«Mario!», disse una voce d’uomo nella strada affollata di persone a caccia degli ultimi regali di Natale.

Mario aveva sentito chiamare ma non pensava si rivolgessero a lui: aveva un nome comune e lì, in quella città, non conosceva nessuno.

«Mario!!» insisté la voce, un po’ più vicina; Mario dette una veloce occhiata in giro ma, a causa di una sua parziale sordità all’orecchio destro, non fu in grado di stabilire da dove provenisse il richiamo. E poi, chi mai poteva essere? Cercavano di certo qualcun altro.

«Mario, finalmente! Ma non mi hai sentito?» disse la voce accanto a lui, mentre una mano senza guanti gli batteva sulla spalla. Mario si dovette fermare per forza e si voltò per capire chi era che lo aveva riconosciuto. Ci mise qualche secondo: possibile, Luigi? «Luigi, quanto tempo, come stai?» e strinse la mano al sessantenne minuto, i capelli a spazzola ormai completamente bianchi, la faccia grinzosa con due occhi celesti ancora vivacissimi.

Luigi lo volle addirittura abbracciare, bloccando il passeggiare svelto di chi li circondava; per un po’ sembrarono entrambi emozionati. Mario si riprese; rimise velocemente le mani nelle tasche del giaccone «Devo aver lasciato i guanti in macchina» fece a Luigi «e stasera fa un bel freddo! Vieni, andiamo a scaldarci» ed entrò in uno dei bar più ‘in’ del corso. Luigi lo seguì ma, mentre Mario si dirigeva al bancone, Luigi prese posto ad un tavolo libero, un po’ in disparte.

Mario fece retromarcia. «Ecco, ora si siede anche al tavolo» pensò preoccupato. «Cosa prendi?» «Un cioccolato bollente con panna e biscotti: mi sembra l’ideale no? Così ci scaldiamo!» «Un cioccolato…» «..con panna!» « ..con panna e dei biscotti e un decaffeinato» ordinò svelto al cameriere che si era avvicinato, solerte.

«Un decaffeinato?» fece Luigi. «Eh sì, ormai… il cuore, sai… non va più tanto bene» rispose Mario.

«Ma insomma, dimmi di te, sono 5 o 6 anni che non ci vediamo più. Sei sempre a Firenze? Che ci fai qui, in provincia?» Mario aveva bevuto rapidamente il suo caffè, sperando che anche Luigi facesse in fretta. Luigi, invece, si era messo con calma a zuppare un biscotto nella cioccolata bollente, di cui aveva assaggiato golosamente un paio di cucchiaini, colmandoli di panna. Guardava il liquido scuro e viscoso e mordeva la parte terminale del biscotto con avidità, viziosamente, gustandone in bocca tutto il calore e la mollezza.

«Se continua così – pensò Mario, spazientito – ci sta tutta la sera!»

«No, non siamo più a Firenze, ora abbiamo trasferito la sede della società in campagna» si riscosse Luigi, mentre con gli occhi cercava di decidere quale sarebbe stata la sua prossima ‘vittima’, facendo scorrere lo sguardo indeciso sul vassoietto dei biscotti. Alzò gli occhi verso Mario. «Stiamo sviluppando software di Business Intelligence, oggi sono qui perché avevo un appuntamento con la Banca. Stiamo trattando…» Decise di provare con un wafer quadrato alla crema, ma indugiò un po’ troppo nella sua zuppetta e, quando fece per portarlo alla bocca, parte del biscotto, fradicio di cioccolata, cadde rovinosamente sulla tovaglia e sui pantaloni. «Accidenti!» disse appena Luigi, ma recuperò con le dita i frammenti di biscotto mettendoseli golosamente in bocca.

«E tu, invece come mai sei qui? Come va?»

«Io ho accompagnato mia moglie da un’amica e le ho lasciate poi a fare un po’ di shopping. Domani pomeriggio partiamo, coi ragazzi, per l’Egitto.»

«Ah, l’Egitto, il caldo… – Luigi era alle prese col terzo biscotto, una lingua di gatto, adesso – … beato te» e assaporò la squisitezza che gli si sciolse in bocca. «E il lavoro?»

«Il lavoro, sai, in questa congiuntura; però non mi posso lamentare, dai. Networking e Business Continuity sono imprescindibili in qualsiasi realtà aziendale e con gli esperti che abbiamo noi… Te li ricordi, no? E ci ho aggiunto anche qualche pezzo nuovo, ragazzi giovani, in gamba. Con fatica, ma tutto gira. Il tuo, no sono due, vero, i tuoi ragazzi, se posso chiederti…» Mario si ricordava dei rapporti molto tesi che Luigi aveva con sua moglie: le ultime volte che si erano incontrati aveva saputo di una imminente separazione, non proprio consensuale.

«Siamo di nuovo una famiglia, ora» rispose Luigi, comprendendo al volo l’accenno di Mario «abbiamo deciso di rimettere assieme i cocci, in campagna…»

«Tuo padre ha una tenuta da queste parti, mi sbaglio?» «Sì, è meglio dire che l’aveva, lui non c’è più…; adesso è di mio fratello – teneva ancora gli occhi fissi sui biscotti – e anche mia, certo – guardò di sfuggita Mario in faccia – almeno la dependance.»

«Mi ha fatto piacere rivederti, ma ora devo proprio scappare, ho appuntamento con mia moglie e sarà piena di pacchi: se non arrivo in tempo al soccorso poi dovrò sopportare la predica per tutto il viaggio di ritorno!»

Un’ombra passò negli occhi di Luigi, che per un attimo si fecero scuri; Mario gli riconobbe nel tic sotto lo zigomo un’antica manifestazione di disappunto e di disagio. Luigi non gli era mai rimasto particolarmente simpatico; si erano trovati varie volte alleati in affari, comportandosi con reciproca correttezza, però Mario aveva sempre pensato che in Luigi ci fosse qualcosa di strano, di non chiaro, di non detto.

«Il mio bigliettino» Mario ne tirò fuori uno, un po’ sgualcito, dalla tasca interna della giacca.

«I miei sono in ristampa, sai, con il cambiamento di sede… scriviti il cellulare» e dettò a Mario un numero di cui il collega prese nota su un tovagliolino che poi si mise nella tasca dei pantaloni.

«Bene, passo alla cassa, tu prendi altro?» Al cenno di diniego di Luigi, che aveva la bocca piena, gli strinse la mano con calore. «Auguri, vecchio mio, sentiamoci subito dopo le feste!»

«Senz’altro, tanti auguri anche a te e ai tuoi e goditi il caldo dell’Egitto!»

Mario si avvicinò alla cassa per saldare, affondò la mano nella tasca del giaccone e ne tirò fuori un biglietto da venti euro. Gli fecero lo scontrino e gli resero pochi spiccioli.

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«Accidenti a Luigi, mi sono bruciato venti euro, erano gli ultimi…» pensò, mentre rientrava nel freddo, ancor più pungente, della strada sempre molto animata.

Si mise a camminare seguendo il flusso delle persone, buttando occhiate disattente alle vetrine luccicanti, seguendo con interesse ormai distaccato i tanti corpi femminili che immaginava caldi e accoglienti, sotto quei cappotti di gran sartoria e sotto le pellicce.

«Meno male che mi sono inventato la storia della moglie – pensò – e forse ora lei è davvero al caldo in Egitto con qualcuno, maledetta Gloria. Però, se non gli avessi detto niente mi avrebbe sicuramente invitato a cena! Sono stato uno stupido. O potevo dirgli che anche io mi trovavo qui per affari, magari mi invitava a passare la notte a casa sua, alla Fattoria. Beato lui: ha rimesso su la famiglia, lavora con la Banca…»

Un’altra luce aveva attirato l’attenzione di Mario; qualche anno prima non ci avrebbe neppure fatto caso o piuttosto si sarebbe inventato una battuta irriverente. In fondo alla via, quando le luminarie dei mercanti si facevano più rade e la strada si apriva in una piazza, quattro o cinque gradini invitano a salire ed entrare in una chiesa, illuminata fiocamente. «Già, se non fosse per loro, oggi… – pensò confusamente Mario – tanto io non ci credo né ci crederò mai, ma se non ci fossero loro…»

Mario era entrato nella chiesa la sera prima: il freddo era pungente e lì, su una panca, si sarebbe potuto riposare un po’ al caldo; quella era stata la scusa ma in realtà aveva seguito una nonna che saliva piano piano le scale, tirandosi dietro un nipotino un po’ recalcitante. La vecchia, ad ogni passo, diceva al nipotino “Su, non ti far tirare.” “Andiamo, si va a vedere il Presepe.” oppure “Dai, su, è bello il Presepe, vieni!”. Mario era rimasto colpito dal cantilenare della vecchia e si era ricordato una scena simile, al paese, quando sua nonna lo portava con sé nella grande chiesa scura a vedere i soldati romani, i pastori con le pecore, le osterie piene di avventori, la grotta pronta ad accogliere il Bambino.

Aveva seguito i due e anche lui si era messo a guardare quel grande Presepe, pieno pieno di casette, ponti, pozzi, vecchie statuine di pastori, di osti, di soldati. Seduto all’ingresso di una osteria c’era anche un mendicante con un cappello messo per terra a raccogliere le offerte, notò.

Quella sera invece passò lentamente davanti al portone, gettando uno sguardo dentro, poi si attardò, lento, sui vialetti ghiaiosi della grande piazza, maltenuta e male illuminata; doveva far passare ancora un po’ di tempo e preferiva allungare la strada percorrendo quella zona di periferia; i pensieri erano neri e il futuro un baratro dove, ne era sicuro, stava per cadere. Per fortuna quel giaccone che gli avevano dato teneva davvero caldo e anche le scarpe, un po’ sformate, erano di ottima fattura. In quel periodo dell’anno la gente si sentiva un po’ più generosa ed era più facile vestirsi bene.

«Ci sarà fila quando arrivo – pensò Mario intravidendo, da lontano, il campanile del duomo – ma tanto, che devo fare? Prima o poi la mia dose di freddo la devo sopportare. Almeno qui la notte poi posso dormire in un letto. Sai che figura se avessi raccontato queste cose a Luigi. Ci siamo fatte certe cene di pesce, a Lazise, durante la Fiera… me ne ero dimenticato.»

Era arrivato alla mensa della Caritas, la fila era lunga, gran parte all’esterno, e costituita di ‘varia umanità’, come la definiva tra sé Mario. Qualcuno, molto male in arnese, lo guardava crucciato: che ci faceva uno come lui, ben vestito, sbarbato, senza quell’aria da sconfitto che hanno quasi tutti  e poi abbastanza giovane, tra loro poveracci? «Già, senza casa, senza famiglia, con in tasca solo il resto del bar.» Pensò a come avrebbe fatto l’indomani. «Andrà a finire che dovrò mettermi in un angolo a chiedere l’elemosina.» Il freddo gli ghiacciò due lacrime che non ce la fecero a scender giù sino in fondo alle guance. «Dai che stasera si  mangia bene – gli fece di sotto in su un vecchino basso basso, completamente sdentato, che era proprio davanti a lui nella fila – non te la prendere, senti che profumino!» Aveva un corpo così magro, un volto così emaciato e un mento così a punta che Mario pensò avrebbe potuto benissimo fare da controfigura a quel San Bernardino di cui aveva visto   un quadro nella chiesa, la sera prima.

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Finalmente riuscì ad entrare all’interno della mensa; varcata la porta a vetri opaca di condensa, fu abbracciato dal calore umido e dagli odori del cibo; alla sua destra, proprio dietro il battente, ebbe appena il tempo di intravedere un piccolo presepe solitario, ignorato da tutti; si sentiva meglio adesso, c’era caldo e c’erano il rumore dei piatti e il chiacchierare, in tante lingue diverse, degli ospiti; si riempì il vassoio: penne al pomodoro fumanti, petto di pollo, spinaci, due fette di pane, una bottiglietta di acqua gassata, una mela e un dolcetto chiuso in una bustina trasparente. Niente alcolici, era la regola; un po’ il vino gli mancava, ma ci avrebbe fatto l’abitudine, pensò.

Forse per il freddo, forse per la tensione dell’incontro improvviso di poche ore prime, Mario aveva una gran fame e cercò subito un tavolo dove sedersi ma la scelta del tavolo non era una cosa semplice: doveva evitare i musulmani, i ‘non caucasici’, i tavoli dove sedeva qualche matto che immancabilmente avrebbe fatto, prima o poi, qualche scenata e i tavoli con le donne; non si va ad un tavolo con donne a meno di essere invitato; lo aveva imparato presto.

«Cristo santo!», si lasciò sfuggire all’improvviso ad alta voce: dietro a una colonna, in un angolo lontano, aveva intravisto il giaccone verde e i capelli a spazzola bianchi di Luigi, seduto tutto solo. «Ma come.. anche lui qui?» Il primo istinto fu quello di lasciare il vassoio in un angolo e di scappare via di corsa, ma aveva imparato ormai che al primo istinto si dà retta quando si è uomini liberi. «Bene, ora devo scendere ancora un gradino. Non si finisce mai.»

Si diresse allora rapido verso il tavolo di Luigi, era inutile nascondersi. Posò il vassoio, tolse il giaccone e lo mise a cavallo dello schienale della sedia, poi si mise a sedere. Luigi, lo sguardo imbambolato dietro a chissà quali pensieri, guardava fisso nel suo piatto da cui mangiava avidamente.

«Buon appetito, Luigi» fece Mario, prima di mettere in bocca la prima forchettata di penne.

Luigi rientrò in sé, alzò lo sguardo e riconobbe chi lo aveva salutato. «Mario… tu qui?» balbettò, poi un pensiero improvviso gli si accese nella testa «Mi hai seguito?» la voce gli si era fatta cattiva e aveva avuto ancora quel tic sotto lo zigomo.

«No, non ti fare strane idee. Questo è anche il ‘mio’ ristorante preferito…» scosse la testa e si mise a guardare fisso il suo piatto.

«Ah. Allora mangia la pasta prima che si freddi. Stasera è proprio buona.»

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Per un po’ mangiarono in silenzio, le teste basse, vergognandosi di questo secondo incontro. Poi Luigi, spostato in un angolo del vassoio il suo piatto della pasta, che aveva completamente svuotato, e mettendo al suo posto il piatto del secondo, una bistecchina di maiale con patate arrosto, rivolse di nuovo la parola a Mario. “Quando ti ho visto per strada, stasera, ho pensato che era una fortuna averti incontrato, forse avresti potuto darmi una mano. Poi ti ho sentito impegnatissimo, la moglie, i pacchi, l’Egitto; mi sono detto: lo chiamo dopo le feste, qualcosa forse mi farà fare…”

“Già, e io, quando ho visto te, ho pensato che forse mi avresti invitato nella tua tenuta per il Natale!” Bevve un sorso di acqua gassata. “No, non avrei avuto il coraggio di chiederti niente, ci ho pensato solo dopo…” “E mi sei costato i miei ultimo venti euro!” aggiunse, con un mezzo sorriso.

Luigi ci rimase male; cominciò a cercare nelle tasche dei pantaloni, poi in quelle del giaccone che, nonostante il caldo dell’ambiente, non si era tolto. “Ecco, tieni” allungò a Mario cinque euro, stropicciati. “E’ tutto quello che ho.”

Mario fece l’offeso: “Scherzavo, dai! Fra ‘manager’ non si fanno queste cose, ci mancherebbe altro…”

“I signori sono manager?” una voce di basso si fece sentire alle spalle di Mario. Don Omero girellava come tutte le sere fra i tavoli per vedere se tutto andava bene, per scambiare quattro chiacchiere con i frequentatori abituali e per cercare di confortare chi vedeva in particolare difficoltà; quei due seduti insieme non li aveva mai visti e si era avvicinato per fare la loro conoscenza.

Mario non aveva ancora perso il suo spirito: “Manager, e dei migliori, vero Luigi?”. Luigi assentì, anche se con poca convinzione.

“Posso sedermi con voi?” chiese don Omero.

“Certo Padre” gli rispose Mario mettendosi in bocca un bel pezzo di petto di pollo. “E’ a casa sua” gli fece eco Luigi.

“No, non sono a casa mia, figlioli – ribatté don Omero, avvicinando una sedia e sedendosi tra i due – siamo tutti a casa Sua” e indicò verso l’alto.

“Beh, come preferisce, padre – gli rispose pronto Mario, dopo essersi nettato la bocca con un tovagliolino per portar via i resti di spinaci che certamente gli erano rimasti tra i peli della barba – Allora Gli faccia sapere che in casa Sua ha dei bravi cuochi.”

“Glielo farò sapere di sicuro e gli farà piacere” ribatté don Omero, stando al gioco.

“Stavate parlando di ‘manager’ quando vi ho interrotto – riprese don Omero – mi dite qualcosa di più?”

“Abbiamo gestito due aziende di informatica, negli anni passati. Io avevo una dozzina di dipendenti e anche tu Luigi, più o meno….” “Sì, siamo lì” confermò Luigi. “Servizi alle aziende, messa in rete di società, gestione delle problematiche di continuità dei servizi e di salvaguardia dei dati” elencò, professionale, Mario.

Luigi, da parte sua, completò il quadro “Noi sviluppavamo software, verticalizzazioni anche molto spinte, applicazioni web…”

“Tutta roba difficile da spiegare, Padre – continuò Mario, convinto che il prete li ascoltasse per pura cortesia, senza comprendere gran che di quello che dicevano – bisogna esserci dentro per capire bene il nostro linguaggio e il nostro lavoro. Per i più, dire informatica vuol dire Internet e Facebook e poco altro…”

Don Omero invece era straordinariamente attento e li interrogò sui clienti che avevano avuto, sui maggiori progetti che avevano realizzato, sui tempi delle realizzazioni.

“Ma ci sta facendo un colloquio di lavoro, Padre?” chiese a un certo punto Mario.

“Beh, figlioli, in un certo senso, sì. – rispose don Omero – Il vescovo, da un po’ di tempo, mi ha dato l’incarico per una serie di progetti che prevedono, anche nella nostra diocesi di provincia, l’uso dell’informatica. Sia per la rete interna dell’Arcivescovado, sia per una serie di progetti che il vescovo ha in mente, dai collegamenti on line di tutte le parrocchie, a centri di ascolto con gruppi mirati di Facebook, sino a corsi di alfabetizzazione per tutti quelli che dovrebbero far funzionare questa nuova macchina, e poi corsi per estracomunitari, per anziani… Insomma, c’è una rivoluzione informatica in corso e la Chiesa non può certamente resistergli.”

Don Omero aveva ottenuto l’attenzione dei due; continuò: “Io non sono un tecnico, abbiamo alcune persone al nostro interno che un po’ di informatica se ne intendono, ma c’è bisogno di chi faccia dei progetti sensati, definisca le risorse che servono, segua i lavori fissando dead-line precise, coordini le risorse, ne recuperi di nuove, stabilisca la struttura hardware necessaria, definisca i software da installare, sviluppi applicazioni ad hoc…”

“Insomma, l’Arcivescovado come una azienda da informatizzare praticamente da zero!” fece Luigi. “Sì -rispose don Omero – e con possibilità interessanti, sempre in accordo con Sua Eminenza e sotto la sua supervisione.”

“Sapete bene che persone di questo tipo hanno un costo molto alto, specie per la nostra ‘azienda'; aggiungete che c’è da definire anche tutta l’infrastruttura hardware. E se ci affidiamo ad aziende commerciali del nostro territorio, mi sono già informato, i costi diventano insostenibili. Se invece riuscissimo ad avere la collaborazione di qualche ‘volontario’, pagato, s’intende, per quello che possiamo, non dubito che avremmo la possibilità di creare un progetto che avrebbe anche l’attenzione del Santo Padre.”

“Che ne dite? Ci volete pensare? Ne parlate tra di voi? Io sono don Omero, se non mi trovate qui, cercatemi in Curia, all’Arcivescovado, quel palazzone accanto al duomo, sapete.” Il prete si alzò, augurando la buona notte a entrambi, lasciando Luigi e Mario a fissarsi interrogativi.

“Che ne pensi, Mario?”. “Luigi, hai forse altri impegni?” “No, ma… non lo so, lavorare per la curia…” “Se ci sono stati i banchieri di Dio ci possono benissimo essere i Manager informatici del Vescovo, no?”

“In fondo non abbiamo niente da perdere e mi sembra una bella sfida.”

“Sì, un bel progetto, complesso e articolato.”

“Potremmo anche ricontattare qualcuno dei nostri ‘ragazzi’, no? Forse pagheranno poco, ma il lavoro sarà lungo e complesso.”

“Allora che ne dici, Luigi, si può fare?”

“Certo che si può fare!”

“Ottimo! E’ il miglior regalo di Natale che abbia mai scartato” fece Mario, e non si riferiva al dolcetto che, ormai a fine cena, aveva aperto dalla sua confezione di plastica addentandolo con decisione, assaporandolo come fosse il più delizioso che avesse mangiato in vita sua.

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Dr J. Iccapot