”

“Anche se non mi piace sembrare aggressivo non sono stupido!  – disse Magliana risentito – tengo a bada quelli che sgomitano, però mettere in dubbio la correttezza di un collega, così, a priori, francamente mi pare eccessivo. Non giochiamo tutti nella stessa squadra?”

“Faccia atterrare lo Zeppelin, Magliana! non può stare sempre nella stratosfera! Lei mi fa perdere davvero la pazienza! Se lo cacci in testa – rispose Sapìa, percuotendosi la fronte con le dita della mano raccolte a calice – mors tua vita mea, ognuno tira l’acqua al suo mulino e lascia a secco il prossimo. Lo sa come si chiama la sua squadra? Magliana! e la mia: Sapìa. Giochiamo tutti contro tutti.”

Il Commissario sembrava un maestro intento a redarguire a parole un alunno tardo che avrebbe volentieri preso a schiaffoni.

“Non credo che sia questo il modo giusto di lavorare” disse Magliana, con un’espressione seria che esibiva solo quando parlava di questioni di principio.

“Mi sta facendo la morale? Non bastava Morganti, l’angelo dei barboni, ora c’è anche Magliana l’idealista…un vero assedio – commentò Sapìa – questo però non è il Paradiso, è il mondo come va e così gira da sempre, anche se a lei non sembra giusto. Al posto suo, lasciato solo in mezzo al guado, mi sarei attaccato al telefono rompendo le scatole e i timpani a tutti i superiori finché non ottenevo almeno tre agenti e un ispettore. Lei invece conta sulla collaborazione dei colleghi e, magari, anche dei capi… campa cavallo! Se Torrisi non si fosse preoccupato di sfigurare con i giornalisti l’avrebbe lasciata a fare l’eremita che veglia il morto fino al Giudizio Universale!”

“L’ha detto lei, sono rimasto solo. Che potevo fare?” si giustificò Magliana.

“Tante cose, ad esempio prendere i nominativi di tutti i presenti e interrogare subito gli eventuali testimoni… ma prima, ovviamente, doveva bloccare le uscite, magari mettendo i bidelli a guardia delle porte. ”

“Già, chiudevo dentro gli studenti, così mi denunciavano per sequestro di persona. Questa èla Facoltàdi Legge, l’ha dimenticato?”

“No, lo so meglio di lei, ma basta minacciare una gita di massa al Commissariato per placare anche gli animi più garantisti. Ora però i buoi sono scappati dalla stalla e non vale la pena di piangere sul latte versato.”

Magliana di solito sopportava pazientemente il profluvio di perle di saggezza popolare, arcaismi  e citazioni che il suo vicino di scrivania spargeva a piene mani come un vecchio curato di campagna ma, in quel momento, forse per la tensione, forse per la raffica di rimproveri che l’aveva appena attinto, sentì di essere sul punto di scoppiare. Il finale accostamento di ‘buoi scappati’ e ‘latte versato’ nella stessa frase era decisamente troppo anche per lui.

“Perché mi guarda con quell’espressione imbambolata – domandò Sapìa – si sente male?”

“No, stavo riflettendo – rispose Magliana, reprimendo a stento il desiderio di mandare a quel paesela Sfingeallungandogli un bel calcione nel didietro – riguardo ai presenti… qualcosa ho fatto: mi sono segnato il nome del ragazzo che è entrato qui pochi minuti dopo…il decesso.”

“Si riferisce a chi ha rinvenuto il cadavere? E quando aveva intenzione di dirmelo, a processo ultimato!” lo redarguì aspramente Sapìa.

“Con tutti quei discorsi su come si fa un sopralluogo mi sono dimenticato del testimone! – si giustificò Magliana, contento di avere fatto almeno una cosa giusta – però di sicuro si trova ancora nei dintorni: è su una sedia a rotelle.”

“Bene, allora vada a cercare il suo invalido e lo porti qui – disse Sapìa, sedendosi sulla tavoletta del water – rimango io a fare compagnia alla ragazza.”

Era stanco, la maratona attraverso la città aveva esaurito le sue forze. “Non ho più vent’anni e neanche quaranta – pensò, massaggiandosi un polpaccio – dovrei usare la macchina di servizio.”

Magliana tornò dopo qualche minuto spingendo la carrozzella del ragazzo. Poi uscì di nuovo e raggiunse l’ingresso:la Scientificastava per arrivare.

Continua…

 

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Rosanna Bogo