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Un racconto a quattro mani di Beatrix e J. Iccapot.

Due settimane fa ci siamo divertiti, Beatrix ed io, a scrivere, a distanza, unacosetta’ nata da una sua iniziativa: un po’ di righe per uno, accodate usando il simpatico Corkboard.
Un’esperienza come quella di due solisti, insomma, che prendendo la scena uno dopo l’altro, improvvisino su un tema appena abbandonato dal collega che ha preceduto, senza nessun accordo preventivo su dove possano andare a finire. [Ma di questo, lei che è musicista, saprebbe dire meglio di me]. Il tutto è stato scritto, salvo una revisione finale, nell’arco di una giornata, rubando il tempo alla pausa pranzo, al caffè o alla sigaretta. Ne è venuta fuori una favoletta che forse a qualche bambino si potrebbe ancora leggere. J.I.

C’era una volta, in un tempo così antico che nessuno ne ha memoria, un giovane fornaio che ogni giorno impastava focacce per la gente del paese. Ogni focaccia costava un soldino, o una coppia di uova fresche, o un mazzo di erbetta, o un quartino di buon vino rosso. Nel suo forno era tutto un vai e vieni di persone, un chiacchiericcio continuo che metteva di buonumore il giovane, di carattere assai  gioviale. Ma un bel giorno dalla porticina del forno che dava sulla strada, entrò lei.

La vecchina varcò la soglia camminando a fatica, appoggiata a un bastone curvo ancora più della sua schiena; indossava una grande e pesante mantella verde scuro che la copriva tutta e in mano aveva un mazzetto di ciclamini.

“Dai una focaccia anche a me, buon giovane?” chiese la vecchina quando arrivò il suo turno. Il ragazzo gliene presentò una ancora calda, appena sfornata; la vecchia la ghermì velocemente e la nascose in una tasca interna della mantella.

“Ecco – fece la vecchia porgendo al ragazzo il mazzetto di fiori – questi sono per la focaccia”. Il ragazzo la guardò scontento: “Fiori, e che me ne faccio io dei fiori?”. “Li darai alla tua innamorata”, rispose la vecchia, guardandolo di sotto in su da dietro la selva dei sopraccigli. “Dei semplici ciclamini di bosco…”. “Oh, ma questi sono dei ciclamini speciali – fece la vecchia, uscendo dalla porticina del forno – sono dei ciclamini magici!” Il giovane, perplesso, rimase con il mazzetto di fiori in mano. Dato che era un ragazzo di buon cuore, considerò di aver regalato la focaccia alla vecchia e mise i fiori in una piccola brocca d’acqua per regalarli poi, la sera, alla sua giovane innamorata.

Quando la campana suonò dodici tocchi e nelle case si iniziarono ad apparecchiare le tavole, il giovane fornaio raccolse in una cesta i proventi del suo lavoro e si avviò verso casa. Viveva da solo in una casetta nel centro del paese ed ogni volta, al suo rientro, consumava per pranzo quanto aveva ricevuto durante la mattinata in cambio delle focacce. Anche quel giorno dunque mangiò con soddisfazione e con altrettanta allegria contò i soldi che aveva guadagnato. Uno, due, tre, quattro, venti, venticinque soldini. E un mazzetto di ciclamini magici, si ricordò. Il pensiero andò immediatamente alla sua innamorata, che abitava un po’ fuori dal paese. Si vedevano di rado, ma ogni tanto il ragazzo percorreva la strada che li separava ed andava a trovarla, sebbene il padre di lei divenisse furibondo ogni volta che lui si presentava. In effetti, non si poteva dire che fosse un buon partito. La ragazza, diceva il padre, poteva certo ambire ad un marito migliore! Il fornaio prese in mano il mazzo di ciclamini e ne apprezzò il profumo pensando agli occhi della fanciulla. Voleva consegnarglieli ancora freschi, quindi decise di mettersi subito in cammino. Nella tasca dei pantaloni i 25 soldini frutto del suo lavoro tintinnavano ad ogni passo. Li avrebbe mostrati al padre della sua innamorata, a riprova del fatto che non era poi così povero.

Dopo aver percorso il sentiero che portava alla casa della fidanzata, subito dietro la curva del ponte, seduta accanto alla fontana vide una ragazza, piegata su se stessa. Fatti pochi passi si accorse che l’infelice singhiozzava disperata e le lacrime che sgorgavano dai suoi occhi erano più copiose dell’acqua che spillava dalla pietra della fonte.

Il giovane fornaio le si avvicinò.

“Cos’hai da piangere così tanto?”

La ragazza alzò la testa, tirò su col naso e guardò tremante lo sconosciuto.

“Il mio fidanzato ha fatto una sciocchezza. Sai, noi siamo tanto poveri e, per portare qualcosa da mangiare ai suoi vecchi genitori, oggi è andato a caccia nel bosco del re e ha ammazzato una lepre.”

“E allora – fece il giovane fornaio – è stato fortunato, no? Sono tanti quelli che cacciano di frodo nei boschi del re!”

“Ma il guardiacaccia era lì vicino, e lo ha visto, ed è riuscito a fermarlo. Gli ha preso la lepre, che sicuramente si mangerà lui in salmì e lo ha minacciato: se entro la mezzanotte non gli porterà una borsa con venticinque soldi, il guardiacaccia denuncerà il mio promesso sposo al re, lo farà arrestare e rinchiudere a vita nelle segrete del castello e  caccerà via i suoi genitori dalla casa col piccolo orto in cui viono proprio al limitare del bosco. Così io, Fiordistella, e il mio Sigilberto non ci potremo mai più sposare.” E qui dette di nuovo in un pianto dirotto.

Il giovane fornaio era un ragazzo dal cuore grande; aveva ancora la mano nella tasca dei pantaloni in cui custodiva i venticinque soldi messi da parte dalla vendita delle sue focacce e non ci pensò su neppure un attimo: levò fuori tutte le sue monete luccicanti e le mise nel grembo della ragazza.

“Ecco il tuo riscatto, non piangere più, il tuo problema è risolto.”

La ragazza non credeva ai suoi occhi: un giovane così gentile che all’improvviso, come per magia, arrivava per risolvere tutti i suoi guai!

Fiordistella raccolse tutte le monete, mettendole nella tasca del grembiule; poi si alzò, prese la mano del giovane e la baciò, versandoci sopra anche qualche lacrima di riconoscenza. Muta per l’emozione, fece per allontanarsi quando il giovane la fermò.

“Aspetta, le disse, prendi anche questi, ti saranno di buon augurio” e le porse il mazzetto di ciclamini che aveva pensato di donare alla sua fidanzata. La ragazza, un sorriso dolcissimo in volto, prese il mazzetto di fiori che il giovane le porgeva e scappò di corsa, per arrivare dal guardaboschi prima che scadesse l’ora fissata.

Il povero fornaio, senza più un soldo in tasca e senza neppure lo strano regalo della vecchia, decise allora di tornare, mestamente, a casa. La data del suo matrimonio si allontanava ma nel cuore aveva un calore che lo rendeva felice.

L’indomani mattina, come sempre, sulla porta del forno c’era una lunga fila di clienti. Il fornaio fischiettava, mettendo in cassa i soldi e nel tascapane il pranzo. Una rapa, una coppia di uova, un pezzo di formaggio. Quando si vide sventolare sotto al naso un mazzolino di ciclamini alzò subito lo sguardo per incrociare gli occhi della vecchia. “Altri fiori?” le chiese, preparandosi a tagliare un bel pezzo di focaccia in cambio di quel dono strampalato.

“No” rispose lei “sono sempre gli stessi. Ti avevo detto di darli alla tua innamorata, ma tu non l’hai fatto, quindi te li ho riportati” Il ragazzo esitò un attimo “Scusi ma….lei che ne sa?” “Lo so, lo so!” rispose la vecchia “Lo so perché il mio nome è Fiordistella. Ti ricorda qualcosa?”

“Ma lei….ma io…” bofonchiò il fornaio “ma allora…..”

“La ragazza che hai incontrato ieri sera ero io, giovanotto. Non sono proprio una vecchietta normale, se tu non l’avessi ancora capito…..diciamo che mi diverto a giocare con la magia. Il tuo gesto mi ha commosso, voglio darti un premio perché meriti di essere felice: chiudi il forno, ragazzo, e vai dalla tua innamorata con l’incasso della mattinata e i miei ciclamini; vedrai che non te ne pentirai!” E svanì nel nulla. Il fornaio seguì alla lettera le sue istruzioni, chiuse subito la bottega, prese i pochi spiccioli ricevuti dai clienti e si incamminò. Ad ogni passo le monete tintinnavano nella sua tasca, ma di un suono particolarmente argentino, mentre i suoi pantaloni si facevano sempre più pesanti. Quando fu vicino alla meta si fermò e si mise una mano in tasca. Con grande sorpresa si rese conto che i pochi spiccioli che aveva erano diventati monete d’oro, e anche l’altra tasca ne era piena, e anche la bisaccia traboccava. Si mise a correre e a gridare: “Sono ricco!! Sono ricchissimo! Signore, dovrà concedermi la mano di sua figlia, perché adesso sono ricco sfondato!!!”

A casa della ragazza si affacciarono tutti, il padre, la madre, i fratelli e le sorelle, perfino la servitù. per vedere che cosa stesse accadendo con tutto quel vociare.

“Sono ricco! Ed innamorato! Lucilla, scendi che ti sposo!”

Su un albero secolare di fronte alla casa una gazza nera guardava la scena e sorrideva, soddisfatta per tutte le cose belle che erano accadute e per quelle che dovevano ancora accadere.


 

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Il mazzetto di ciclamini, 3.0 out of 5 based on 1 rating

Beatrix