23 dicembre

Carlo entrò nella stanza senza fretta, posò delicatamente la valigia sul letto e l’aprì: la prima cosa da fare, si disse, era rendere ‘natalizia’ quell’anonima camera d’albergo.

Dal suo piccolo trolley a prova di bagagliaio d’aereo estrasse lentamente un oggetto, avvolto alla meno peggio nella carta velina.

“I doganieri si sono comportati proprio male – pensò, guardando con aria preoccupata l’informe pacchetto – hanno strappato la confezione senza alcun riguardo… forse è anche colpa mia, dovevo mettere l’avviso ‘handle with care’, per sicurezza”.

Poi, maneggiando con attenzione l’involucro, cominciò a togliere i fogli di protezione, uno ad uno, finché da quell’ammasso di carta non saltò fuori un alberino di Natale ripiegato ad ombrello.

Non un moderno gadget di plastica ‘made in China’, ma un’accurata imitazione della natura, un abete mignon con appesi innumerevoli vetri di Murano colorati raffiguranti animali, fiori, sfere e stelle.

Carlo possedeva quell’insolito oggetto fin dall’infanzia: era un regalo che i nonni, stanchi di sentirlo chiedere ogni Natale un albero come quello degli altri bambini, gli avevano portato da Venezia.

All’epoca la nordica moda di Santa Claus e dell’abete decorato aveva già attecchito in tutto il Paese ma in casa di Carlo, per principio, si continuava a fare solo il presepe.

Non però un presepe qualsiasi: ai primi di dicembre tutti i membri della famiglia, escluso Carlo, iniziavano a montare in salotto un enorme plastico che, di anno in anno, conquistava spazio arricchendosi di nuovi personaggi e scenari.

I genitori, i nonni ed il fratello, con la scusa di rappresentare la nascita di Gesù nella Palestina occupata dai Romani, per quindici giorni davano libero sfogo alle loro fantasie, ricreando un minuscolo universo fuori dal tempo e dalla storia. La Sacra Famiglia, di solito, finiva relegata in un angolo e, in quel coacervo di case, taverne, soldati, acquaiole, pecore, pastori, cammelli e artigiani intenti alle più varie attività nel pieno della Notte Santa, la grotta della Natività si riconosceva solo per la Cometa che sovrastava l’ingresso del misero ricovero di Giuseppe e Maria.

Indifferente alla frenetica attività creativa dei parenti, il piccolo Carlo passava ore a fissare il “suo” albero di Natale, ipnotizzato dal luccichio dei vetri colorati in cui vedeva riflettessi mille mondi, ben più ricchi e fantasiosi di quello che troneggiava in salotto. L’oggetto che doveva rappresentare semplicemente il surrogato di un vero abete si era trasformato in un catalizzatore di desideri e di sogni, la magica porta d’ingresso della Festa. E lo scorrere del non aveva appannato il suo fascino: dopo trent’anni per Carlo il Natale si identificava ancora con l’alberino di Murano.

“Ho fatto bene a portarti con me… in una casa vuota ti saresti annoiato! – disse Carlo, rivolgendosi al suo fidato compagno di vetro – ti metto sulla cassettiera così, ogni volta che mi guarderò allo specchio, sarai accanto a me.”

Posò sul mobile l’alberino, con i rami ben aperti, e lo guardò compiaciuto. Poi, per godersi a pieno quell’idilliaco momento di serenità, si sdraiò sul letto libero. La stanza era una doppia.

“Sì, è la posizione migliore – mormorò – ti posso vedere anche da qui.”

L’albergo si trovava in una sperduta isola dell’Emisfero Australe, il termometro segnava trenta gradi, il sole meridiano splendeva implacabile ma, chiuso nella sua camera d’albergo, Carlo aveva l’impressione che fuori nevicasse e si rammaricò di non aver portato anche la palla di vetro con dentro la capanna della Sacra Famiglia: l’atmosfera natalizia sarebbe stata perfetta.

L’incanto però svanì bruscamente non appena Arianna, la moglie di Carlo, spalancò con un calcio la porta della camera, appena accostata.

La donna entrò trascinando un’enorme valigia e imprecando contro i due porters che, stracarichi di bagagli, la seguivano sudati e ansimanti.

“Avanti, marmotte! Hurry up! se non avete muscoli per fare i facchini trovatevi un altro lavoro, scansafatiche che non siete altro!”

Carlo si alzò dal letto per aiutare la moglie e chiese:

“Hai risolto il problema all’aeroporto?”

“Certo! cosa ti sembra questa, una carriola? – rispose sarcastica Arianna – Le valigie mancanti, alla fine, sono saltate fuori, ma ho dovuto fare un casino del diavolo per convincere quei pelandroni a guardare in tutti gli angoli del loro maledetto deposito: a un certo punto mi è toccato persino fingere di chiamare il consolato! E’ stata dura, però l’ho spuntata.”

“Come sempre, tesoro” commentò ironico Carlo.

“Perché non hai vuotato il tuo trolley? – chiese Arianna, un po’ contrariata – Ah! dimenticavo… prima dovevi preparare l’altarino per il tuo ‘totem’! Lo sai che i doganieri volevano romperlo per vedere se conteneva droga? L’ha scampata bella!”

“All’inizio si erano insospettiti… poi però hanno capito che si trattava solo di un innocente decoro natalizio!”

“Già, ormai anche da queste parti si sono adeguati… oggi non occorre essere cristiani per festeggiare il 25 dicembre. Natale offre un pretesto per bere, mangiare, scambiarsi regali e, quando si gode, tutto il mondo è paese!”

“Per me il significato del Natale è ancora quello di una volta.” replicò Carlo risentito.

Intanto i facchini aveva finito di trasportare le valige e aspettavano il loro compenso. Arianna, borbottando contro i servizi inadeguati offerti dall’albergo, li liquidò con una mancia tutt’altro che generosa. Poi chiuse la porta con malagrazia e, voltandosi, guardò il marito negli occhi:

“Per me, invece, lo sai cos’è Natale? – disse con voce tagliente – una grandissima rottura! significa ore ed ore al telefono con lontani parenti o conoscenti di cui non t’importa un fico secco, auguri di felicità fatti a persone che vedresti volentieri stecchite, maratone nei negozi per trovare il regalo giusto per tizio o caio e poi, dulcis in fundo, è obbligatorio mostrare un buon cuore degno di un santo… il ché equivale a sganciare quattrini a tutti: agli amici degli animali, ai missionari della Foresta Amazzonica, alle dame di San Vincenzo, alla cameriera, al portiere, alla badante dello zio, ad ogni maleodorante accattone che incontri per strada. E poi i pranzi in famiglia…un incubo! Per questo ho deciso di venire ai Tropici: almeno quest’anno eviterò di ritrovarmi a tavola con la nonna che mi parla come se fossi mia madre, morta da dieci anni, lo zio Angelino con il Parkinson che cerca di mangiare i tortellini in brodo, i tre piccoli ‘scassaballe’ figli di mia sorella accompagnati dalla loro nevrastenica madre e il babbo che, già alla seconda portata, deve correre in clinica per un’urgenza.”

“Però ammetterai che è un po’ triste passare le Feste da soli, in un paese straniero…” obiettò il marito.

“Da queste parti è solo chi vuole stare solo! – ribatté Arianna – tutta l’isola pullula letteralmente di turisti: ho consumato i tasti del computer per trovare una stanza libera. E la hall dell’albergo è piena di Russi…gente che non bada a spese quando organizza una festa. Vedrai che spasso! non avremo tempo per annoiarci e pensare ai parenti !”

Carlo rimase in silenzio. Lui e la moglie avevano un concetto di divertimento del tutto diverso: per Arianna stare allegri non significava ridere a tavola con vecchi amici ricordando qualche buffa avventura di gioventù, fare una gita nei boschi con i membri dell’Associazione Naturalistica o vedere un film al cinema in buona compagnia, ma ballare freneticamente fino all’alba, bere senza limiti e, magari, togliersi uno sfizio con un aitante sconosciuto.

Del resto lei poteva permettersi di fare quello che voleva: era la figlia del professor Rocchi, proprietario della lussuosa clinica Villa San Damiano, e aveva i mezzi per concedersi ogni genere di svago. Il padre disapprovava le trasgressioni, ma detestava ancora di più gli scandali, così rimediava ai guai che Arianna combinava e, in caso di sballo, provvedeva a farla “resettare”senza clamore nella clinica di famiglia.

Carlo invece veniva da un ambiente modesto: appena conseguito il diploma di fisioterapista, era entrato nel Reparto Ortopedia di Villa San Damiano e, proprio sul lettino dei massaggi, aveva incontrato Arianna, sofferente per una brutta caduta da cavallo. In realtà il trauma se l’era procurato capottando con l’auto in un rettilineo, ma solo i familiari sapevano dell’incidente: il padre, per evitare che la polizia stradale controllasse il tasso alcolico dell’imprudente guidatrice, aveva provveduto a far sparire ogni traccia dell’accaduto.

La ricca paziente e il povero paramedico si erano subito piaciuti e, tra loro, era nato un sentimento più forte di una semplice simpatia ma meno intenso del classico colpo di fulmine.

Arianna sapeva che le sue infatuazioni per uomini appena conosciuti avevano vita breve ed era consapevole che anche la passione per quel giovane massaggiatore, come un fuoco di paglia, presto si sarebbe spenta, tuttavia decise di fidanzarsi ufficialmente con Carlo: considerava il matrimonio un modo rapido per emanciparsi dall’opprimente controllo paterno ed era certa che un coniuge di livello sociale tanto inferiore non avrebbe avuto voce in capitolo nella sua vita.

Il professor Rocchi inizialmente si stupì che la figlia avesse scelto per marito un tranquillo fisioterapista con gusti semplici ed una vita al limite della banalità: non era certo una ragazza romantica che si lasciava trascinare dall’amore. Poi, riflettendo sui requisiti di un eventuale genero, si convinse che Arianna, intelligentemente, aveva selezionato il candidato più adatto a sopportare le sue stravaganze e controbilanciare, con il piombo della normalità, le sbandate di un’esistenza fuori dagli schemi. Così, saltando a piè pari ogni pregiudizio di casta, il padre si dichiarò favorevole alle nozze: era ben lieto di passare ad un altro la ‘patata bollente’ che, da dieci anni, gli dava tanti grattacapi e pose solo una condizione: gli sposi dovevano optare per il regime di separazione dei beni.

Mentre la vivace Giulietta provava per il suo Romeo un’attrazione epidermica, Carlo si era davvero innamorato e non mirava al denaro: accettò senza battere ciglio le richieste del suocero e, per conservare un minimo di autonomia economica, decise di continuare a lavorare come fisioterapista a Villa San Damiano.

La famiglia di Arianna organizzò una cerimonia di nozze sontuosa, gli invitati però erano tutti parenti stretti o amici intimi. Si trattava pur sempre di una ‘mésalliance’, un matrimonio che, nell’ambiente frequentato dai Rocchi, poteva suscitare solo commenti malevoli o sorrisetti di compatimento.

Arianna, superata l’iniziale curiosità per la vita coniugale, riprese ad uscire da sola, esuberante e disinibita come un tempo.

Carlo era deluso, ma non poteva rimproverare nulla alla moglie: prima di stabilire la data delle nozze, lei aveva messo in chiaro che non intendeva avere figli e considerava il matrimonio un’istituzione anacronistica. Prendere o lasciare. Carlo aveva preso e ora doveva rassegnarsi a pagare pegno.

Arianna, al contrario, era contenta della situazione. Godeva di una totale libertà e, nello stesso tempo, poteva appagare le aspirazioni perbeniste e ‘borghesi’ che rappresentava l’altra faccia del suo anticonformismo: di tanto in tanto, le piaceva anche andare in vacanza o frequentare i salotti accompagnata dal legittimo consorte, come una qualsiasi rispettabile signora della Buona Società. Inoltre apprezzava incondizionatamente le qualità professionali di Carlo: i suoi massaggi riuscivano a sciogliere qualsiasi tensione muscolare e Arianna soffriva di un fastidioso torcicollo cronico, un ricordo che le aveva lasciato il galeotto incidente d’auto.

Carlo impiegò qualche anno per disamorarsi completamente della moglie: quando comprese di avere sposato non una meravigliosa farfalla che doveva volare libera ma una donna vanitosa e superba, una snob che lo considerava poco più che un fedele cagnolino, decise di divorziare.

Il suocero però lo convinse a pazientare: era certo che la maturità avrebbe reso la figlia meno trasgressiva e più sensibile.

Il tempo produsse invece su Arianna l’effetto contrario. Terrorizzata dall’idea di invecchiare, già alle prime rughe si era rivolta al chirurgo estetico ma, raggiunti i fatidici quaranta, aveva compreso che la natura non si poteva ingannare all’infinito: la vita correva più veloce del bisturi. Così, per illudersi di essere ancora bella e seducente, aveva iniziato a intrecciare effimere relazioni con uomini sempre più giovani.

Carlo ormai aveva smesso di essere geloso, però non sopportava che Arianna lo tradisse senza preoccuparsi di nascondere le sue tresche: la facciata del loro matrimonio doveva rimanere presentabile, anche se dietro non c’erano che macerie.

Tra un marito che voleva salvare le apparenze per non fare la figura del cornuto contento e una moglie che si divertiva a scandalizzare il prossimo con le sue trasgressioni le liti erano ovviamente all’ordine del giorno.

Nelle discussioni coniugali Arianna voleva sempre avere l’ultima parola e, se si trovava a corto di argomentazioni, non esitava a zittire Carlo rinfacciandogli le sue origini: dopo tutto lei era la figlia del Professor Rocchi e meritava l’eterna riconoscenza del marito, un miserabile dipendente del padre, per il semplice fatto di averlo sposato.

I primi segni della menopausa avevano reso Arianna ancora più irrequieta. Anno dopo anno il suo comportamento diventava sempre più bizzarro e così nessuno si stupì quando una mattina, alla metà di dicembre, alzandosi dal letto verso mezzogiorno con la luna particolarmente storta, di punto in bianco dichiarò di odiare il Natale.

“Basta, non ne posso più! quest’anno non mi lascerò soffocare dalle smancerie dei parenti e dai festeggiamenti in famiglia – aveva detto al marito durante la cena – ho deciso: trascorreremo i prossimi quindici giorni su una spiaggia esotica dove fa caldo come a Ferragosto.”

Carlo, per amore del quieto vivere, di solito non si opponeva ai diktat della moglie, ma quel viaggio improvviso proprio a ridosso del Natale, giorno che abitualmente trascorreva con i suoi familiari, era un sopruso troppo odioso per essere sopportato in silenzio:

“Il sole io lo prendo d’agosto. A dicembre mi piace vedere la neve che cade e mangiare il pandoro davanti al caminetto di casa mia! – aveva replicato con veemenza – e poi abbiamo sempre festeggiato il Natale con le nostre famiglie, non vedo perché quest’anno dovremmo farlo ai Tropici. Se stare con i parenti ti innervosisce, a Santo Stefano potremmo andare in montagna e tornare dopo la Befana.”

“Sai che divertimento! Siamo in Inverno, si va a sciare… ovvio! lo facciamo tutti gli anni, lo fanno milioni di persone. Fosse per te il mondo sarebbe ancora all’età della Pietra… la verità è che sei nato vecchio e rifiuti tutto quello che esce dai binari del quotidiano.”

“Se ci tieni proprio a fare questo viaggio, potremmo partire dopo Capodanno – aveva proposto Carlo, con tono conciliante – che differenza fa un giorno in più o in meno?”

“Lo sai che sei davvero di coccio! – aveva strillato Arianna – Ma mi ascolti o no quando parlo? non riesci proprio a vedere qual è il nocciolo della questione, non c’è nulla da fare. Dai e dai con te si grida sempre al vento: mai che tu comprenda al volo un mio problema… o forse non ti importa affatto comprenderlo. Sei solo un maledetto zuccone egoista! Da dieci anni andiamo al cenone della Vigilia dai miei e pranziamo a Natale dai tuoi: io non ne posso più di vedere sempre le stesse facce, dire le stesse parole, fare i soliti gesti, ripetere auguri, auguri, auguri, ricevere regali inutili e dire grazie, grazie, grazie. Auguri e grazie, grazie e auguri, all’infinito. Ho le scatole piene di questo genere di cose e me ne vado… con te o senza di te. Hai capito ora?”

Dopo questa sfuriata Carlo, per evitare che Arianna partisse da sola, gettando nello sconforto i familiari dell’una e dell’altra parte proprio nel periodo più gioioso dell’anno, si rassegnò a passare le Feste lontano da casa.

Ovviamente i parenti si stupirono dell’inattesa variazione di programma, ma Carlo fu molto convincente. Spiegò che il buio invernale aveva intristito la moglie e il suocero gli tenne bordone, confermando, ex cathedra, che la mancanza di luce, in soggetti particolarmente sensibili, poteva addirittura causare una depressione. Nessuno chiese altre spiegazioni.

Durante il lungo volo verso le spiagge del Sud Arianna dormì come un sasso, Carlo invece non chiuse occhio. Era scontento di sé e si rammaricava di aver ceduto al capriccio della moglie, rinunciando così ad una delle poche gioie rimaste nella sua vita. I nonni erano molto anziani, chi sa se avrebbe festeggiato ancora un Natale con loro…

E poi il caldo, il sole, la sabbia, le notti tiepide al chiaro di luna rendevano Arianna più incline alle relazioni occasionali: Carlo già doveva sopportare le fugaci avventure estive della moglie e non sentiva affatto il bisogno di un esotico supplemento invernale di tradimenti.

Il suocero comunque gli aveva garantito che la figlia non soffriva di un disturbo della sfera sessuale: collezionava amanti per dimostrava a se stessa di essere ancora giovane, non per una necessità fisica. Prima o poi, sosteneva il professor Rocchi, il peso degli anni l’avrebbe costretta ad accettare la sentenza che condanna tutti gli esseri umani alla vecchiaia o alla morte.

Carlo però non ne poteva più di aspettare quel giorno: forse Arianna non avrebbe mai raggiunto un armistizio con l’anagrafe e poi, ora che cominciava a sfiorire, i suoi amorazzi con giovani adoni, oltre che riprovevoli, stavano diventando ridicoli.

Ma l’ingiustizia maggiore, quella che amareggiava di più Carlo, era la mancanza di reciprocità: lui non si concedeva scappatelle. Anche se da anni era segretamente innamorato di un’infermiera del Reparto di Urologia, non aveva mai tradito le promesse fatte davanti all’altare.

Mentre guardava dall’oblò la sconfinata superficie dell’oceano, Carlo si rese conto che tutta la sua vita, non solo quella ridicola deportazione natalizia, era priva si senso: non aveva a disposizione un mare di tempo, perché mai sprecava giorni preziosi come l’acqua nel deserto volando verso un’isola sconosciuta, lontana migliaia di chilometri da casa, senza un motivo e, soprattutto, senza volerlo, in compagnia di una moglie mezza pazza che non sopportava più?

“Questa volta la signorina Rocchi ha davvero esagerato – pensò, con una punta di sarcasmo – per fortuna, al momento della partenza, ho deciso di mettere in valigia anche il mio alberello: so che guardandolo, in qualunque luogo del mondo io sia, mi sentirò a casa.

Quando, alla Dogana, dal trolley di Carlo era uscito a sorpresa il ben noto decoro natalizio Arianna aveva provato un senso di nausea. Era l’ennesima dimostrazione dell’insensibilità del marito: mentre lei cercava di sfuggire al vuoto che minacciava di risucchiarla, lui si portava dietro i pesciolini, le sfere, le stelle, evocando persino in quella esotica località il soffocante fantasma del ‘Natale con i tuoi’.

“Sembra incredibile ma questo è la realtà – pensò con rabbia Arianna – sono nella stanza di un albergo tropicale e, sul comò davanti a me, troneggia l’odioso alberino veneziano, il regalo dei nonnini, il simbolo delle Feste e dell’innocenza che sa di latte, il concentrato del Kitsch natalizio. Non posso evitare di guardarlo, però non devo mostrami troppo irritata, sarebbe come ammettere che subisco la sua influenza, sia pure in senso negativo. Dopo tutto è solo un oggetto, basta non dargli importanza.”

Invece di lamentarsi o inveire contro il marito, decise di attaccare utilizzando l’arma del ridicolo:

“Dunque eccoci tutti qui, pronti a passare un altro felice Natale insieme, io, tu e lui! – disse, indicando l’alberello – Povero Carlo, sei patetico come certi turisti che in Papuasia vorrebbero mangiare spaghetti: non riesci proprio a staccarti dal tuo piccolo mondo e dalla tua infanzia.”

Il marito rimase in silenzio: in quel momento non aveva abbastanza energia per affrontare una lite e poi bisognava svuotare le valige: l’operazione si svolse nel più totale silenzio. Dopo mezz’ora abiti e biancheria erano sistemati nell’armadio e nei cassetti, finalmente potevano scendere nel salone e pranzare.

“Speriamo che nel menù ci sia qualcosa di commestibile!” mormorò Carlo in ascensore.

“Siamo al mare, prendi il pesce! sarà di certo più fresco degli spaghetti conservati in chi sa quale sgabuzzino pieno di topi.”

“Penso che ordinerò una pizza, è il solo piatto veramente internazionale.”

“Fai come ti pare.”

“Mi andrebbe una margherita senza origano.”

“Lo sai Carlo, a volte sei proprio un originale!”

Quando entrarono nel salone una pendola suonò le due: i tavoli erano ormai tutti occupati e un cameriere, con modi premurosi, si scusò del disguido. Si accomodarono sulla terrazza. Qui i posti abbondavano perché, di giorno, i clienti evitavano di mangiare all’aperto per timore delle vespe.

La vista sul giardino, circondato da grandi siepi, era gradevole. Più in là, tra i rami, si intravedeva anche il mare: la brezza increspava appena la superficie dell’acqua e portava verso terra un sentore di salsedine che si mescolava al profumo dei fiori. Intorno si sentivano solo rumori naturali, ben più gradevoli del brusio continuo prodotto dai commensali nel salone.

“Bello, vero?” esclamò Arianna.

“Sì, certo…ma considerato che oggi è il 23 dicembre preferirei trovarmi a casa, di fronte al caminetto, e guardare la televisione” rispose secco il marito.

“Così, invece di vedere questa meraviglia, ti sorbiresti un programma soporifero su come si festeggia il Natale in Finlandia o alle Barbados. Se ti interessa tanto te lo dico io cosa si fa da un Polo all’altro : si guarda alla televisione quello che fanno per le Feste gli altri. Spero che quest’anno qualcuno intervisti anche me, così finalmente potrò dichiarare pubblicamente cosa penso del Natale” replicò Arianna, irritata.

Dopo una lunga attesa finalmente il cameriere si presentò per la comanda, interrompendo la discussione.

Arianna ordinò frutti di mare, Carlo ottenne la sua margherita senza origano. Dopo il caffè tornarono in camera: il marito si buttò sul letto per riposare, la moglie invece si mise il costume: il vento si stava rafforzando ed il mare era troppo agitato per fare il bagno, ma si poteva sempre nuotare nella piscina dell’albergo.

Arianna scese indossando sotto l’accappatoio un bikini succinto: era ancora una donna piacente ma non giovane e solo mettendo in mostra la merce poteva convincere eventuali corteggiatori a farsi avanti. Insomma, così acconciata lasciava capire di essere disponibile, anche se aveva la vera al dito e quarant’anni suonati.

Dopo mezz’ora già aveva familiarizzato con un giovanotto americano, agganciato con la scusa della crema solare. Il ragazzo spalmava con impegno la schiena di Arianna che mostrava di apprezzare la forza virile delle sue giovani mani con gridolini di approvazione. Certo non era un professionista come il marito… ma aveva vent’anni di meno.

Dopo un paio d’ore di sonno agitato Carlo si svegliò in un bagno di sudore: era il momento di mettere in funzione il condizionatore. Mentre chiudeva la finestra casualmente gettò un’occhiata verso il basso e vide Arianna in compagnia di un giovane biondo. Aveva già pescato il suo primo tonno.

Tornato a letto guardò il suo alberino: era la prova che esisteva anche un altra realtà, quella felice dei Natali della sua infanzia, un mondo di sentimenti sinceri e puliti che solo i pesciolini, le campanelle, le pigne e le stelline conoscevano.

I coniugi si ritrovarono a cena: Carlo era certo che la moglie avesse già combinato qualcosa con il biondino e, forse, in programma c’era un bis serale.

“Stasera vado a ballare, vieni anche tu?” chiese Arianna.

“Ho un leggero mal di testa…nel pomeriggio in camera si soffocava e ho dovuto accendere il condizionatore, forse era troppo forte… Se hai già un cavaliere preferirei andare a dormire, il viaggio in aereo mi ha stancato.”

“Vai pure a riposarti, ho conosciuto un gentile signore che credo non rifiuterà di farmi da chaperon. Te lo presento” Arianna si alzò e fece un cenno all’indirizzo di un uomo che sedeva da solo a due tavoli di distanza. Era un tipo sui cinquanta, indossava un elegante completo di lino bianco e sembrava molto contento di sé.

Lo sconosciuto, rispondendo al richiamo, si avvicinò con aria amichevole.

“Mi chiamo Ezio Feliciati. Anch’io sono arrivato oggi e sa com’è, fra connazionali si fa subito amicizia. Al bar, questo pomeriggio, ho conversato piacevolmente con sua moglie. Una donna davvero spiritosa e piena di vita.”

“Condivido in pieno il suo giudizio. Io sono Carlo Moretti, il marito. Stavo appunto dicendo ad Arianna che mi sento stanco, e non posso accompagnarla a ballare.”

“Sarà il jet lag” aggiunse la moglie con l’aria di voler minimizzare.

“Che peccato! Contavo di farmi concedere almeno un giro di valzer dalla sua signora.”

“Ezio pensa che la discoteca dell’albergo sia una balera per vecchietti” disse Arianna rivolta al marito

“Immagino che si balli ben altro… peccato che tu non abbia un cavaliere” commentò Carlo.

“Se non le dispiace, accompagnerei io la signora Arianna! Permette?” esclamò entusiasta Ezio.

“Sarebbe davvero una gentilezza da parte sua. Ha il mio permesso, anzi la mia benedizione” rispose Carlo con malcelata ironia. Poi si alzò, salutò e salì in camera.

Arianna stava superando se stessa, due tonni in un pomeriggio!

Si mise a letto e questa volta dormì profondamente. Non si svegliò neppure quando la moglie rientrò all’alba, decisamente brilla. In vacanza Arianna aveva la delicatezza di prenotare sempre camere con letti separati, per evitare di disturbarlo.

24 dicembre

La mattina seguente, Vigilia di Natale, anche Carlo scese in piscina. Arianna sonnecchiava abbandonata su un lettino…sembrava una lucertola al sole: verso mezzogiorno, smaltiti gli ultimi fumi della sbronza serale, si alzò per fare una passeggiata sulla spiaggia. Quando si rividero, a pranzo, la moglie raccontò a Carlo di avere incontrato sulla battigia un giovane del luogo che lavorava come istruttore subacqueo per i clienti dell’albergo.

“Mi piacerebbe provare ad andare sott’acqua con le bombole. I fondali da queste parti sono meravigliosi, con un po’ di fortuna puoi anche prendere un rametto di corallo come souvenir.”

“Non hai mai fatto immersioni, potrebbe essere pericoloso. E poi occorre il parere di un medico, intendo uno dei nostri, non uno stregone. Magari dovresti fare anche qualche esame del sangue e una radiografia dei polmoni.”

“Guarda che non vado in batiscafo con Picard! Scenderò solo una decina di metri. Io nuoto molto bene e sono in perfetta salute: papà, il mese scorso, mi ha sottoposto ad un check up completo e tutto era in regola, a parte il fegato. Comunque prima dovrò fare un po’ di esperienza in piscina.”

Carlo non diede peso alla faccenda, probabilmente era solo una scusa per frequentare liberamente il giovane istruttore. Come se avesse bisogno di giustificarsi. Forse però l’alibi delle immersioni non serviva per lui ma per l’altro, il fascinoso Ezio: magari Arianna si fosse davvero innamorata di qualcuno! Il sogno di Carlo era essere lasciato dalla moglie e tornare finalmente libero senza prendersi la responsabilità del fallimento del matrimonio, evitando così attriti con il suocero e rimorsi di coscienza.

Nel pomeriggio, mentre i coniugi Moretti sorseggiavano una bibita al bar, lupus in fabula, riapparve Ezio: doveva accompagnare Arianna a fare acquisti in città.

“Scusa se ti ho chiesto questo favore, Ezio, ma mio marito odia girare per boutique e una donna sola non può passeggiare tranquilla da queste parti.”

“Non ci sono problemi: io mi diverto quando accompagno un’amica a fare shopping e sono anche un giudice competente in fatto di moda: a Milano ho due negozi di abbigliamento, You Gentleman e You Lady.”

“Ma davvero?! – esclamò Arianna stupita – li conosco! hanno maglioni di cachemire molto belli”

“Se lei è cliente devono essere negozi di lusso – pensò Carlo – meglio così: il raffinato Ezio ha pure i bezzi e quindi è ancora più papabile come secondo marito!”.

Arianna salì in camera per cambiarsi d’abito e i due uomini rimasero al tavolo del bar conversando tranquillamente.

Mentre si pettinava davanti allo specchio appeso sopra il comò, Arianna vide riflessa accanto a lei l’immagine dell’alberino. Fuori brillava il sole, aveva indossato un vestitino di seta molto scollato e un paio di sandali leggeri, ma quel maledetto aggeggio stava lì a ricordarle che era il 24 dicembre, la Vigilia di Natale. Spinta da un’improvvisa scatto d’ira lo afferrò, gettandolo con violenza a terra.

Quasi tutti i pesciolini, le stelle, le sfere andarono in frantumi e Arianna si mise a calpestare con rabbia i pochi superstiti. Odiava quello stupido ricordo d’infanzia che per il marito e, ormai anche per lei, rappresentava il Natale. Finalmente se ne era liberata. Per sempre.

Carlo però si sarebbe sicuramente infuriato e, considerate le condizioni in cui aveva ridotto la sua vittima, non poteva certo raccontargli che era stato solo un incidente. Chiamò la Reception e chiese un cameriere che parlasse inglese. Al ragazzo spiegò che doveva ripulire con cura il pavimento e accettare in regalo qualche gioiello di poco valore: voleva far credere al marito che un ladro si fosse introdotto nella stanza per non essere costretta a rivelare di avere involontariamente rotto il piccolo albero di Natale: ‘because he loves very much that stupid glass tree’.

Gli diede una generosa mancia e lo assicurò che non avrebbe avuto problemi: pensava lei a spiegare tutto al Concierge Capo.

Il giovanotto raccolse con scrupolo le misere spoglie dell’alberino e se ne andò, contento del compenso ottenuto con così poco sforzo.

Sicura di avere risolto il problema, Arianna scese al bar: era di nuovo allegra. Salutò il marito e, dando il braccio all’amico Ezio, se ne andò a fare compre in città.

Carlo rimase ai bordi della piscina, comodamente sdraiato su un lettino. Dopo un po’ si addormentò.

Lo svegliò Arianna, di ritorno dall’escursione. Carlo notò che era spettinata, eppure l’aria era immobile, non si muoveva una foglia. Si alzò per aiutare la moglie a portare le buste con gli acquisti in camera.

Carlo notò subito che la porta della stanza era socchiusa e si fermò sulla soglia, interdetto. Arianna invece entrò tranquillamente in camera e, dopo un secondo, lanciò un grido:

“I miei gioielli!”

Carlo accorse e vide che il cofanetto sul comodino era aperto e vuoto. I pezzi di valore erano depositati nella cassaforte dell’albergo, nel portagioie Arianna teneva solo oggetti di poco valore, bigiotteria americana degli anni Cinquanta, orecchini di filigrana, una collana di agata, un doppio filo di lapislazzuli e una collana di perle un po’ ingiallite, tutte cose che portava in spiaggia. Non c’era motivo di disperarsi tanto!

Poi volse lo sguardo al comò e… non vide il suo alberino. Rimase basito, non credeva ai suoi occhi:

“Il mio albero di Natale! dov’è? Non può averlo preso il ladro, è un oggetto di nessun valore, gli conveniva portarsi via le tue scarpe che costano trecento euro!”

“Avverto subito la Portineria” disse Arianna premurosa…con il concierge aveva già chiarito la situazione.
“Chi mai può rubare un piccolo albero di Natale ? – si chiedeva Carlo angosciato – da queste parti non sono neppure cristiani e poi, se anche fossero cristiani, non ruberebbero certo un albero di Natale alto trenta centimetri!”

Dopo qualche minuto nella stanza entrò il Portiere Capo: strizzando l’occhio ad Arianna disse che il detective dell’albergo avrebbero fatto tutte le indagini del caso. Ovviamente la Direzione si impegnava a risarcito il danno subito dai clienti.

“Non è una questione economica – rispose Carlo – l’oggetto scomparso non vale nulla, ma per me ha una grande significato affettivo. La prego, sparga la voce che sono disposto a dare mille dollari a chi me lo riporterà. E prometto di non fare domande o denunce.”

Naturalmente nessuno si fece vivo.

Era la notte di Natale, in camera il termometro segnava 30 gradi, in lontananza si sentiva una musica sudamericana, come al Carnevale di Rio. Carlo, immobile nel letto con lo sguardo fisso al soffitto, pensò che, per la prima volta in trenta anni, il 24 dicembre non poteva guardare i suoi magici amici di vetro.

25 dicembre

La mattina di Natale Carlo si svegliò angosciato. Rimase tutto il giorno nella sua stanza, aspettando che il topo d’albergo restituisse il maltolto, ma attese invano. Non scese neppure per mangiare: Arianna pranzò con Ezio e fece portare in camera uno spuntino per il marito.

Carlo però non toccò nulla: non aveva voglia di mettere cibo in bocca, si sentiva lo stomaco chiuso.

La sera comprese che non avrebbe mai più rivisto l’alberino: il suo Natale, da quel momento, sarebbe stato diverso.

I giorni seguenti Carlo rimase quasi sempre in silenzio: era triste e mangiava poco.

Arianna si stupì della sua reazione, del tutto sproporzionata rispetto all’evento… in fondo non era morto nessuno!

“Ma come può un uomo soffrire così per un oggetto? – chiese ad Ezio, sperando che un parere maschile la illuminasse – in fondo era solo un insignificante soprammobile al limite del kitsh. Un regalo che i nonni avevano comprato a Murano.”

“Forse gli ricordava i poveri avi defunti” rispose Ezio.

“Macché defunti, sono vivi e vegeti! Io lo so perché Carlo tiene tanto al suo giocattolo… da piccolo avrebbe voluto un abete con le palle colorate e il puntale, come gli altri bambini, ma i suoi facevano solo il presepe perché la madre detestava spazzare aghi di pino. Per questo è attaccato morbosamente a quell’albero artificiale. Tutti gli anni lo mette in bella vista nel salone di casa nostra, dall’otto dicembre al sei gennaio…eppure io compro sempre un bellissimo abete che tocca il soffitto e impiego un giorno per addobbarlo! Bisognerebbe chiedere al dottor Freund cosa simboleggia l’albero, ma me lo posso già immaginare”.

“Magari su e-bay potresti trovare qualcosa di simile” suggerì Ezio.

“Forse sì, ma non sarebbe l’originale” replicò Arianna con un po’ di rammarico e, forse, di rimorso…

30 dicembre

Ormai Capodanno era alle porte, mancava solo un giorno al fatidico ‘count-down’. Arianna sperava che l’allegria della festa in programma per San Silvestro contagiasse Carlo e cercò di strappare al marito una promessa:

“Almeno per l’ultimo dell’anno non devi essere così abbacchiato! vieni al veglione dell’albergo, ci metteremo tutti in maschera. I costumi sono offerti dalla Direzione.”

Carlo si lasciò convincere: l’indomani avrebbe accompagnata la moglie alla festa, anche se non era affatto dell’umore adatto per divertirsi o indossare un vestito da buffone.

“Potremmo presentarci come il conte Dracula e signora – propose Arianna – oppure metterci due cappe da Belfagor.”

“Scegli pure quello che vuoi, per me è lo stesso” rispose Carlo con voce sofferente.

“Su via, non te la prendere! Lo so che hai perso qualcosa che ti era caro – disse Arianna con tono insolitamente affettuoso – anch’io da bambina avevo un orsetto che cadde in mare dalla barca di mio padre e non fu più ritrovato: mi ricordo di avere pianto tre giorni! Però avevo sei anni. Un adulto deve essere consapevole che le cose si rompono, si perdono, si consumano. Persino i nostri familiari se ne vanno all’altro mondo, eppure ce ne dobbiamo fare una ragione!”

“Sì, lo capisco… una cosa è solo una cosa, però mi sento ugualmente di cattivo umore, che posso farci?”

Stranamente la vicenda della scomparsa dell’alberino stava riavvicinando i due coniugi: Arianna era diventata più gentile e premurosa perché si sentiva in colpa, Carlo credeva che la moglie avesse preso a cuore la sua disgrazia e apprezzava questa inusuale empatia.

Nel pomeriggio Carlo decise di fare una passeggiata in città: se l’indomani doveva partecipare ad una festa aveva bisogno di riprendere contatto con la realtà. Si fermò a guardare tutte le vetrina di cianfrusaglie, sperando inutilmente di scorgere lo scomparso tra la paccottiglia del bric-a-brac.

Al ritorno si fermò in una piccola caffetteria e ordinò un tè freddo. Seduto ad un tavolo sulla pubblica via, notò appena la cameriera che lo serviva, ma quando la ragazzina tornò con la teiera e si piegò per posarla vide che al collo aveva un grosso filo di seta con appeso qualcosa di luccicante. Lei si rialzò subito, pensando che lo straniero stesse sbirciando nella scollatura della camicetta. In realtà Carlo aveva riconosciuto nel monile della ragazza uno dei pesciolini del suo albero di Natale. Con gentilezza, per non creare sospetti, chiese alla ragazza dove avesse comprato quel grazioso pendente perché voleva regalarne uno uguale alla moglie.

Lei capì la domanda ma non era in grado di rispondere in inglese, così chiamò il padrone.

“Dice che è un regalo del suo fidanzato, deve chiederlo a lui dove l’ha comprato.”

“E dove lo trovo questo fidanzato?”

“Fa il cameriere all’Hotel qui vicino, si chiama Edy.”

Carlo pagò la consumazione e corse al suo albergo: in pochi minuti rintracciò il giovanotto e, senza giri di parole, gli spiegò che rivoleva a tutti i costi il suo alberino: lo avrebbe pagato qualsiasi cifra ed era persino disposto a rinunciare al pesciolino regalato alla ragazza della caffetteria, a patto di riavere il resto.

Messo alle strette e un po’ spaventato Edy confesso la verità.

Carlo venne così a sapere che l’autore del crimine, l’artefice di tutto l’imbroglio, era Arianna.

Ricompensò ugualmente il cameriere, per garantirsi il suo silenzio, e andò in camera.

La moglie si stava vestendo per la cena. Lui la guardò di spalle con odio feroce.

“Sei tornato, finalmente! Ti senti più sollevato dopo questa passeggiata?” chiese Arianna

“Sì, adesso ho di nuovo il controllo della situazione” rispose Carlo.

“Bene, mi fa piacere che ti sia passato il malumore. Sono cose che succedono, i ladri si trovano ovunque, poteva capitare anche a casa!”

“Sì, hai detto bene, poteva capitare anche a casa” ribatté Carlo con voce tagliente.

Arianna era intenta a sfoltirsi le sopracciglia con una pinzetta, operazione delicata e dolorosa, così non fece caso al tono della sua risposta.

31 dicembre

La mattina del giorno seguente, ultimo dell’anno, Carlo andò a sedersi ai bordi della piscina e, per due ore, seguì con grande attenzione gli esercizi subacquei di Arianna.

L’istruttore sembrava soddisfatto dei risultati ed elogiava di continuo l’allieva:

“Sua moglie è davvero brava – disse Martin, rivolgendosi a Carlo in un inglese stentato – in sette giorni ha imparato le nozioni essenziali per l’uso delle bombole e le regole di sicurezza. Ormai può avventurarsi in mare.”

“E nel pomeriggio farò la mia prima immersione al largo!” aggiunse Arianna, elettrizzata da quella nuova esperienza. Le sembrava un modo originale per dire addio all’anno che moriva.

“Vengo anch’io in barca con voi… sono un po’ preoccupato” replicò Carlo.

“Ma dai, non è pericoloso, soprattutto se si fa con un istruttore accanto. Non occorre che ti sottoponga ad una tortura del genere!” disse Arianna sorridendo. Carlo non sapeva nuotare ed aveva una vera idiosincrasia per i natanti.

“Beh, si tratta comunque di andare sott’acqua con un respiratore, una cosa che non hai mai fatto. Le prove in piscina contano poco, al massimo sarà profonda due metri. Vorrei essere presente.”

Carlo sembrava irremovibile e Arianna, alla fine, accettò di farsi accompagnare.

In effetti si sentiva lusingata dall’insistenza del marito, di solito non le chiedeva né dove andava né come stava. E poi era contenta che Martin fosse presente: il giovanotto aveva finto di non accorgersi delle sue avances ed ora poteva dimostrargli che flirtava ma non faceva sul serio, nella sua vita c’era già un uomo che teneva a lei”.

Arianna lasciò la piscina e salì in camera: doveva prepararsi per il pranzo.

Mentre si pettinava davanti allo specchio cominciò a riflettere. Non le accadeva spesso.

Per vivere aveva bisogno di sentirsi libera, anche a costo di essere sola, ma poter contare su un affetto sicuro, avere accanto sempre la stessa persona, doveva essere piacevole… molti non desideravano altro!

“Perdiana! – pensò all’improvviso – ragiono come una vecchia o una casalinga con i bigodini in testa. Chi sa, forse è arrivato il momento di attaccare le scarpe al chiodo, come dice mio padre”.

In fondo si sentiva sollevata all’idea che presto non avrebbe più dovuto dimostrare nulla a se stessa o agli altri e scese canticchiando nel salone.

Carlo era già vestito e non seguì la moglie in camera. Salutò Martin ed uscì per andare al bazar.

In un piccolo negozio di antiquario comprò una fiaschetta d’argento piatta, un oggetto che un tempo gli uomini duri portavano nella tasca posteriore dei pantaloni e tiravano fuori per bere un sorso di liquore quando veniva il momento di mostrare coraggio. Poi entrò in due o tre botteghe. Quando tornò all’albergo era già ora di pranzo: Arianna lo aspettava a tavola e notò subito lo strano acquisto. La fiaschetta di vetro scuro foderata d’argento non sembrava vuota.

“Cosa contiene?” chiese incuriosita.

“Cherry, per farmi coraggio più tardi. Lo sai che salire su una barca mi mette in agitazione” rispose Carlo.

“Andrà tutto bene, vedrai! e poi non è una barca ma un grosso motoscafo: ha persino il tender di salvataggio” disse Arianna.

“Sì, speriamo che vada tutto bene” replicò il marito con un tono di voce strano.

Verso le quattro del pomeriggio Carlo, Arianna e Martin partirono diretti verso una zona di mare aperto con un fondale particolarmente bello e non troppo profondo.

Martin gettò l’ancora raccomandando a Carlo di controllare ogni cinque minuti le boe di superficie: nel caso si avvicinasse qualche natante a motore doveva fare dei segnali e tener sempre accesa la ricetrasmittente di bordo. Nei dintorni comunque non si vedeva anima viva: non una vela all’orizzonte, non un brontolio di motore in lontananza.

Allieva ed istruttore, indossate mute e bombole, sparirono sottacqua: sarebbero riemersi entro mezz’ora.

Carlo pensò che aveva poco tempo: doveva fare presto. Prese la fiaschetta dalla tasca, l’aprì e versò il contenuto in mare. L’acqua divenne rossa, poi rosa e infine tornò azzurro trasparente

Da qualche parte aveva letto che gli squali sentono l’odore di una goccia di sangue anche se sono molto lontani.

“Individuano un animale ferito addirittura a chilometri di distanza – mormorò tra sé Carlo – e di certo non si chiedono se è un uomo o un agnello: per loro la carne è carne”.

Dopo qualche minuto notò in lontananza le prime pinne…

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Rosanna Bogo