La Villa degli Allori, in apparenza, non era molto diversa dalle altre case del quartiere “liberty”, un’enclave borghese nata agli inizi del ‘900 in un’amena località fuori porta e divenuta, con il passare del tempo, una piccola oasi di verde in un deserto di anonimi condomini di periferia.

Osservata da vicino la Villa rivelava però un carattere del tutto particolare: lo stile floreale non si manifestava solo negli elementi decorativi, nelle porte, nei lampioni, nelle vetrate: tutto l’edificio era un omaggio alla linea curva, un bizzarro connubio tra raffinatezza “Art Nouveau” e neoprimitivismo alla Gaudì. Il grande cancello in ferro battuto sembrava un intreccio inestricabile di rami, la scalinata sinuosa che conduceva all’ingresso aveva l’aspetto di una misteriosa stalagmite e, al di sopra della fitta siepe d’alloro che delimitava il giardino, si intravedeva la cupola orientaleggiante di un gazebo in ghisa.

Lino non viveva da quelle parti ma, per andare al lavoro, doveva raggiungere la fermata del 17 che si trovava proprio di fronte alla Villa. Quasi sempre l’autobus  si faceva attendere e così, per vincere la noia, aveva preso l’abitudine di guardare lo strano edificio: ogni giorno gli sembrava di scoprire un nuovo particolare e si chiedeva se anche l’interno fosse altrettanto fantasioso. Il fogliame metallico del cancello, le finestre simili a surreali vegetali, le grondaie decorate con animali fantastici, i mosaici fioriti del marcapiano lo affascinavano. La Villa pareva disabitata, ma spesso le serrande erano alzate e, ogni mattina, una donna dall’aria dimessa, di certo una domestica, entrava da una porticina laterale del giardino.

Lino a volte fantasticava di essere il padrone di quella casa, immaginava di camminare attraverso le sue innumerevoli stanze, di prendere il caffè nel gazebo, di affacciarsi al balcone con la ringhiera a forma di labirinto: nel suo sogno ad occhi aperti indossava un impeccabile completo bianco con un elegante panama e, mordicchiando un avana, guardava con commiserazione i poveri mortali, sul marciapiede di fronte, in attesa di un omnibus perennemente in ritardo.

Nella vita reale Lino abitava con i genitori in un modesto edificio ex INA-Casa. L’appartamento era decoroso, ma arredato in modo dozzinale. La madre amava i centrini fatti a macchina, i fiori di plastica, i soprammobili di finta porcellana, il padre sosteneva che il vecchio mobilio era ancora buono e si rifiutava di sprecare quattrini per inutili “bellurie”.

In effetti, tra la pensione dei genitori e lo stipendio di Lino, commesso in un grande negozio di giocattoli, il denaro in casa non mancava, ma l’idea del bello non faceva parte del patrimonio genetico familiare: quello che non si spendeva per l’indispensabile si risparmiava per i tempi difficili.

Nel periodo delle Feste Lino trascorreva quasi l’intera giornata al lavoro: quando il negozio era aperto si occupava del reparto “giochi elettronici”, nella pausa pomeridiana, dopo aver ingoiato in fretta un tramezzino, aiutava Franco, l’autista della ditta, ad effettuare le consegne a domicilio.

Il negozio, per battere la concorrenza, offriva anche un servizio speciale: il 24 dicembre, dalle nove e mezzanotte, l’autista, vestito da Babbo Natale e con la gerla in spalla, portava i regali direttamente a casa dei piccoli clienti a bordo di un vecchio camioncino dipinto di verde e rosso, con una specie di pecora con le corna disegnata sul fianco.

Era la mattina della Vigilia e, come tutti i giorni lavorativi, Lino varcò la soglia del negozio alle otto in punto. Si sentiva di buonumore: quando le scuole rimanevano chiuse gli autobus viaggiavano in perfetto orario e, una volta tanto, non doveva scapicollarsi per arrivare in tempo, il cielo appena velato non minacciava neve e, davanti alle vetrine, già sostava qualche cliente in attesa.

“La giornata promette bene” pensò aprendo l’armadietto dello spogliatoio per riporre il giaccone e sostituire gli stivaletti alla moda con un paio di scarpe comode. Quando si piegò per allacciare le stringhe vide a terra una carta stradale. Era la mappa del tour notturno di Babbo Natale, probabilmente scivolata fuori da una tasca del vecchio spolverino che Franco indossava al lavoro. Incuriosito, Lino diede un’occhiata al percorso: un tratto di pennarello rosso collegava le tappe del viaggio, contrassegnate da un cerchietto con all’interno il numero civico. L’ultima fermata prevista, Via Foscolo 27, lo fece sobbalzare: era l’indirizzo della Villa degli Allori. Non poteva perdere un’occasione simile! Si fece coraggio e andò dal Direttore del negozio per chiedere di sostituire l’autista nel giro di consegne notturno.

Il Direttore apprezzava i dipendenti dotati di spirito d’iniziativa e fu lieto di assecondare l’improvvisa ambizione di quel giovane commesso, di solito fin troppo tranquillo e timido.

“A dire il vero non sarebbe una cattiva idea avere un nuovo Babbo Natale – rispose – l’autista ti accompagnerà per spiegarti il lavoro e, se superi la prova, il prossimo anno potremmo fare doppie consegne. E poi Franco, per riscaldarsi, esagera un po’ con i grappini. In passato qualche cliente si è già lamentato. Però ti manca quello che si dice il ‘physique du rôle’, insomma…sei troppo magro…”

“Mi imbottirò con dei cuscini, vedrà, sembrerò un vero grassone. Mi creda, sono davvero la persona più adatta per quel ruolo: tutti mi chiamano Lino, ma il mio nome è Natale .”

“Ma sì, Natalino, – disse ridendo il Direttore – proviamo! mi piacciono i giovani intraprendenti.”

A Lino naturalmente non interessava affatto la carriera di Babbo Natale: aveva organizzato il piccolo colpo di stato solo per poter entrare nella misteriosa Villa: moriva dalla curiosità di vedere com’erano i saloni, le scale, i quadri, i mobili della casa dei suoi sogni.

L’autista non intendeva cedere l’incarico, ma il Direttore fu irremovibile.

Così, all’ora di chiusura, Lino cominciò a prepararsi: si legò con lo spago due cuscini intorno alla vita, indossò il vestito rosso, mise la barba, la parrucca e il cappello, infine si incollò qualche batuffolo di cotone bianco sulle sopracciglia.

“Non credevo che tu fossi il genere di collega carogna che si fa strada a gomitate!” disse l’autista, decisamente arrabbiato.

“Non te la prendere Franco – rispose conciliante Lino – è solo per questa volta. E poi ti lamenti sempre del peso della gerla e del freddo che ti tocca patire dentro e fuori dal camioncino.”

“Ma sì, quest’anno vacci tu a divertire quei piccoli rompiscatole.”

“Però ho bisogno del tuo aiuto – disse Lino – Non sono mai stato un Babbo Natale…insomma, cosa dovrei fare?”

“Nulla di speciale: suoni il campanello e, con voce profonda, ti annunci: “Sono Babbo Natale”. Poi entri ed i piccoli ti circondano urlando e saltando, tu tiri fuori i pacchetti, leggi il nome sul biglietto, e consegni i doni. Fai qualche domanda al bimbetto di turno, chiedi se è stato buono, se il regalo è bello e ai più agitati dai pezzetti di carbone dolce. Devi metterne una bella scorta in tasca. Da ultimo fai una gran risata, Babbo Natale è sempre allegro, saluti augurando ai presenti buone Feste e te ne vai. Tutto qui.”

Con il costume d’ordinanza e istruito a dovere, Lino salì sul camioncino guidato da Franco, pronto a svolgere la sua missione natalizia.

Di fronte alla prima porta fu preso dal panico. Franco, affacciato al finestrino, lo incitava a gesti. Suonò il campanello con il cuore in gola.

“Chi è” chiese un coro di bambini.

“Sono Babbo Natale” rispose Lino con una voce più cavernosa che profonda.

I piccoli erano un po’ spaventati, ma la vista della gerla dei regali li rincuorò e cominciarono a tempestare Lino di domande: volevano sapere dov’era la slitta con le renne, come faceva ad andare da tutti i bambini del Mondo in così poco tempo, quanti nani lavoravano nella sua fabbrica di giocattoli, se aveva moglie e figli.

Lino parlava a ruota libera e notò che i bambini preferivano risposte fantasiose ad una  spiegazione logica. A loro volta i piccoli curiosi, interrogati sul comportamento più o meno lodevole che avevano tenuto durante l’anno, inventavano spudorate bugie. La buffa conversazione ovviamente divertiva gli adulti.

Le visite successive furono per Lino molto più facili. Ormai era entrato nella parte ed i genitori, soddisfatti del servizio, al momento del commiato gli allungavano generose mance. Ecco spiegato, si disse il neo Babbo Natale, perché Franco non voleva mollare il suo vestito rosso!

Verso mezzanotte il camioncino arrivò all’ultimo indirizzo della lista: la Villa degli Allori.

Lino suonò il campanello ed un meccanismo sferragliante aprì un’anta del grande cancello. In alto, sulla soglia del portone, l’attendeva una donna anziana. Salì lentamente la scalinata, ornata da statue di satiri e ninfe danzanti, ed entrò nella casa, chiedendo educatamente permesso. La vecchia, vestita come una domestica d’altri tempi, lo prese per un braccio e gli bisbigliò all’orecchio:

“Lei non è il solito Babbo Natale, vero? Mi raccomando, faccia quello che la mia signora le ordina e non chieda perché”

“Sì, certo, il cliente ha sempre ragione” rispose distrattamente Lino, intento ad osservare ogni particolare della casa.

L’ingresso era una grande stanza circolare illuminata a giorno da piantane di ghisa a forma di fiore. Le pareti erano coperte di mosaici che raffiguravano assolati campi fioriti e la scala che portava al piano superiore poggiava su pilastri a forma di spiga di grano. Il pavimento era di un bianco accecante.

Seguì la cameriera nel salone attiguo, un ambiente molto vasto immerso nella penombra. Un’intera parete era nascosta da pesanti tendaggi con disegni orientali, dietro di certo si trovava un’ampia vetrata. Qua e là erano appesi grandi quadri: rappresentavano paesaggi tropicali popolati da strani animali, evanescenti figure femminili seminude, bambini intenti a giocare tra i fiori, un gruppo di famiglia in abiti primo Novecento. Lino fu colpito soprattutto dal caminetto: aveva la forma di una testa di leone con le fauci spalancate. Il tavolino da fumo, però, era altrettanto inquietante: una lastra di porfido rotonda sostenuta da un groviglio di serpenti di bronzo.

La vecchia domestica lo richiamò seccamente all’ordine:

“Non si distragga, giovanotto, vada vicino all’albero di Natale”

L’abete era in un angolo della stanza, riccamente decorato ma privo di lumini. Dai rami pendevano palle di vetro bellissime, Lino non ne aveva mai viste di simili.

“Chi è lei” sussurrò all’improvviso una voce femminile alle sue spalle.

“Sono Babbo Natale” rispose Lino voltandosi di scatto. Si stupì di vedere solo una donna molto anziana, alta e pallida, avvolta in un’elegante vestaglia di velluto blu.

“Ha portato i regali?”

“Certo, sono nella gerla – rispose Lino posando la cesta a terra. Estrasse quindi due pacchetti a caso e lesse i nomi dei destinatari – Per Teresa e per Paolo.”

“Sì,  li metta tutti ai piedi dell’albero, dopo i bambini verranno a prenderli.”

Lino pensava di dover aspettare i nipotini della vecchia signora per interpretare la sua piccola recita, ma la cameriera gli fece cenno di andarsene. Prese la gerla vuota e salutò:

“Buon Natale” disse rivolto alla signora. La donna, immobile davanti al caminetto spento, non rispose. Lui uscì seguendo la domestica.

Quando furono nell’ingresso Lino non riuscì a trattenersi e chiese alla sua accompagnatrice “Ma i bambini dove sono?”

“Quali bambini? disse la donna a bassa voce.

“Teresa e Paolo.”

“Altro che bambini! Se fossero vivi avrebbero quasi settanta anni, ma non ci sono più da tanto tempo. Dopo farò sparire i pacchetti che ha messo sotto l’albero, così la signora potrà illudersi che i suoi figli siano venuti dall’oltretomba a prendere i loro regali.”

“E’ stato un incidente?”

“Magari, poveri piccoli. Lei è giovane e di certo non ha mai sentito parlare del marito della signora. Era un architetto celebre ai suoi tempi, è lui che ha progettato la villa.”

“In effetti è molto bella.”

“Già, il padrone era un artista, un mezzo genio, ma troppo ingegno a volte fa danno – aggiunse la vecchia domestica con un filo di voce – Sono passati tanti anni, una vita intera, ma per me è come fosse accaduto ieri… una sera d’estate l’architetto era in giardino con i bambini, Teresa aveva cinque anni, Paolo solo tre. Correvano, gridavano e ridevano, poi all’improvviso più nulla. Io stavo in cucina con mia madre a sbucciare patate e quel silenzio mi sembrò strano. La signora leggeva una rivista nella bow-window, dall’altra parte della casa. Alle undici uscì per chiamare i figli, era ora di andare a dormire, e li vide… galleggiavano a faccia in giù nella vasca del giardino. Il marito, in piedi lì accanto, disse solo “E’ stato il Fauno che versa l’acqua nella fontana” e da quel momento rimase muto, fino alla morte. Capisce, il Fauno…una statua della vasca!”

“E’ una storia terribile” mormorò Lino, sinceramente colpito dal tragico racconto.

“La signora voleva abbattere la villa ed andarsene, ma le Belle Arti si opposero alla demolizione.”

“In effetti sarebbe stato un peccato distruggere un edificio così originale.”

“Originale? – sussurrò l’anziana cameriera aprendo il portone – altro che originale, questa casa fa impazzire chi ci abita. Mi dia retta, il prossimo Natale non torni!”

“Però lei, scusi, mi sembra normale” replicò Lino uscendo.

“Ma come, giovanotto, non si è accorto che sono cieca? Io non vedo le statue, i mobili, le decorazioni della Villa da più di sessanta anni: per me sono solo ombre confuse. Degenerazione progressiva della cornea, questa fu la diagnosi che mi fecero a quindici anni. Comunque, per muovermi tra queste mura, non ho bisogno di occhi e la mattina una domestica viene ad aiutarmi, per le pulizie e la spesa.”

“Beh, allora buona notte e buon Natale” tagliò corto Lino, scendendo in fretta le scale. Ad un certo punto ebbe l’impressione che una delle ninfe danzanti tentasse di allungare una gamba per farlo rotolare giù dai gradini. Arrivato al cancello notò che i sostegni delle pesanti ante di ferro battuto erano statue, invisibili all’esterno: due orsi con la bocca aperta e le zampe minacciosamente sollevate.

Lino, spaventato, cercò subito la serratura: anche quel meccanismo aveva la forma di una zampa di belva: per aprire lo scatto occorreva tirare l’artiglio centrale.

Riuscì a raggiungere la strada, ma si sentiva sul punto di svenire. Si appoggiò qualche secondo ad un lampione, il cuore gli batteva in petto come un tam tam: pensò alle ore trascorse guardando la Villa in attesa dell’autobus, all’attrazione morbosa che provava per quella casa, al terribile segreto che si nascondeva sotto una parvenza di borghese serenità.  Montò sul camioncino tremando.

Franco, per ingannare l’attesa, aveva bevuto qualche sorsata di grappa e si sentiva pieno di spirito.

“Che ha detto la vecchia pazza questa volta? E come stanno Paolo e Teresa? – chiese ridendo  – Non ti ho avvertito per non rovinarti la sorpresa.” Sghignazzava malignamente: quella era la sua vendetta per le mance che il pivello gli aveva soffiato.

Lino lo guardò con odio. Provava un’ira incontenibile. Come poteva divertirsi così di fronte al dolore di una madre, alla morte di due innocenti! Franco era davvero spregevole. E quelle risate sguaiate, quel verso quasi da gallina strozzata… erano insopportabili: per farlo tacere Lino gli mise le mani alla gola e strinse forte. In quel momento ebbe l’impressione di avere braccia pelose e lunghe unghie. Solo quando il poveretto si afflosciò senza vita lasciò la presa.

Rimase immobile sul sedile del passeggero forse due o tre ore. Intanto i genitori di Lino ed il proprietario del negozio, preoccupati per il ritardo, si erano rivolti alla polizia, pensando ad un incidente. Con l’elenco delle consegne la pattuglia non faticò a trovare il camioncino verde e rosso. L’ambulanza arrivò quasi subito, ma Franco ormai era morto da tempo e per rimuovere il corpo occorreva un magistrato.

“Che diavolo è successo?” chiese il poliziotto a Lino, sdraiato nell’ambulanza. Indossava ancora il suo costume rosso, ma senza barba e parrucca.

“E’ stato l’orso, l’orso del cancello” rispose Lino con voce atona. I suoi occhi guardavano nel vuoto.

“Lo lasci perdere – disse l’infermiere – non vede che è sotto shock!”

“L’orso, l’orso” si mise improvvisamente a gridare Lino, cercando di scendere dalla barella.

“Sì certo, il colpevole è l’orso cattivo e tu sei Babbo Natale – borbottò l’infermiere stringendo le cinghie che legavano le braccia del paziente – però stai calmo! Ora ti portiamo all’ospedale con la slitta tirata dalle renne e tutto andrà a posto.”

Nonostante la sirena dell’ambulanza, il lampeggiare della macchina della polizia ed il vocio della piccola folla di curiosi usciti dalle case vicine, nessuna luce si accese nella Villa degli Allori.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Rosanna Bogo