Il delitto del barbone

Quinta parte

Qui la quarta parte.

Da quando aveva ricevuto l’incarico di indagare sul delitto del barbone l’ispettore Morganti non si era fermato un momento. Per giorni aveva macinato informazioni e chilometri, esaminato registrazioni, ascoltato testimonianze, interrogato barboni, negozianti, baristi, ferrovieri, mostrando in giro la foto della vittima. Nella zona della stazione tutti conoscevano di vista zio Ed, però nessuno, a parte il ‘Professore’, ammetteva di essere in rapporti amichevoli con lui.

L’ispettore aveva rintracciato i senzatetto presenti nel sottopassaggio la sera del delitto, si era avventurato di notte nei corridoi sotterranei della Stazione in compagnia dell’amico agente della Polfer e, guidato dal ‘Professore’, aveva visitato le mense e i dormitori frequentati dal Rava ma, alla fine, si era ritrovato un pugno di mosche in mano. Con l’aiuto di tre agenti aveva anche visionato i video della Sicurezza di tutta la zona ma, certo non per caso, all’ora dell’omicidio proprio la telecamera di una delle entrate del sottopasso si era guastata.

Morganti prendeva di continuo appunti sulla Moleskine che la moglie gli aveva regalato per Natale, ma sentiva di non avere ancora afferrato il bandolo dell’indagine. Così fu contento di essere costretto da Sapìa a parlare di lavoro con l’amico Antonio: tra loro, per un tacito accordo, l’argomento era tabù.

All’ora stabilita i due ispettori si incontrarono alla Stazione e decisero di andare a prendere un caffè, al tavolo.

“Così facciamo la seconda colazione e chiacchieriamo in pace – disse Morganti – offro io.”

“Cosa t’interessa, esattamente?” chiese Stasi, versando lo zucchero nel cappuccino.

“Per prima cosa le registrazioni delle telecamere, anche della gioielleria s’intende.”

“Del giorno della rapina, immagino.”

“Sì, ma anche dei mercoledì precedenti, per almeno un mese.”

“Cos’ha di speciale il mercoledì?”

“Ogni mercoledì il mio barbone si piazzava a mendicare accanto alla tua banca” disse Morganti.

“Davvero? nessuno mi ha parlato di un barbone, eppure sono certo di avere identificato tutte le persone presenti, fuori e dentro la filiale – osservò Stasi. Sembrava un po’ preoccupato – Potrebbe essere il basista, forse il palo.”

“Stai tranquillo Antonio, non ti è sfuggito niente. Mercoledì mattina il mio uomo era ancora vivo però non in via Nazionale e mi pare improbabile che fosse stato arruolato in una gang: in tutta la sua vita aveva commesso solo una banale truffa, un reato da colletto bianco, e si era subito beccato tre anni.”

“Beh, non si può escludere che fosse coinvolto, i basisti spesso non si sentono veri criminali – disse Stasi – comunque la pista mi pare interessante, avrai le tue registrazioni. Quelle della mattina della rapina e dei sei giorni precedenti te le posso dare anche stasera, le altre devo cercarle e ci vorrà un po’ di tempo. Non so quanto ti serviranno, i tre banditi sono gente esperta e non mostrano mai la faccia: entrando e uscendo si coprono con la sciarpa o il cappuccio del giaccone, all’interno della banca danno le spalle alla telecamera o tengono la testa bassa e, durante la rapina, portano un passamontagna. Insomma, quello che si vede non permette l’identificazione. Solo la donna è riconoscibile, ma non risulta schedata.”

“Una donna? Strano – osservò Morganti – da noi Bonny e Clyde non sono mai andati di moda.”

“In realtà non ha partecipato al colpo, era il cavallo di Troia dei rapinatori.”

“Cavallo di Troia?”.

“Già, è arrivata su una carrozzella, sembrava un’innocua invalida ma aveva un plaid posato sulle ginocchia e sotto le pistole: il vigilante non si è insospettito e l’ha aiutata a passare per l’uscita di sicurezza accanto alla porta girevole. I banditi erano già dentro: si sono avvicinati fingendo di offrire il posto in fila alla ragazza, hanno preso le armi e colpito la guardia alla testa col calcio della pistola. Anche senza audio, dalle riprese si capisce facilmente come sono andate le cose.”

“Allora state puntando alla ragazza, è una buona partenza!” esclamò Morganti.

“Già, ma è come cercare un ago nel pagliaio. Una biondina minuta, molto giovane direi, con una faccia qualunque.”

“Una figlia o una sorella…di sicuro non di queste parti, sarebbe troppo rischioso.”

“Come vedi anche noi siamo al buio. Domani potrò finalmente interrogare a guardia privata, ora sta meglio, ma sono sicuro che non mi dirà nulla di nuovo.

“Chiedigli se la ragazza aveva un accento particolare – suggerì Morganti – se sono rapinatori in trasferta potrebbero venire dal Sud.”

“Grazie per il consiglio, tu però fammi sapere se la Sfinge ha qualche altra visione.”

“Puoi contarci, Antonio!” disse Morganti alzandosi: doveva tornare a battere la sua pista.

Dopo una settimana di indagini la scrivania del Commissario Sapìa era già ricoperta di foglietti di tutti i colori ma il caos, per il momento, non si stava riorganizzando.

Magliana aveva lavorato con impegno al computer e, alla fine della selezione, in ballo rimanevano solo una trentina di nomi, tutti pericolosi assaltatori di banche e furgoni postali che Rava di sicuro conosceva, per lo meno di vista. Morganti intanto stava visionando i filmati consegnati da Stasi. Forse presto si sarebbe capito se la pista della banca era valida.

Le collinette di appunti denominate “Via Nazionale” “Rapina in banca” e “Compagni di galera” stavano crescendo ma, per passare dalla semplice tangenza al rapporto tra fatti, occorreva raccogliere altre informazioni ed innalzare un piccolo Everest cartaceo.

L’incertezza e lo stallo innervosivano Sapìa: quando si trovava a casa aveva l’impressione che la soluzione del caso approfittasse della sua assenza per allontanarsi, così si era presentato al lavoro anche sabato mattina, nonostante non fosse di turno.

A mezzogiorno però aveva deciso che era il momento di staccare. Non si sentiva dell’umore giusto per studiare le carte e aveva già trasferito sui post-it le ultime informazioni ricevute da Magliana: tanto valeva tornare a casa e riposarsi per un paio di giorni.

Aspettava con impazienza che dalle registrazioni della banca saltasse fuori qualcosa e aveva ordinato a Morganti di consegnare a Stasi l’ultimo elenco dei compagni di pena della vittima fornito da Magliana: l’ispettore dell’antirapina avrebbe vagliato anche per loro la posizione dei pregiudicati in lista.

Il Commissario Sapìa entrò in casa costatando con piacere che la serratura era stata chiusa a tripla mandata.

“Edda!” chiamò ad alta voce. Nessuno rispose. Non si sentiva odore di cibo cotto e le serrande erano chiuse.

Sapìa si domandò dove fosse finita la sua famiglia. All’improvviso ricordò che la moglie aveva borbottato qualcosa quando era entrato nel letto, la sera prima: si era già messo i tappi negli orecchi e quindi aveva afferrato solo alcune parole, ‘mamma, domani, pranzo’. Per tagliare corto aveva annuito, senza sapere a che riguardo.

Mise insieme tutti i frammenti, consultò il calendario appeso in cucina e comprese subito l’arcano.

Quel giorno la suocera compiva gli anni, moglie e figli erano andati a pranzo da lei. Guardò l’orologio: troppo tardi per raggiungerli, i genitori di Edda vivevano in un paesino di mezza montagna lontano almeno due ore di macchina.

Sul tavolo di cucina trovò un biglietto della moglie: come in una caccia al tesoro aveva scritto minuziosamente dove si trovavano vino, pane, una porzione di penne al sugo, prosciutto crudo e piselli al burro. La frase “tutto da riscaldare al microonde, tranne il prosciutto” era in lettere capitali e sottolineata.

Il Commissario mangiò con piacere. Quando era a casa non gli capitava spesso di stare a tavola da solo: masticava tranquillamente guardando dentro il piatto, come d’abitudine, ed era contento di farlo senza rischiare un rimprovero. La moglie, infatti, considerava quell’atteggiamento offensivo ed ogni tanto esternava con ira tutta la sua disapprovazione: “Perché non vai a mangiare in salotto o sul terrazzo, così non ti scocciamo più” sbottava, battendo il bicchiere o il piatto. Lui però non fissava il cibo per evitare di stare faccia a faccia con i familiari o fare conversazione: teneva la testa piegata anche quando, nei giorni di lavoro, andava a pranzo in trattoria e, diversamente dai mangiatori solitari, a tavola non leggeva, non guardava la televisione e non pensava. In realtà si comportava in quel modo inusuale perché, quando svolgeva una qualunque attività, tendeva a concentrarsi. Non gli piaceva fare due cose contemporaneamente.

Sapìa si preparò con calma il caffè, quello avanzato lo sopportava a stento nel latte la mattina, quindi si sdraiò sul divano del salotto, assaporando il silenzio e la pace della sua casa.

“Oh beata solitudo, sola beatitudo!” disse ad alta voce. Tanto nessuno poteva sentirlo.

Dormì almeno un’ora, poi lo squillo del telefono lo svegliò: era Morganti. Per una volta si pentì di aver scelto come collaboratore uno stakanovista.

“Ma lei, Morganti, non ce l’ha una famiglia?”

“Sì, Commissario, ma che c’entra?”

“Ogni tanto bisogna stare con la moglie e i figli, altrimenti si dimenticano che esistiamo.”

“Infatti sono a casa, ma sto guardando al computer le registrazioni che Stasi mi ha dato ieri sera. Credo di avere trovato qualcosa.”

“Un’impressione o un fatto?”

“Giudichi lei, dottore. Si tratta del mercoledì precedente quello della rapina, più o meno intorno a mezzogiorno. Un uomo si avvicina al mendicante, tira fuori il portafogli, prende una banconota e la depone nella ciotola di Rava.”

“Che c’è di strano, a parte un passante che, invece di dare in elemosina un euro, mette mano al portafogli. Sarà un uomo generoso, al massimo lo possiamo sospettare di imbecillità.”

“A dire il vero, Commissario, parecchie persone hanno fatto la carità al nostro mendicante, quella mattina. Però nessuno ha parlato con lui, a parte la guardia e questo tipo. E stato fermo davanti al Rava almeno tre minuti e la sua bocca si muoveva. Anche il barbone ha detto qualcosa poi, dopo una mezz’ora, Edo si è alzato e non è tornato nel pomeriggio.”

“In effetti, entrambi si sono comportati in modo insolito. E’ raro che qualcuno si fermi a parlare con un mendicante e il Rava, secondo quanto ha riferito il salumiere, rimaneva lì anche il pomeriggio.”

“Faccio un controllo incrociato con la lista di Magliana?”

“Sì, naturalmente. Ci vorrebbe proprio un bel colpo di fortuna per venire a capo del caso: ho il presentimento che, questa volta, o saltiamo qualche passaggio logico o restiamo al palo.”

“Se ci sono novità la richiamo in serata. Esce?”

“Sì, Ispettore, vado in discoteca con la morosa! – rispose sarcastico Sapìa – mi chiami al fisso, a qualsiasi ora. E sono a casa anche domani, ma non dica Bingo!, la prego, se trova qualcosa.”

“Eureka! va bene?” replicò con una punta di sarcasmo Morganti. Tra sé pensò che lavorare per un superiore così antipatico era davvero logorante.

L’ispettore staccò la comunicazione senza posare il telefono, intendeva avvertire della sua scoperta anche Magliana.

“Bel colpo, Andrea – disse il Vice commissario – se il tuo uomo conosceva Rava potrebbe essere un ex carcerato della mia lista.”

“Sì, ma anche un cliente dell’agenzia di assicurazioni della vittima oppure un vicino di casa dei bei tempi o un lontano cugino, un compagno di scuola, il suo barbiere e chi sa chi altro.”

“Certo, però metti insieme telefonino, conversazione, assenza nel pomeriggio e vedrai che tutto punta in una direzione e, accanto al monticello ‘via Nazionale, accattonaggio’, ci sono i post-it della rapina. Noi, caro Andrea, dobbiamo trovare un ponte tra le due colline, un collegamento o, come direbbe Sapìa, le ‘sinapsi tra le cellule nervose’.”

“Certo se il passante che parla con Rava è davvero un pregiudicato per rapina, la sua presenza davanti ad una banca che verrà assaltata il giorno dopo appare sospetta – ammise Morganti – però mi pare una soluzione troppo ovvia. Le cose non sono mai facili.”

“Cosa fa davanti ad una banca un rapinatore?” chiese scherzosamente Magliana.

“O assalta la cassa o fa una ricognizione” rispose prontamente l’Ispettore.

“Appunto! Vengo da te e porto il mio file di vecchi amici del Rava con il vizietto di ripulire banche.”

“Non ora però. Devi scusarmi ma ho un appuntamento. Ci vediamo stasera a cena, se per te va bene.”

“Aggiudicato” disse Magliana, felice dell’invito. Il Vice-commissario era scapolo e viveva da solo: passare una serata in famiglia, qualsiasi famiglia, gli scaldava il cuore. E poi la moglie di Morganti era un’ottima cuoca e il piccolo Tonino un bambino davvero educato.

Continua…




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Rosanna Bogo