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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per gennaio 2011

Ranuncolo e Biondella

PERSONAGGI

Il Re La guardia Filippone
La Regina Biondella, figlia di Filippone
Il principe Fortebraccio Ranuncolo il taglialegna
La strega Farfulla La nonna di Ranuncolo
Un coccodrillo (o altro animale carnivoro)

LUOGO DELL’AZIONE:

Atto primo: il castello del Re, il bosco

Atto secondo: il castello del Re, il bosco

Atto terzo: Il castello del Re, il bosco, la casa della strega Farfulla

ATTO I

 

Scena Prima: nel castello del Re. Il Re e la Regina

 

Re: Buongiorno Regina, si è già svegliato nostro figlio Fortebraccio?

Regina: Sì, marito mio, ed è anche di cattivo umore: ha versato il caffellatte nella vasca dei pesciolini perché non era abbastanza dolce e non ha voluto fare il bagno perché l’acqua non gli sembrava calda al punto giusto.

Re: Quel ragazzo ha proprio un brutto carattere. Non diventerà mai un bravo re se non impara le buone maniere ! E poi è troppo capriccioso.

Regina: Non è certo colpa mia, in famiglia noi siamo molto educati.

Re: E i miei parenti sono tutte persone a modo. Casomai somiglia a tuo zio Melchiorre che vuole avere sempre ragione e non manda gli auguri per Natale.

Regina: Ma se mio zio è alto due metri! Secondo me Fortebraccio somiglia a tuo nonno, il re Sigillo. Lo sanno tutti che era basso e prepotente.

Re: Il mio nonnino era gentile e di statura normale, certo non portava scarpe più grandi di una barca come tuo zio.

Entra il principe Fortebraccio, somiglia a un nanetto di Biancaneve

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Rosanna Bogo

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Il posto giusto per vivere

Da una foto di Enrico Maestrini

Scritto in occasione dei 50 anni del mio comune, dedicato agli amici Johann e Augustine.

Quando Johann e Augustine arrivarono qui, oltre trent’anni fa, avevano ancora negli occhi il sole dell’Africa. Avevano ancora nella mente le filastrocche e nelle orecchie le voci dei bambini. Dopo aver visto il deserto non puoi trasferirti in una città. Dopo aver guardato il cielo stellato nel nero assoluto di quelle notti, non puoi più abituarti alla luce forte dei lampioni. Hai bisogno di spazio, di natura, di silenzio, di buio. E’ per questo, forse, che la nostra campagna apparve ai loro occhi come il posto in cui cercare e trovare pace. Il posto in cui lasciare che il tempo facesse il suo corso naturale, ma un tempo più umano e più mite.

E così scelsero la loro casa, giù nella valle sotto il paese, un vecchio podere fatto di mattoni e fatica, di tegole e sogni. Le cose materiali si possono sempre sistemare se dentro di noi l’equilibrio è stabile.

Nella loro nuova casa c’è abbastanza spazio per tutto l’essenziale: tanto spazio per l’arte e per la musica, spazio per ospitare gli amici, spazio fuori per conoscere il sudore di chi coltiva la terra. Per i fiori, per i frutti, per gli animali e per i bambini. Affacciarsi alla finestra vuol dire godere dei campi coltivati dalle mani sapienti dei contadini maremmani, e a guardare bene puoi immaginarti il mare, disteso oltre le colline. Il paese se ne sta abbarbicato sul monte, come una lucertola immobile sotto il sole. Fa compagnia, soprattutto la sera quando si spegne il sole e si accendono le stelle ed il buio, là fuori, è nero come il buio. Notte, silenzio, stelle da osservare e pensieri in viaggio dalla  mente all’infinito. E, con un piccolo telescopio, le mille facce della luna.

Ogni giorno un po’ di tempo per le cose che si amano. La vita si nutre delle piccole occupazioni quotidiane. Può nutrirsi di musica, quando questa fa parte dell’anima. Lassù al paese ci sono persone che sanno suonare e che hanno voglia di cantare. Lassù al paese si può creare qualcosa, magari un coro o un piccolo gruppo di strumenti. Magari si possono incontrare ragazzini con la musica nell’anima, che diventeranno adulti con la musica nell’anima e che continueranno a suonare anche quando le loro vite prenderanno strade diverse. Magari.

E poi il tempo corre e si mangia le stagioni. Gli inverni sono miti, di rado si vede la neve che quando viene dura poco. Le estati sono calde e buone, portano frutti e colori. Nelle valle si continua a suonare, a comporre musica, a dipingere, a creare opere d’arte ispirate alla natura e all’uomo. Si combattono battaglie dure, si vincono guerre importanti. Si fanno viaggi lunghi su strade affollate, ma poi si torna sempre lì, allo stesso indirizzo, come se lì, oramai, ci fossero le radici.

E intanto il futuro diventa passato, come accade sempre. Il coro, insieme ad altri creato e cresciuto, è un figlio che ha avuto nelle gambe abbastanza forza per camminare da solo, lassù al paese. Il gruppo strumentale invece è come un frutto comodamente adagiato sulla pianta, e non cade. Continua ad esistere, con il suo carico di calore umano, fatto di ragazzini diventati adulti ed altri, nuovi, che arrivano.

Fuori dalla finestra il tramonto non è mai cambiato. Il paese è ancora abbarbicato sul monte, immobile sotto il sole. E se guardi bene, con occhi saggi, puoi ancora scorgere il mare, adagiato e calmo, al di là delle colline.



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Beatrix

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La prima inchiesta del commissario Sapìa – 3

Il delitto del barbone

Terza parte

Qui la seconda parte.

L’indomani Sapìa trovò il testimone Biondi Mario già seduto nel suo ufficio. Morganti, per conquistare la fiducia del ’Professore’, aveva ordinato un’abbondante colazione che il barbone stava consumando seduto alla scrivania di Magliana.

Il Vice commissario intanto consultava Internet utilizzando una postazione vcino alla finestra: l’ispettore era in piedi accanto a lui, evidentemente cercavano qualcosa in rete.

“Buongiorno e buon appetito – disse Sapìa rivolgendosi con tono ironico al testimone – vedo che è mattiniero… ha fatto bene a venire presto perché credo che noi due faremo una lunga, lunga conversazione.”

Il Professore rimase con un ‘bombolone’ a mezz’aria. Avvertiva una certa acrimonia nella voce del nuovo arrivato, di certo non sembrava una persona gentile come l’ispettore, ma non comprendeva perché mai fosse ostile nei suoi confronti: stava lì per ripetere la dichiarazione che aveva rilasciato due giorni prima al Vice commissario, non era un sospetto o un testimone reticente. Ma forse il Commissario nutriva qualche dubbio su di lui, magari voleva farlo cadere in contraddizione e accusarlo di omicidio.

Morganti si accorse subito che il barbone stava alzando le difese e cercò di ripristinare un clima amichevole:

“Può finire il suo ‘bombolone’, signor Biondi – disse – al Commissario non dispiace, vero?”

“Si figuri, faccia, faccia pure, non ci sono problemi” replicò Sapìa.

“Gradisce una pasta? – gli chiese il barbone con tono educato – l’Ispettore Morganti è stato così buono da ordinare un intero vassoio. Davvero troppa grazia solo per me!”

Il commissario Sapìa, in un altro momento, avrebbe rifiutato sgarbatamente l’offerta di quel derelitto vestito di stracci però, dalla carta buttata nel cestino, deduceva che la colazione proveniva dal Bar Primavera, la pasticceria migliore della zona, e anche quella mattina non aveva fatto colazione prima di uscire di casa: a parte una tazza di caffelatte era a stomaco vuoto. Così decise che accettare una pasta avrebbe rassicurato il testimone e prese una sfogliatina alla crema dicendo “Grazie” un po’ a denti stretti.

“Chiamo il bar per il caffè?” domandò Morganti, stupito dal comportamento accondiscendente di Sapìa.

“Ma sì, un caffettino ci sta bene” rispose il commissario, aggredendo un cannolicchio alla cioccolata: aveva letto che il cacao era un potente antidepressivo.

“Per me un cappuccino, Andrea” disse Magliana all’amico Ispettore.

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Rosanna Bogo

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La prima inchiesta del commissario Sapìa – 2

Il delitto del barbone

Seconda parte

Qui la prima parte.

“Venga da me, Morganti. Ho bisogno di lei” disse il Commissario al telefono.

L’ispettore, all’altro capo del filo, rimase in silenzio. Tra loro notoriamente non correva buon sangue ed convenevoli erano superflui. Dopo un minuto si trovava già nell’ufficio del suo superiore.

“Ha sentito del barbone?”

“Sì, un caso difficile…probabilmente finirà archiviato. Tanto a chi importa trovare l’assassino di un mendicante, un drogato o una prostituta? La gente perbene pensa che finire ammazzati faccia parte dei rischi del loro mestiere”.

“Le garantisco che a me importa, ma non per le ragioni che crede lei. Gli uomini, guardati di fino, sono davvero tutti uguali: nessuno vale un centesimo. E gli ultimi, i deboli, i poveri, i malati non sono migliori dei primi. Ma questa è solo la mia opinione e, ovviamente, l’universo mondo si considera ab aeternum buono e meritevole. Però sono convinto che, quando si fa un lavoro, quale che sia, si deve fare bene ed anche lei la pensa così. Non è vero? Noi siamo due astuti gatti ma potremmo anche appartenere alla categoria dei topi e, in questo caso, ora saremmo qui a studiare il modo migliore per arrivare alla forma di cacio. Ci teniamo a raggiungere il risultato e diamo sempre il massimo perché siamo perfezionisti.”

“Lei mi conosce, Commissario, non sono il tipo che si tira indietro o guarda l’orologio e il calendario – replicò Morganti – quando c’è carne al fuoco, secondo me, chi lavora nell’interesse di tutti deve essere disposto a sacrificarsi. Però, quanto a fare il delinquente o, come dice lei, il topo di fogna, mi dispiace ma la penso in modo diverso: a vent’anni avrei potuto diventare uno spacciatore, un teppista o un piccolo delinquente come tanti ragazzi del mio quartiere, dopotutto era una strada in discesa, invece ho deciso di arrampicarmi e servire lo Stato perché credevo, e credo ancora, che si debba difendere la legge e stare da questa parte della barricata.”

“Quanta retorica, ispettore! – osservò Sapìa con un ironico sorrisetto – lei è proprio un ingenuo sognatore…le sembra che nel nostro campicello abbondino davvero gli onesti e i giusti? sono rarità anche tra i fedeli servitori dello Stato, anzi, in tutto il genere umano se ne trovano ben pochi. Ad esempio io non ritengo affatto di appartenere alla schiera degli eletti: mi trovo qui perché ho estratto a sorte una famiglia, un’educazione, un carattere che mi hanno fatto diventare quello che sono. Se mio padre, invece di insegnare Matematica in un liceo di provincia, avesse fatto il mafioso ora sarei don Italo Sapìa. Quando due eserciti si fronteggiano bisogna per forza schierarsi: io seguo la nostra bandiera, mi batto con le unghie e con i denti, ma so che il confine tra le trincee è labile. Anzi, noi abbiamo già perso.”

“Perso cosa?” domandò Morganti, confuso dalle elucubrazioni del commissario.

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Rosanna Bogo

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Il Commissario Sapìa

Continuiamo la pubblicazione del giallo a puntate sulla prima inchiesta del  Commissario Sapìa.

Buona lettura.

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admin

La prima inchiesta del commissario Sapìa – 1

Il delitto del barbone

Prima parte

Il commissario Sapìa suonò il campanello. Non un rumore, non un raggio di luce filtrava dall’interno: l’appartamento era immerso nel silenzio e nell’oscurità. Attese qualche secondo tamburellando con le dita sul muro, poi suonò di nuovo, più energicamente. Ormai stava per perdere la pazienza:

“Allora, devo buttare giù la porta!” esclamò con tono perentorio ma senza gridare. Alle sette del mattino non era il caso di mettere in allarme l’intero condominio.

“Vengo, vengo! Un attimo!” rispose una voce femminile.

Poco dopo l’anta si aprì: sulla soglia apparve una donna di mezza età, scarmigliata e in pigiama; socchiudendo gli occhi per evitare di essere abbagliata dal neon del corridoio, guardò il commissario con espressione infastidita.

“Ah, sei tu” disse la donna sbadigliando.

“Aspettavi il principe azzurro?” replicò Sapìa, entrando sgarbatamente in casa sua.

“Hai dimenticato le chiavi?”

“Che acume! si vede che hai sposato un poliziotto!” osservò ironicamente il commissario prendendo il mazzo di chiavi che, la sera prima, aveva lasciato nel vuota-tasche sul comò della camera da letto.

“Ti faccio un caffè, Italo?” domandò la moglie. Ormai era del tutto sveglia, tanto valeva mostrarsi conciliante.

“No, è tardi – rispose seccamente il marito – certo, mezz’ora fa, avrei detto sì, ma non posso pretendere che tu ti alzi per prepararmi la colazione. Devi riposare.”

“Eh, già…con tre figli da crescere e un marito da accudire sto sempre a pittarmi le unghie in poltrona mentre tu, poverino, all’alba vai a guadagnare la pagnotta!” disse la signora Sapìa con tono sarcastico.

Il commissario non raccolse la provocazione e tornò nell’ingresso. Aveva fretta ma, prima di uscire, trovò il tempo per tirare un calcio alla porta della camera dove dormivano i due figli maschi, Goffredo e Paolino:

“Giù dalla branda, marmotte, sono le sette! – gridò – A scuola, raus! E mettete la sveglia quando andate a letto.”

“Non fare baccano, Italo, poi i vicini vengono da me a protestare!” implorò la moglie.

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (483)

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Dr J. Iccapot