Ultime pubblicazioni

I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per dicembre 2010

Thomas Orrow

Un racconto di GM Willo.

Vincent Kalling gettò distrattamente l’occhio sul trafiletto di un quotidiano locale, lasciato sulla panca del tavolino che era intento a pulire. Vincent non leggeva i quotidiani e non gli interessava minimamente quello che potevano raccontare. Di sicuro non era ciò che succedeva là fuori. Al massimo poteva essere un concentrato di notizie appetibili per gli abitudinari dell’edicola, che nell’era di internet erano tutti over-cinquanta. No, Vincent aveva imparato a non fidarsi dei giornali il giorno in cui aveva lasciato il suo paese. Tuttavia qualcosa in quel trafiletto colse la sua attenzione, e non fu il titolo ma la foto che l’accompagnava. Mise da parte lo straccio e guardò in direzione del banco per assicurarsi che il suo capo non gli prestasse attenzione. Non gli dispiaceva lavorare come cameriere. Con un quoziente di intelligenza come il suo avrebbe potuto cercarsi qualsiasi lavoro, ma anche quella, come i giornali, era una trappola del primo mondo, e Vincent era diventato esperto ad evitare le insidie del sistema. Per dieci anni aveva viaggiato in lungo e in largo; Sud America, Europa, Africa, India, il più delle volte arrangiandosi, imparando dalla strada, respirando un concetto di libertà che né i film che aveva visto né i libri che aveva letto erano mai riusciti a mostrargli. Tre mesi prima era tornato a casa e l’aveva trovata esattamente come l’aveva lasciata. Non che si aspettasse qualcosa di diverso, però un po’ ci aveva sperato. Trentatré anni, una laurea in ingegneria e zero esperienza nel campo lavorativo, al di fuori ovviamente dei fast-food e dei caffè. Afferrò il giornale e guardò meglio quella foto per assicurarsi di non essersi sbagliato. Jordan Ross, era assolutamente lui. Eppure il trafiletto diceva che quell’uomo si chiamava Thomas Orrow. Strano, pensò, e si mise a leggere avidamente l’articolo, stando sempre attento a non farsi sorprendere dal capo.

Si parlava di un duplice omicidio, un uomo e una donna, e del fatto che il signor Orrow, il quale doveva essere un uomo di una certa importanza, era stato scagionato da tutte le accuse. La donna, a quanto sembrava, era stata la moglie di Orrow, mentre l’altra vittima, un certo Nicolas Levin, era stato l’amante di lei. Fin dall’inizio gli inquirenti avevano dato per scontato il movente passionale, ma Thomas Orrow aveva un alibi di ferro; entrambe le sere degli omicidi si trovava fuori città, e centinaia di testimoni erano pronti a confermarlo. Dopo aver seguito per oltre due mesi la pista del killer, con Orrow nel ruolo di mandante, le indagini si erano arenate e il principale indiziato per il duplice delitto era stato scagionato da tutte le accuse. L’articolo non diceva altro, ma Vincent moriva dalla curiosità di sapere come era andata per filo e per segno quella storia. C’era qualcosa di molto strano in tutto ciò. Prima di tutto il nome. Perché Jordan lo aveva cambiato? E com’è che era diventato così importante. In fondo aveva più o meno la sua età. Si era laureato lo stesso anno in cui lui era partito per il Brasile. Che cosa aveva fatto dopo?

Prosegui la lettura »

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

contributi

Rajberti, La prefazione delle mie opere future

Continua il nostro modesto contributo alla letteratura italiana con la pubblicazione del libricino di Giovanni Rajberti che trovate qui: Giovanni Rajberti, La prefazione delle mie opere future (1343)

Digitalizzato per il piacere di farlo tornare a vivere, è disponibile sulle pagine di Scrivolo e, fra un po’, in versione ulteriormente rivista ed emendata, anche su quelle di LiberLiber.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Dr J. Iccapot

Tags: ,

Mario e Luigi

«Mario!», disse una voce d’uomo nella strada affollata di persone a caccia degli ultimi regali di Natale.

Mario aveva sentito chiamare ma non pensava si rivolgessero a lui: aveva un nome comune e lì, in quella città, non conosceva nessuno.

«Mario!!» insisté la voce, un po’ più vicina; Mario dette una veloce occhiata in giro ma, a causa di una sua parziale sordità all’orecchio destro, non fu in grado di stabilire da dove provenisse il richiamo. E poi, chi mai poteva essere? Cercavano di certo qualcun altro.

«Mario, finalmente! Ma non mi hai sentito?» disse la voce accanto a lui, mentre una mano senza guanti gli batteva sulla spalla. Mario si dovette fermare per forza e si voltò per capire chi era che lo aveva riconosciuto. Ci mise qualche secondo: possibile, Luigi? «Luigi, quanto tempo, come stai?» e strinse la mano al sessantenne minuto, i capelli a spazzola ormai completamente bianchi, la faccia grinzosa con due occhi celesti ancora vivacissimi.

Luigi lo volle addirittura abbracciare, bloccando il passeggiare svelto di chi li circondava; per un po’ sembrarono entrambi emozionati. Mario si riprese; rimise velocemente le mani nelle tasche del giaccone «Devo aver lasciato i guanti in macchina» fece a Luigi «e stasera fa un bel freddo! Vieni, andiamo a scaldarci» ed entrò in uno dei bar più ‘in’ del corso. Luigi lo seguì ma, mentre Mario si dirigeva al bancone, Luigi prese posto ad un tavolo libero, un po’ in disparte.

Mario fece retromarcia. «Ecco, ora si siede anche al tavolo» pensò preoccupato. «Cosa prendi?» «Un cioccolato bollente con panna e biscotti: mi sembra l’ideale no? Così ci scaldiamo!» «Un cioccolato…» «..con panna!» « ..con panna e dei biscotti e un decaffeinato» ordinò svelto al cameriere che si era avvicinato, solerte.

«Un decaffeinato?» fece Luigi. «Eh sì, ormai… il cuore, sai… non va più tanto bene» rispose Mario.

«Ma insomma, dimmi di te, sono 5 o 6 anni che non ci vediamo più. Sei sempre a Firenze? Che ci fai qui, in provincia?» Mario aveva bevuto rapidamente il suo caffè, sperando che anche Luigi facesse in fretta. Luigi, invece, si era messo con calma a zuppare un biscotto nella cioccolata bollente, di cui aveva assaggiato golosamente un paio di cucchiaini, colmandoli di panna. Guardava il liquido scuro e viscoso e mordeva la parte terminale del biscotto con avidità, viziosamente, gustandone in bocca tutto il calore e la mollezza.

Prosegui la lettura »

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Dr J. Iccapot

Tags: , ,

Solo per amore

Il pastorello dalla giacca rossa si stiracchiò e si stropicciò gli occhi. Come dargli torto, dopo un anno intero di buio, rinchiuso con gli altri dentro una scatola? Dovete sapere che le statuine del presepe sono magiche. Vivono per circa tre settimane, poi dormono per un anno. E quando sono al loro posto, nel pavimento di muschio, se ne stanno immobili e silenziose tutto il giorno. Solo quando cala la notte e tutte le luci si spengono dentro le case, allora iniziano a muoversi e a chiacchierare. Le loro voci sono bisbigli che gli adulti non sentono e che solo i bambini speciali, certe volte, riescono ad udire nel nero della notte.

Il nostro pastorello, dunque, si guardò intorno con curiosità per vedere se qualche nuovo personaggio era venuto ad aggiungersi a quelli degli anni precedenti. Quell’anno la scena era più grande: c’era un ruscello di carta stagnola che attraversava il campo e dietro alla capanna era stata costruita una parete di roccia, con un sacco di lucine a far da cielo stellato. “Bel posto” pensò il pastorello. Dall’osteria, alle sue spalle, giungeva la voce dell’oste che serviva i soliti clienti. C’era il pastore più vecchio con l’inseparabile bastone, la lavandaia con la cesta dei panni da lavare al ruscello, il contadino con la sacca del grano, il giovinetto col cappello in mano.

Laggiù, oltre il fiume, una fanciulla nuova di zecca portava in equilibrio sulla testa una brocca con dell’acqua. “Ohi ohi” mormorava “povera me! Quanto pesa questa brocca! Come sono stata sfortunata!”

Il pastorello aveva un buon cuore e questa frase lo turbò. Si sporse per vedere meglio la fanciulla. Era bellissima, con un vestitino azzurro come gli occhi di un angelo e gli occhi verdi come la prateria.

“Ohi ohi” continuava a lamentarsi “ohi ohi la mia povera testa..”

Prosegui la lettura »

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Beatrix

Tags: ,

Il regalo più gradito

Un racconto di Donatella Quaranta.

“Che brutto tempo!” pensò Linda guardando fuori dalla finestra della sua stanza.

In quel pomeriggio di fine autunno il cielo plumbeo proiettava i suoi riflessi grigiastri sul giardino, rendendo uniforme e incolore il paesaggio. Il vento intenso agitava le fronde di un giovane arancio e, mutando continuamente direzione, strappava dal vecchio noce le ultime foglie avvizzite che, cadendo, senza toccare il suolo, sollevate dai refoli, formavano dei mulinelli qua e là.

Seduta allo scrittoio, Linda giocherellava distrattamente con la matita, immersa nei suoi pensieri.

Aveva aperto il quaderno per svolgere gli esercizi assegnati: due problemi di aritmetica da risolvere. Ma non aveva voglia di fare i compiti.

Da quando la sua mamma era volata in cielo, fare qualsiasi cosa era diventato mille volte più pesante. Senza il suo sorriso, o le sue parole dolci che le davano calore e sollievo, tutto le sembrava duro e faticoso. Anche i compiti scolastici.

Aveva otto anni, soltanto otto anni! Non riusciva a spiegarsi perché alla sua mamma era stato chiesto di andare in cielo e lasciare lei e la sorellina sulla terra, prive del suo affetto, nonostante fossero ancora così piccole! E poi… tra pochi giorni sarebbe stato Natale… il primo Natale senza l’adorata mammina…

Nell’atrio della scuola era stato collocato un abete alto alto. Era stato addobbato con un’ infinità di nastri argentati, con mille sfere colorate e tante lucette bianche intermittenti. Uno splendore.

Come ogni anno, ciascun bimbo, alunno della scuola, avrebbe dovuto scrivere una letterina a Babbo Natale. Le maestre avrebbero appeso ogni letterina all’albero, legandola con un nastrino rosso. L’albero si sarebbe arricchito dei desideri dei bambini, racchiusi in decine e decine di bigliettini.

Anche a Linda era stato chiesto di scrivere la letterina, ma da subito si era dimostrata restìa. Quest’ anno, a differenza degli anni precedenti, non aveva alcuna intenzione di avanzare richieste a Babbo Natale. Non era nella disposizione d’animo adatta.

“Non scriverò quella stupida letterina a Babbo Natale! Non mi va!” pensò, mentre due lacrimoni le rigavano le guance. “Tanto so già che Babbo Natale, quest’anno, non potrà esaudire il mio desiderio! Lui può solo portarmi i giocattoli in plastica, le bambole, i peluche, ma non una persona vera! Invece l’unica cosa che vorrei potergli chiedere è di riportarmi indietro la mia mamma! Ma so che è impossibile”.

Aprì il cassetto alla sua sinistra e tirò fuori un piccolo quadernetto con la copertina di tessuto beige con i fiorellini stampati. Era un diario segreto, con tanto di lucchetto e chiave.

“Serve per annotare i pensieri che attraversano la nostra testa e che non abbiamo voglia di rivelare agli altri” le aveva detto la zia quando glielo aveva regalato. “Il diario è un ottimo amico, potrai confidargli ciò che senti, le tue riflessioni, le tue idee e i tuoi desideri. Lui conserverà tutto ciò che scriverai e sarà muto come un pesce!”.

Linda aveva apprezzato il dono e, ultimamente, faceva ricorso spesso al suo piccolo amico.

Aprì il diario e rilesse ciò che aveva scritto il giorno prima: “Ho sentito in tv che tra pochi anni potrebbe esserci la fine del mondo. Se succedesse, sarei davvero contenta. Non perché io voglia morire, solo perché in questo modo potrei rivedere presto la mia mamma!”.

Linda non scrisse la letterina, non chiese nulla a Babbo Natale e la vigilia di Natale andò a letto, come tutte le altre sere, al solito orario.

All’improvviso una luce sfavillante riempì la sua cameretta come se fosse stata illuminata da migliaia e migliaia di candele. Tutto intorno a lei scintillava. Una sfera bianca luminosissima, della dimensione di una pallina da tennis, ricca di filamenti penduli che si flettevano oscillando, danzava per la stanza. La sfera si avvicinò lentamente a Linda, si posò sul guanciale e, repentinamente, assunse la forma di un bellissimo angelo. Era un angelo di luce bianca, abbagliante, con due ali bellissime e imponenti. Battendole lentamente e continuamente, l’angelo si avvicinò all’orecchio di Linda e le disse: “non essere triste piccola Linda, non sei sola. La tua mammina veglia sempre su di te, qualunque cosa tu faccia. Ti è sempre vicina e lo sarà in ogni momento in cui avrai bisogno di lei. Quando sei stanca, quando ti senti sola, rivolgi a lei il tuo pensiero e vedrai che tutto ti sembrerà più leggero e più semplice. Sorridi perché lei ti vuol bene e ti protegge”.

Linda sussultò e… si svegliò. Aveva sognato, ed era stato un bellissimo sogno. Una ventata d’aria fresca le colpì il viso, un soffio, un alito di vento, il battito d’ala di un angelo… Un largo sorriso si disegnò sulle sue labbra. Si raggomitolò tra le coltri e si riaddormentò.

La mattina di Natale le telefonò la zia, per dirle che, anche senza letterina, Babbo Natale aveva deciso comunque di lasciarle dei doni. Le cuginette l’avrebbero aspettata per aprire i regali.

Linda andò dalla zia, aprì il suo dono e ringraziò col sorriso sulle labbra.

Quel sorriso non fu solo un sorriso di cortesia ma, in cuor suo, un sorriso di felicità per un regalo più grande e importante che aveva già ricevuto: quello notturno, il regalo più gradito.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

contributi

Tags:

L’apocrifo dell’oste

La cometa di Halley nel 1910

L’oste irruppe nella cucina, satura di odori, vapore e fuliggine, come una folata di vento.

“Tre zuppe di farro, un piccione ben cotto e due frittate. Di corsa! Ah, sì, anche una scodella di lenticchie calde.”

“E come si chiama il tuo cliente, padrone, Esaù?” disse Shimon per far ridere le sguattere.

“No, micragna. Non può permettersi di aggiungere al contorno neanche un uovo. E il pane e l’olio li ha portati da casa – ribatté l’oste, sempre pronto allo scherzo – ma invece di fare tanto lo spiritoso, fannullone, passami lo schidione con gli uccelletti…la zuppa di certo non toglierà la fame a quei tre giovanotti che vengono dalla Galilea. Hanno l’aria di non mangiare da giorni.”

“Ma avranno denaro per pagare?” chiese la moglie dell’oste. Negli ultimi tempi, con tutti gli stranieri che giravano in paese, capitava spesso che qualcuno approfittasse della confusione per svignarsela senza regolare il conto.”

“Per chi mi hai preso, donna! Mi sono fatto mostrare il loro tesoretto, basta per la cena e l’alloggio. Passeranno la notte sui pagliericci che stanno nel corridoio grande.”

“Sistemazione regale!” commentò Shimon.

“Lo puoi ben dire, sciocco! Anche se girassero tutte le locande del circondario stanotte non troverebbero un buco per dormire, al massimo potrebbero chiedere ospitalità ai pastori che bivaccano all’aperto.”

“Davvero non c’è più posto?” chiese Deborah, la figlia dell’oste, entrando in cucina. Era uscita per andare a prendere da un vicino una forma di cacio.

“Niente di niente: ho dato via anche la stanza delle serve: si arrangeranno qui in cucina” sentendo la notizia le sguattere protestarono, ma a bassa voce.

“Non fate tante storie, galline spennate, si tratta di una situazione d’emergenza! e tu Deborah, aiutami a portare di là le scodelle.”

Appena i clienti gli concessero un attimo di tregua, l’oste chiamò la figlia.

Prosegui la lettura »

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Rosanna Bogo

Tags: , ,

Un Natale esotico

23 dicembre

Carlo entrò nella stanza senza fretta, posò delicatamente la valigia sul letto e l’aprì: la prima cosa da fare, si disse, era rendere ‘natalizia’ quell’anonima camera d’albergo.

Dal suo piccolo trolley a prova di bagagliaio d’aereo estrasse lentamente un oggetto, avvolto alla meno peggio nella carta velina.

“I doganieri si sono comportati proprio male – pensò, guardando con aria preoccupata l’informe pacchetto – hanno strappato la confezione senza alcun riguardo… forse è anche colpa mia, dovevo mettere l’avviso ‘handle with care’, per sicurezza”.

Poi, maneggiando con attenzione l’involucro, cominciò a togliere i fogli di protezione, uno ad uno, finché da quell’ammasso di carta non saltò fuori un alberino di Natale ripiegato ad ombrello.

Non un moderno gadget di plastica ‘made in China’, ma un’accurata imitazione della natura, un abete mignon con appesi innumerevoli vetri di Murano colorati raffiguranti animali, fiori, sfere e stelle.

Carlo possedeva quell’insolito oggetto fin dall’infanzia: era un regalo che i nonni, stanchi di sentirlo chiedere ogni Natale un albero come quello degli altri bambini, gli avevano portato da Venezia.

All’epoca la nordica moda di Santa Claus e dell’abete decorato aveva già attecchito in tutto il Paese ma in casa di Carlo, per principio, si continuava a fare solo il presepe.

Non però un presepe qualsiasi: ai primi di dicembre tutti i membri della famiglia, escluso Carlo, iniziavano a montare in salotto un enorme plastico che, di anno in anno, conquistava spazio arricchendosi di nuovi personaggi e scenari.

I genitori, i nonni ed il fratello, con la scusa di rappresentare la nascita di Gesù nella Palestina occupata dai Romani, per quindici giorni davano libero sfogo alle loro fantasie, ricreando un minuscolo universo fuori dal tempo e dalla storia. La Sacra Famiglia, di solito, finiva relegata in un angolo e, in quel coacervo di case, taverne, soldati, acquaiole, pecore, pastori, cammelli e artigiani intenti alle più varie attività nel pieno della Notte Santa, la grotta della Natività si riconosceva solo per la Cometa che sovrastava l’ingresso del misero ricovero di Giuseppe e Maria.

Prosegui la lettura »

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Rosanna Bogo

Tags: , ,

Natale 2010

“Vieni a vedere, Zark, credo di avere trovato qualcosa di interessante.”

“Davvero? Io sono incollato qui da tre ore e non ho ancora visto nulla degno di essere guardato.”

“E’ davvero un record particolare. L’ho ripulito e ora mi sembra presentabile.”

“Darò solo un’occhiata, Idik, ho ancora un po’ di lavoro arretrato da smaltire.”

Zark si alzò malvolentieri dalla sua postazione operativa: Idik era imbattibile quando si trattava di trovare immagini bizzarre e, di certo, anche questa volta aveva scovato un’inedita curiosità.

Non provava nei suoi confronti sentimenti di invidia o gelosia professionale però, ogni volta che Idik gli annunciava una scoperta divertente, non poteva fare a meno di irritarsi. E a nulla serviva pensare che i successi del collega erano dovuti solo al caso o ripetersi che quel frivolo genere di indagini non aveva alcun rapporto con le loro mansioni ordinarie.

A parte questo piccolo punto di attrito, i rapporti tra Idik e Zark si potevano definire amichevoli.

Da anni lavoravano fianco a fianco nel Centro di Implementazione, scandagliando lo sterminato archivio dell’istituto a caccia di dati scientifici rilevanti. Ogni giorno dovevano valutare lotti standard di record, estrarre e classificare i contenuti giudicati interessanti, eliminare le informazioni inutili: un’attività decisamente noiosa, di routine, perché quasi tutto il materiale esaminato apparteneva alla categoria “spazzatura”.

Gli analisti del Centro, navigando in un oceano di dati, spesso si imbattevano in notizie prive di importanza ma insolite e così, per vincere il tedio, avevano inventato il concorso dell’acchiappasciocchezze.

I partecipanti, alla fine dell’anno, depositavano nella cartella delle “sciocchezze” una copia dell’unità archivistica scartata che ritenevano più curiosa e una giuria di dieci membri, esaminati i record in gara, eleggeva il vincitore. I giudici, scelti dal computer tra i dipendenti amministrativi, in caso di parità procedevano al sorteggio.

Prosegui la lettura »

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Rosanna Bogo

Tags: , ,

La farina del diavolo

Fin dal primo mattino la giornata si annunciava fredda e umida. Non pioveva ma, lungo il viale alberato, grosse gocce d’acqua sospese alla punta delle ultime foglie ingiallite, scosse dal vento, cadevano sui passanti: anche se il cielo era azzurro cristallino qualcuno apriva l’ombrello, incurante di apparire ridicolo, ma i più sopportavano stoicamente il fastidioso stillicidio. Quasi tutti facevano una breve sosta al piccolo chiosco che si trovava a metà del viale: era l’unica rivendita di giornali nei paraggi e la più vicina al capolinea dei tram urbani.

Ugo, l’edicolante, già alle cinque e mezzo alzava il bandone. A quell’ora non si vedevano finestre illuminate, le macchine attendevano immobili nei parcheggi, le strade apparivano vuote e silenziose: la città dormiva ma l’invisibile popolo dei mattinieri era già in marcia ed i clienti non mancavano. Padroni di cani, pendolari a lungo raggio, infermiere, guardie notturne, operai turnisti, qualche anziano sveglio dalle quattro…ormai Ugo li conosceva uno per uno e sapeva in anticipo il giornale che avrebbero chiesto, così allungava subito il quotidiano, risparmiando agli involontari insonni il disturbo di aprire bocca. Non sembravano davvero in vena di conversare.

Appena il viale si svuotava Ugo scaricava il suo camioncino, portava all’aperto gli espositori e metteva in ordine il banco. Poi si sedeva, pronto a fronteggiare l’ondata dei lavoratori dipendenti: insegnanti, impiegati di uffici pubblici e privati, commessi dei negozi del centro.

Non erano clienti facili: sempre preoccupati di non arrivare in tempo alla fermata del tram, si spazientivano quando indugiava un attimo prima di dare il resto e rumoreggiavano se qualcuno si metteva a scegliere una rivista.

In certi momenti davanti al chiosco si ammassava una piccola folla e i più disinvolti, approfittando della confusione, non aspettavano il proprio turno per farsi servire: gli scavalcati a volte reagivano al sopruso e così scoppiavano improvvisi diverbi che però cessavano quasi subito: i litiganti dovevano correre a prendere l’autobus.

Ugo non capiva per quale motivo i clienti delle sette e trenta fossero ogni giorno in lotta con l’orologio. Non potevano uscire dal letto dieci minuti prima e raggiungere tranquillamente la fermata dell’autobus, dedicando all’acquisto del giornale il tempo necessario?

Prosegui la lettura »

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Rosanna Bogo

Tags: , ,

Natalino

La Villa degli Allori, in apparenza, non era molto diversa dalle altre case del quartiere “liberty”, un’enclave borghese nata agli inizi del ‘900 in un’amena località fuori porta e divenuta, con il passare del tempo, una piccola oasi di verde in un deserto di anonimi condomini di periferia.

Osservata da vicino la Villa rivelava però un carattere del tutto particolare: lo stile floreale non si manifestava solo negli elementi decorativi, nelle porte, nei lampioni, nelle vetrate: tutto l’edificio era un omaggio alla linea curva, un bizzarro connubio tra raffinatezza “Art Nouveau” e neoprimitivismo alla Gaudì. Il grande cancello in ferro battuto sembrava un intreccio inestricabile di rami, la scalinata sinuosa che conduceva all’ingresso aveva l’aspetto di una misteriosa stalagmite e, al di sopra della fitta siepe d’alloro che delimitava il giardino, si intravedeva la cupola orientaleggiante di un gazebo in ghisa.

Lino non viveva da quelle parti ma, per andare al lavoro, doveva raggiungere la fermata del 17 che si trovava proprio di fronte alla Villa. Quasi sempre l’autobus  si faceva attendere e così, per vincere la noia, aveva preso l’abitudine di guardare lo strano edificio: ogni giorno gli sembrava di scoprire un nuovo particolare e si chiedeva se anche l’interno fosse altrettanto fantasioso. Il fogliame metallico del cancello, le finestre simili a surreali vegetali, le grondaie decorate con animali fantastici, i mosaici fioriti del marcapiano lo affascinavano. La Villa pareva disabitata, ma spesso le serrande erano alzate e, ogni mattina, una donna dall’aria dimessa, di certo una domestica, entrava da una porticina laterale del giardino.

Lino a volte fantasticava di essere il padrone di quella casa, immaginava di camminare attraverso le sue innumerevoli stanze, di prendere il caffè nel gazebo, di affacciarsi al balcone con la ringhiera a forma di labirinto: nel suo sogno ad occhi aperti indossava un impeccabile completo bianco con un elegante panama e, mordicchiando un avana, guardava con commiserazione i poveri mortali, sul marciapiede di fronte, in attesa di un omnibus perennemente in ritardo.

Nella vita reale Lino abitava con i genitori in un modesto edificio ex INA-Casa. L’appartamento era decoroso, ma arredato in modo dozzinale. La madre amava i centrini fatti a macchina, i fiori di plastica, i soprammobili di finta porcellana, il padre sosteneva che il vecchio mobilio era ancora buono e si rifiutava di sprecare quattrini per inutili “bellurie”.

Prosegui la lettura »

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Rosanna Bogo

Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (483)

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Dr J. Iccapot