Il pastorello dalla giacca rossa si stiracchiò e si stropicciò gli occhi. Come dargli torto, dopo un anno intero di buio, rinchiuso con gli altri dentro una scatola? Dovete sapere che le statuine del presepe sono magiche. Vivono per circa tre settimane, poi dormono per un anno. E quando sono al loro posto, nel pavimento di muschio, se ne stanno immobili e silenziose tutto il giorno. Solo quando cala la notte e tutte le luci si spengono dentro le case, allora iniziano a muoversi e a chiacchierare. Le loro voci sono bisbigli che gli adulti non sentono e che solo i bambini speciali, certe volte, riescono ad udire nel nero della notte.

Il nostro pastorello, dunque, si guardò intorno con curiosità per vedere se qualche nuovo personaggio era venuto ad aggiungersi a quelli degli anni precedenti. Quell’anno la scena era più grande: c’era un ruscello di carta stagnola che attraversava il campo e dietro alla capanna era stata costruita una parete di roccia, con un sacco di lucine a far da cielo stellato. “Bel posto” pensò il pastorello. Dall’osteria, alle sue spalle, giungeva la voce dell’oste che serviva i soliti clienti. C’era il pastore più vecchio con l’inseparabile bastone, la lavandaia con la cesta dei panni da lavare al ruscello, il contadino con la sacca del grano, il giovinetto col cappello in mano.

Laggiù, oltre il fiume, una fanciulla nuova di zecca portava in equilibrio sulla testa una brocca con dell’acqua. “Ohi ohi” mormorava “povera me! Quanto pesa questa brocca! Come sono stata sfortunata!”

Il pastorello aveva un buon cuore e questa frase lo turbò. Si sporse per vedere meglio la fanciulla. Era bellissima, con un vestitino azzurro come gli occhi di un angelo e gli occhi verdi come la prateria.

“Ohi ohi” continuava a lamentarsi “ohi ohi la mia povera testa..”

Il problema del nostro pastorello era quello di tutte le altre statuine: possono muovere le braccia ed il busto, nel buio, ma i piedi, per contratto divino, devono rimanere incollati esattamente dove gli umani li collocano. Se così non fosse tutti si renderebbero conto della loro natura magica e le cose celesti ne sarebbero turbate. Insomma, il pastorello, sebbene fremesse dalla voglia di andare in soccorso della bella fanciulla, non poteva muoversi dal suo posto.

Ogni notte i lamenti lo tormentavano. “Ohi ohi che male! Che mal di testa!”.

Il povero ragazzo soffriva terribilmente per il dolore della sua amata. Tentava da spostare i piedi, ma niente. Durante il giorno i suoi pensieri erano tutti per quegli occhi. Pensava e ripensava, tentava di muoversi di soppiatto, anche nelle ore di luce, ma i suoi piedi parevano un tutt’uno con il muschio del Presepe. Se qualcuno, alla vigilia di Natale, avesse prelevato la statuina per ammirarne le fattezze, avrebbe visto un pastorello pallido ed emaciato, con lo sguardo triste di chi soffre per amore. Invece gli abitanti della casa erano distratti da mille impegni e nessuno notò niente.

A Mezzanotte una manina cicciotella depose il bambino nella mangiatoia della capanna: il bue e l’asinello iniziarono a scaldarlo e tutto il presepe ebbe nuovo splendore. La fanciulla ogni tanto mormorava: “Ahiahiahiai…” e il pastorello, ormai rassegnato, cercava di non ascoltare.

Nella notte una vocina lo chiamò: “Pastore! Ehi, tu, pastore giovane! Ehi, ragazzo!” Possibile che qualcuno si rivolgesse a lui? E poi quella voce sembrava…no, non era possibile.

Aveva ragione: non aveva mai sentito parlare il bambino prima. La voce proveniva dalla mangiatoia. “Pastore, preparati!” Il pastorello non capì subito che cosa stava per accadere. Si accorse solo che i suoi piedi si erano liberati dal muschio e che – miracolo – poteva camminare. Rimase un po’ fermo, titubante. “Ohi, ohi!”, udì. Allora non ci pensò due volte, mosse i piedi e a piccoli passi malfermi si incamminò. Passò il ruscello e giunse dalla fanciulla che, bellissima, gli sorrise piena di speranza. Il pastorello prese la brocca e la ragazza sembrò subito sollevata. “Grazie mille, non ne potevo più!” “Non è solo merito mio se i miei piedi si sono mossi” rispose lui. “E’ vero. Grazie, Gesù.” Il pastorello era rapito dalla sua amata: gli pareva un angelo. Era emozionato, continuava a guardarla per catturarne l’immagine con la memoria e poterla ricordare nella sua mente più tardi, quando sarebbe tornato al suo posto. Le prese la mano e la fissò per un’ultima volta negli occhi. Proprio in quell’attimo i suoi piedi si fecero sasso ed il pastore fu legato di nuovo al terreno. Anche la fanciulla si rese conto di quello che stava accadendo: “Credo che rimarrai qui con me” mormorò dolcemente, sorridendo. “Ma…com’è possibile?” Il pastorello era assai stupito. La voce del bambino gli sussurrò: “Per amore, è possibile solo per amore”.

La mano cicciotella del piccolo umano che abitava nella casa si fermò sulla statuina e la sollevò: non si ricordava di averne mai avuta una fatta in quel modo. Raffigurava un pastorello e una fanciulla che si tenevano per mano; il pastore sorreggeva, con la mano destra, una brocca piena d’acqua. Di solito i pastori brandiscono dei bastoni ed hanno con sé qualche pecorella…invece questo aveva una brocca. Forse non era un pastore. Forse questa bella statuina l’aveva comprata la mamma per fargli una sorpresa. La ricollocò vicino al fiume – per via della brocca – e se ne andò a finire di scartare i regali.

Il pastorello e la fanciulla rimasero così, uniti per sempre da un amore che aveva saputo cambiare il loro piccolo mondo.
E quest’anno, alle loro spalle, c’è addirittura una cascata di acqua vera. Buon Natale, ragazzi!

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Beatrix