“Vieni a vedere, Zark, credo di avere trovato qualcosa di interessante.”

“Davvero? Io sono incollato qui da tre ore e non ho ancora visto nulla degno di essere guardato.”

“E’ davvero un record particolare. L’ho ripulito e ora mi sembra presentabile.”

“Darò solo un’occhiata, Idik, ho ancora un po’ di lavoro arretrato da smaltire.”

Zark si alzò malvolentieri dalla sua postazione operativa: Idik era imbattibile quando si trattava di trovare immagini bizzarre e, di certo, anche questa volta aveva scovato un’inedita curiosità.

Non provava nei suoi confronti sentimenti di invidia o gelosia professionale però, ogni volta che Idik gli annunciava una scoperta divertente, non poteva fare a meno di irritarsi. E a nulla serviva pensare che i successi del collega erano dovuti solo al caso o ripetersi che quel frivolo genere di indagini non aveva alcun rapporto con le loro mansioni ordinarie.

A parte questo piccolo punto di attrito, i rapporti tra Idik e Zark si potevano definire amichevoli.

Da anni lavoravano fianco a fianco nel Centro di Implementazione, scandagliando lo sterminato archivio dell’istituto a caccia di dati scientifici rilevanti. Ogni giorno dovevano valutare lotti standard di record, estrarre e classificare i contenuti giudicati interessanti, eliminare le informazioni inutili: un’attività decisamente noiosa, di routine, perché quasi tutto il materiale esaminato apparteneva alla categoria “spazzatura”.

Gli analisti del Centro, navigando in un oceano di dati, spesso si imbattevano in notizie prive di importanza ma insolite e così, per vincere il tedio, avevano inventato il concorso dell’acchiappasciocchezze.

I partecipanti, alla fine dell’anno, depositavano nella cartella delle “sciocchezze” una copia dell’unità archivistica scartata che ritenevano più curiosa e una giuria di dieci membri, esaminati i record in gara, eleggeva il vincitore. I giudici, scelti dal computer tra i dipendenti amministrativi, in caso di parità procedevano al sorteggio.

Il premio, un buono alimentare di modesto valore, era più che altro simbolico, ma il titolo di “acchiappasciocchezze” dell’anno faceva gola a molti.

I responsabili del Centro tolleravano benevolmente l’iniziativa, anche se a volte distraeva i dipendenti dal loro lavoro. Avevano notato che i partecipanti più ambiziosi si comportavano come giocatori incalliti: consideravano ogni unità esaminata una chance di vittoria, di conseguenza cercavano di visionare il maggior numero di record possibile, nella speranza di trovare, prima o poi, la bizzarria imbattibile, e così, senza volerlo, incrementavano notevolmente la loro produttività.

Per i dirigenti contavano solo i fatti e, numeri alla mano, il “concorso” aveva effetti collaterali positivi che compensavano largamente l’eventuale danno.

Nell’ultima edizione del concorso Zark aveva perso per un voto, Idik invece si era portato a casa già tre buoni, la prima volta addirittura per estrazione.

“E’ solo maledettamente fortunato” pensò tra sé Zark sedendosi a fianco del collega. La postazione poteva comodamente ospitare due persone perché gli analisti avevano bisogno di spazio per sgranchirsi le ossa e lavorare a proprio agio: c’era chi assumeva posizioni yoga, chi abbassava lo schienale, rischiando di cadere addormentato, chi si sdraiava su un fianco e chi, per distrarsi, metteva la testa in basso e le gambe sullo schienale. I comandi erano vocali e il video, spostandosi in modo autonomo, rimaneva comunque allineato con l’asse oculare dell’operatore. Zark si sedeva sempre normalmente.

“Ti faccio vedere un paio di filmati, roba dell’altro mondo!” disse Idik.

“Ma se non sono nemmeno immagini tridimensionali! – osservò con una punta di malanimo Zark – i giudici non hanno mai premiato un record tecnologicamente così arretrato, la vista si affatica solo a guardarlo…non potresti almeno virare un po’ il colore? quei tipi così slavati mi fanno ribrezzo.”

“Il record è danneggiato. E poi il pallore non guasta, è strano!” replicò Idik.

“Quanto credi sia vecchio il tuo filmato?” chiese Zark incuriosito.

“ L’originale avrà più o meno diecimila anni” rispose con apparente noncuranza Idik.

Zark strinse le labbra reprimendo un moto interiore di ribellione: questo era veramente troppo! prima di diventare analista del Centro lui aveva studiato Storia Tecnologica e non trovava giusto che un documento così interessante fosse capitato proprio nelle mani di Idik, un ingegnere che non era in grado di apprezzarlo se non come divertente curiosità. Per ritorsione decise di fare sfoggio delle sue conoscenze.

“In effetti, osservando con più attenzione l’aspetto fisico dei soggetti ripresi nel filmato, mi sono ricordato di avere visto, anni fa, tutti i record attribuiti a questa popolazione prototecnologica. Era gente abbastanza progredita ma anche bellicosa, non mi stupisce che la loro cultura sia fiorita e scomparsa nel giro di pochi secoli.”

“Però il mio filmato è inedito, fino a qualche giorno fa si nascondeva nelle profondità dell’archivio del Centro! E sono sicuro che non conosci questa strana cerimonia religiosa: è la festa degli adoratori di una divinità che…beh, ti fa ridere solo a guardarla. Non la vedi? è lì, accanto all’albero!” disse Idik indicando un punto nel video.

“Quel vecchio grasso vestito di rosso?” domandò Zark.

“Sì, proprio lui. L’albero è una specie di totem che i fedeli decorano con sfere colorate per festeggiare il suo arrivo.”

“Anche lui sembra una grossa sfera vestita di rosso – mormorò Zark e intanto pensava – ma perché questa unità archivistica non è capitato nel mio lotto, l’avrei sicuramente notata! Sono proprio scalognato.”

“Tra poco vedrai una scena davvero comica: fanatici vestiti come il vecchio pallone invadono le strade delle città – disse Idik sorridendo – di sicuro sono sacerdoti che annunciano la sua venuta”.

“Ma non c’è l’audio?” chiese Zark

“L’ho tolto…era solo stereo e gracchiava in modo insopportabile… Comunque, tra un disturbo e l’altro, si sentono melensi canti rituali e frasi che il Traduttore non riesce a interpretare. Però non mi posso lamentare, considerato che il record è stato rimemorizzato un’infinità di volte.”

“Riattiva l’audio: anche se le parole sono incomprensibili voglio sentire la musica” disse un po’ bruscamente Zark.

“Agli ordini comandante – replicò Idik ironico – se proprio ci tieni avrai la tua colonna sonora.”

“I motivi sono armoniosi, forse un po’ sdolcinati – osservò Zark, dopo aver ascoltato qualche minuto di trasmissione – però tutte quelle vocine infantili in coro sono davvero glucosio puro…concordo con te. A proposito, hai notato che il vecchio è sempre circondato da bambini?”

“Di sicuro non ha cattivi propositi. Se guardi con attenzione vedrai che consegna regali ai piccoli devoti. Non mi intendo molto di antiche religioni però mi pare un comportamento anomalo: per quanto ne so, spettava ai fedeli fare offerte.”

“Sì, hai ragione. A quei tempi i popoli avevano in testa strane credenze e pensavano di ingraziarsi le divinità bruciando sostanze profumate o uccidendo animali. Qualche volta sacrificavano anche bambini o individui adulti, per lo più prigionieri di guerra” disse Zark.

“I miei visi pallidi non sembrano così cattivi…” osservò Idik, un po’ risentito.

“Forse appartengono ad una tribù di originali, perché ti garantisco che la gente era veramente crudele, dieci o dodicimila anni fa. Cartaginesi, Aztechi e anche Greci… li avrai sentiti nominare, no?”

“Ma dai! Si tratta solo di fantasie. Gli Aztechi non sono mai esistiti, lo sanno tutti! Quanto ai Greci, hai mai visto un loro filmato? Sono un mito inventato dal popolo che adorava quella buffa divinità vestito di rosso” obiettò Idik.

“Ho visto vecchie riprese di edifici, ora scomparsi, che erano stati costruiti dai Greci. Pensi che i personaggi delle favole costruiscano templi e palazzi?”.
“E i Greci compaiono in quelle riprese? No! si vede solo gente vestita come nel mio record che parla di loro fingendo che siano esistiti! io non mi fiderei troppo di chi adora un buffo individuo che agita freneticamente una campanella”.

“I miei insegnanti affermavano che i Greci erano davvero esistiti” disse con tono convinto Zark.

“Ognuno può pensare quello che vuole su faccende così lontane nel tempo. Per me sono solo fanfaluche di cervelli primitivi. Scommetto che credi pure agli Egiziani!”

“Certo e, se permetti, anch’io ho diritto di tenermi le mie opinioni” replicò un po’ offeso Zark: Idik era un semplice ingegnere, a che titolo osava mettere in dubbio la competenza di illustri docenti di Storia Tecnologica?.

“Allora dammi un parere da esperto: il tizio vestito di rosso potrebbe essere una divinità egiziana o atzeca?” chiese con aria provocatoria Idik.

“No, non somiglia affatto agli dei venerati dagli antenati di questa gente. L’abbigliamento pesante indica che il tuo grassone viene da un luogo molto freddo, forse l’estremo Nord, e francamente mi sorprende che i devoti lo accolgano senza mostrare alcun timore reverenziale. Prendono i doni come se fosse roba loro, non si inchinano, non pregano, non praticano sacrifici di esseri viventi… e poi non adorano una statua o un simulacro: il grassone si muove, e questo è davvero fuori dall’usuale.”

“Più che muoversi direi che imperversa come un tornado: è iperattivo, onnipresente, instancabile! guarda la prossima scena: eccolo che vola nella notte a bordo di una slitta piena di doni trascinata da strani quadrupedi senza ali. Poi atterra dolcemente su un prato innevato ed i devoti accorrono per salutarlo. Subito dopo viene inquadrato l’interno di un grande edificio pieno di oggetti stravaganti, una specie di spaccio informatico dove le cose in vendita sono reali, non ologrammi che puoi comodamente esaminare nel soggiorno di casa tua: lui è lì, seduto davanti ad una piccola folla. I bambini presenti si mettono in fila e, uno alla volta, si avvicinano all’uomo in rosso per sussurrare qualcosa al suo orecchio, forse un desiderio che vorrebbero venisse esaudito dalla divinità. Almeno questo è un rito che ha un senso…però, a guardarlo bene, non sembra affatto lo stesso tipo sceso dalla slitta: è più giovane e magro…in altre situazioni più basso o più alto… probabilmente i sacerdoti interpretano a turno la sua parte nel giorno della grande festa e lui si diverte a confondersi con i comuni mortali ”.

“I Saturnali! – esclamò Zark – Ecco cosa mi girava per la testa. Ho letto che i Romani, in occasione della festa del dio Saturno, si scambiavano doni, però non adoravano quell’omone ridicolo e non decoravano gli alberi. Anche i loro dei viaggiavano su carri volanti ma non per portare regali ai bambini.”
“I Romani per me sono reali quanto i Greci” replicò Idik perentorio.

Zark rimase per un po’ in silenzio. Rifletteva sui possibili legami tra la supposta divinità di Idik e gli antichi culti a lui noti: ricordava solo vagamente la cronologia del periodo, non era certo che i Romani fossero vissuti prima dei Greci e degli Aztechi, ma di sicuro appartenevano tutti all’era pretecnologica perché non avevano lasciato documenti memorizzati. Il filmato invece risaliva ad una fase iniziale dell’epoca prototecnologica, si capiva dagli oggetti che uscivano dai pacchi colorati: strumenti in grado di comunicare a distanza e registrare dati binari decisamente primitivi. Anche i vestiti potevano offrire qualche indicazione. I Greci e i Romani si riconoscevano perché, diversamente dai loro discendenti, non portavano i pantaloni, gli Aztechi invece andavano in giro quasi nudi, era difficile identificarli a colpo d’occhio.

“Non ti distrarre, Zark! Adesso viene il bello! la situazione cambia del tutto – disse Idik eccitato – ci troviamo all’interno di una casa e la qualità delle immagini è notevolmente peggiorata rispetto alla parte iniziale del filmato. L’albero decorato mostra che siamo sempre nel periodo della festa della divinità vestita di rosso…però che idea ridicola mettersi un albero in casa. Il grassone scampanellante non viene mai inquadrato, direi che non c’è proprio, tuttavia alcuni dei presenti indossano un berretto rosso simile al suo…”

“La ripresa in effetti è meno curata, ma gli atteggiamenti sembrano più spontanei – notò Zark – metti in funzione il Traduttore, sono curioso di sapere cosa dicono.”

“E’ già attivato ma non riesce a filtrare frasi dotate di senso.”

“Ingrandisci il particolare del plastico accanto all’albero…cos’è?”

“Me lo sono chiesto anch’io. Non lo so. Sei tu lo studioso di Storia” disse Idik mettendo il “fermo immagine”. Era proprio curioso di sentire cosa l’amico gli avrebbe raccontato.

“Sembrano piccolissime statue collocate in modo da rappresentano una scena – disse Zark, lieto di poter esibire le sue conoscenze in un materia del tutto ignota ad Idik – secondo me tutto ruota intorno all’edificio sotto la stella: all’interno si vedono due figure, un uomo e una donna. Gli strani animali bianchi si chiamano pecore, li ho già visti in altri file dell’Istituto di Storia Tecnologica. Credo sia impossibile dire con certezza cosa significhi: purtroppo solo una minima parte dei dati memorizzati da queste popolazioni è giunta fino a noi e i record superstiti conservano in gran parte informazioni di scarso valore. Alcuni filmati mostrano attività banali: gruppi di persone che corrono spingendo una palla, un gioco inventato dagli Aztechi, folle che urlano ascoltando i discorsi di uno strampalato comico che si agita sul palco e urla più di loro, giovani che cercano di assalire indifesi suonatori di strumenti, forse per far cessare una musica fastidiosa. Più interessanti sono i rari spezzoni di argomento bellico: si vedono in azione potenti armi distruttive che rivelano un notevole ingegno, sia pure mal impiegato, e la dicono lunga sull’aggressività dei nostri predecessori.

Comunque, per una beffa del destino, la maggior parte dei file conservati contiene testi che non possiamo comprendere perché la loro scrittura non è stata ancora decriptata o notizie riferite agli usi e costumi di culture pretecnologiche. Ecco spiegato come mai sappiamo più cose sui Greci che sui discendenti dei Greci. E forse è giusto che sia così, in fondo si tratta di popolazioni che non hanno quasi lasciato traccia del loro passaggio: non meritano di essere studiate.

Anche riguardo alle credenze religiose stiamo a zero: non conosciamo neppure il nome degli dei che veneravano, eppure siamo in grado di comprendere la lingua parlata e, diecimila anni fa, l’argomento non era certo escluso dalla comunicazione interpersonale come accade oggi. Però mi pare improbabile che il tuo bonario grassone sia la divinità di gente tanto violenta: tra il carattere dei popoli e i loro dei esiste sempre una corrispondenza, è una delle prime cose che si impara al corso di Religioni comparate.”

Idik non ne poteva più di quella dotta lezione di Storia e, soprattutto, non voleva che Zark esaminasse a fondo la sua teoria sul grassone…appena l’amico si fermò per prendeva fiato, fece prontamente ripartire il record.

“Guarda quella specie di cavallo con le gobbe, è davvero buffo” esclamò, indicando uno dei cammelli del corteo dei Re Magi, ancora ai margini del Presepe… fortunatamente il Traduttore lo aiutò a cambiare discorso.

“Ascolta…Zark, adesso si comincia a sentire qualcosa”.

In effetti si udivano solo frasi spezzate, frammenti di una conversazione il cui senso complessivo rimaneva oscuro:

“Buone Feste e salutami lo zio …mamma è arrivata la nonna… dammi il cappotto… hai visto che bel regalo ti ha portato il Bambinello?…l’abete quest’anno l’ho pagato otto euro…è proprio un film divertente… non abbiamo telefonato ai cugini!…prendi un’altra fetta di panettone…mamma fuori nevica…adesso smettila di giocare… vieni a tavola con noi…”

Intanto sul video scorrevano immagini di persone allegre sedute a tavola, con le guance piene di cibo o in atto di sollevare il bicchiere, un gesto di giubilo di cui si conservava memoria nella desueta espressione “alziamo i calici”: a volte l’invito benaugurante veniva ancora pronunciata durante un pranzo importante, ma pochi sapevano l’esatto significato della parola calice.

“Un inizio davvero promettente… non si capisce quasi nulla! – disse Zark con tono ironico – comunque sono sicuro che non stanno parlando del tuo vecchio vestito di rosso, non è lui la divinità titolare della festa”.

Anche Idik, aveva notato la mancanza di riferimenti al grassone, ma era rimasto in silenzio. L’idea di dover rinunciare alla sua iniziale interpretazione del filmato lo contrariava.

“Beh…potrebbe anche essere un mitico genio protettore che porta abbondanza e gioia in una stagione climaticamente sfavorevole – ammise a malincuore – di certo la festa cade in un periodo di grande freddo perché gli abitanti della casa, per scaldarsi, bruciano pezzi di albero, non quello che hanno decorato con palle colorate, ovviamente. Che ne dici della statuetta di dimensioni non proporzionate che il ragazzino ha collocato accanto alle due figurine sotto la cometa? rappresenta un neonato di qualche mese… vorrei proprio sapere cosa significa.”

“Chi sa perché sono così felici” mormorò Zark pensoso.

“Quando si vive nell’ignoranza è facile trovare un motivo per essere allegri – disse Idik con l’aria di chi la sa lunga. – Esamina senza pregiudizi il filmato: cosa vedi? una calda tana affollata da un piccolo branco di animali pallidi uniti da legami di sangue… consumano insieme grandi quantità di cibo, probabilmente per noi disgustoso, si scambiano oggetti che ci fanno sorridere per la loro semplicità e manifestano una grande contentezza. Qual sia la ragione della loro gioia non si capisce. Riguardo al tipo vestito di rosso riconosco che, come divinità, è troppo ridicolo anche per un popolo prototecnologico: probabilmente si tratta di una maschera, un personaggio favoloso inventato per divertire i bambini. Sul plastico con le statuine non mi pronuncio.”

“Pensi che se potessimo condurre una vita altrettanto primitiva e provare ancora sentimenti istintivi anche noi saremmo così contenti?” chiese Zark, sorpreso dalle riflessioni dell’amico, di solito incline ad affrontare la vita con superficialità.

“Illusione ed evoluzione sono incompatibili: abbiamo da millenni superato lo stadio in cui ai legami familiari, agli oggetti, al cibo, alle credenze religiose si attribuiva una qualche importanza.

Ridiamo e scherziamo volentieri, ma siamo troppo intelligenti per essere felici. E di sicuro il mio filmato, traboccante di un’illogica gioia, ci sembrerebbe strano anche senza il grassone: vedrai, quest’anno supererò al primo scrutinio tutti gli altri concorrenti.”

Mentre Idik filosofeggiava sul destino degli esseri ragionevoli e sull’imminente conquista del titolo di “acchiappasciocchezze” il video all’improvviso si oscurò e, subito dopo, apparve in versione tridimensionale la faccia larga ed inespressiva del supervisore Kap.

“Il titolare della postazione operativa ricevente deve subito recarsi a rapporto dal direttore” disse seccamente e, un attimo dopo, era già sparito.

“Davvero sintetico il nostro Kap, non spreca tempo! – esclamò Idik sarcastico – Non ho avuto neanche la possibilità di aprire bocca: scommetto che questa volta mi daranno una bella spazzolata contropelo. Ma era prevedibile… ultimamente ho trascurato il lavoro per dedicarmi al miglioramento della qualità del mio record. E sul registro risulta eliminato già da tre giorni. Non dovevo esagerare.”

“Vedrai che si limiteranno ad un buffetto, a loro non conviene ostacolare la nostra gara” replicò Zark, fingendo di non comprendere la gravità della situazione. Intanto stava elaborando le informazioni che il collega gli aveva inavvertitamente trasmesso.

“Migliorare un record significa modificare immagini e suoni, magari aggiungere un commento spiritoso fuoricampo… così anche un documento mediocre può diventare brillante…però è un’operazione che richiede molto tempo e il materiale dell’archivio non può essere portato all’esterno. D’altra parte nessun dipendente del Centro oserebbe mai interrompere la propria attività per tre ore, figuriamoci per tre giorni! Ora mi spiego il segreto del successo di Idik – pensò Zark con una certa soddisfazione – è un incosciente che non teme di perdere il posto!”.

Decise di non comunicare agli altri concorrenti la sua scoperta per evitare di mettere in cattiva luce l’amico. Si accontentava di sapere che, da quel momento, i trionfi di Idik lo avrebbero lasciato del tutto indifferente.

Nel frattempo era rimasto solo nella postazione, in stand-by ma ancora attiva. Approfittò della situazione per leggere il titolo del record. Era stato archiviato utilizzando l’indicazione di un anno ed un nome che non aveva mai sentito prima: “Natale 2010”.

Ecco perché quell’ignorante di Idik l’aveva datato con tanta sicurezza! Considerate alcune discontinuità cronologiche, secolo più secolo meno, erano trascorsi effettivamente diecimila anni.

In quell’arco di tempo infinitamente lungo le mutazioni genetiche di innumerevoli generazioni, frutto del caso o di incontrollabili fattori esterni, avevano trasformato il corpo e la mente degli uomini, ma Zark sentiva che qualcosa nel suo cervello, un tempo si sarebbe detto nel suo cuore o nella sua anima, aveva sussultato guardando il filmato di Idik.

“Sono stupido come un primate – pensò con una punta di autocommiserazione – un analista del Centro di Implementazione non può scivolare nel sentimentalismo. Forse le funzioni mentali atrofizzate, in individui predisposti, possono temporaneamente riattivarsi… allora è meglio evitare di stimolare certe aree dell’encefalo. Ovvio…devo resistere.”

La lotta interiore durò pochi secondi.

Poi Zark riavviò la lettura del record e, saltando la prima parte, passò direttamente alla festa in famiglia immortalata da un improvvisato cameraman.

Il Traduttore ad ogni riproduzione migliorava la sua performance e così Zark ora poteva sentire la precedente conversazione in versione integrale:

“Il telefono sta suonando, rispondo io, mamma: è la zia. Sì, stiamo tutti bene. La nonna viene a pranzo da noi, certo, non ti preoccupare. Il campanello della porta… è lei. Ti passo la nonna…Auguri di Buone Feste e salutami lo zio. Mamma, è arrivata la nonna! Ah, finalmente almeno qualcuno mi darà una mano in cucina. Così impari a regalare al marito una videocamera. E tu piantala di riprendermi mentre sono in grembiule e ciabatte, mi vuoi far passare per una sciattona di fronte a parenti che nemmeno conosco? dammi il cappotto nonna, la mamma ha bisogno di te. Arrivo subito, però prima voglio mostrare al mio nipotino una cosa che il Bambin Gesù ha lasciato per lui a casa mia. Hai visto che bel regalo ti ha portato? E stato Babbo Natale, nonna! No, è stato il Bambinello! Ma Babbo Natale è più vecchio e ha la slitta, lui invece è povero e così piccolo! Il Bambin Gesù ha cent’anni più di Babbo Natale! facciamo anche duemila, mamma. Si, hai ragione, sono duemila: stanotte l’hai messo nella stalla ma a Pasqua diventerà più grande e più importante di tutti. Ecco cosa ci siamo dimenticati di fare a mezzanotte! Corri a prender la statuina e mettila nel Presepe! Che tempi, addobbiamo gli alberi come i Celti mentre il Bambin Gesù non riesce neanche a nascere al momento giusto! E rischia di essere sfrattato dal Testimonial della Coca Cola… però avete fatto davvero un bell’albero di Natale! sono contenta che ti piaccia, pensa che l’abete quest’anno l’ho pagato otto euro, una sciocchezza! Nel pomeriggio vai con i ragazzi al cinema, così noi due vecchie signore mettiamo a posto la cucina e facciamo quattro chiacchiere in santa pace, una volta tanto. Ho visto il cartellone venendo qui, è proprio un film divertente. Ma il resto della compagnia è stato avvertito? non abbiamo telefonato ai cugini! lo faccio io, mamma, ci diamo appuntamento davanti alla biglietteria. Ora però spengi quel coso e mettiti a tavola, Fellini! Il tempo di mangiare e di nuovo vai in giro con la videocamera… ma prendi un’altra fetta di panettone! Tanto l’Oscar non te lo danno! mamma fuori nevica, posso uscire a fare un pupazzo. Si, ma solo in giardino e tu smettila di giocare con quell’aggeggio e vieni a tavola con noi. Ci facciamo una bella partita a scala quaranta e chiudiamo in bellezza la nostra festa di Natale.”

Zark ascoltava e guardava incantato: risate e abbracci, inquadrature storte e zoom ravvicinati sulla capanna con la cometa, sul puntale dell’albero, sul cappellino rosso della ragazza, sul paraorecchi del bambino, sul grembiule macchiato della mamma, sul cappellino della nonna. Quelle persone gli sembravano dita di una stessa mano, un organismo vivente fatto di tante parti diverse tenute insieme da una forza misteriosa. Un campo magnetico di sentimenti.

Ignorava il significato dei termini che il Traduttore aveva interpretato come nomi propri, però finalmente sapeva come si chiamava quella strana festa: Natale.

Non si spiegava per quale bizzarro gioco del caso un documento così antico fosse finito nell’archivio del Centro e perché i due filmati, differenti per qualità e contenuto, si trovassero nello stesso record. Probabilmente chi l’aveva memorizzato la prima volta, forse proprio l’invisibile autore del secondo filmato, aveva assemblato intenzionalmente le due parti per affermare che esistevano modi diversi di celebrare la festa: da una parte le slitte volanti, l’invasione dei cloni vestiti di rosso, l’alluvione dei regali, dall’altra un frammento di vita reale, la sua famiglia.

“Dalle profondità del tempo quello sconosciuto trasmette ancora il suo messaggio ed io lo posso comprendere – pensò Zark fissando intensamente le ultime immagini del filmato – io so qual è il vero Natale.”

Poi allungò timidamente la sua mano verdastra fino a toccare la superficie liquida del video e con la punta delle lunghe dita affusolate accarezzò le figure che si muovevano davanti a lui, con delicatezza, quasi temesse di fare male a chi, da un’eternità, non esisteva più.

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Rosanna Bogo