La cometa di Halley nel 1910

L’oste irruppe nella cucina, satura di odori, vapore e fuliggine, come una folata di vento.

“Tre zuppe di farro, un piccione ben cotto e due frittate. Di corsa! Ah, sì, anche una scodella di lenticchie calde.”

“E come si chiama il tuo cliente, padrone, Esaù?” disse Shimon per far ridere le sguattere.

“No, micragna. Non può permettersi di aggiungere al contorno neanche un uovo. E il pane e l’olio li ha portati da casa – ribatté l’oste, sempre pronto allo scherzo – ma invece di fare tanto lo spiritoso, fannullone, passami lo schidione con gli uccelletti…la zuppa di certo non toglierà la fame a quei tre giovanotti che vengono dalla Galilea. Hanno l’aria di non mangiare da giorni.”

“Ma avranno denaro per pagare?” chiese la moglie dell’oste. Negli ultimi tempi, con tutti gli stranieri che giravano in paese, capitava spesso che qualcuno approfittasse della confusione per svignarsela senza regolare il conto.”

“Per chi mi hai preso, donna! Mi sono fatto mostrare il loro tesoretto, basta per la cena e l’alloggio. Passeranno la notte sui pagliericci che stanno nel corridoio grande.”

“Sistemazione regale!” commentò Shimon.

“Lo puoi ben dire, sciocco! Anche se girassero tutte le locande del circondario stanotte non troverebbero un buco per dormire, al massimo potrebbero chiedere ospitalità ai pastori che bivaccano all’aperto.”

“Davvero non c’è più posto?” chiese Deborah, la figlia dell’oste, entrando in cucina. Era uscita per andare a prendere da un vicino una forma di cacio.

“Niente di niente: ho dato via anche la stanza delle serve: si arrangeranno qui in cucina” sentendo la notizia le sguattere protestarono, ma a bassa voce.

“Non fate tante storie, galline spennate, si tratta di una situazione d’emergenza! e tu Deborah, aiutami a portare di là le scodelle.”

Appena i clienti gli concessero un attimo di tregua, l’oste chiamò la figlia.

“Perché mi hai chiesto se c’era ancora posto? Non sarà che al solito hai qualche mendicante da alloggiare a scrocco? L’ amore per prossimo è una bella cosa, ma noi siamo locandieri, non benefattori!”

“Non sono poveracci, potrebbero pagare! lui è anziano e la moglie è incinta…fuori fa tanto freddo, padre.”

“Anche se venisse Erode in persona non avrei dove sistemarlo. Ci vorrebbe un mago per far saltare fuori una stanza libera, lo sai bene che persino noi di famiglia dormiamo ammassati come bestiame.”

“Mandali via tu, per favore, io avevo promesso di aiutarli” rispose la ragazza abbassando la testa.

“Deborah, figlia mia, non fare così, lo sai quanto mi spiace deluderti! – disse l’oste – beh… vedrò cosa posso fare, ma non garantisco nulla. Una cosa però è certa: il tuo buon cuore sarà la mia rovina!”

Uscì all’aperto per cercare la coppia di stranieri.

“Che zizzola – mormorò tra sé, guardando il cielo è stellato – scommetto che stanotte verrà una bella gelata.”

I protetti di Deborah stavano rincantucciati ai piedi di un muretto, stanchi e infreddoliti.

“Buona gente – disse l’oste – nella locanda davvero non ho più posto, mi dispiace.”

“Ma noi possiamo pagare, e bene! – disse il vecchio mostrando alcune monete.

“Non è questo il problema, anche la cucina e la taverna sono occupate. E in cantina dormono il cuoco, lo sguattero e i miei vecchi genitori. Sono sicuro che Deborah vi cederebbe il suo letto, se ne avesse uno, ma divide un pagliericcio con il fratellino…il mio Beniamino è malato e deve stare comodo, almeno lui.”

“Ho tanto freddo” bisbigliò la giovane donna al marito.

“Abbiamo chiesto in tutte le locande del paese. Nessuno può ospitarci e mia moglie…insomma lo vedi anche tu, ha bisogno di sdraiarsi in un posto caldo.”

“So che mia figlia mi guarderebbe con aria di rimprovero per settimane se non trovassi il modo per aiutarvi. Beh, una soluzione ci sarebbe, ma non la proporrei mai a persone da bene come voi. A volte passano di qui dei mendicanti… io faccio il locandiere per campare e non possono permettermi di ospitarli per carità, ma li lascio entrare nella stalla. Almeno stanno al coperto e il calore degli animali è quasi meglio di un fuoco acceso.”

“Se non puoi offrirci di meglio va bene anche la stalla, vero?” disse il vecchio rivolto alla moglie. Lei fece cenno di sì con la testa.

“Intanto vi lascio il lume e vado a prendere la chiave, ma torno in un attimo.”

L’oste entrò nella locanda quasi di corsa, prese un paio di tovaglie e tolse dal suo letto una coperta, il pelliccione da solo bastava per lui e la moglie. Tornando sui suoi passi notò un cliente ubriaco che russava accanto al braciere, si avvicinò e con delicatezza gli prese la coperta: con il vino che si era scolato quello poteva dormire anche nella neve!

Indossò il mantello e uscì di nuovo. Fu subito investito da un mulinello di vento e nevischio che lo fece rabbrividire.

“Tempo da lupi – mormorò – disgraziato chi non ha un tetto stanotte!”

I due stranieri lo aspettava accanto alla porta della stalla. Girò la chiave ed entrarono.

L’odore non era buono ma, superata la zona dove alloggiavano i cavalli, il profumo del fieno ammassato per l’inverno prevaleva sulla puzza.

“Potreste sdraiarvi qui, accanto al fienile, ma per stare davvero al caldo io vi consiglio lo stabbiolo là in fondo: ci sono il bue e l’asino che mio padre usa per arare il suo campicello, sono bestie tranquille e, a dire il vero, anche vecchiotte, ma lui non le vuole macellare, sostiene che sono migliori di tante persone di sua conoscenza. Le tiene strigliate e ben nutrite come fossero figli. E cambia la lettiera ogni sera!”

“Sì, là staremo meglio, il calore degli animali ci scalderà.”

“E non abbiate timore, sono bestie buone come il pane” ribadì l’oste.

Nel loro alloggio il bue e l’asino dormicchiavano, ma si svegliarono subito sentendo l’insolito tramestio. Stupiti da quella visita notturna, salutarono con muggiti e ragli il padrone.

“Fate silenzio, chiacchieroni, svegliate tutta la locanda!”

L’asino e il bue ammutolirono e si accostarono al muro, quasi volessero far posto agli ospiti.

“Davvero sembra che abbiano compreso le tue parole” disse il vecchio stupito.

“Certo che hanno capito sono animali, non idioti!” replicò l’oste quasi offeso. Come il padre provava per quelle carcasse ambulanti un insolito affetto, soprattutto per il ciuchino che era stato il paziente compagno di giochi della sua infanzia.

“Vi lascio queste coperte e il lume. Le tovaglie invece le metto sulla staccionata, così i padroni dei cavalli o i loro servi, se scendono a dare un’occhiata, non vi vedranno. E il caldo non se ne scapperà fuori.”

L’oste si guardò intorno: tutto era a posto, a parte la finestrina in alto.

“Da lì entra vento – disse al vecchio indicando l’apertura – ma per tappare l’apertura basta un po’ di fieno.”

“No, per favore, non chiuderla – mormorò la donna – si vede il cielo e quella stella così luminosa che è apparsa la notte passata.”

L’oste aveva già dato un’occhiata alla volta celeste quella notte, ma non aveva notato l’astro che ora brillava nel riquadro della finestra. In effetti era certo che non ci fosse. Non era una stella qualunque, aveva una strana aureola.

“Speriamo non sia una cometa!” disse pensoso.

“Perché, non è un buon segno?” chiese la donna.

“Per carità! Porta cattivi raccolti, incendi, guerre, pestilenze. Significa che il Signore è adirato… speriamo che questa volta ce l’abbia con i Romani e non con noi!” rispose l’oste.

“Eppure è così bella” proseguì la donna, affascinata dalla luce emanata dalla stella.

“Potrebbe anche essere un effetto prodotto dalle nuvole, come fa l’acqua con gli oggetti. Magari è una stella qualunque” aggiunse l’oste.

“Speriamo sia così – disse il vecchio – se davvero le comete annunciano qualcosa di terribile” disse il vecchio.

“A volte una cosa terribile può essere anche meravigliosa” mormorò la moglie.

Questa donna, pensò l’oste, è troppo saggia per essere una femmina e, per giunta, bella e giovane. Chi sa perché avrà sposato il vecchio, non certo per i soldi, ha l’aria di essere un artigiano…magari accordi tra famiglie per faccende di eredità.

Lui non approvava quel genere di unioni e di certo non avrebbe mai dato la sua Deborah a un uomo di quell’età, per nulla al mondo.

La finestrina rimase aperta e l’oste se ne andò, salutando la coppia.

“Aspetta, non mi hai detto quanto vuoi per questo alloggio!” esclamò l’uomo

“Niente, non mi devi niente. Io sono un locandiere, affitto camere e questa non mi pare sia una stanza.”

“Allora ti ringrazio di cuore per la tua gentilezza e pregherò il Signore perché benedica la tua casa.”

L’oste uscì senza rispondere. Salì le scale con un groppo alla gola:

“Altro che benedizione! – pensò addolorato – il Signore mi ha caricato di mali come Giobbe! Un figlio malato senza speranza di guarigione, una moglie sempre di malumore, una figlia che rifiuta tutti i pretendenti e gli affari…ora vanno bene, per via del Censimento, ma dopo?”

Entrò nella taverna e si mise a sedere vicino al fuoco. Non aveva voglia di dormire, la cometa lo aveva spaventato e nella testa gli frullavano cento pensieri.

“Meno male che l’imperatore dei Romani si è messo in testa questa bizzarria di contare le persone come fossero pecore!” borbottò muovendo i ciocchi del braciere

Tutti dovevano farsi registrare nel villaggio d’origine e così le strade si erano riempite di viaggiatori: chi andava a nord, chi a sud, chi a ovest, insomma, un gran movimento che portava denaro a palate nelle borse dei tavernieri.

“Gli innalzerei un altarino, a quell’Augusto, se non fosse vietato dalla Legge – pensò l’oste – so bene che è un nemico del popolo eletto, ma merita la mia riconoscenza perché la taverna non è stata mai così piena…il vecchio, se volevo, mi avrebbe pagato persino per dormire in un angolo della stalla!”

L’Imperatore però non doveva starci tanto con la testa perché, a parte la storia di far spostare la gente di qua e di là, del tutto insensata, ultimamente pretendeva di essere una divinità.

Gli dei Greci e dei Romani erano spiriti maligni dotati di poteri sovrannaturali che raggiravano popoli sciocchi, disprezzati dal Signore, con qualche giochetto di magia, ma come si faceva a credere che un uomo vivo non fosse un uomo: forse che Augusto volava, lanciava fulmini o sanava i malati come Esculapio? Già, Esculapio…una volta aveva fatto visitare Beniamino da un medico greco che viveva a corte. Era costata il Tesoro del Tempio quella visita…ma neanche i falsi dei dell’Olimpo avevano guarito il suo bambino.

Per fortuna il Rabbino era all’oscuro della faccenda: già lo guardava storto perché riteneva tutti i locandieri ladri e compari di prostitute, figuriamoci se avesse saputo che un pagano aveva invocato gli spiriti maligni nella sua casa.

Mentre rimuginava sull’ingiusto giudizio del Rabbino, l’oste vide passare un’ombra diretta alla porta.

“Siamo alle solite: Deborah va a controllare come stanno i suoi ospiti – pensò l’oste – strano che non l’abbia fatto prima. Fingerò di dormire, tanto non potrei fermarla. Però è triste vedere una bella ragazza che invecchia in casa… potrebbe essere una malia. Si sa che al Nemico piace tormentare i buoni e lei ha un cuore grande come le porte di Gerusalemme.”

Dopo qualche minuto Deborah tornò nella taverna e si avvicinò al padre, in apparenza addormentato, scuotendolo per un braccio.

“Oh, guarda che sono sveglio – disse l’oste – non occorre che mi sloghi una spalla!”

“Presto, padre, alzati, bisogna fare qualcosa per quella poveretta…il bambino sta per nascere” bisbigliò la ragazza.

“Io non sento grida…sei certa che sia arrivato il momento? comunque sono cose da donne, vai a chiamare tua madre!”

“Ma lei mi tratterà male, dirà che porto sempre impicci nella sua casa…vieni tu!”

“Vai a chiamare tua madre. Sembra sempre arrabbiata ma non ha il cuore di pietra! Vedrai che ti aiuterà senza rimproverarti.”

Deborah ubbidì. Dopo poco la moglie dell’oste uscì dalla stanza con lenzuoli e stracci. Si avvicinò al marito e disse:

“Vai a chiamare le comari, io da sola non posso fare tutto!”

“Che il Signore te ne renda merito, Rebecca” disse il marito, consapevole di quanto le costasse quel gesto di bontà.

“Lascia stare il Signore, si è già occupato di me” replicò seccamente la donna.

L’oste svegliò con grandi colpi alla porta le due donne: in una notte come quella non avevano davvero voglia di uscire, tuttavia lo seguirono fino alla stalla. Lui non entrò.

Si mise nuovamente seduto accanto al braciere: da lì poteva seguire l’andamento del parto interrogando le donne che facevano la spola tra la stalla e la cucina con acqua calda e stracci. Finalmente, al decimo giro, la moglie gli annunciò che era nato un bambino, un bel maschietto sano e vivace, ed anche la madre stava bene.

L’oste si sentiva soddisfatto come fosse un parente:

“Un maschio, meno male! – disse tra sé – Il padre avrà un sostegno e la madre una protezione. Ci vuole qualcuno che difenda la soglia di casa quando i nemici bussano alla porta!…la femmine sono carine ma danno troppi pensieri: bisogna sorvegliarle e trovare un buon marito che non le picchi. E se non hanno figli ti tornano indietro e tutti le evitano come appestate. Speriamo che a Deborah non tocchi questa brutta sorte!”

La mattina seguente il tempo sembrava migliorato. Non nevicava più e l’oste era certo che almeno uno dei suoi clienti, un ricco mercante, si sarebbe messo in viaggio per tornare a casa: aveva preso moglie da poco e non voleva lasciare la sposina troppo a lungo sola. Uomo saggio e prudente! Insomma, una stanza si sarebbe presto liberata.

Il mercante in effetti aveva deciso di partire e l’oste lo accompagnò nella stalla. Doveva prendere il suo cavallo.

“Ma che succede quaggiù” chiese stupito l’uomo vedendo quel via vai di donne che bisbigliavano e ridevano mettendosi la mano sulla bocca.

“Niente di male, anzi! Stanotte è nato un bambino…”

“In una stalla?” domandò stupito il mercante.

“Non c’era posto da nessuna parte, però la madre è stata ben assistita dalle mie donne e da due comari.”

In quel momento il vecchio sollevò una delle tovaglie che nascondevano lo stabbiolo ed uscì.

“Ecco il fortunato padre! Il primo figlio e subito un maschio!” esclamò l’oste.

Il mercante aveva sposato una donna molto più giovane di lui e temeva di aver commesso un errore: la vista di un padre fresco di giornata così anziano lo rincuorò e, prima di partire, volle a tutti i costi donare al bambino una moneta d’oro.

L’oste annunciò che ora una stanza era disponibile: la famigliola avrebbe avuto finalmente una sistemazione comoda e decorosa.

Intanto aveva portato una fiaschetta di vino dolce per brindare alla salute dei genitori e del nuovo arrivato. Solo gli uomini, s’intende.

“Un goccio farebbe bene anche alla madre, per rincuorarla” disse una delle comari.

“Se il marito acconsente… non è poi un gran peccato ” osservò l’oste.

Il vecchio approvò e prese dalla culla, la vecchia culla intarsiata che l’oste aveva fatto fare per suo figlio Beniamino, il neonato.

“Davvero un bel bambino – disse una delle comari – A volte, appena nati, sono proprio brutti, hanno la testa schiacciata, la faccia rugosa, e le giovani madri si disperano pensando di avere messo al mondo un mostro.”

“Sì è davvero un bel bambino. E come si chiamerà?” chiese l’oste.

“Visto che sei stato così buono con noi, se sei d’accordo, vorremmo dargli tuo nome.”

“Ma vuoi scherzare! E’ il tuo primogenito, deve chiamarsi come tuo padre o tuo nonno, ma se proprio vuoi essere originale dagli il nome del grande re David o di un giudice, che so…Sansone.”

“Il tuo nome è così brutto che non vuoi dircelo?” chiese il vecchio per provocare l’orgoglio dell’oste.

“E va bene…mi chiamo Yeshua”

“E’ un nome bellissimo, Yehoshua significa il Signore è salvezza” disse la puerpera con un filo di voce. L’oste pensò di nuovo che quella giovane donna aveva troppo discernimento per essere una femmina.

Terminati i festeggiamenti l’oste andò in cucina per controllare che tutto procedesse come sempre. Trovò la moglie intenta a preparare un piatto di carne, aveva le lacrime agli occhi. Pensò che forse le dispiaceva aver visto quel bimbo così bello e sano mentre il suo Beniamino era ridotto a una larva. Non si faceva una ragione della malattia misteriosa dell’unico figlio maschio. Pensava che il Signore l’avesse ingiustamente punita, come Giobbe. Lei però non aveva abbastanza fede per superare la prova.

L’oste era certo che il suo malumore perenne fosse il riflesso dell’astio profondo che provava verso il Signore, ma non le chiedeva mai nulla al riguardo per evitare di scoprire una verità troppo amara.

Nessuno, nemmeno il Rabbino, era riuscito a convincerla che, a volte, le malattie sono solo malattie.

Quando la donna si accorse della presenza del marito si voltò: l’oste rimase allibito vedendo che la moglie stava sorridendo.

“Beniamino si è svegliato un’ora fa e… ha chiesto di mangiare.”

La notizia stupì ancora di più l’oste: il bambino a fatica spilluzzicava qualcosa verso l’ora di pranzo.

“Sì, mi ha detto che aveva tanta fame…e poi ha cercato di alzarsi dal letto, ha fatto solo due passi, ma sono due passi a fronte di niente! Comprendi?”

L’oste si oscurò in viso, i medici non avevano dato speranze, forse quello era l’estremo tentativo di reazione che a volte hanno i malati prima di morire.

Entrò angosciato nella camera dove dormiva tutta la famiglia e vide il figlio in piedi, appoggiato al muro.

“Beniamino!” gridò spaventato l’oste. Corse a sorreggerlo e, afferrandolo con forza, sentì che i muscoli delle sue magre gambe non erano più inerti come carne morta.

“Non mi stringere così, padre: tanto non cado! Mi sento bene, come un tempo. Ma quanto impiega mia madre per preparare lo spezzatino? Ho fame!”

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Rosanna Bogo