II. Scherzi della memoria

Qui la prima parte.

Il “Chiasso della Sapienza” terminava in uno slargo, più un grande cortile rettangolare che una piazza, occupato sul lato maggiore dall’imponente e tetra facciata di un palazzo cinquecentesco: inferriate, bugnato, neppure un ricciolo barocco o una figura scolpita. Sàpia si fermò per dare un’occhiata in giro.
Farsi un’idea precisa dell’ambiente in cui l’assassino aveva agito, con annessi e connessi, era per il Commissario operazione propedeutica ad ogni indagine, anche al fondamentale esame della ‘crime scene’, lo spazio fisico del delitto.
“Ammesso che di un delitto si tratti – osservo tra sé Sàpia, cercando di sentirsi ottimista – magari la ragazza è morta per cause naturali e mi sono scontrato con Torrisi per nulla. In fin dei conti un piccolo colpo di fortuna, semel in anno, può sempre capitare…”
Il suo corpo però era di diversa opinione: lo stomaco si contorceva, il cuore batteva come un martello, il pomo di Adamo andava freneticamente su e giù, tutti sintomi che preannunciavano il verificarsi un evento temuto o spiacevole.
Eppure, pensò il Commissario, l’indagine era ancora alle prime battute, il momento che preferiva: doveva solo girare qua e là fiutando le piste, studiare la vittima, annusare i sospetti (in pratica tutti coloro che interrogava)…Per qualche giorno nessuno l’avrebbe tampinato esigendo una ricostruzione definitiva dell’accaduto. Ma, nonostante le premesse stuzzicanti, quel caso non riusciva a stimolare la sua curiosità.
Certo detestava lavorare in squadra… figuriamoci mettere le mani nel piatto di un altro.
Il caso era di Magliana, lo ammetteva anche Torrisi, dunque si pelasse da solo la sua gatta, quel frescone! riscuoteva o no lo stipendio? E poi… sai che piacere trovarsi faccia a faccia con il cadavere di una ragazza dell’età della sua Annalisa, un corpo di vent’anni, pieno di vita, ridotto a merenda per i vermi.
“Magari un attimo prima stava pensando a un vestito carino che voleva comprare… zac! passa il destino e le scippa la vita, proprio mentre crede di essere al sicuro, circondata da coetanei, in un luogo familiare… l’Università.”
Fino a quel momento il Commissario si era imposto di considerato la costruzione che ospitava la facoltà di Giurisprudenza solo un prodotto dell’architettura tardo-manierista divenuto, per caso, contenitore di un cadavere. Ma quello che cercava di non pensare era in realtà un pensiero già concepito in qualche angolo oscuro del suo cervello e, come tutti gli esistenti, aspirava a manifestarsi nel mondo. Così, alla prima occasione, era saltato fuori.


“Già… un luogo familiare anche per me” ammise a malincuore Sàpia. Come un cane alla catena, a furia di girare intorno al palo, si era strozzato.
Non varcava la porta di quel palazzo da tanto tempo, più o meno da quando si era laureato, ma conosceva ogni scala, corridoio e bagno dell’edificio, al pari dei ragazzi che brulicavano in quel momento intorno alla grande bocca di pietra spalancata sulla piazzetta.
Alcuni studenti sostavano sotto l’arco d’ingresso con la sigaretta in bocca o il telefonino incollato all’orecchio, altri formavano piccoli crocchi chiassosi o sciamavano via con passo veloce. Ovunque si avvertiva il segreto operare di un comune intento.
“Sembra un formicaio appena calpestato – pensò Sàpia, accennando un moto di fastidio, come se davvero le nere bestioline gli zampettassero addosso – ecco le nuove leve della guerra per la conquista del pezzo di carta! Nihil sub sole novum!”
Anche lui aveva combattuto quella battaglia, però era un reduce senza nostalgie.
A suo avviso i coetanei panciuti e calvi che rimpiangevano di continuo la giovinezza soffrivano di amnesia selettiva: ricordavano il vigore fisico, le chiome folte, le speranze e gli amori dei loro vent’anni ma espungevano dalla memoria remota le prime sconfitte, le scelte impulsive, le delusioni sentimentali, insomma tutte quelle sofferenze adolescenziali tanto acute proprio perché provate per la prima volta nella vita… Altro che età dell’oro! la bilancia, guardata con occhio spassionato, pendeva decisamente dalla parte sbagliata.
Sapià, quando pensava a se stesso ragazzo, provava una stizza incontenibile. Visto da una distanza misurabile ormai in decenni, il giovane Italo gli sembrava un vero imbecille, un buffone sprovveduto che credeva di avere davanti infiniti anni da vivere e considerava il tempo un accessorio un po’ tedioso e banale della sua esistenza, un tesoro tanto grande da autorizzare qualsiasi spreco.
“Poi… poi invece le monete cominciano a scarseggiare e ti ritrovi nella miseria della maturità, sei a fine corsa…ruit hora!” commentò amaro il Commissario.
Guardava la folla dei suoi successori, padroni di un tempo che non potevano apprezzare, concrescente fastidio. Contrasse le labbra in una specie di sorriso, poi socchiuse anche le palpebre, segno che il sarcasmo stava virando in afflizione.
A che serviva ricordare, fare il censimento di errori e orrori irrimediabili, mettere a nudo uno strato geologico da cui non si poteva rimuovere neppure un granellino di sabbia?
“Aveva ragione il povero Gilioni!” pensò Sàpia, grattandosi il naso.
Enea Gilioni, povero forse in senso economico perché pensionato ma ancora vivente, era stato l’insegnate di Filosofia del Commissario in terza Liceo. Neppure le sparate più spavalde dei caporioni del movimento studentesco, nemici giurati della scuola borghese e del capitale, riuscivano ad irritare il bonario professore che rispondeva alle provocazioni ruotando l’indice della mano nel vuoto: “la giostra, ragazzi, ricordatevi della giostra… quando la musica finisce torna al punto di partenza. Bum! Biglietto scaduto! Tutti giù e il mondo riparte senza di voi.” Per rendere più incisivo il concetto, al ‘Bum’ Gilioni batteva un pugno sulla cattedra, suscitando l’ilarità dei suoi allievi. Una volta, in vena di confidenze, aveva chiesto: “Sapete che differenza c’è tra vivere e ‘rim-bam-bi-re’? spremete le vostre giovani meningi…nessuna! dico sciocchezze? un giorno vi volterete e tutto sarà chiaro. Attenti però…noi siamo Orfeo ma anche Euridice.”
I discorsi strampalati del “Pio Enea” detto anche “il Vecchio” benché avesse da poco superato la cinquantina, erano uno spasso per tutta la classe: qualcuno però li trovava vagamente iettatori e, tra uno sghignazzo e l’altro, sollevava indice e mignolo nel noto gesto apotropaico, all’epoca assai di moda anche nelle alte sfere del potere.
Comunque, divenuto adulto, Sàpia aveva perso la voglia di ridere delle giostre e dei rimbambiti: quando il ricordo delle strane parole di Gilioni faceva capolino nella sua mente si intristiva e non perché era indotto a riflettere sulla vecchiaia, condizione infelice a cui tuttavia sembrava normale abituarsi, ma perché comprendeva che il professore alludevano a sventure ben peggiori: la transitorietà della vita individuale, passaggio dal nulla di prima al nulla di poi, l’impossibilità di sottrarsi al tempo, l’idea inaccettabile per la mente umana che l’esistenza non abbia significato.
Ora che aveva gli anni del “Vecchio”, ogni tanto il Commissario andava a fare visita al professore, ospite di un decoroso ospizio, opportunamente ribattezzato “Residenza assistita”. Ora sapeva che la bizzarra tristezza di un tempo nascondeva la disperazione di un adulto prigioniero dello sconforto esistenziale, un uomo depresso che non poteva guardare sempre avanti, come avrebbe voluto. Negli ultimi dieci anni Gilioni aveva perso la moglie, la casa, l’autonomia fisica ma, stranamente, sembrava di buonumore. Sàpia, stupito, non osava chiedere, come certi intervistatori ciabattoni, quale fosse il segreto di quella tardiva serenità ma il buon Enea, generoso come quando sedeva in cattedra, lo preveniva dicendo, alla fine di ogni incontro: “Sono arrivato in fondo, Italo, ce l’ho fatta!: un salto e scendo, non porto bagaglio!”
“Per fortuna ho capito in tempo la lezione del povero Gilioni – pensò Sàpia – al massimo mi concedo una sbirciatina dietro le spalle, nei momenti di abbattimento, ma voltarmi…Mai! Mai guardare troppo a lungo nell’abisso!”
Quell’indagine, ora se ne rendeva conto, l’avrebbe invece costretto a smuovere ricordi accatastati in un polveroso stanzino della memoria che non era prudente arieggiare.
“Per fare piacere a Torrisi, dovrei infilarmi a retromarcia proprio nelle aule della Facoltà di Giurisprudenza…fossi scemo! – esclamò tra sé indispettito – ho macinato come un asino bendato la parte migliore della vita, figurarsi se sono disposto a provare di nuovo certe sensazioni! Infilarmi in un corpo che non mi appartiene più da trent’anni? Col cavolo! Non me lo sogno neppure!”
Il Commissario, consapevole di avere finalmente scoperto il vero motivo che gli impediva d’interessarsi al caso della studentessa, si sentì sollevato e smise di rimuginare.
Si trovava ormai a pochi passi dal portone della Facoltà, circondato da un’ondeggiante marea umana che lo evitava con la stessa indifferenza riservata a un paracarro o a una statua. Nessun occhio o gomito lo sfiorava.
“Si comportano come se fossi invisibile, un…ectoplasma – pensò Sàpia, turbato da una vertigine d’irrealtà – eppure uno sconosciuto cinquantenne in giacca e cravatta piantato qui fuori come un allocco si nota per forza… dovrebbero ridermi in faccia.”
All’improvviso, con gli occhi della mente, si rivide tra le mura di quell’edificio, seduto in un’aula affollata, immobile e muto. Ricordò in un attimo lunghe ore malinconiche trascorse senza scambiare una parola o uno sguardo con anima viva…aveva l’impressione di non essere davvero lì dov’era… proprio come adesso.
“Ma bene, bravo Italo! sei finito nella trappola del dolce ‘rimembrar’ – si rimproverò – eppure conosci il meccanismo…prima scivola fuori qualche simpatico e innocuo fatterello del passato, poi si fanno largo sgomitando orde di ricordi spiacevoli, peggio delle piattole!”
Ovviamente Sàpia non ignorava l’esistenza di grimaldelli in grado di scassinare in qualsiasi momento l’archivio della memoria: un incontro casuale, un luogo, una foto… l’importante era mantenere i nervi saldi e tenere chiusi certi cassetti; i rapporti con il fratello Orlando, una breve e tormentata relazione prematrimoniale ignota alla moglie, il periodo della leva, il primo incarico come responsabile dell’Ordine Pubblico ed anche i quattro anni d’Università, divenuti cinque per colpa di un maledetto esame.
Adesso però il fascicolo della Facoltà di Legge era squadernato e l’invasione dei ricordi non si poteva più arrestare. Per qualche secondo spiacevoli immagini ondeggiarono davanti agli occhi del Commissario, confondendosi con le pietre smussate della facciata. Si stupì di avere accumulato tanto ciarpame nelle soffitte del cervello.
“Proprio qui doveva morire, con quanto è grande il mondo!” mormorò tra sé, quasi arrabbiato con quel cadavere sdraiato nei bagni della Facoltà di Legge che voleva costringerlo a voltare la testa. Ma subito si pentì dell’impietoso rimprovero.
“Beh, non è colpa sua, povera ragazza – aggiunse dispiaciuto – di certo avrebbe preferito campare cent’anni! non sta lì per sua scelta… chi decide di farla finita in un posto del genere vuole sbattere la propria morte in faccia al prossimo: non si nasconde in un bagno, si butta dalla finestra.”
Ma Sàpia non era assediato solo dalle ombre della Facoltà: al fastidio dei ricordi molesti si univa un’insolita ripulsa per la scena del crimine… niente sangue ma un ambiente decisamente squallido, forse maleodorante. Trovava quella morte prematura ingiusta nei modi non meno che nella sostanza. Dopo tutto anche lui era padre!
“I genitori… già, bisogna avvertire i genitori… tocca a Magliana, non se ne parla neppure, il caso è suo… tanto, per l’interrogatorio dei familiari, c’è tempo.”
Era talmente turbato da mentire persino a se stesso: nonostante avesse un ‘io’ vulnerabile all’aggressione empatica del dolore, riteneva indispensabile osservare subito e da vicino la disperazione dei parenti. Era il momento migliore per cogliere eventuali incrinature dissonanti. La famiglia, si sa, è una fucina di assassini.
“No, non ce la faccio, non posso…adesso giro i tacchi, vado a casa e mi metto a letto – pensò all’improvviso il Commissario, sopraffatto dall’angoscia – Magliana si arrangerà e Torrisi non è certo a corto di tirapiedi…io marco visita.”
Ovviamente Sàpia non intendeva davvero darsi alla fuga. Desiderava con tutte le sue forze andarsene, ma una volontà che non gli apparteneva e non ammetteva contraddittorio lo spingeva ad entrare in quell’edificio, a qualunque costo:
“Maledetto senso del dovere – imprecò mentalmente – lì dentro c’è un cadavere e, per quanto ne so, i morti non camminano…quindi devo entrare io. Tanto vale farlo subito!”
Il commissario Sàpia trovava motivi per recriminare praticamente su tutto: aveva un ampio repertorio pubblico di idiosincrasie e qualche segreto bau-bau che cercava di nascondere anche a se stesso, come il palazzo in fondo al “Chiasso della Sapienza”. Tuttavia non permetteva alle sue fissazioni di interferire con il lavoro. In caso di necessità riusciva stoicamente a comportarsi come una persona normale, vincendo le sue ripulse con l’auto-convincimento: ripeteva a mezza voce una decina di volte, come fosse una litania, “Il dovere è dovere!”. Questa volta la giaculatoria durò più a lungo del solito.
Dopo un tergiversare dilatorio iniziato alla fine del vicoletto e durato, in tutto, quindici minuti, Sàpia finalmente era pronto a muoversi.
“Morire così giovane…che spreco! ma ormai è accaduto. Come direbbe Magliana ‘Cosa fatta capo ha’ . Se c’è un colpevole, va trovato! Sono qui per questo…dopo tutto di che mi preoccupo? entro per ragioni di Servizio, ho cinquant’anni suonati e sono un funzionario di polizia, non vado a sostenere un esame: questa volta, caso mai, farò io le domande!”.
La riflessione, per altro ovvia, lo rassicurò. L’inquietante buco nella parete che minacciava di ingoiarlo era solo un bluff: quell’ammasso di mattoni e pietre ormai non poteva più condizionare la sua vita.
Inspirò profondamente come un atleta ai blocchi di partenza, contò fino a tre e si lanciò oltre il portone spalancato. Sembrava dovesse sfondarlo. Una volta dentro riprese in un attimo l’aria decorosa di poco prima e raggiunse la guardiola dei custodi con passo deciso: ormai il più era fatto.
“Polizia, dov’è il cadavere?” chiese al bidello, mostrando il tesserino.
L’uomo, un tipo tarchiato di mezza età, stava telefonando e, per niente intimorito dal tono autoritario della domanda e dal distintivo, mise la mano sul microfono, intenzionato a dare un’indicazione al volo:
“Da quella parte – rispose, indicando con un cenno del mento la direzione – la scala a destra, primo piano. Accanto alla stanza 45 b”.
“Lo studio di Cantoni” aggiunse quasi automaticamente Sàpia.
“Sì, proprio lì” confermò il bidello, infastidito. Se era pratico dell’edificio perché gli faceva perdere tempo? Subito dopo riprese a parlare animatamente: stava raccontando al suo lontano interlocutore i particolari del drammatico evento di quel pomeriggio.
“Senti, io ho una memoria di ferro per le facce e poi l’ho vista tre ore fa, non il secolo scorso. No, te l’ho detto, non la conoscevo… sono sicuro, mi ha anche chiesto un’informazione, voleva andare ai bagni del primo piano. Ti pare che i miei non sanno dove stanno le toilette? È la prima cosa che imparano… sì, ho guardato nella borsa del computer, volevo scoprire come si chiamava… ma no, niente nome, solo appunti su Leopardi e Montale, quindi era dei tuoi… non ti ricordi per caso una studentessa in jeans con i capelli castani lunghi, alta sul metro e sessanta, niente di speciale… Lo so che a Lettere sono quasi tutte così, questa però aveva una valigetta viola. Neanche la borsa ti ricordi? No? – esclamò l’uomo, mostrando grande stupore – Eh! Caro Gegè, mi sa che tu le femmine non le guardi proprio, né belle né brutte!”
Il Commissario nel frattempo si era fermato a qualche metro di distanza dalla portineria, fingendo di consultare un’agendina. Valeva la pena di sentire una telefonata del genere, ai suoi tempi i bidelli erano informati su tutto e quelli contemporanei non sembravano da meno. Se non altro ora sapeva che il cadavere apparteneva ad una ragazza che nessuno conosceva, forse una studentessa di Lettere e, in mancanza di notizie, anche dettagli del genere erano degni di nota.

Continua…

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Rosanna Bogo