“Sono le sette, svegliati – disse la mamma, strattonando con la grazia di un campanaro la corda della serranda – oggi il tempo è bello!”

Da anni, tutte le mattine dei giorni segnati in nero sul calendario scolastico, la mamma di Domenico pronunciava quella frase, nonostante l’effetto combinato di luce e rumore prodotto dall’azione di sollevamento della tapparella rendesse del tutto superflua l’esortazione, e da anni Domenico, tutte le volte, si girava nel letto emettendo un leggero grugnito, come per dire “Lasciami in pace. Sono sveglio.”

E come non esserlo? L’improvviso scricchiolio della serranda nel silenzio dell’alba avrebbe resuscitato un morto e, nei mesi meno bui, dare le spalle alla finestra serviva a poco: era esposta ad est e i raggi del sole nascente invadevano in un attimo la stanza.

Quanto al bollettino meteorologico materno, aveva lo scopo di incoraggiare Domenico a lasciare il tepore delle coperte e quindi forniva notizie rassicuranti ma inattendibili. Per la mamma il tempo era brutto solo quando fuori tempestava: in tutti gli altri casi non faceva mai troppo freddo e, se pioveva, cadevano sempre poche gocce, giusto l’indispensabile per annaffiare i campi.

Anche quella mattina l’incursione delle sette aveva prodotto le previste conseguenze. Domenico si era svegliato e aveva guardato oltre i vetri della finestra, strizzando un paio di volte gli occhi: benché il cielo fosse una cappa di nuvole, il sole marzolino feriva le pupille.

“Un altro giorno” pensò, infastidito dalla luce e da qualcos’altro che ancora non aveva preso forma nella sua mente mezza addormentata.

Sollevò di malavoglia la schiena, mise le gambe fuori dal letto e posò i piedi sul tappeto. Poi, all’improvviso, si ricordò che quel giorno aveva compito di Latino e tutto divenne chiaro, come se un fulmine gli avesse illuminato il cervello. Si alzò di scatto: adesso aveva fretta, la stessa urgenza del condannato che non vede l’ora di poggiare la testa sul ceppo per levarsi finalmente di dosso l’angoscia che gli rode il cervello:

“Compito in classe di Latino…- pensò Domenico – detto così sembra una sciocchezza, un piccolo scoglio da superare, eppure per me è l’iceberg del Titanic!”

Aveva studiato tutta la sera, ma se non si comprende il senso del brano da tradurre a che servono grammatica e sintassi? Lo stesso gli accadeva con il compito di Matematica: sapeva regole e teoremi, però non capiva dove e quando andavano applicati; così passava metà del tempo a disposizione fissando il foglio con gli esercizi da risolvere. La professoressa, a volte, lo prendeva persino in giro:

“Che fai Vallecchi – diceva, battendo sulla cattedra la sua bic rossa, impaziente di istoriare di graffiti i compiti degli allievi – aspetti l’ispirazione delle Muse?”

Con le materie che richiedevano solo un apprendimento passivo ovviamente se la cavava molto meglio e così, grazie a Letteratura, Storia e Scienze, riusciva a rimediare le due o tre sufficienze piene necessarie per compensare, al momento degli scrutini, i debiti accumulati durante l’anno in Matematica, Fisica, Latino, Filosofia o Chimica.

Anche gli altri studenti della quarta B del liceo Volta, a parte poche lodevoli eccezioni, vivevano alla giornata e non sembravano portati per qualcosa in particolare, ma la sua situazione era diversa: lui apparteneva alla palude dei negati a tutto, un manipolo di disperati con ranghi sempre più ridotti a causa degli abbandoni e delle bocciature.

Nonostante l’obiettivo svantaggio, Domenico non si lasciava andare, lottava con le unghie e con i denti, teneva duro e, alla fine, riusciva a farsi catapultare nella classe successiva, sia pure con un pesante zainetto pieno di lacune, come si diceva un tempo, e di frustrazioni.

Insomma, Domenico Vallecchi, per gli amici Domingo o anche “il Sughera”, perché di pelo biondo rossiccio e inaffondabile dai professori, la sfangava sempre.

Per fortuna i genitori si accontentavano dei suoi magri risultati scolastici: purché terminasse il liceo, di tanto in tanto lo mandavano a ripetizione e non recriminavano mai quando portava a casa un cattivo voto, quasi fosse una disgrazia o un contrattempo passeggero.

I Vallecchi in realtà nutrivano grandi aspettative riguardo all’avvenire del loro unigenito, ma ritenevano che tutto si decidesse dopo la maturità e quello era un futuro che avevano già ipotecato fin da quando Domenico era ancora nella culla: come ai tempi di Diocleziano il figlio avrebbe fatto il mestiere del padre, nel caso specifico Piero Vallecchi geometra libero professionista. Un genitore però desidera sempre il meglio per la prole e un padre geometra non può accontentarsi di un figlio diplomato: Domenico doveva quindi prendere, bene o male, la maturità e poi diventare ingegnere o, perlomeno, architetto, nobilitando così l’attività di famiglia. Un giorno, pensava da diciotto anni il signor Piero, sulla targa di ottone affissa alla porta del suo Studio la concorrenza avrebbe letto “Dott. Ing (o Arch.) Domenico Vallecchi”.

Mimmo però non riusciva ad immaginarsi protagonista del sogno paterno: già ora arrancava con il fiato corto e prevedeva che in seguito la strada sarebbe diventata ancora più ripida. Evitava quindi di parlare con i genitori dei futuri studi accademici e della conseguente carriera professionale, ma non sempre riusciva a schivare il colpo perché il suo avvenire stava in cima a tutti i pensieri di mamma e papà.

Se il discorso cadeva sull’argomento in situazioni da cui non era facile uscire, ad esempio a tavola o in macchina, Domenico aveva escogitato un metodo infallibile per evitare il confronto: accampava argomenti ostativi auto denigratori trasformando il dialogo in lite. Il padre si arrabbiava, la mamma piangeva ma, per un po’, non si toccava più la spinosa questione. E così il momento delle decisioni irrevocabili veniva rimandato sine die.

Anche la sera prima, a cena, Domenico si era sottratto all’accerchiamento familiare scatenando un bisticcio. Nauseato al pensiero della prova che l’attendeva il giorno dopo, aveva lasciato nel piatto metà porzione di gnocchi, senza considerare che la sua improvvisa inappetenza non sarebbe sfuggita all’occhio vigile e apprensivo della mamma.

“Ti senti male, Mimmo?” aveva chiesto premurosa.

“No, sto bene” aveva risposto Domenico, intuendo dal tono ansioso della voce materna il passo falso appena compiuto.

La mamma associava sempre la preoccupazione allo studio e Domenico sapeva bene che quando i genitori iniziavano a parlare della sua situazione scolastica prima o poi finivano per tirare in ballo l’università, la laurea e il tirocinio.

“Allora sei di malumore…è successo qualcosa a scuola – aveva aggiunto la mamma, certa della sua deduzione – mancano ancora tre mesi alla fine, non importa se hai preso un brutto voto, rimedierai.”

“Non ho preso un brutto voto, mamma. Non ancora” aveva risposto irritato Domenico. Era evidente che i genitori, sfruttando il suo errore, presto si sarebbero messi a ricamare intorno al loro argomento prediletto e, per giunta, a tavola.

“Siamo alle solite – aveva esclamato con veemenza il padre – ti fasci la testa prima di rompertela.”

“Domani ho compito di latino e quest’anno, lo sapete, vado malissimo: le versioni sono troppo difficili” aveva replicato Domenico.

“Ma perché ti butti sempre giù? Per te ogni giorno è Caporetto! E gli altri come fanno? – lo aveva rimproverato il padre – a darti retta nella tua classe sono tutti geni, tranne te…e il figlio di Raboni? E quell’asino ferrato di Marchino Strambi?…per non parlare del tuo amico Andrea …due scuole ha già cambiato, ma il padre è avvocato e non lo molla!”

“Però io studio e becco solo insufficienze, loro invece i libri neanche li aprono” aveva replicato Domenico, giustificando il suo scoraggiamento. Del resto parlava con cognizione di causa: conosceva intus et in cute i giovanotti appena nominati, compagni di classe a basso rendimento scolastico appartenenti a famiglie frequentate dai Vallecchi e dediti alla più spensierata infingardaggine.

“Figuriamoci, tu vali quanto loro e anche di più! prendete brutti voti perché siete adolescenti con la testa piena di idee confuse – aveva chiosato la madre, maestra diplomata sebbene non pedagoga esercitante – a diciotto anni il mondo fa paura…fa paura anche a noi adulti, figuriamoci a voi che non sapete ancora chi siete.”

“A me non interessa quello che Domenico è adesso – aveva obiettato spazientito il marito – io vorrei sapere cosa intende diventare, questo benedetto figliolo. Oggi va avanti solo chi ha il biglietto da visita con su scritto ‘Dottore’ ma, se lui non vuole studiare, se non se la sente di fare l’università, pace! vada pure a lavorare…però si decida, per la miseria! Non si diventa apprendisti a trent’anni!”

“Lascialo stare, Piero…è ancora un ragazzo, penserà al suo futuro quando verrà il momento, come tutti” aveva esclamato perentoria la moglie, tentando di troncare la discussione: l’idea che il suo bambino potesse regredire allo stato proletario, come il povero nonno, la spaventava.

“Già, così magari scopre di avere la vocazione del tornitore al terzo anno di ingegneria” aveva ribattuto il marito sarcastico.

“Lascialo stare” lo aveva ammonito di nuovo la moglie, con voce dura.

“Per i tuoi nonni era già tanto un figlio che andava a lavorare in giacca e cravatta – aveva proseguito imperterrito il signor Piero, rivolgendosi a Domenico – ai miei tempi un diplomino contava ancora…oggi, figuriamoci! Ci vogliono i Master che costano fior di quattrini…ma a te, grazie al cielo, non mancano i mezzi per studiare, lo sai. Se poi preferisci fare il fallito…accomodati pure!”

“Non ti accorgi che così fai il suo gioco? – aveva esclamato la moglie – vuoi aiutarlo a rovinarsi? stai zitto che è meglio!”

“Invece è ora di scoprire le carte: dimmi, Domenico, cosa pensi di fare da grande?” aveva chiesto il signor Piero, con tono vagamente minaccioso.

Per qualche secondo Domenico era rimasto in silenzio pensando: “Com’è ridicolo: ha lo sguardo irato, la forchetta sollevata in aria, l’altra mano stretta a pugno e aspetta una risposta…neanche si trattasse di vita o di morte. Eppure conosce già il finale di questo sketch: io non dirò nulla e lui si arrabbierà.”

Poi aveva sibilato “Niente” e la bomba era caduta sul bersaglio, mandando in bestia il geometra Vallecchi, come previsto.

Dopo aver rovesciato un bicchiere mezzo pieno di vino battendo la mano aperta sul tavolo, il padre si era alzato di scatto e, rivolgendosi alla moglie come se fosse l’unica procreatrice dell’ingrato erede, aveva esclamato:

“Me lo merito questo trattamento…Di’? con tutti i sacrifici che faccio per lui!” poi, sdegnato, si era chiuso in soggiorno.

A questo punto la mamma, dispiaciuta più per la sfuriata del marito che per l’irriconoscenza del figlio, aveva detto la frase di prammatica in simili circostanze:

“Fai quello che vuoi, Mimmo: per noi va bene tutto, basta che tu sia felice.”

Domenico era rimasto in silenzio, riflettendo tra sé che avrebbe fatto comunque la cosa in grado di renderlo felice, se mai avesse scoperto cos’era. In cuor suo però sapeva che non esistevano talismani, formule magiche o scienze capaci di donare la gioia di vivere a chi già non l’aveva già, sia pure nascosta in qualche piega dell’anima.

Senza neppure salutare la mamma si era alzato, raggiungendo la sua stanza con la testa piegata sul petto.

Per cercare di tranquillizzarsi aveva ripassato grammatica e sintassi tutta la sera poi, dopo le undici, si era messo a letto.

Amareggiato dalla discussione, con lo stomaco quasi vuoto, aveva rantolato tutta la notte sul materasso, addormentandosi poco prima dell’alba.

Ora che era sveglio e il pensiero del compito si era impadronito del suo cervello, voleva solo che quello che doveva succedere accadesse al più presto. Si fece mentalmente una scaletta degli eventi: alle dieci avrebbe letto la maledetta versione senza capirci, al solito, un’acca, alle dodici avrebbe depositato sulla cattedra la sua traduzione, un arruffio di frasi senza senso, poi se ne sarebbe finalmente tornato a casa, avrebbe mangiato, guardato la televisione, pensato ad altro…così immaginate le successive dieci ore della sua vita gli parvero sopportabili, nella media non peggiori del solito. Si fece coraggio ed uscì.

Poco dopo le due Domenico aprì con le sue chiavi la porta di casa. Lasciò lo zaino sulla sedia nell’ingresso ed entrò in cucina: sul tavolo due piatti coperti, primo e secondo con contorno. Doveva solo infilarli nel microonde e mangiare. La mamma, nel pomeriggio, lavorava come commessa in un negozio di cancelleria e gli lasciava il pranzo pronto.

Domingo però non aveva fame: prese due pacchetti di patatine dalla dispensa e una birra dal frigorifero. Poi entrò nella sua camera e si buttò sul letto, senza neppure sollevare la tapparella. Tutto era andato male, come previsto.

Trascorse una mezz’ora sgranocchiando e saltellando distrattamente da un canale televisivo all’altro: si annoiava ma non aveva voglia di seguire un film o accendere il computer. Gli astrusi periodi di Seneca gli frullavano ancora in testa: un’occhiata alla versione di Zamboni, uno che il latino lo sapeva, era bastata per accorgersi che non aveva capito un accidenti di tutti quei discorsi arzigogolati sulla felicità che pure, nella paginetta di brutta del compagno di classe, diventavano all’improvviso così chiari, semplici e persino sensati. “Scherzi del latino, tanto più ti sembra simile all’italiano tanto meno ci prendi – pensò sconsolato – maledetto Seneca. Altro che Nerone, ti doveva far fuori Lucilio!”

Si sentiva abbattuto, ma solo un po’ più del solito. Aveva fatto il callo alle insufficienze, ormai erano un’abitudine…o un vizio: insomma non aveva pretese e riteneva un successo il sei che rosicchiava risolvendo due esercizi di matematica su quattro o infilando nella traduzione in inglese non più di tre svarioni sottolineati dall’insegnante con tratto blu e punto esclamativo.

Quel pomeriggio però era davvero di malumore. Il compito di latino aveva le sue colpe, ma più ancora gli pesava sullo stomaco la cena della sera precedente: la scenata melodrammatica del padre, la commiserazione materna e, soprattutto, la ragione che pendeva dalla parte dei genitori.

“Non hanno torto, alla mia età dovrei sapere qualcosa di me, dei mie interessi, delle mie capacità; a diciotto anni non si può più sognare come bambini” ammise amareggiato.

Si fermò un attimo a riflettere sul suo ultimo pensiero: in effetti neanche quando era alto un metro aveva mai sognato di diventare un astronauta, un cowboy o un pompiere e, tantomeno, un adulto con un mestiere ben definito. Il padre lo faceva trastullare nel suo studio con matite e righelli, il nonno ferroviere lo portava alla stazione per vedere i treni che passavano, la zia infermiera gli aveva regalato il gioco del piccolo chirurgo però, nel suo cervello, mai una volta si era detto “da grande diventerò un dottore, un ingegnere, un capostazione…” per essere precisi mai aveva pensato di diventare grande. La condizione di “superiorità” dovuta agli anni, tanto ambita dagli altri bambini, non lo attirava. Ovviamente crescere era un evento che dava per scontato, ma non ci fantasticava sopra e la possibilità di immaginare quali, tra le infinite azioni attuabili, avrebbe compiuto in un lontano futuro, lo lasciava indifferente.

“Se continuo a farmi girarmi per il cervello queste idee mi butto dalla finestra – mormorò tra sé Domenico – meglio dormire un po’: qualche ora d’incoscienza e anche quello che è accaduto oggi diventerà un ricordo.”

Andò nel soggiorno e, per agevolare Morfeo, si versò un abbondante bicchierino di Rum. Il superalcolico paterno, mescolandosi con la birra, lo fece scivolare quasi immediatamente in un profondo torpore che subito si animò di forme confuse.

Le immagini, dopo l’iniziale sarabanda, si organizzarono e divennero un sogno in cui Domenico non era se stesso ma un uomo adulto. Nonostante non avesse la possibilità di vedersi dall’esterno, provava la strana sensazione di essere diverso anche fisicamente: sapeva di avere i capelli brizzolati e la pelle rugosa, le spalle un po’ curve e una corporatura robusta. Indossava un completo scuro e stava salendo le scale di un edificio sconosciuto dove però si trovava la sua casa, ovvero la casa dell’uomo attempato che in quel momento era lui.

Dopo un attimo entrò in un appartamento che somigliava vagamente alla sua vera casa: lo attendevano a tavola una donna anziana ed un ragazzo, “mia moglie e mio figlio” pensò subito, contento di avere una famiglia. A volte, nei sogni, gli capitava di essere disperatamente solo tra sconosciuti e non era una bella sensazione. Aveva la certezza che la donna fosse Barbara Mellini, una compagna di classe bruttina che neppure gli piaceva. E invecchiando, pensò, non era affatto migliorata; il ragazzo invece ricordava vagamente il suo amico Andrea, il ripetente, e aveva un aspetto malinconico. Anche la stanza appariva triste e modesta: i mobili emanavano il sentore di chiuso e di dignitosa miseria che si respirava nel tinello dei nonni. La mamma diceva sempre che quell’odore era insopportabile e infatti aveva mandato alla discarica tutto l’arredamento dei genitori, dopo la loro morte.

Domenico si mise a tavola, aspettando che qualcuno gli presentasse un piatto. Intanto il figlio lo guardava di sottecchi, scucchiaiando la sua minestra. Dopo qualche secondo si fermò e, con aria stupita, disse:

“Papà, la tua medicina!”

Domenico allora si ricordò di essere malato e, automaticamente, mise mano alla tasca della giacca: dentro c’era qualcosa. Tirò fuori un flaconcino e, con stupore, notò che sulla confezione era stampigliato il simbolo della radioattività “Ho il cancro – pensò senza provare alcuna emozione – devo morire e me l’ero dimenticato.”

“Prendi la medicina” disse anche Barbara, o come diavolo si chiamava la vecchia.

Domenico stava per ingollare la sua pasticca quando qualcuno bussò alla porta: posò il bicchiere con l’acqua e si alzò per andare ad aprire.

“Chi sarà? – chiese la moglie, preoccupata – non aspettiamo nessuno.”

I visitatori erano due infermieri, vestiti di bianco da capo a piedi.

“Dobbiamo accompagnarla all’ospedale” dissero, prendendo a braccetto Domenico come se fosse un pazzo evaso dallo Psichiatrico. Prima che lo portassero via la moglie gli mise in mano una valigia. Era piccola ma pesantissima.

“Non dimenticarti questa!” disse premurosa Barbara.

“Dunque sa che la mia assenza deve essere lunga, forse eterna” pensò addolorato Domenico.

Quando il terzetto uscì dal portone del palazzo gli infermieri si trasformarono repentinamente in poliziotti.

Domenico era disposto a farsi ricoverare in ospedale, ma non intendeva finire in galera. Così cominciò ad appigliarsi a lampioni, cestini dell’immondizia e automobili, cercando di resistere ai due energumeni che lo tiravano di qua e di là in malo modo. Intanto i rari passanti lo guardavano con aria di disapprovazione e, nonostante le sue invocazioni di aiuto, tiravano diritto: evidentemente erano certi che fosse dalla parte del torto.

“Non farci perdere tempo, la nave aspetta” disse bruscamente uno dei due rappresentanti della Legge.

“Si comporta come se il delinquente fossi io – pensò Domenico, notando che l’uomo aveva un’aria più che meridionale – non mi lascerà mai tornare indietro.” Non sentiva nostalgia della Mellini e del loro infelice rampollo, ma l’idea di essere trascinato lontano, chi sa dove, lo terrorizzava.

“Sono una persona perbene, non avete diritto di trattarmi così!” gridò divincolandosi disperatamente. Poi, rivolto all’altro agente, d’aspetto meno burbero, implorò “La prego, mi porti all’ospedale, sono malato!”

“Stai zitto, imbroglione, come se non sapessimo chi sei!” replicò il poliziotto interpellato, non meno scortese del collega.

Intanto, a forza di strattoni, lo avevano condotto in un porto affollato e puzzolente di nafta.

“Dove va la mia nave?” chiese Domenico, ormai rassegnato a partire.

“Che domanda! A Tunisi” disse il poliziotto.

Domenico non ebbe il tempo di stupirsi: si ritrovò subito in alto mare, confuso tra una massa vociante di cenciosi viaggiatori che parlavano una lingua incomprensibile; riuscì tuttavia ad afferrare qualche parola: gaudium, magnumque, consequatur: Riconobbe subito l’inizio del brano di Seneca che aveva tradotto poche ore prima: “Omnes, inquam, illo tendunt ad gaudium, sed unde stabile, magnumque consequantur, ignorant”.

“Fino a lì niente di difficile – pensò amareggiato – tutti tendono a una gioia grande e duratura ma non sanno come ottenerla…non occorre essere Zamboni per capirlo, infatti le complicazioni, nella versione e nella vita, vengono dopo.”

Domenico si accorse all’improvviso di essere rimasto solo sul ponte della nave: i compagni di viaggio sembravano ad un tratto scomparsi, forse erano già sbarcati. Mentre guardava sconsolato la grande distesa marina, vide apparire all’orizzonte il profilo di una città esotica.

“E’ Sharm” pensò subito: da bambino aveva trascorso in quella località turistica una breve vacanza con i genitori, ma nella sua mente era un nome che non si associava a ricordi precisi.

Approdò sulla spiaggia come se scendesse da un pattino, bagnandosi le scarpe e il bordo dei calzoni. La luce stava svanendo, soffiava un vento sabbioso e piovigginava.

“Che iella! – si disse – mi deportano a Sharm e non posso fare il bagno. Ora però devo trovare un albergo per passare la notte, qui non conosco nessuno e fa freddo.”

Il lungomare, per fortuna, era pieno d’insegne d’hotel.

Domenico si avvicinò alla prima hall illuminata che vide: sopra l’ingresso era appeso un cartellone con una piramide e la scritta “Sfinge”:

“Non ho una grande fantasia” pensò entrando. Si avvicinò alla Reception intimidito.

“Il numero della sua stanza?” chiese il Portiere.

Domenico non sapeva cosa rispondere, sapeva solo che aveva assolutamente bisogno di un letto; era stanco, malato, vecchio. Ma questo, al Concierge, di sicuro non interessava.

“135?” sussurrò. Era il suo numero di casa: via Einaudi 135.

Il Portiere gli consegnò subito la chiave: sorrideva come se Domenico avesse appena superato un esame difficile o risolto un indovinello.

Domenico notò che sulla chiave era scritto 18° piano e si diresse verso le scale; in giro non si vedevano ascensori.

Saliva con grande fatica e solo allora si rese conto di avere ancora con sé la valigetta tanto pesante che gli aveva consegnato la moglie.

“Chi sa cosa contiene? magari qualcosa che mi può servire, medicine o denaro” pensò, traghettando di gradino in gradino il suo fardello.

Al primo pianerottolo si scontrò quasi con i genitori che scendevano frettolosamente, vestiti come se andassero in spiaggia.

“Guardate che fuori piove” disse, stupito più per il loro abbigliamento che per l’incontro.

“Macché, oggi il tempo è bello – replicò la mamma, sollevando gli occhiali da sole per rivolgergli uno sguardo affettuoso – ci vediamo più tardi…sono impaziente di sdraiarmi sulla sabbia calda.”

Domenico riprese a salire le scale come se la conversazione di un attimo prima non fosse avvenuta; i suoi genitori evidentemente non erano i genitori dell’uomo che si trascinava ansimando da un pianerottolo all’altro di quell’albergo. Fino al diciottesimo piano.

All’improvviso si ritrovò nella stanza 135. L’ambiente gli sembrò familiare: era più o meno la sua cameretta. Posò la valigia su una sedia e subito decise di aprirla. Conteneva testi di Seneca e progetti di strani edifici: piante, alzate e prospettive. Niente denaro, né vestiti, né cibo. Anche sulla scrivania erano aperti libri di scuola. Domenico, deluso, richiuse la valigia e si sdraiò sul letto.

Pensò che era arrivato il momento di svegliarsi: quel sogno non gli piaceva affatto e ormai il plot sembrava esaurito. Che altra disgrazia poteva accadere in quella sperduta camera d’hotel? E poi era gravemente malato, aveva dimenticato questo particolare! si frugò in tasca, cercando inutilmente le sue medicine.

Intanto, a capo del letto, si era seduta la moglie, in lacrime. Il figlio, con aria indifferente, sfogliava i libri posati sulla scrivania: adesso somigliava più a Zamboni che al suo amico Andrea.

Qualcuno bussò alla porta e Domenico si alzò per aprire: erano di nuovo i due infermieri. “Eh no! – disse arrabbiato – io non ricomincio da capo, basta! Finisce qui.”

“Tranquillo! Questa volta niente nave, si va nel deserto – lo rassicurò uno degli infermieri, quello con la faccia del poliziotto buono – però il sole scotta e ci vuole il caffettano.”

I due bulli costrinsero Domenico ad indossare una ridicola palandrana e gli legarono una cintura in vita così stretta da togliere il fiato.

“Non dimenticare la valigia” disse Barbara, porgendogli il solito bagaglio. Il figlio neppure si girò per guardare la scena.

Gli infermieri trascinarono via Domenico con modi bruschi. Dopo un attimo già vagava a piedi tra le dune, inciampando di continuo nelle falde del caffettano, lunghe come uno strascico regale: i suoi persecutori, divenuti nel frattempo una coppia di enigmatici Lawrence d’Arabia, lo seguivano a dorso di cammello. All’improvviso i due lo presero a tradimento per le ascelle e, senza dire una parola, lo gettarono a terra, dileguandosi al galoppo. Domenico fece una capriola e cadde con la faccia nella sabbia.

“Questa volta non la sfango – pensò – sono solo, malato, sotto un sole implacabile e non ho altro che un mucchio di cartacce inservibili.”

Usò le ultime forze rimaste per sollevare la testa e respirare più liberamente. Mentre sputava via la sabbia che lo soffocava, socchiuse gli occhi e solo allora si rese conto di avere trascinato per tutto quel tempo non una valigetta ma una grossa cassapanca: disperato volse lo sguardo verso l’orizzonte e vide che il deserto confinava con una grande spiaggia vuota, lambita da un mare chiarissimo e basso. Si rovesciò sulla schiena e chiuse di nuovo gli occhi. Avrebbe tanto desiderato toccare l’acqua, fare un bagno, ma era troppo stanco per trascinarsi fino alla riva. Ora poteva solo dormire, non c’era altro da fare o da sperare: si abbandonò sulla sabbia, calda e cedevole, cullato da grida di bambini e musica in lontananza, e da una voce dolce, più vicina, la voce della mamma che gli chiedeva “Vuoi un bombolone, Mimmo?”. Domenico spalancò gli occhi.

“Vieni a cena, Domenico, basta dormire – mormorò la mamma nella penombra, carezzandogli la fronte – stanotte non hai chiuso occhio, vero? povero ragazzo! Vedrai, anche questo brutto periodo finirà, basta avere pazienza e passa tutto!”

“Sì, lo so mamma – disse Domenico – trascinerò pesi inutili, mi costringeranno ad andare dove non voglio e poi…poi finalmente mi addormenterò in un deserto.”

“Svegliati, Mimmo, smetti di sognare!” esclamò la mamma spaventata, scuotendo per una spalla il figlio.

 

 

 

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Rosanna Bogo