Mentre il taxi la portava verso il suo primo appuntamento al buio, Laura ripercorse con la mente gli avvenimenti delle ultime settimane e un po’ tutta la sua vita.

Si ricordò di lei bambina, che a malapena alzava lo sguardo entrando in classe, consapevole dei risolini di scherno dei compagni, o di quando, più grande, aveva smesso di uscire perché tutte le altre avevano il fidanzato tranne lei.

Ricordò che all’università si vergognava persino di andare ai ricevimenti e che proprio in quel periodo aveva iniziato ad avere gli attacchi di panico. Non si era mai laureata. Ripensò a quando aveva finalmente trovato un lavoro, dopo aver spedito curricula e aver disertato colloqui per paura.

Quella volta, alla vista dell’annuncio sul giornale, aveva pensato che fosse la sua occasione: lavorare per una radio era, in effetti, l’unico modo per evitare di mostrarsi. Evitare di mostrare quel suo viso sgraziato, con il mento un po’ storto, il naso troppo evidente, la fronte sempre corrugata su due occhi insignificanti. Un suo compagno di classe delle elementari l’aveva soprannominata Scimpy, diminutivo di scimpanzé, e quel nomignolo se l’era sempre sentito attaccato addosso. Ma Scimpy poteva parlare alla radio senza farsi vedere. Il miracolo era avvenuto, le avevano fatto un provino e si erano convinti che avesse per lo meno una voce gradevole, abbastanza da poter sostituire un’altra donna per  una breve trasmissione quotidiana. A Laura era cambiata la vita ed aveva scoperto di avere una certa forza, dentro. Se ne erano accorti anche i colleghi e la striscia quotidiana era diventata la sua.

Le mancava qualcosa, tuttavia. I suoi occhi non avevano mai incrociato lo sguardo di un uomo, non c’era stato mai un bacio, mai una carezza per le sue guance rosse.

Durante una delle trasmissioni aveva mandato con noncuranza uno spot pubblicitario ed era stato come metterle una pulce nell’orecchio, come aprire le porte della mente ad un pensiero ricorrente. Infine aveva ceduto alla tentazione e, seduta sul divano, arrossendo nonostante che in casa non ci fosse nessuno, aveva digitato sul telefono il numero dell’agenzia matrimoniale. Era stufa di stare da sola. Stanca di non avere mai una spalla su cui appoggiarsi che non fosse quella dei suoi genitori. Aveva voglia di imparare cosa significa avvicinarsi al corpo di un uomo e lasciarsi avvicinare. Era andata all’appuntamento, in agenzia, ed aveva riempito un questionario pieno di domande su di lei e su come avrebbe dovuto essere il suo possibile partner. Aveva preso tempo, si era scusata per il disturbo, poi però era tornata ed aveva inoltrato la domanda. Prima, tuttavia, aveva riflettuto molto sulle qualità del suo compagno ideale: sicuramente intelligente, possibilmente simpatico e brillante, magari ricco, forse romantico ed intellettuale, preferibilmente modesto e serio. Di certo, avrebbe dovuto essere capace di guardare oltre la bruttezza del suo volto e di vedere la sua bellezza nascosta. Questa le pareva la cosa più difficile. Le sembrava addirittura impossibile.

Quando le avevano telefonato per dirle che un uomo aveva chiesto di conoscerla era rimasta sorpresa. E quando poi al colloquio in agenzia l’avevano informata che, però, si trattava di un non vedente, le era sembrato un enorme colpo di fortuna. Le avevano assicurato che era un ragazzo del tutto normale, rimasto cieco per un incidente ma ancora molto attivo, con un buon lavoro ed una bella casa. L’avevano informata che, vista l’eccezionalità del caso, sarebbe stato preferibile che lei si recasse per l’appuntamento a casa dell’uomo, poiché lui preferiva muoversi in un ambiente familiare piuttosto che in un locale sconosciuto. Le era sembrato ragionevole, quindi aveva accettato. Non ci aveva mai pensato prima, ma un non vedente poteva essere perfetto per lei: non era possibile che venisse influenzato dall’aspetto esteriore, avrebbe dovuto per forza giudicarla per ciò che era. Non si era preoccupata, dunque, di cercare un abito che evidenziasse il suo fisico, peraltro statuario, né aveva perso tempo per decidere che trucco mettere. Non ce n’era bisogno. Aveva invece pensato molto a che cosa dire di sé per fare colpo: aveva rispolverato qualche libro di poesia e rivisto i suoi film preferiti. E poi era salita su quel taxi, sperando di andare incontro ad un po’ di felicità.

Quando scese dal taxi le gambe le tremavano un po’. Suonò il campanello e si sistemò i capelli. Gesto senza senso, dettato dall’abitudine. Dal citofono una voce maschile chiese “Chi è?”.

“Sono Laura, la ragazza dell’agenzia….” Non fece in tempo a finire la frase che il cancelletto di ferro si aprì. Un gran sospiro e poi via verso l’avventura.

L’uomo che si trovò di fronte sulla soglia della porta aperta era di media statura e con i capelli castani. Portava un vistoso paio di occhiali neri.

“Buonasera, io sono Alberto, la stavo aspettando con ansia” disse l’uomo accennando un inchino per farla entrare.

“Buonasera..” borbottò Laura, quasi ammutolita dall’imbarazzo.

“Possiamo darci del tu, vero?” chiese l’uomo.

“Oh…si, certamente..” rispose lei, riprendendo coraggio.

Alberto, dunque, la condusse in un ampio salone e la invitò ad accomodarsi sul divano. Sottofondo di musica jazz, tavola apparecchiata con gusto, casa piena di oggetti legati alla sua storia. Su un tavolinetto, in un angolo della stanza, decine di foto di lui bambino e della sua moto. Una parete piena di libri, un impianto stereo che doveva essergli costato una fortuna. Nessun quadro alle pareti, questa era l’unica pecca che si poteva rilevare in quella stanza.

L’uomo si sedette ed iniziò a raccontarsi. E mentre lui parlava della sua infanzia, dell’incidente in cui aveva perso la vista, della malattia di suo padre che se n’era andato da pochi anni, Laura lo osservava attentamente. Se non fosse stato per gli occhiali scuri non si sarebbe detto che fosse cieco. Si muoveva con padronanza in quella casa di cui doveva conoscere ogni millimetro. Aveva una voce gradevole ed un italiano impeccabile. Dopo l’incidente si era rimesso a studiare e si era laureato in lettere moderne con grande fatica. Non poter più leggere come prima era la cosa che gli mancava di più. E i colori. La musica era diventata il centro della sua vita, l’unica compagna fedele delle tante giornate passate chiuso in casa. Viveva con la pensione di invalidità e grazie all’ingente patrimonio della sua famiglia, ma era già in trattativa per un nuovo lavoro: stava per diventare tecnico del suono in una sala di incisione. Un po’ come per me la radio – pensò Laura – un lavoro “anti-handicap”.

Quando la invitò a parlare di sè Laura si aprì, come un fiume in piena. Naturalmente omise il particolare dell’aspetto fisico, ma parlò della sua eccessiva timidezza e della solitudine che l’aveva accompagnata per gran parte della sua vita. Gli parlò del lavoro alla Radio e lui promise che avrebbe ascoltato con interesse la sua trasmissione quotidiana.

La cena fu consumata quasi in silenzio. Dopo la prima fase di apertura, Laura si sentiva di nuovo in imbarazzo. Non sapeva se era meglio offrirsi di aiutarlo a servire le portate o lasciare che facesse da solo, come sembrava abituato a fare. Si limitò a porgergli i piatti, stando attenta che le pietanze non finissero sulla tovaglia. Aveva sperato di sentirsi a suo agio con un non vedente, ma si rese conto che non era così.

Provò ad immaginare le mani dell’uomo sul suo corpo. Baciare quelle labbra ed accarezzare quei capelli. Bocca piccola, quasi insignificante sotto un naso imponente e quegli occhialoni scuri. Carnagione olivastra, numerosi nei sul viso e sulla fronte. Capelli cortissimi, con un evidente inizio di calvizie. Le sue mani avevano dita lunghe ed affusolate. Sull’anulare della mano destra un anello d’oro. Fisicamente longilineo, con le spalle piccole e un po’ cadenti. Vestiva di nero, e questo rendeva la sua magrezza ancora più evidente.

Dopo la cena Laura iniziò a sentire un forte desiderio di andarsene. Aveva bisogno di stare da sola e pensare a quanto le stava accadendo. Inventò una scusa, disse che sua madre non stava bene e che prima di rincasare doveva passare a trovarla. L’uomo non insisté. La accompagnò alla porta, cordialmente.

“Cara Laura” le disse “io sono davvero molto felice di averti conosciuta. Domani, quando mi contatteranno dall’agenzia, io esprimerò sul nostro incontro un giudizio molto positivo e chiederò di incontrarti ancora. Sempre che tu lo voglia, naturalmente. No, no, non dirmi niente ora, non voglio che tu ti senta obbligata. Pensaci, ma sappi che io ti aspetto.”

Laura balbettò poche parole di saluto e si avviò verso il taxi che la attendeva sulla strada. Voleva solo tornare a casa, pensare, dormire.

Dopo una notte quasi insonne Laura si alzò con le idee chiare e si sentì più serena. Sul cellulare c’era già un messaggio. Era Francesca, la sua amica-collega di radio, l’unica ad essere stata messa al corrente dell’appuntamento. “ALLORA? COM’E’ ANDATA?” chiedeva. Non rispose subito. Preparò la caffettiera e la mise a borbottare sul fuoco. Poi scrisse: “INCONTRO POSITIVO, MA NIENTE DA FARE.” Doveva inventarsi una scusa.

Le avrebbe raccontato che Alberto era gradevole, ma che lei non se la sentiva di stare con un non vedente che non era autonomo neanche in casa sua,  e che con una pensione di invalidità non si può metter su famiglia, e che oltretutto le era sembrato ancora innamorato della ex. Tutte balle. Mica poteva dire la verità.

Si guardò allo specchio.

No, non poteva dirle quello che durante la notte le era apparso chiaro.

Non poteva ammettere con gli altri quello che onestamente aveva ammesso con se stessa: non avrebbe mai avuto una relazione con quell’uomo, e non perché fosse non vedente, ma semplicemente perché le era sembrato decisamente, irrimediabilmente, brutto.

La telefonata dell’agenzia arrivò verso sera. Quando le chiesero il perché del suo rifiuto all’eventualità di un secondo appuntamento preferì dire che recentemente aveva conosciuto un’altra persona e che sperava di iniziare una relazione seria.

Rispettosamente, la persona all’altro capo del telefono le fece gli auguri.

Invece la telefonata cruciale arrivò dopo alcuni giorni, alla radio, nello spazio riservato alle dediche. Laura riconobbe subito la sua voce.

“Salve, mi chiamo Alberto e sono cieco. Vorrei dedicare una canzone ad una donna che non ho potuto conoscere fino in fondo perché vittima del pregiudizio. Vorrei augurare a questa ragazza, che segue sempre la vostra trasmissione, una vita piena di gioia, invitandola però a valutare le persone per quello che hanno dentro più che per come sono fatte fuori. Voglio dedicarle “Bella senz’anima”. Grazie.”

Laura mandò la canzone e si guardò intorno: nessuno sembrava essersi accorto del suo rossore. Quelle poche parole le avevano appena spezzato il cuore, ma oramai era troppo tardi. Sapeva perfettamente che Alberto aveva ragione.

Le venne da ridere: il pover’uomo non poteva immaginarsi di avere sbagliato, in tutta questa storia, perfino il titolo della canzone.

 

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Beatrix