Il delitto del barbone

Sesta e ultima parte

Qui la quinta parte.

Morganti raggiunse in macchina la Stazione, parcheggiò e, a piedi, raggiunse l’area di sosta dei taxi: il ‘Professore’ era già lì da qualche minuto e lo aspettava con ansia.

“E’ ancora deciso ad andare in fondo?” chiese Biondi all’Ispettore.

“Pensa che scherzi?” replicò Morganti.

“No, però mi pare una situazione bizzarra.”

“E’ una stravaganza voler aiutare qualcuno?”

“Di questi tempi direi di sì. Quando le cose vanno male la gente diventa più egoista, è logico: si riduce il superfluo a cui può rinunciare senza problemi. E poi i poveri sono ormai una marea! anche la sofferenza produce assuefazione, in chi la vede ovviamente.”

“Io non sono come tutti. E neanche mia moglie. Vogliamo provare.”

“Io non me la sento, davvero. Potrei deluderla, ormai sono un cane randagio, ho le mie brutte abitudini.”

“Se è per questo ospitiamo già due meticci presi al canile e, ogni tanto, un gatto randagio si autoinvita a pranzo da noi: i cani abbaiano di notte e il micetto graffia mobili e divani, pensa di poter fare di peggio? Su, coraggio, venga a conoscere la mia famiglia, così le mostro anche la tavernetta. E’ un fondo riscaldato, con un bagno. Le darò la chiave della porta che si affaccia sulla strada. Può andarci quando vuole, anche a tarda ora. Noi lo usavamo come ripostiglio, ma in questi giorni ho portato via tutto, tranne una brandina, due sedie, un tavolo, un armadio e un fornello elettrico. Ho lasciato anche qualche romanzo che leggevo da giovane, quando facevo il piantone. Mia moglie ha insistito perché collegassi l’antenna del televisore, non concepisce che si possa vivere senza quella scatola parlante. L’apparecchio è vecchio ma funziona.”

“La televisione… sono anni che non la guardo. Ho imparato a mie spese che si può vivere senza letto, senza doccia e persino senza dignità, ma non avevo mai pensato che fosse così gravoso vivere senza la televisione – disse, quasi riflettendo tra sé, il ‘Professore’ – Però sua moglie ha ragione, è un bene essenziale e superfluo al tempo stesso.”

“Allora viene? Le garantisco che ci vedremo solo se lo vuole lei.”

“Non mi spiego perché insista tanto, Ispettore, dopo tutto non mi conosce. Capisco chi fa l’elemosina, anche chi lascia nel mio sottovaso cinquanta euro… ma mettersi in casa un barbone! No, à troppo anche per quelli della Caritas! magari potrei venire a pranzo da lei per Pasqua.”

“Senta, ‘Professore’, parliamoci fuori dai denti: io non sono il tipo di persona che invita un senzatetto a vedere la sua comoda casa con l’albero pieno di luci o l’agnello arrosto e poi lo ributta sulla strada. Mi sembrerebbe di fare il buffone a “Scherzi a parte”. La verità è che quando vado a letto voglio essere certo che lei si trovi in un posto caldo dove non rischia di farsi sgozzare.”

“Ma caro giovanotto, non può aiutare tutti i barboni che incontra. Si ricordi che coltivare utopie è pericoloso” disse, quasi con dolcezza, Biondi.

“Io non lavoro sui grandi numeri: intanto ho preso di punta lei, forse perché mi pare un caso facile. Comunque non si monti la testa: non voglio adottarla. Le prometto che, se si ammala, la deposito all’ospedale e, se diventa arteriosclerotico, la lascio davanti alla Commenda. Contento? – replicò un po’ spazientito l’Ispettore – Io le sto proponendo solo di usare una stanza che non mi serve, tutto qui.”

“Ha considerato che ci sono anche problemi, per così dire, giuridici? La residenza è una faccenda seria per noi barboni e poi si devono rispettare le leggi antiterrorismo.”

“Faremo tutto secondo le regole. Vuole che non sappia quali sono i miei obblighi? E la residenza le spetta anche ad un ospite non pagante. Se le chiedono come si mantiene faccia pure il mio nome, con il Comune me la vedo io.”

“E sia, proviamo – disse il ‘Professore’, dopo qualche secondo di riflessione – alla peggio mi butterà fuori.”

“Con l’uso della forza pubblica!” aggiunse l’Ispettore.

La signora Marcella e Totò aspettavano il loro nuovo vicino nel rustico. La stanza era spoglia ma pulita, sulla branda lenzuola e coperte, nel bagno asciugamani e accappatoio. Tutta roba decorosa ma un po’ lisa, per evitare di imbarazzare lo strano amico di Andrea.

Il ‘Professore’ salutò con gentilezza e si comportò in modo affabile, però l’incontro fu breve. Morganti portò via quasi subito la moglie e il figlio. Non voleva che il vecchio vagabondo si sentisse soffocato dalla loro curiosità.

“Non gli vuoi dare neppure un piatto caldo?” chiese Marcella verso le sette di sera.

“No, non mettiamo troppa carne al fuoco. Di sotto ho lasciato una busta di latte, biscotti e un po’ di scatolette con un biglietto, sa che sono per lui. Farà quello che vuole, non è abituato a essere accudito o comandato: vivere contando solo su se stessi è l’unica cosa utile che si impara facendo il barbone.”

“Comunque si vede che è una persona educata, uno che ha vissuto come noi.”

“Già, speriamo che non sia una proprietà commutativa” mormorò Andrea, ricordando un’elementare regola matematica che aveva studiato il primo anno delle superiori.

“Ora sei più tranquillo?” domandò Marcella.

“Sì, ho fatto qualcosa di difficile, mi sono esposto, ma forse andrà tutto bene. Non hai idea di quanto mi sentirò meglio, domani, guardando in faccia il Commissario. Gli riderò sul muso quando mi dirà ‘gli uomini non valgono un centesimo, siamo tutti carogne, anzi, siete tutti Sapìa’. La prossima volta risponderò per le rime!”

Alle otto Magliana suonò alla porta di casa Morganti. Aveva con sé una bottiglia di vino di marca. Mangiarono di gusto e, dopo cena, i due uomini si misero al computer, nel soggiorno. Intendevano confrontare il video di mercoledì e le foto segnaletiche dei rapinatori.

Bastarono pochi minuti per arrivare ad una conclusione: l’uomo del video di sorveglianza somigliava come un gemello alla foto di uno dei compagni di galera della vittima, un rapinatore che aveva trascorso nella cella del barbone due mesi.

“Vedi – disse Morganti indicando alcuni punti del video – il nostro Edo l’ha riconosciuto e lo saluta. Sa bene che un rapinatore non staziona davanti ad una banca per caso e, probabilmente, dice qualcosa al riguardo: l’altro gli risponde, lo prega di tacere, di sicuro si danno appuntamento in un altro posto, per parlare con tranquillità e senza essere notati. Immagino che poi gli abbia consegnato il telefonino, anche se non capisco cosa mai dovesse comunicargli.”

“Forse era semplicemente un regalo” obiettò Magliana.

“Non credo: secondo il ‘Professore’ ha risposto ad una telefonata qualche ora prima di morire – osservò Morganti – Chi poteva essere?”.

“Ovviamente il rapinatore! – esclamò il Vice commissario – telefona per avvertire il barbone che alla banca tutto è filato liscio e promette di passare più tardi per compensare il suo silenzio. Rava pretende una bella somma, magari troppo alta. Non è un delinquente abituale, però da truffatore a ricattatore il passo è breve. Il rapinatore non si fida o non vuole essere preso per la cravatta da un mendicante e va all’appuntamento per regolare i conti a modo suo.”

“Il colpo è andato bene e non vuole problemi – aggiunse l’Ispettore – Rava potrebbe cambiare idea, avvertire la Polizia oppure un giorno, ubriaco, spifferare tutto agli amici del sottopassaggio. E poi il ricatto è una spada di Damocle che non piace a nessuno, figuriamoci ad un criminale! Allora… allora il rapinatore gli dice di mettersi a dormire in un posto isolato: sono già d’accordo per vedersi nel sottopassaggio ma l’incontro deve avvenire lontano da testimoni e a notte fonda. Sarà lì verso l’una… quando gli altri barboni sono assopiti o sbronzi. E, infatti, si presenta come concordato, ma armato di coltello…”

“Direi che si tratta di un delitto premeditato – aggiunse Magliana – prima di entrare nel sottopassaggio il rapinatore perde tempo a mettere fuori uso la telecamera di sorveglianza: un lavoretto rischioso se non si hanno pessime intenzioni.”

“Mi pare che la ricostruzione stia in piedi: telefono a Sapìa. Voglio che mi autorizzi ad avvertire subito Stasi” disse Morganti.

“Fai bene, spetta ai colleghi completare l’indagine sulla rapina e catturare il nostro amico con tutta la gang.”

“Se trovano anche la biondina che li accompagnava il gioco è fatto – osservò l’Ispettore – Noi entreremo in ballo a bocce ferme, con nuove accuse, e se addosso a uno dei rapinatori trovano un telefonino che ha chiamato un numero nella zona della Stazione verso le sette di quel mercoledì, siamo a buon punto.”

“Già, mi viene a mente che il rapinatore non è di queste parti – aggiunse Magliana – avrà certamente compiuto un sopralluogo nel sottopassaggio di giorno, per vedere dove era meglio dare appuntamento al Rava in vista di quello che intendeva fare.”

“E le telecamere, fino all’una di notte di giovedì, funzionavano tutte.”

“Però potrebbe anche aver mandato un altro a fare il lavoro sporco” disse, dopo un attimo di riflessione, Magliana.

“Rava non si sarebbe fidato di uno sconosciuto e, se fiutava il pericolo, poteva anche dileguarsi: al rapinatore non conveniva perdere le sue tracce o, tantomeno, esporre altri complici al rischio di essere in futuro riconosciuti dal barbone. Questa è gente audace ma non imprudente: pianifica, pensa, valuta, non agisce a caso.”

“Farò controllare ai miei agenti le registrazioni delle telecamere del sottopassaggio, nella settimana prima della rapina – aggiunse Morganti – con la foto del sospettato forse riusciamo a provare la sua presenza sul posto scelto per commettere il delitto.”

“Varrebbe la pena di cercare anche video di altre postazioni di accattonaggio del nostro barbone, magari i due si sono incontrati più di una volta” suggerì Magliana. All’improvviso sembrava convinto che le telecamere fossero la panacea di ogni indagine.

“Fatica sprecata, Carlo! Al massimo si saranno incontrati una seconda volta e chi sa dove. Ti sei dimenticato che avevano la possibilità di comunicare con il telefonino?” obiettò Morganti mentre componeva il numero di casa del commissario Sapìa.

Il commissario Sapìa entrò nel suo ufficio con aria abbattuta. Il caso del barbone sgozzato stava per essere risolto e le tessere, una ad una, andavano a posto, ma non per questo si sentiva felice. L’enigma si era sbrogliato grazie ad un colpo di fortuna e in modo banale: la verità dei fatti era emersa da una semplice intuizione ed ora la marea di post-it sparsi sulla sua scrivania non serviva più a nulla; tutti quei bigliettini ammucchiati si potevano lasciare nel loro disordine oppure gettare via. La fase finale dell’indagine secondo il metodo Sapìa, la ricreazione a tavolino della realtà attraverso la scoperta delle trame sotterranee che legavano i fatti grazie all’uso combinato di ragione e fantasia, era stata bypassata dalla conversazione con un salumiere.

Senza contare che l’inchiesta sull’omicidio del barbone veniva presentata dai giornali come collaterale e subordinata a quella della rapina di via Nazionale: sembrava quasi che la soluzione del delitto del sottopassaggio dipendesse dai risultati ottenuti dalla squadra del commissario PiSapìa e non viceversa.

Insomma, nonostante avesse centrato il bersaglio in dieci giorni, Sapìa non si sentiva soddisfatto. Ma per lui non era una novità: in genere la chiusura di un caso coincideva con un periodo di sconforto. C’era sempre un contrattempo, un problema ancora non risolto, un incidente che gli guastava la gioia e, anche quando era consapevole di avere lavorato bene, l’indagine appena conclusa non gli pareva mai perfetta. Questa volta però era davvero raffazzonata.

Sapìa sentiva che qualcosa gli era sfuggito: come accade nei parti troppo rapidi il bambino era nato fallato.

Dopo qualche giorno Morganti si presentò nell’ufficio di Sapìa accompagnato da Stasi. L’ispettore dell’antirapine voleva parlare con il Commissario, ma non se la sentiva di incontrarlo da solo.

“Che succede?” chiese Sapìa bruscamente. Non immaginava il motivo della visita e le improvvisate lo infastidivano.

“Stasi vorrebbe dirle una cosa riguardo alla rapina. Non è niente di particolare e non ha importanza per le indagini” disse Morganti senza scomporsi.

“E se non ha importanza perché ci tiene tanto a farmelo sapere?” chiese Sapìa, con l’aria di chi non vuole essere infastidito.

“A lei piace ricostruire i fatti, tutti i fatti, non è vero?” disse Stasi.

“Sì, credo che le indagini si facciano così, o no?” replicò ironico Sapìa.

“Allora le può interessare conoscere anche un gesto compiuto dalla sua vittima che non risulta agli atti” proseguì, un po’ intimidito, Stasi.

“Forza, sputi fuori il rospo, Ispettore, e diamoci un taglio! – sbottò il Commissario, leggermente alterato. Era sul punto di arrabbiarsi – apra la bocca e parli. Abbia pietà dei miei nervi!”

“Ecco, la moglie di Silvestri…”

“E chi è questo Silvestri?” chiese Sapìa alzando gli occhi al cielo.

“Il vigilante della banca ferito” aggiunse subito Morganti. Era sicuro che quel nome fosse presente in più di un rapporto, ma il Commissario non aveva certo una memoria d’elefante.

“Insomma la signora Silvestri mi ha detto che nel pomeriggio del giorno della rapina si è presentato da lei, all’ospedale, un tale male in arnese che ha detto di chiamarsi Edo e di essere amico del marito – disse Stasi tutto di un fiato – L’uomo si è offerto di provvedere alle spese per le cure del ferito e il mantenimento della signora e dei bambini. Almeno fino a quando l’assicurazione non avesse pagato. La donna non mi ha riferito subito l’episodio perché pensava fosse un pazzo: il sedicente benefattore non sembrava certo una persona facoltosa.”

“Ah! Ecco come sono andate le cose – esclamò Sapìa – Rava ha saputo della disgrazia accaduta alla guardia e si è sentito in qualche modo responsabile così, per soccorrere i Silvestri, ha alzato il prezzo del silenzio: magari da una richiesta di qualche migliaio di euro è passato a metà del bottino, e il rapinatore per questo ha deciso di eliminarlo. Al solito le buone azioni si ritorcono contro chi le compie… visto, Morganti?”

L’ispettore tacque. Dentro di sé pensava al ‘Professore’ che finalmente poteva dormire in un letto e, per il momento, non aveva dato alcun fastidio. Incrociò le dita e, in cuor suo, mandò Sapìa a quel paese. Poi, con aria ingenua, obiettò:

“Però, signor Commissario, per essere sicuri, bisognerebbe fare un gran numero di buone azioni e verificare che tutte vadano a monte.”

“Già, non ha torto! La mia è solo un’opinione – ammise Sapìa – Ci vuol altro per dimostrare la validità universale di un’affermazione del genere. E sono problemi teoretici che è meglio lasciare ai filosofi.”

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Rosanna Bogo