Il delitto del barbone

Terza parte

Qui la seconda parte.

L’indomani Sapìa trovò il testimone Biondi Mario già seduto nel suo ufficio. Morganti, per conquistare la fiducia del ’Professore’, aveva ordinato un’abbondante colazione che il barbone stava consumando seduto alla scrivania di Magliana.

Il Vice commissario intanto consultava Internet utilizzando una postazione vcino alla finestra: l’ispettore era in piedi accanto a lui, evidentemente cercavano qualcosa in rete.

“Buongiorno e buon appetito – disse Sapìa rivolgendosi con tono ironico al testimone – vedo che è mattiniero… ha fatto bene a venire presto perché credo che noi due faremo una lunga, lunga conversazione.”

Il Professore rimase con un ‘bombolone’ a mezz’aria. Avvertiva una certa acrimonia nella voce del nuovo arrivato, di certo non sembrava una persona gentile come l’ispettore, ma non comprendeva perché mai fosse ostile nei suoi confronti: stava lì per ripetere la dichiarazione che aveva rilasciato due giorni prima al Vice commissario, non era un sospetto o un testimone reticente. Ma forse il Commissario nutriva qualche dubbio su di lui, magari voleva farlo cadere in contraddizione e accusarlo di omicidio.

Morganti si accorse subito che il barbone stava alzando le difese e cercò di ripristinare un clima amichevole:

“Può finire il suo ‘bombolone’, signor Biondi – disse – al Commissario non dispiace, vero?”

“Si figuri, faccia, faccia pure, non ci sono problemi” replicò Sapìa.

“Gradisce una pasta? – gli chiese il barbone con tono educato – l’Ispettore Morganti è stato così buono da ordinare un intero vassoio. Davvero troppa grazia solo per me!”

Il commissario Sapìa, in un altro momento, avrebbe rifiutato sgarbatamente l’offerta di quel derelitto vestito di stracci però, dalla carta buttata nel cestino, deduceva che la colazione proveniva dal Bar Primavera, la pasticceria migliore della zona, e anche quella mattina non aveva fatto colazione prima di uscire di casa: a parte una tazza di caffelatte era a stomaco vuoto. Così decise che accettare una pasta avrebbe rassicurato il testimone e prese una sfogliatina alla crema dicendo “Grazie” un po’ a denti stretti.

“Chiamo il bar per il caffè?” domandò Morganti, stupito dal comportamento accondiscendente di Sapìa.

“Ma sì, un caffettino ci sta bene” rispose il commissario, aggredendo un cannolicchio alla cioccolata: aveva letto che il cacao era un potente antidepressivo.

“Per me un cappuccino, Andrea” disse Magliana all’amico Ispettore.

Il Commissario non amava perdere tempo e, in attesa del garzone della Primavera, cominciò ad interrogare il suo testimone, tra un boccone e l’altro.

“Per cominciare mi dica quello che sa della vittima, lo zio Ed. A proposito, il suo cognome era…”

“Rava” aggiunse prontamente Morganti.

“Lo sapevo già, Commissario, ma non me la sono sentita di riferirlo all’Ispettore perché Edo mi aveva fatto giurare di non rivelarlo a nessuno. In caso di disgrazia voleva che avvertissi la moglie…”

“E lei l’ha fatto?” chiese Sapìa.

“No, ancora no. Immagino di dover chiedere il vostro permesso.”

“Non vedo perché, la informi pure – disse il Commissario – ma ci comunichi il suo indirizzo, così possiamo contattarla anche noi.”

“Chiamo un agente per verbalizzare, Commissario?” domandò Magliana.

“No, metta in funzione il registratore. Non le dispiace, vero, signor Biondi? questo è un’incontro informale. Magari, in seguito, trascriveremo le cose più importanti. Ora però voglio sapere tutto, ma proprio tutto, anche le cose più insignificanti del Rava e dei suoi ultimi giorni di vita.”

“Tutta la verità?”

“No, tutti i fatti. Io mi muovo sul piano dei dati empirici, la verità è un concetto …”

“Gnoseologico?” aggiunse il testimone.

“Sì, appunto. A me interessa solo la sua visione in soggettiva dell’accaduto: tutto quello che sa sulla povera vittima o che ha visto la notte del delitto e i giorni precedenti”

“Si potrebbe definire una verità parziale o una parte della verità” osservò il ‘Professore’.

“Limitiamoci ai fatti, Biondi, è meglio” tagliò corto il Commissario, pensando “Questo barbone ha una dialettica insolita per un senzatetto, devo ricordarmi di chiedere a Morganti chi è e da dove viene.”

“Il povero Edo ed io eravamo amici da quattro anni. Mi aveva raccontato la sua storia, un’esperienza simile alla mia. Entrambi venivamo da famiglie del tutto normali ed eravamo finiti sulla strada per una serie di sfortunate vicende.”

“Anche lei è stato in galera?” domandò con finta ingenuità Sapìa.

“Vedo che è già al corrente delle disavventure giudiziarie del mio amico, però non era al carcere che mi riferivo, io non ho mai avuto nulla a che spartire con i tribunali, prenda pure tutte le informazioni del caso. Intendevo dire che sia io che Edo avevamo alle spalle una vita normale, con un lavoro, una casa, un’auto, una moglie, vacanze al mare e cenoni in famiglia a Natale o Capodanno in famiglia. Poi un evento disastroso si era portato via tutto e la nostra esistenza era ricominciata da zero, nelle cloache della Società. Per Edo la catastrofe aveva preso le sembianze del carcere, per me della clinica psichiatrica…”

Sapìa gettò un’occhiata a Morganti come per dire “potevi avvertirmi che era un matto!” e la sua reazione non sfuggì al testimone.

“Non si preoccupi, dottore, la mia testa ora funziona perfettamente. Dieci anni fa, però, ho perso all’improvviso mia moglie e quel trauma mi ha fatto cadere in una terribile depressione. Non mangiavo più, non parlavo, non mi alzavo dal letto e avevo smesso di recarmi a scuola: all’epoca insegnavo in un istituto magistrale. Così, in un attimo di lucidità o di follia totale, ho accettato di curarmi e sono entrato volontariamente in una clinica privata: la degenza si è protratta per tre anni e le spese mediche hanno lentamente prosciugato i miei risparmi poi, come previsto dal contratto in caso di assenza prolungata, sono stato licenziato. In effetti, non mi sentivo più in grado di stare in classe, ma ero troppo giovane per andare in pensione e la commissione che doveva valutare la mia percentuale di invalidità mi giudicò più o meno normale: come vede quando dico di essere sano di mente baso la mia affermazione su un parere medico. Poi le mie condizioni sono effettivamente migliorate e la clinica mi ha dimesso ma, nel frattempo, avevo perso la casa, il lavoro, i risparmi e quasi tutta la famiglia. Attualmente credo sia ancora viva solo una mia sorella che non vedo da almeno vent’anni. Così sono finito tra i barboni, ma mi considero un senzatetto nel corpo, non nello spirito. Anche Edo non si era rassegnato alla vita di strada però, quando non hai una famiglia alle spalle e cadi, la Società non ti porge una mano per rimetterti in piedi.”

“Credo che il quadro generale sia chiaro, non occorre che aggiunga altro sull’argomento – disse Sapìa – mi parli di cosa faceva abitualmente il signor Rava, dove stazionava durante il giorno, dove mangiava, dove dormiva.”

“Edo chiedeva l’elemosina in almeno sette posti diversi. Sa, a volte bisogna lasciare libera una buona postazione perché interessa ad un concorrente più forte o più spalleggiato, ma appena se ne va ce la riprendiamo. Noi due non facevamo parte di un gruppo, eravamo outsider o come diceva Edo “freelance”, così ci spostavamo spesso da un punto all’altro, ognuno per conto proprio. Ma la sera quasi sempre passavamo insieme qualche ora e spesso dormivamo vicini.”

“Come la notte dell’omicidio” osservò il Commissario.

“Sì, anche due giorni fa. Avevamo deciso di trascorrere la notte nel sottopasso, ma Edo si era messo in angolo appartato, non so perché. A volte era di cattivo umore e preferiva stare da solo, ma quella sera non mi sembrava affatto abbattuto.”

“Ha notato qualcosa di strano in lui, aveva più denaro del solito o parlava di cambiare vita, magari stava per partire…” domandò Sapìa.

“No, direi di no. Quella sera era come sempre… però, stando vicino a lui, ho avuto l’impressione di sentire la suoneria di un telefonino, anzi il rumorino che quegli aggeggi producono quando vibrano.”

“E prima Rava non aveva il telefonino?”

“No, e neppure io ce l’ho. Un vero barbone non ha famiglia, né interessi economici, né amicizie fuori dal suo ambiente, che se ne fa di un telefonino? chi mai dovrebbe chiamare?”

“Insomma, l’ultima sera della sua vita Edo aveva un telefonino ma lo teneva nascosto” suggerì Sapìa.

“Proprio così. Ho sentito le vibrazioni verso le sette: lui si è allontanato per qualche minuto e poi non ho più pensato a chiedergli spiegazioni.”

“Adesso ci racconti come ha scoperto il cadavere del Rava.”

“Quella notte eravamo sdraiato a una certa distanza e io ho dormito per ore come un sasso: avevo un po’ ecceduto con la grappa, per riscaldarmi, e il mio stomaco era vuoto”

“Davvero? Allora quei bravi signori che girano per le stazioni e nei ricoveri dei vagabondi portando coperte e minestra calda esistono solo nei servizi giornalistici?” domandò il commissario con tono polemico.

“Esistono davvero e spesso ci aiutano, ma quella sera non mi andava di mangiare. Anche a un poveraccio, qualche volta, può passare l’appetito, non crede?”

“Insomma, lei russava lontano dal suo amico quando è stato sgozzato e non ha visto o sentito nulla.”

“E’ la verità, glielo giuro! Pensa che non avrei cercato di aiutarlo? Era il mio unico amico, una persona che sapeva cosa significa continuare a vivere ma essere morti dentro, muoversi di giorno in un incubo e sognare di notte la casa in cui si abitava un tempo, la donna che si amava, i libri che si leggevano e… il letto. Lei non può immaginare cosa si prova pensando al letto dove abbiamo dormito per anni…sdraiati su un cartone all’aperto, mentre piove o nevica.”

“Basta, le credo – esclamò il Commissario Sapìa, infastidito dal racconto del ‘Professore’- vada avanti, per favore.”

“Quella notte, come le ho detto, dormivo profondamente. Poi, verso le due, mi sono alzato.”

“E’ stato svegliato da un rumore, magari da un grido soffocato…”.

“No, da un incubo – disse il ‘Professore’ – mi sono avvicinato a Edo perché avevo fatto un brutto sogno e volevo raccontarglielo. E’ un modo per allontanare le sensazioni sgradevoli che rimangono al risveglio. Ho chiamato ‘Edo’ e poi, visto che non mi rispondeva, ho spostato la coperta matrimoniale che lo copriva fin sopra la testa e ho visto…era già morto, sangue ovunque, uno spettacolo orribile.”

“E mi dica, secondo lei il plaid era stata sistemato in quel modo per ritardare la scoperta del corpo?” domandò Sapìa. Naturalmente conosceva già la risposta: la coperta poteva rimanere in quella insolita posizione solo in caso di morte fulminante, infarto, avvelenamento o congelamento, forse anche per una pistolettata ben mirata. La vittima invece aveva resistito al suo aggressore armato di coltello e, sotto la coperta, la scena del crimine mostrava evidenti tracce di lotta.

“Sì, qualcuno lo aveva coperto così apposta, è chiaro – rispose Biondi senza incertezza – però le ripeto, io non ho sentito nulla.”

“Continui pure.”

“Ho capito subito che era morto e sono corso ad avvertire gli agenti al posto di guardia della Stazione. Erano quasi le due. Poi è arrivato il signore che mi ha gentilmente offerto la colazione…”

“Vice commissario Magliana” disse Magliana.

“Appunto, il Vice commissario Magliana con i poliziotti e l’ambulanza.”

“Per oggi può bastare, vada pure – disse Sapìa – ma torni domani, all’ora che le dirà l’ispettore Morganti. Voglio che segni su una mappa della città i punti dove Rava di solito chiedeva l’elemosina e scriva un elenco delle persone presenti nel sottopassaggio al momento dell’omicidio: il nome o il soprannome e una descrizione sommaria sono sufficienti.”

Quando i tre investigatori rimasero soli Magliana prese in mano il suo rapporto.

“E’ chiaro che l’assassino ha perso tempo per sistemare la coperta – osservò, guardando le foto – quindi non si tratta di un omicidio d’impeto commesso da una persona fuori di sé: un pazzo furioso, un ubriaco o un drogato in astinenza non si sarebbero preoccupati di occultare con cura il corpo.”

“E il telefonino dov’è finito? – domandò Sapìa – Non è stato rubato da un barbone perché un poveraccio forse avrebbe lasciato perdere uno zaino pieno di stracci ma non i trenta euro a terra. E poi, quando Biondi ha scoperto il cadavere del Rava, gli altri senzatetto se la sono data a gambe, subito dopo è arrivata la Polfer. Quindi il telefonino è stato portato via dall’omicida. E’ un particolare davvero curioso…se nessuno sapeva che Edo aveva un telefonino, neppure il suo amico Professore, chi ha chiamato il nostro uomo poche ore prima della sua morte?”

“L’assassino!” esclamarono insieme Magliana e Morganti.

“Flic floc!” disse il Commissario Sapìa.

Continua…

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Rosanna Bogo