Già da alcuni anni Marco Benelli lavorava nel gruppo guidato dal dottor Paolini; Paolini era un professionista tranquillo, preciso, poco espansivo e molto quotato nel suo ambiente; aveva affidato a Benelli incarichi via via più complessi che erano stati portati sempre a termine in maniera impeccabile. I due non erano certo diventati amici: Paolini ci teneva a mantenere le distanze, con tutti, ma si vedeva bene, anche dai rapporti che intratteneva con gli altri impiegati dell’ufficio, che il giudizio del funzionario nei confronti di Benelli era più che benevolo.

Nel salutarsi, come sempre formalmente, la sera di un venerdì Paolini aveva sollevato la testa, guardando direttamente negli occhi il suo collaboratore: era evidente che doveva comunicargli qualcosa di importante. “Senta, Benelli, Lei è mai stato alla ‘Fondazione’?”. Benelli fu preso da un improvviso batticuore. “In ‘Fondazione’? No, dottore, non ho mai avuto…” non trovò le parole, come poteva essere andato, proprio lui, alla ‘Fondazione’?

“Bisognerebbe ci andasse: lunedì, quando rientra, chiami la segretaria e prenda un appuntamento con Fabrizio, mi raccomando, si ricordi, con Fabrizio. Dica alla signora che ho consigliato io la visita.” “Va bene, dottore, La ringrazio veramente…”. “Lasci stare, Benelli, lasci stare. Vada, vada..”. Benelli chinò un poco il busto in avanti, abbassò rispettosamente la testa, ed uscì. Il freddo della maniglia della porta di Paolini gli fece sentire quanto era sudata la sua mano.

Per strada, tornando a casa, guidò e poi camminò distrattamente. Quello sì che era un riconoscimento, alla ‘Fondazione’, lui!
Non fecero che parlarne, quel fine settimana, Benelli e sua moglie. Lui che diceva “Ma, in fondo, perché dovrebbe premiarmi così? Ho sempre fatto solo il mio lavoro, come tutti”. E sua moglie a dirgli che erano anni che lavorava, e lavorava bene, che il suo ambiente era pieno di pressappochisti e di persone poco preparate, che era giusto che finalmente Paolini si fosse accorto di lui e della sua bravura.

“Ti rendi conto dell’intelligenza di Paolini? Ti premia in maniera così vistosa, ti fa fare una gran bella figura nel tuo ufficio, ma anche fuori, in tutta la città!” Questo, Benelli lo capiva bene: si sentiva di non meritare quella visita e sapeva che questo lo avrebbe segnato, lo avrebbe fatto passare dalla parte di quelli che, anche se non erano pochissimi, ‘andavano in Fondazione’, come si diceva in città. Un “oggi vado in ‘Fondazione’ “ detto all’interno di una discussione riusciva spesso a modificare l’atteggiamento dell’interlocutore; un “ho visto Tizio in ‘Fondazione’ l’altro giorno” sottintendeva chissà quali legami, quali conoscenze delle segrete cose.

Lunedì mattina, poco prima delle dieci, Benelli telefonò alla ‘Fondazione’. Alla signora che cortesemente rispose chiese un appuntamento con il signor Fabrizio, facendole presente, come gli era stato detto, che stava seguendo un consiglio del dottor Paolini, dell’Ufficio xxx.

La signora lo fece attendere qualche secondo, poi gli rispose “Sì, signor Benelli, il signor Fabrizio La potrebbe ricevere il prossimo giovedì pomeriggio, alle diciotto. Può andar bene per Lei?” “Altroché” pensò. “Sì, certo, La ringrazio” disse invece.

Una segretaria intelligente: gli aveva messo il fiocco sul regalo fatto da Paolini. L’appuntamento lo aveva fissato in tempo perché arrivasse, con tutta calma, dal suo ufficio, dopo l’orario di chiusura e poi di giovedì, così che il venerdì mattina tutti i colleghi lo avrebbero visto di ritorno, e avrebbero saputo. Anche in questa sensibilità straordinaria non si poteva che sentire lo spirito della ‘Fondazione’.

Il giovedì sera arrivò davanti al palazzo della ‘Fondazione’ con un leggero anticipo; il grande portone in legno era aperto e la luce, dalla strada, illuminava l’androne e una breve, ampia scalinata che, salendo sul lato destro, portava al piano nobile. Salì, arrivando ad una semplice porta a vetri trasparenti che dava su una saletta d’aspetto in panno rosso. Suonò ed una signora arrivò subito ad aprire. “Buonasera, sono Benelli, ho un appuntamento con il signor Fabrizio”. La signora annuì con la testa. “Si accomodi, signor Benelli”. Dalla voce riconobbe la segretaria con cui aveva fissato l’appuntamento qualche giorno prima. “Venga, le chiamo un commesso”. Lo fece accomodare in un salottino, che si apriva a sinistra della porta di ingresso, fuori dagli sguardi di chi saliva.

Benelli si accomodò su un molle divano rosso, in quell’ambiente così particolare, con grandi specchi in cornici dorate alle pareti. Salutò, cortesemente, altri due signori che erano lì, come lui, evidentemente in attesa, e ne fu affabilmente ricambiato. Passarono pochi minuti ed un giovane meridionale, vestito impeccabilmente e molto compreso della sua posizione, gli si rivolse con garbo: “Signor Benelli, se mi vuol seguire…”. Benelli si alzò, docile, salutò i signori che rimanevano ad aspettare, e che prontamente contraccambiarono, e seguì i passi del giovane.

“Si accomodi pure” gli disse il commesso “il signor Fabrizio sarà subito da Lei” e gli indicò la poltrona. Benelli lo ringraziò con un cenno del capo, mentre l’altro si ritirava. “Addirittura guanti bianchi di filo” osservò fra sé e si sentì a disagio; era in ‘Fondazione’.

La stanza dove era stato accompagnato non era grande, pochi, massicci mobili d’epoca, alcuni stupendi quadri della famosa collezione alle pareti; si mise a guardarli con interesse e lo riempirono di meraviglia, quando decifrò alcune famosissime firme. Lui, Marco Benelli, era lì dentro!

Fece alcuni passi verso il finestrone che, appena velato da una tenda bianca sottilissima, accompagnata una pesante contro tenda marrone dorato tenuta aperta da un cordone bianco, si apriva sullo spettacolo della Piazza, un colpo d’occhio unico che solo chi entrava in ‘Fondazione’ poteva godersi. Il Palazzo Comunale, rosso del sole che tramontava, la cappelletta a lato, già nella luce bluastra dell’ombra. La Piazza poi, nella sua bizzarra geometria, nel suo silenzio di là dal vetro; “Vetri corazzati, di sicurezza” pensò Benelli, posando di nuovo lo sguardo sui quadri. Voltò la testa in giro, a cercare il sistema di allarme: alcuni sensori, discreti, lampeggiavano negli angoli della stanza. Si godette dieci minuti di quelle emozioni, nel silenzio più assoluto, quasi fosse, lì dentro, il padrone.

Lo scricchiolio della vecchia porta gli annunciò che non era più solo. Si voltò. “Buonasera signor Benelli, sono Fabrizio” il sorriso a denti scoperti, candidi ancora di più sulla vistosa abbronzatura, accompagnava la mano tesa che gli veniva porta. Una mano calda, asciutta, piacevole da stringere. Il tono della voce, il sorriso, la stretta di mano gioviale lo avevano messo a suo agio. “Ma si accomodi, cosa fa lì in piedi? Arrivo subito” disse il signor Fabrizio, indicandogli la poltrona e spostandosi in un angolo della stanza.

Benelli prese posto nella poltrona di pelle nera, profumata, con i braccioli lunghi e comodi. Il signor Fabrizio fu subito da lui; con un gesto veloce del polso su cui, notò Benelli, brillava una grossa catena d’oro, lo coprì con un lenzuolo spesso, morbido, di un colore avana caldo, rassicurante e odoroso di talco.

Benelli si affondò, rilassato, nella poltrona; il signor Fabrizio, con un tocco, lo spostò nella miglior posizione per poter lavorare. “Allora, disse a Benelli, per il tipo di taglio si fida di me?” e gli si avvicinò alla testa con pettine e forbici.

 

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Dr J. Iccapot