Il delitto del barbone

Quarta parte

Qui la terza parte.

Il Commissario trascorse tutto il giorno a scrivere post-it: le informazioni fornite dal ‘Professore’ erano numerose e interessanti, alcune meritavano addirittura un foglietto rosso.

Mentre Sapìa iniziava la sua ricostruzione della realtà, Magliana raccoglieva informazioni sulla permanenza in carcere del Rava. Nel pomeriggio aveva inviato alcune e-mail e, il giorno dopo la sua casella postale era già piena di risposte e allegati.

“Magica potenza del 3 W! – esclamò Sapìa, osservando la frenetica attività alla tastiera del suo vice – un tempo i dipendenti dello Stato, prima di scrivere una lettera, ci pensavano tre volte, ora sparano posta elettronica a raffica. Ma non saranno notizie un po’ ridondanti? In fondo Rava non era Al Capone.”

“Effettivamente alcune comunicazioni provenienti da uffici diversi contengono duplicati – ammise il vice commissario – direi che la storia carceraria della vittima, tutto sommato, è semplice: ha scontato la pena in un solo carcere e, per tre anni, ha diviso la cella con fior fiore di delinquenti, pare senza particolari problemi. Molti detenuti si rivolgevano a lui per risolvere problemi di natura economica, domande di sussidi, consulenze finanziarie e lo proteggevano dai prepotenti.”

“Si faccia inviare un po’ di foto segnaletiche, Morganti le mostrerà al Biondi e agli altri barboni che vivono vicino alla stazione. Così sapremo se Rava frequentava ancora le sue vecchie conoscenze e aveva qualche affare sporco in corso.”

“Il Biondi sembra sicuro che l’amico avesse tagliato i ponti con l’ambiente della delinquenza – osservò Magliana – In fondo non apparteneva davvero a quel mondo, era un truffatore improvvisato e sprovveduto, non un criminale.”

“E’ vero, ma un uomo disperato può fare cose che neppure lui immagina – obiettò Sapìa – soprattutto se non ha più nulla da perdere.”

Il giorno seguente, verso le dieci, il Commissario Sapìa parcheggiò l’auto nel sotterraneo della stazione. Si mise in tasca la mappa stradale con le crocette che indicavano le postazioni di accattonaggio dello zio Ed suggerite dal ‘Professore’ e salì in l’ascensore fino al livello zero.

Approfittando della bella giornata, fredda ma asciutta, aveva deciso di percorrere a piedi le strade in cui la vittima trascorreva le sue giornate: non sapeva esattamente cosa cercare ma era certo che, da quella esplorazione a tappeto, avrebbe tratto dati interessanti.

Sapìa scoprì subito che il ragionier Rava aveva un certo fiuto per gli affari: i punti dove sostava per mendicare erano sempre strategici, intercettavano flussi di passanti diretti alla stazione e alle principali fermate degli autobus, oppure si collocavano accanto a self service frequentati da turisti, a negozi di lusso e grandi magazzini.

Dopo un paio di ore trascorse vagabondando nelle strade del quartiere, Sapìa raggiunse la crocetta più lontana dalla Stazione: una via molto trafficata su cui si affacciavano numerosi negozi. Secondo il ‘Professore’ Rava si sedeva a terra nello spazio tra le vetrine di una gioielleria e il bancomat di un istituto di credito il mercoledì.

Anche quella postazione, notò il Commissario, era stata scelta a ragion veduta: la mattina era notevole l’affluenza di clienti in banca, nel pomeriggio molti passanti si fermavano davanti alla vetrina della gioielleria oppure utilizzavano il bancomat.

Dall’altra parte della strada, all’altezza della gioielleria, si trovava un piccolo negozio di alimentari: da quel punto di osservazione si poteva vedere la zona dove sostava zio Ed perché, davanti alla banca, la sosta era vietata.

Sapìa entrò nella pizzicheria e si fece preparare una rosetta con prosciutto e stracchino.

“Qui davanti, vicino alla gioielleria, ogni tanto si siede un mendicante di mezza età, un tipo che non disturba, con uno zaino arancione, non è vero?” chiese al salumiere.

“Sì, un barbone tranquillo e neanche tanto sporco. Di solito viene il mercoledì. Lei è dei Servizi sociali?”

“Già, mi occupo di persone in difficoltà” disse il commissario: visto che l’uomo sembrava loquace non valeva la pena di spaventarlo evocando lo spettro della Polizia.

“Qualcuno si è lamentato di lui? Sono sicuro che non molesti i passanti. Pensi, quel poveretto faceva il ragioniere: quando la sua ditta è fallita si è ritrovato in mezzo ad una strada. In che mondo ci tocca vivere!”

“Ma allora lei lo conosce di persona, è un suo cliente?”

“No, nel negozio non è mai entrato. Queste cose le ho sapute dalla guardia della banca: tutti i giorni si fa fare un panino, anche lui prende prosciutto e formaggio. Il mercoledì passano ore ed ore a pochi metri di distanza, mi pare normale che tra loro parlino, soprattutto perché lui non è come i disgraziati che vengono negli altri giorni.”

“La guardia è quella che ora sta davanti al bancomat?”

“No, poveretto, è finito all’ospedale la settimana passata. Quello è un sostituto, non lo conosco. Ora che ci penso mercoledì mattina il mendicante non si è visto: meglio così! sa, c’è stata una rapina in banca e magari i banditi se la potevano prendere pure con lui! Forse è malato, ma non so dove abita, mi dispiace.”

“Non importa, tornerò a cercarlo un altro giorno, di mercoledì s’intende” disse Sapìa, mentre pagava il suo panino. Sentendo parlare di una rapina si era subito ricordato dell’articolo sull’assalto alla banca che aveva letto la sera dell’omicidio: quella era la filiale presa di mira dai banditi. Un bottino non eccezionale ma sostanzioso, trecentomila euro, e un vigilante della Sicurservice all’ospedale.

La notizia, si disse, era interessante: meritava un post-it rosso. Non poteva essere certo che tra il colpo in banca e la coltellata al Rava esistesse una relazione, però si trattava di eventi fuori dal normale che avevano un punto di contatto: l’elemento topografico. I rapinatori di una banca e la vittima di un omicidio avevano operato, almeno una volta, nello stesso luogo ma non contemporaneamente: quando la banca era stata ripulita il barbone non c’era ma era ancora vivo. La morte risaliva alle prime ore di giovedì.

Sapìa mangiò il panino nel parcheggio della stazione. La palpebra inferiore del suo occhio sinistro aveva iniziato a contrarsi: era un segno premonitore che annunciava l’imminente soluzione del caso.

Dopo mezz’ora era già seduto nel suo ufficio. Aveva deciso di approfondire le indagini sul passato carcerario della vittima. Magliana gli aveva fornito un file con un elenco di galeotti che Rava aveva sicuramente conosciuto, compagni di cella o di braccio con cui andava a mensa o prendeva aria. Accanto al nome il reato per cui il detenuto si trovava ‘ristretto’, il periodo trascorso nello stessa casa di reclusione del barbone e una foto segnaletica grande come un francobollo. Al commissario la lista era sembrata troppo lunga per condurre accertamenti a tappeto ma, limitando le ricerche ai rapinatori di banche, ora si poteva sfoltire notevolmente.

“Non è che adesso ci mettiamo a fare il lavoro dell’antirapine?” chiese Magliana.

“Noi abbiamo il nostro punto di osservazione, dottor Magliana – rispose Sapìa – in seguito incroceremo i dati.”

“E troveremo il punto di tangenza, ammesso che ci sia” aggiunse il vice commissario con aria scoraggiata.

“Vale la pena di tentare. Lei ha sempre fretta di arrivare alle conclusioni – replicò Sapìa con tono di rimprovero – invece le indagini si fanno con lo scalpello, la lima, la carta abrasiva e anche l’osso di seppia. Dal privato del barbone non emerge nulla e Morganti, con i suoi testimoni, non riesce a cavare un ragno dal buco: al punto in cui siamo non credo che, battendo ancora quelle piste, arriveremo da qualche parte.”

“L’ispettore Morganti rade l’erba bassa: se non trova nulla significa che non c’è nulla da trovare. Però sarebbe il caso di aspettare i risultati dell’altra indagine: i rapinatori di banche sono una categoria di delinquenti specializzati e abitudinari, in certo senso seriali, e i colleghi hanno di certo le mani in pasta più di noi.”

Sapìa detestava cercare l’aiuto di altri investigatori: quando gli venivano richiesti favori del genere di solito si mostrava infastidito e gli altri commissari, per ritorsione, non collaboravano volentieri con lui. In questo caso, però, doveva ammettere che Magliana aveva ragione.

Decise di tentare un abbocco con l’ispettore Stasi, un tipo gioviale che non portava rancore e andava a pesca con Morganti.

“Ha già parlato con il mio superiore, Commissario?” chiese Stasi, stupito di ricevere una telefonata dalla Sfinge.

“No, non si tratta di una cosa importante…vorrei solo che lei aiutasse Morganti in certe indagini…questione di poche ore. Stiamo lavorando al caso del barbone sgozzato nel sottopassaggio della Stazione, di sicuro ne avrà sentito parlare, e siamo su una pista che potrebbe portarci ai rapinatori della banca di Via Nazionale. Ma forse siete già vicini alla conclusione e le nostre informazioni non vi servono…”

“Senta, dottor Sapìa, lo sanno tutti che navighiamo in alto mare e il Capo ci sta alle costole perché i banditi hanno ferito gravemente un vigilante. Per fortuna ora sta meglio. Quindi mi interessa, e come, avere una dritta riservata. Chiamo subito Morganti, però lei non dica nulla al Commissario Pisapia, lo sa com’è fissato con le prerogative gerarchiche, le autorizzazioni del superiore ufficio e tutte quelle frescacce borboniche.”

“Noi non ci siamo mai parlati, Stasi” Sapìa chiuse la comunicazione soddisfatto di sé. Era riuscito a spacciare la sua richiesta di aiuto per una generosa offerta di collaborazione.

Stasi, appena tornato a casa e prima ancora di cenare telefonò a Morganti. Sabato, come al solito, erano andati insieme al laghetto del circolo di pesca sportiva “Il siluro”, ma non avevano parlato di lavoro: non lo facevano mai.

“Sono Antonio. Come stai? E Marcella…Tonino? Bene…anch’io. Sì, sabato torniamo al laghetto, ma ti ho chiamato per un altro motivo – disse l’ispettore Stasi – Oggi ho parlato al telefono con la Sfinge: ha bisogno di una mano ma non vuole rivolgersi a PiSapìa. Sarebbe uno scontro tra colossi, di m…”

“Il Commissario mi ha accennato qualcosa riguardo alla vostra conversazione – disse Morganti, senza permettere all’amico di finire la frase – se vuoi ti posso spiegare il problema in due parole: ci servono tutte le informazioni che hai sulla rapina di via Nazionale e le registrazioni delle telecamere della banca.”

“Sapìa, in cambio della mia collaborazione, ha promesso di darmi una dritta sui rapinatori, però non è sceso nei particolari” disse Stasi, con l’aria di voler saggiare un terreno scivoloso.

“Beh, le cose non stanno proprio così. Sarò chiaro, non mi piace menare il can per l’aia con un amico: noi non abbiamo in mano niente, a parte un’intuizione del Commissario.”

“La Sfinge ha letto il futuro nelle carte, anzi, nei suoi post-it?” domandò con tono divertito Stasi.

“Guarda che Sapìa sarà anche una carogna e un cervello strampalato, ma a volte centra il bersaglio e, a dire il vero, con il suo metodo bislacco anche un deficiente troverebbe buone piste da seguire. Sempre che abbia fatto un valido lavoro preparatorio, s’intende.”

“E quello glielo fai tu, al vecchio lunatico” aggiunse Stasi, ironico.

“Già, ma questa volta tiro le reti in barca sempre vuote: la tinca non abbocca, Carlo, neanche se metto il verme grosso. Allora tanto vale provare con la rapina; chi sa, magari abbiamo un colpo di…fortuna.”

“C’è il bambino vicino a te?” chiese Carlo.

“Bravo ispettore, hai capito che la fortuna non basta, ci vuole quell’altra cosa. Ma aspetta un attimo, ti faccio parlare con Tonino…vieni dal babbo, Totò, c’è zio Antonio al telefono.”

“Allora domani ci vediamo davanti all’Ufficio della Polfer, alle dieci” disse Stasi.

Il piccolo Antonio iniziò una conversazione surreale con l’amico del padre che, non a caso, era anche il suo eponimo padrino di battesimo.

Intanto l’ispettore Morganti era tornato in cucina. Quando il telefono aveva squillato stava parlando con la moglie dei suoi rapporti con il ‘Professore’.

“Hai pensato a quello che ti ho detto prima, Marcella? Vorrei la tua opinione, prima di andare avanti.” chiese Morganti.

“Che vuoi che ti dica, Andrea. Di questi tempi sarebbe meglio non andare in cerca di guai.”

“Dimmi tu cosa fare: Devo lavarmi le mani come Pilato e fregarmene del prossimo, diventare un secondo Sapìa.”

“Per carità! – disse Marcella – come Sapìa no! Meglio Nonsferatu.”

“Allora?”

“E va bene, proviamo. Ma per un mese e poi si vedrà. Un estraneo è sempre un estraneo: ti ricordi quella famiglia intervistata alla televisione? avevano adottato un nonno e poi era saltato fuori che si trattava di un pregiudicato, un truffatore incallito.”

“Ma dai! figurati se cado in un tranello del genere, non sono un ingenuo: faccio il poliziotto e so come si prendono le informazioni sulle persone. E poi, se non riuscissi a leggere dentro il cervello della gente, come farei a capire quando qualcuno mi racconta balle o vuole fregarmi?”

“Davvero fa la lettura del pensiero, signor Ispettore? E allora perché vuoi che ti dica cosa devi fare? Leggimi la mente!” disse Marcella scodellando la minestra.

“Ora mi concentro – mormorò Andrea, portandosi le mani alla tempia e chiudendo gli occhi – vedo…vedo una donna di nome Marcella: ha preparato per il marito una frittata di cipolle.”

“Bella forza, si sente la puzza in tutta la casa!” disse la moglie ridendo.

“Ma io vedo anche altro: lei desidera un nuovo forno a microonde perché quello che ha è piccolo e ritiene che l’idea di avere un barbone nel rustico al pian terreno sia ottima.”

“Addirittura ottima! E quanto grande sarà il microonde?”

“Enorme!” disse Andrea.

Tonino guardò i genitori con aria interrogativa: non capiva se parlavano sul serio o scherzavano. Aveva cinque anni e i bambini, a quell’età, non sanno stare al gioco.

Continua …

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Rosanna Bogo