Quando l’impiegata del Protocollo le riferì, quasi per caso, che la collega Marconi dell’Ufficio Passaporti era da mesi in aspettativa Carla si stupì: non aveva notato la sua assenza.

In effetti non erano amiche, non lavoravano neanche sullo stesso piano, ma a Carla sembrava una persona a modo e con lei scambiava volentieri quattro chiacchiere davanti alla macchinetta del caffè o attendendo di timbrare il cartellino all’uscita.

“Non lo sapevi? – aggiunse seccamente l’impiegata del Protocollo – la figlia è malata e lei non se la sentiva più di venire al lavoro…quelli del Personale hanno sbrigato la sua pratica a tempo di record. Capirai, si tratta di una faccenda seria e quando ti prende a quell’età dicono sia peggio.”

Per deformazione professionale la signorina Baldi, detta Leccafrancobolli, era abituata a trattare le informazioni come meri dati da trascrivere nell’apposito registro del Protocollo e, di solito, si vantava di essere muta come una tomba riguardo alle notizie apprese per ragioni di  servizio; la ‘disgrazia’ però era già di pubblico dominio e le sembrava giusto che tutti in Prefettura fossero al corrente della situazione, nel caso si imbattessero nella Marconi per strada o in un negozio.

Carla aveva incontrato la figlia della collega solo una volta e di sfuggita, anni prima. Era venuta per vedere “dove lavorava la mamma”, una curiosità che quasi tutti i bambini manifestano, e si era intrufolata nella sua stanza, inseguita dal padre. Dopo tanto tempo non ricordava quasi nulla di lei, a parte una gran massa di ricci biondi.

“Fa lo stesso…adesso comunque non la riconoscerei più – pensò, sospirando all’idea degli anni trascorsi –  però deve essere ancora una ragazzina, perché la madre è del…-  Carla fece un rapido calcolo e si rese conto di avere ben dodici anni più della Marconi – com’è giovane…beata lei!”

Intanto aveva raggiunto la porta del suo ufficio ed entrò nella stanza con un’espressione tesa in volto: la notizia, anche se riguardava una persona quasi sconosciuta, l’aveva turbata.

“Scontro con la ‘nave del deserto’? – chiese in tono scherzoso Franca, l’impiegata che divideva con Carla l’angusto spazio della Segreteria – cosa non gli va, questa volta?”

Franca, oltre che una collega, era per Carla un’amica: spesso, dopo l’orario di lavoro, uscivano insieme per andare al cinema, a teatro o al ristorante ed i rispettivi coniugi, affezionati al televisore ed al divano, erano più che lieti di venire esclusi da questi svaghi serali. Dato che non avevano prole, Carla per scelta, Franca per volontà del destino, non si angustiavano reciprocamente parlando dei problemi causati dai figli e tornavano a casa senza fretta: tanto, ad attenderle, c’erano solo i mariti addormentati in salotto.

Dopo quindici anni di quotidiana convivenza Franca ormai capiva al volo se Carla aveva la faccia scura per questioni legate al lavoro oppure era di malumore per un cruccio tutto suo.  Del resto, per indovinare, non occorreva la palla di vetro: nove volte su dieci, il problema aveva un nome, Magni.

Allampanato e leggermente ingobbito dalla scoliosi, il funzionario responsabile della Segreteria dottor Magni, detto il ‘Cammello’ ovvero ‘la nave del deserto’, era la croce di Carla: ostinato, freddo, pignolo trovava sempre qualcosa da ridire nelle pratiche della sue sottoposte.  Franca alzava le spalle e non ci badava, l’amica invece accusava il colpo e non riusciva a farsene una ragione.

“Per me sei allergica al pelo di cammello”, commentava ironica Franca e Carla, stando al gioco, ribatteva “Almeno portasse fortuna!”.

Questa volta però Franca si rese subito conto di aver sbagliato diagnosi: il Magni era di certo innocente perché l’amica non le rispose a tono.

“La figlia della Marconi ha il cancro” disse a bassa voce Carla.

“Davvero? mi dispiace! – replicò Franca, divenuta all’improvviso seria – è una brava persona”. Per un attimo tacque, sinceramente commossa,

“E’ in aspettativa da due mesi – aggiunse Carla – e noi non ce ne siamo neanche accorte.”

“Già, quando siamo qui il tran tran di tutti i giorni ci rimbecillisce e pensiamo che le bizze del ‘Cammello’ siano  la cosa più importante del mondo – commentò amara Franca. Poi disse la frase che immancabilmente proferiva in frangenti del genere – Povera Marconi, dobbiamo andare a trovarla.”

Era la reazione che Carla si aspettava e temeva. In occasione di eventi eccezionali, lieti o tristi che fossero, matrimoni, nascite, pensionamenti o decessi, Franca non si accontentava di contribuire alla colletta per il regalo o, nell’ipotesi più infausta, per la corona di fiori con la scritta “i colleghi della Prefettura”: a suo avviso l’atto di presenza rimaneva sempre e comunque doveroso.

“Non possiamo mancare” era un’altra delle sue frasi predilette e, in caso di malattia grave o ricovero ospedaliero, la “visita” le appariva a maggior ragione imprescrittibile.

“Ma non sappiamo neppure dove abita! e la figlia…dimmi tu se sai come si chiama!” osservò Carla, cercando opporsi al progetto dell’amica.

“L’indirizzo non è un problema, basta chiedere all’Archivio” replicò Franca.

“Alla faccia della privacy! E poi non siamo così in confidenza, ci conosciamo appena. Hai considerato che potrebbe non gradire la nostra invadenza? magari la ragazzina neppure è informata della sua malattia. Cosa dovrebbe pensare vedendoci piombare in casa…due illustri ignote con facce da funerale? Mio padre, fosse ancora vivo, direbbe che hai la sindrome della “pia donna”, e non è un complimento, credimi.” Carla continuava a lanciare bombe di profondità ma il sottomarino Franca procedeva imperturbabile verso il suo obiettivo.

“Lo so come la pensi ma, secondo me, hai torto marcio – osservò Franca –  a questo mondo tutti ci lamentiamo di essere soli, circondati da gente egoista ed indifferente. Poi però, se qualcuno si preoccupa di noi, lo consideriamo un fastidioso impiccione. Io non credo di comportarmi come un avvoltoio se cerco di essere vicina a chi soffre, non godo delle disgrazie del mio prossimo, io. E  una ragazzina così malata mi fa pena anche se ignoro il suo nome. Figurati che quando parlano di queste cose in televisione, cambio canale per non piangere.”

“Non pensi che forse la madre non gradisce essere compatita e magari non ha piacere che la notizia si diffonda? Considera che io l’ho saputa per caso” obiettò Carla, ormai  rassegnata a seguire l’amica nella triste e inevitabile spedizione.

“E cosa pretendevi, che mettesse un avviso in bacheca? Comunque anch’io conosco le buone maniere: per non sembrare invadenti basta annunciarsi con una telefonata – replicò Franca con il tono perentorio del vincitore.

Alla fine si accordarono per una e-mail, meno diretta della telefonata ma ugualmente efficace: avrebbero scritto alla Marconi utilizzando la casella postale del Ministero. Doveva sembrare un messaggio di saluti, dopo tutto era tanto tempo che non si vedevano, chiuso da una generica offerta di “affettuosa solidarietà”.

“Aggiungi però ‘nel caso tu ne abbia bisogno – disse Carla –  così può tenerci a distanza, se vuole.”

“Sì, hai ragione – concordò Franca, dopo un attimo di riflessione – non dobbiamo sembrare invadenti.”

L’e-mail, per eccesso di prudenza, alla fine risultò sibillina, ma la collega comprese il senso recondito del messaggio e, dopo qualche giorno, rispose che era a casa per assistere la figlia gravemente malata ed avrebbe sinceramente gradito una visita delle colleghe.

Superato il primo ostacolo, occorreva ora affrontare il passo successivo, non meno arduo.

“Cosa le portiamo? Non ci presenteremo mica a mani vuote!” disse Franca. Su questo punto era intransigente: un piccolo presente per il visitato non poteva mancare ma raramente aveva idee brillanti da proporre. Ogni volta che si recava a trovare un lontano parente o un conoscente ricoverato in clinica entrava in crisi. Esclusi cioccolatini, dolcetti e prodotti alimentari in genere perché potenzialmente dannosi per il malato, ammessi i fiori solo per gli ospiti dell’obitorio o, al massimo, per le puerpere, la scelta era obiettivamente ristretta. Il più delle volte Franca si presentava con qualche rivista comprata nell’edicola dell’ospedale.

“Potremmo portarle un libro” azzardò Carla, lettrice appassionata.

“Ottima idea, mi piace! – disse Franca, approfittando subito del passo falso dell’amica: per tacito accordo occuparsi dell’acquisto era un’incombenza che spettava a chi proponeva il regalo – Naturalmente ci pensi tu che sei un topo di biblioteca.”

Carla, in effetti, amava i libri e passava ore a frugare tra gli scaffali dell’usato o nelle bancarelle delle occasione. Ma comprare qualcosa per sé non è come scegliere un libro per un’altra persona,  soprattutto se si tratta di una sconosciuta. Non si può ordinare al droghiere due etti di racconti di Poe o al fioraio un mazzo di romanzi di Stendhal… tuttavia accettò l’incarico senza discutere. Franca, lasciata a se stessa, era capace di comprare un libro di barzellette scritto da un calciatore.

Il primo titolo che le venne in mente, per associazione d’idee, fu “La morte di Ivan Ilic”: era indubbiamente un racconto toccante ma, si disse, del tutto inadatto ad una lettrice adolescente, anche sana. Figuriamoci malata. Per comprendere l’agonia del protagonista bisognava avere i capelli bianchi e lo stoppino della vita consumato, non reciso bruscamente alla punta.

Ripensò alle sue letture giovanili, cercando di ricordare quali romanzi, a quindici anni, le erano piaciuti. Doveva trovare una trama avvincente e drammatica ma non angosciante, magari una bella storia d’amore dell’Ottocento romantico. In breve la sua mente si affollò di titoli e con disappunto scoprì che nella memoria, di tanti libri letti con passione nelle insonni notti estive dell’adolescenza, oltre al titolo rimaneva solo la sensazione di una piacevole lettura e qualche scheggia narrativa.

“Gusti di una ragazza di trent’anni fa! – pensò all’improvviso, sentendosi un po’ stupida – fatica sprecata: figuriamoci se oggi i giovani perdono tempo con quel genere di romanzi, hanno ben altro da fare.”

Carla però non aveva la più pallida idea degli autori di moda tra le nuove generazioni.

“Per fortuna ho lasciato perdere l’insegnamento – si disse, ripensando alla breve esperienza giovanile di supplente nella scuola dell’obbligo, dopo la laurea in Lettere – meglio una mediocre impiegata che un cattivo professore. E poi non capisco i ragazzi, in fondo non mi interessano. Chi sa cosa leggono, ammesso che leggano qualcosa. Hic sunt leones” ammise a malincuore.

Del resto non era madre e tutto quello che sapeva sugli adolescenti l’aveva appreso conversando con amiche o guardando distrattamente reportage televisivi dedicati al mondo giovanile. Senza dubbio nel passato i genitori non si erano mai curati così tanto del benessere e della felicità dei loro figli, ma a Carla i colleghi con prole a carico sembravano, più che padri o madri, giocatori impegnati in un videogame. Per vincere dovevano far arrivare indenne il “ragazzo” dal punto A, culla, al  punto Z, autonomia economica e matrimonio, superando nel più breve tempo possibile un percorso di guerra disseminato di trabocchetti: droga, alcool, incidenti stradali, cattive compagnie, gravidanze indesiderate, anoressia, depressione.

“Oggi i genitori si preoccupano di soddisfare tutti i desideri dei figli ma chi sa se conoscono davvero la loro vita interiore – si chiese Carla –  secondo me ignorano i pensieri dei giovani che si tengono in casa e, a maggior ragione, il titolo dei loro romanzi preferiti. Ma per loro non è certo un problema.”

Carla tentò di immaginare cosa avrebbe voluto leggere se, nella sua adolescenza, si fosse trovata in un letto in attesa di morire: probabilmente qualcosa di allegro, un classico dell’umorismo… Tristram Shandy o Don Chisciotte, oppure le surreali storie di Campanile. Anche le avventure del rag. Fantozzi ed i romanzi di Guareschi erano divertenti, ma ridicolizzavano tipi umani ormai estinti da tempo.

“E poi – pensò Carla, entrando svogliatamente nella libreria più fornita in città – per ridere nella sventura e, soprattutto, della propria sventura, occorre avere vissuto a lungo o, almeno, più di quanto si desiderasse.”

Si sentiva un’anoressica in pasticceria e, per la prima volta in vita sua, decise di chiedere consiglio all’impettito commesso con i capelli rossi che dirigeva il negozio.

Dandosi arie da grande esperto l’uomo le consigliò due thriller che riscuotevano, in quel momento, grande successo: “ben scritti ed emozionanti, adatti per un pubblico giovane” disse con un tono di voce che non ammetteva obiezioni. Evidentemente si trattava di un parere insindacabile e Carla si limitò a scegliere il volume con meno pagine.

“E’ per una ragazza malata, non vorrei che si affaticasse” disse per spiegare la sua preferenza.

“Ma guardi che sono tutte storie che si leggono d’un fiato” replicò il commesso.

“Ad averlo, il fiato” pensò tra sé Carla, raggiungendo la cassa.

Il sabato seguente, nel primo pomeriggio, Carla e Franca si presentarono, come concordato, a casa Marconi con il pacchettino infiocchettato della libreria. Franca suonò il campanello e subito la porta si aprì: evidentemente la collega aspettava già in corridoio.  Aveva un’aria distrutta, i capelli collosi d’un biondo spento, un vestito dimesso.

“Sembra una vecchia – pensò Carla – eppure è più giovane di noi.”

I convenevoli d’uso furono brevi.

“Non dovevate disturbarvi!” disse la collega guardando il pacchetto, poi accompagnò le sue ospiti nel soggiorno. Per un po’ conversarono del più e del meno, sfiorando appena l’argomento che a tutte e tre stava più a cuore.

Alla fine Carla si fece coraggio, erano o no venute con uno scopo preciso?

“Vorremmo salutare tua figlia, naturalmente se a lei fa piacere.”

“Ma certo, Marta sarà contenta…si annoia tutto il giorno da sola nella sua stanza e io non riesco a distrarla dai suoi pensieri, ne ho troppi anch’io per la testa. Fortunatamente, nel pomeriggio, passa sempre qualche amico che le tira su il morale.”

Si alzarono per andare nella camera della figlia.

La madre bussò con delicatezza, poi aprì la porta. L’odore della malattia, un misto di effluvi corporei e sostanze chimiche,  si diffuse immediatamente nel corridoio.

“Queste signore sono le due colleghe dell’Ufficio che ti dicevo…sono venute a trovarti” disse rivolta alla figlia, seduta su una poltrona in un angolo della stanza. Carla notò che le tende della finestra erano aperte: prima del loro ingresso, la ragazza probabilmente stava guardando fuori. Il paesaggio che si intravedeva al di là dei vetri però non sembrava molto interessante: cortili di periferia, balconi spogli o con panni stesi ad asciugare, una strada trafficata, qualche albero. In alto un lenzuolo di cielo azzurro: forse, si disse Carla, gli occhi di Marta erano rivolti lassù, al di sopra dello squallore quotidiano.

La malata teneva le mani in grembo e la testa poggiata sullo schienale. Sembrava profondamente stanca. Benché fosse avvolta in un’ampia coperta color cipria, i lineamenti innaturalmente affilati e le lunghe braccia scheletriche, scoperte fino al gomito, lasciavano intuire l’estrema magrezza del suo corpo. Una calottina rossa calcata in testa le dava un aspetto ridicolo che ben si combinava con il pallore del volto. “Sembra un clown patetico, un Gilles al femminile” pensò involontariamente Carla.

Franca si fece avanti per consegnare il regalo.

“Chi sa se abbiamo indovinato i tuoi gusti” disse, trattenendo la commozione. Era una donna sensibile.

“Grazie” rispose la ragazza aprendo il pacchetto con mani incerte, tremolanti come quelle di una vecchia. Quando vide che il contenuto dell’involucro era un libro accennò un sorriso.

“Ti piace leggere?” chiese Carla. Bisognava avviare la conversazione e anche una domanda banale poteva servire per rompere il ghiaccio.

Franca era una appassionata “visitatrice” d’infermi e superstiti ma, a parte poche frasi d’occasione, di solito faceva scena muta. A volte però diventava insolitamente loquace e si lasciava scappare frasi fuori luogo che Carla, imbarazzata, cercava di raddrizzare arrampicandosi sugli specchi. Poi, a quattr’occhi, rimproverava l’amica per le infelici uscite ma, dentro di sé, giustificava le sue gaffe: “In certi momenti è difficile dire qualcosa di giusto – pensava – forse bisognerebbe imparare a tacere e lasciare tutte le parole a chi soffre.”

“Sai, l’ho scelto io…ho una vera passione per i libri” aggiunse Carla.

Marta rimase qualche secondo in silenzio, sembrava non avesse voglia o forza di parlare. Poi, tentando nuovamente di sorridere, disse:

“Si, i libri piacciono anche a me. Frequento il liceo, la seconda, e sono brava in italiano”.

Carla si guardò intorno. A parte qualche testo scolastico, sugli scaffali della cameretta non vedeva libri del genere che si sarebbe aspettata di trovare nella stanza di una liceale appassionata di letteratura, grandi romanzi russi e francesi, classici moderni come Kafka, Hesse, Joyce, Svevo o, almeno, autori americani come Steinbeck, Hemingway, Kerouac. “Misuro l’oggi con un metro vecchio trent’anni!” si disse.

La ragazza seguì lo sguardo di Carla e comprese al volo cosa stava pensando:

“Qui tengo solo libri di scuola, lo spazio è poco – disse –  e poi leggere a volte mi stanca…allora ascolto gli  audiolibri. Li conosce?”.

“Certo – rispose Carla –  mi piacciono, sono una bella invenzione. Utile soprattutto quando si fanno lunghi viaggi in auto, da soli… e io vado spesso a trovare mia madre: abita lontano.”

In effetti la madre ora si trovava molto lontano, a distanza addirittura siderale, visto che era morta da sei mesi. Aveva mentito perché non le sembrava il caso di toccare un argomento del genere in presenza della malata. Comunque meglio così che ridursi a vegetare in un letto per anni.

“Se vuole vederli, i miei e-book, sono accanto alla cuffia, sulla scrivania” aggiunse la ragazza, indicando un confuso mucchietto di oggetti.

Carla  notò subito un titolo familiare: “Il grande Gatsby” di Fitzgerald. L’aveva ascoltato durante l’ultimo viaggio, quello del funerale.

“E ci sono pure i dischi di classica di mio  padre, per i momenti peggiori” disse la malata. Carla li aveva già visti: per lo più si trattava di musica da camera, Beethoven, Schuman, Schubert.

Un CD, in particolare, aveva attirato la sua attenzione: era il quartetto per archi in re minore “Der Tod und das Mädchen”.

Prese in mano il contenitore e mormorò tra sé:

“La morte e la fanciulla, un titolo davvero appropriato.”

Lesse mentalmente i versi della lirica di Claudius riportati in copertina: “non vengo a punirti. Fatti coraggio! Io non sono crudele. Devi solo dormire in pace tra le mie braccia”…così diceva la Morte ma la fanciulla della poesia non credeva alle sue lusinghe e, per quanto ricordava Carla, cercava in tutti i modi di sottrarsi al funereo abbraccio.

“Ascolto anche musica normale” disse la ragazza, desiderosa di apparire alla sua visitatrice un’adolescente come le altre.

“Per me la musica normale è questa” replicò Carla. Non capiva perché i giovani, così anticonformisti, a volte si vergognassero di essere più sensibili o colti dei loro compagni.

“La salute come va?” chiese all’improvviso Franca, desiderosa di contribuire alla conversazione. La domanda, troppo diretta,  creò un gelo improvviso.

“A volte meglio, a volte peggio, va come Dio vuole” rispose la madre. Stava in piedi dietro la poltrona, con le mani aggrappate allo schienale e gli occhi lucidi di lacrime invisibili alla figlia.

Carla pensò che doveva assolutamente riprendere il controllo della situazione e togliere la parola all’amica: si guardò intorno e vide che lo scaffale più alto della libreria era stracolmo di pupazzi.

Forse, pensò, più di un libro, Marta avrebbe gradito un peluche, anche se aveva sedici anni.

“Sono davvero carini” disse indicando il piccolo zoo di pezza

“Li raccolgo da quando ero piccola: il più vecchio, Lollo l’elefantino, è un regalo del nonno per il mio terzo compleanno. L’anatroccolo si chiama Nano, poi c’è uno Snoopy che ho ribattezzato Rocky”. Era figlia unica ed evidentemente quei morbidi compagni avevano riempito la sua solitudine di bambina.

Mentre la ragazza snocciolava l’elenco dei suoi amichetti, nome per nome, lo sguardo di Carla si posò sui poster appesi alla parete accanto alla finestra: confusa in una folla di sconosciuti e prestanti giovanotti emerse, inconfondibile, l’icona del “Che”.

“Questa faccia non mi è nuova” esclamò Carla avvicinandosi al piccolo manifesto del “comandante”. La ragazza sembrò divertita dalla scoperta della sua ospite.

“L’ho trovato in cantina, era di mio padre. Me l’ha regalato, ma ho dovuto giurare che non avrei svelato a nessuno il suo segreto. Povero papà, quanto si vergognerebbe se in banca sapessero quello che combinava da ragazzo!”

“Lo sai chi era questo barbuto?” chiese Carla. Senza accorgersene, a volte assumeva quello che Franca definiva  ‘il tono della maestrina’.

“Sì, certo…è il ‘Che’, un  rivoluzionario cubano. Sta anche sulle T-shirt!” disse Marta. Sembrava parlasse di un  eroe dei fumetti. Per Carla invece il guerrigliero sudamericano rappresentava una persona reale, morta e vissuta come tutti.

“Alla fine un tragico manichino in un oscuro obitorio sudamericano – pensò Carla – comunque sempre meglio del suo amico cubano, traballante vecchietto da commenda.”

Ogni volta che in televisione o sui giornali constatava l’effetto disastroso prodotto dal tempo sui personaggi pubblici della sua gioventù, Carla provava uno strano dispiacere: avrebbero voluto che rimanessero ‘forever beatiful, forever young’, come le figure di marmo dell’urna di Keats. Ma, per diventare miti incorruttibili, occorre lasciare questo mondo anzitempo e con modalità inusuali, un pedaggio che a molti non va di pagare. Avevano ragione gli antichi: “Muore giovane chi è caro agli dei.”

La saggezza greca si scontrava tuttavia con la penosa realtà di quella stanza: la ragazza in poltrona, aveva come tutti diritto di ingrassare, coprirsi di rughe, patire le pene fisiche e morali di una lunga esistenza e diventare tanto vecchia da disprezzare la vita. Alla fine si sbarca comunque nel porto delle miserie, ma la morte di un giovane è un naufragio in mare aperto.

Per un attimo Carla  immaginò di essere morta a sedici anni e provò quasi invidia per la povera malata: quante delusioni, quante sconfitte, quante perdite evitate, compresa la futura decadenza fisica. L’idea di rimanere per anni paralizzata in un letto o perdere la ragione l’atterriva ben più della tomba. Ma anche la sorte di una mente vigile prigioniera di un’armatura rugginosa non era invidiabile. A volte, guardandosi allo specchio,  aveva l’impressione che una maschera coprisse il volto dei suoi vent’anni: toccava le guance rilassate, il collo già un po’ rugoso, la fronte contratta come se appartenessero ad un’estranea e si sentiva quasi colpevole di aver accettato di invecchiare.

“I ragazzi degli altri poster chi sono?” chiese, per scacciare la malinconia.

“Attori americani – rispose prontamente Marta – Papà ha promesso che, dopo il diploma, mi porterà in vacanza ad Hollywood.  Ed anche a Disneyland; se mi sentirò meglio, s’intende.”

Franca, seduta accanto alla finestra, agitava nervosamente la gamba accavallata: di sicuro desiderava commentare i progetti della malata e Carla, per un attimo, pensò con terrore che avrebbe aperto bocca e detto qualche enorme sproposito.

Per fortuna il campanello della porta cominciò a suonare a distesa.

“Sono loro, mamma, fa presto, apri” esclamò la ragazza agitata: all’improvviso sembrava aver riacquistato un po’ di forza. La madre corse via e, dopo poco, la stanza si riempì di rumorosi adolescenti, compagni di classe della malata. Le tre donne si ritirarono in salotto.

“Sono così carini! fanno un po’ di baccano, ma tengono compagnia alla mia Marta – disse la madre – si comportano come se  tutto fosse normale e lei, per un po’, dimentica di essere malata.”

Con l’insensibilità di chi parla senza riflettere, sempre pensando al discorso del viaggio ad Hollywood, Franca chiese:

“Ma lei, Marta, è al corrente delle sue condizioni?”

“Sì, certo, poverina – rispose la madre, trattenendo a fatica le lacrime – ha voluto sapere la verità e si tiene informata su tutto. E’ mia la vita, dice, non potete decidere per me…mi ha chiesto di avvertirla, quando sarà il momento, per prepararsi e non avere paura” aggiunse, piangendo senza ritegno.

Carla tirò un calcio non proprio delicato alla caviglia di Franca che, tentando di rimediare al danno, si ficcò a testa bassa nel ginepraio.

“Però credevamo di trovarla in condizioni peggiori. Non sembra così malata.”

“Franca, Franca – pensò Carla – il tatto davvero non è il tuo forte!”

“Cerca di non perdersi d’animo, ha tanto coraggio, però è grave,…i dottori ci danno poche speranze – replicò la madre, asciugandosi le lacrime – noi genitori cerchiamo di essere forti, lo facciamo per lei, dentro però ci sentiamo distrutti. Come si fa a pensare che domani quella stanza potrebbe essere vuota, per sempre. Mio marito sta così male che neanche riesce a guardarla. Entra nella sua camera un attimo, al mattino, quando lei ancora dorme…mi dice ‘vado a vedere se ha superato la notte’. E la sera, a volte, torna tardi perché ha paura di aprire la porta di casa e trovarla morta.”

Carla questa volta non sapeva come rimediare alla sventatezza di Franca: imbarazzata, si mise a guardare le foto in cornice posate su un mobile del salotto. Rappresentavano la famiglia al completo, tre volti sorridenti in vacanza al mare o in montagna, e la figlia: bambina con le treccine sui pattini, adolescente con la coda di cavallo in sella al suo primo motorino, bella ragazza con i lunghi capelli al vento su un lungomare, chi sa dove. Per sempre giovane.

“Beh, è ora di andare – disse Franca, stanca di attendere che Carla prendesse congedo a nome di entrambe – ma torneremo, se ti fa piacere.”

La collega assicurò che una nuova visita sarebbe stata gradita, ringraziò le due amiche per la loro gentilezza e le accompagnò alla porta.

Si salutarono affettuosamente, promettendo di tenersi in contatto.

Carla e Franca scesero in silenzio le scale ed uscirono dal portone del palazzo. Senza dire una parola raggiunsero la macchina, parcheggiata poco lontano, e tirarono entrambe un lungo sospiro .

Da quel momento in poi, per un tacito accordo, non parlarono più della collega Marconi. Ciascuna per proprio conto decise che era meglio non pensare alla disperazione della madre ed alla sofferenza della figlia: non erano tagliate per consolare il prossimo, avevano vissuto troppo tranquillamente.

Così non chiesero più informazioni sulle condizioni della malata, quasi pentendosi di aver voluto conoscere i particolari di una vicenda tanto dolorosa.

Ogni tanto Franca mormorava “Meno male che non abbiamo figli!” e, se leggeva sul giornale la notizia di una nonnina che festeggiava cento anni, non mancava di commentare sarcasticamente l’evento. “Bella roba davvero – borbottava – come la storia dei due polli. Se questa è la giustizia di Dio…”

Sempre più spesso parlava di cremazione, eutanasia, donazione degli organi, argomenti che un tempo considerava tabù: aveva persino scritto il suo “testamento biologico”, tentando di convincere Carla a promettere che, in caso di coma, le avrebbe staccato di nascosto la spina.

“Non mi fido di mio marito – ripeteva – ha paura di andare all’inferno. Tu non sei credente, conto su di te.”

Anche Carla era rimasta colpita dalla visita in casa Marconi, ma in modo diverso perché non aveva mai temuto la morte. Considerava la vita un vaso di Pandora, un regalo sgradito che si accetta per non offendere il donatore e destinato, prima o poi, a finire nel sacco della spazzatura senza rimpianti. Tuttavia non riteneva giusto abbandonare bruscamente la festa della vita e, tantomeno, permettere al caso di strappare il nostro biglietto d’invito sulla soglia: “in fondo – pensava – la giovinezza regala anche sprazzi di felicità, i primi batticuore, i sogni sul futuro, la pienezza del vigore fisico e dopo, nella vecchiaia, avremo anche il tempo per disamorarci con comodo della vita.

Così rimasero in attesa della temuta notizia che però tardava ad arrivare: alla fine smisero persino di pensarci.

 

 

 

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Rosanna Bogo