Terza e ultima parte

Qui la Seconda parte

La misteriosa viaggiatrice tacque. Attendeva la mia replica, ma io rimasi in silenzio: cominciavo a sentire la stanchezza accumulata durante la settimana, ero irritata per il contrattempo che mi impediva di riposare nel mio letto e quella conversazione, in fondo così squallida, mi stava annoiando. Avrei preferito mettermi di nuovo a leggere il mio giallo e, soprattutto essere davvero in viaggio per arrivare a casa e non bloccata dentro un tunnel in compagnia di una svitata. Diedi un’occhiata al  quadrante fosforescente  del mio orologio e rimasi allibita: eravamo fermi da due ore!

“Chi sa se verranno mai a tirarci fuori da qui – dissi con tono preoccupato – sento che sto per perdere la pazienza! aspettiamo soccorsi da due ore e a casa i miei saranno in pensiero…non c’è campo per telefonare. E poi comincia a fare freddo.”

Quasi tutti nel vagone sonnecchiavano avvolti nei loro cappotti e anch’io avevo indossato giaccone e guanti. La mia vicina, già all’inizio del viaggio, si era avvolta nel suo mantello come in un bozzolo.

“Si guardi intorno – dissi sfregandomi le mani con rabbia –  sembriamo i sopravvissuti della Tenda Rossa! là fuori  si sono dimenticati di noi!”

“Non parlerà sul serio! – rispose Margherita – lei guarda le cose da un punto di vista irrazionale, pensa di avere bisogno degli altri, si aspetta che il prossimo l’aiuti per senso di umanità. Se fosse davvero così che gira il mondo potremmo rimanere qui fino alla prossima glaciazione! Le spiego io perché presto verranno a prenderci: se non ci levano di mezzo non possono riattivare la linea, neanche per le locomotive a carbone e, nelle città attraversate dalla ferrovia, la gente tra poco comincerà ad agitarsi e protestare perché noi quattro disgraziati fermi qui dentro impediamo il transito degli altri treni. Se potessero ci farebbero saltare con il tritolo, pur di liberare i binari, ma alla fine decideranno che la cosa più semplice è trascinare in qualche modo il nostro miserabile accelerato fuori dal tunnel…magari stanno già riparando il guasto elettrico però, mi creda, non è per noi che si danno tanto da fare, ma per la folla di viaggiatori che domani mattina deve andare al lavoro, a scuola, o da un parente malato. Abbia fede in quello che le dico, non sono la prima a sostenere che l’egoismo e la convenienza, non l’amore, tengono insieme la società.”

“Peccato che lei non abbia figli! allevati con i suoi principi si sarebbero trovati bene in una società senza scrupoli come la nostra” risposi in tono scherzoso.

“Perché pensa che non abbia figli?” chiese la mia compagna di viaggio mostrandosi quasi offesa.

“Beh, il modo in cui ha affrontato la vita, almeno per quello che posso dedurre dalle sue confidenze, dimostra che l’egoismo è per lei un valore essenziale e dalla maternità non si trae alcun vantaggio: l’amore verso i figli è altruismo istintivo, si deve dare, dare, dare senza ricevere nulla in cambio…e glielo dico da donna a donna. Neanche io, quando ero giovane, volevo bambini: mi piaceva vivere senza obblighi o legami affettivi, ma ora mio figlio è per me come la luce degli occhi. Tutta la settimana lavoro in città e aspetto il venerdì sera per vederlo: due giorni con lui mi danno la forza per tornare nella metropoli e lavorare, nonostante i problemi economici e la stanchezza degli anni che passano.”

“Scusi la sincerità, ma anche al buio lei non mi sembra esattamente una ragazza…

quanti anni ha il suo bambino?”

“Perché le interessa? Guardi che io non sono affatto in vena di confessioni – risposi bruscamente. Non intendevo affrontare l’argomento e, soprattutto, non mi andava di raccontare i fatti miei a quel lemure che da due ore mi riversava addosso il suo veleno. Magari si sarebbe compiaciuta di sapere che avevo un figlio… malato, affetto da trisomia…ma sì, pane al pane, mongoloide. Mia madre lo teneva con sé da vent’anni, da quando mio marito, per vie legali, mi aveva comunicato che non se la sentiva di accettare una disgrazia del genere e poiché l’avevo voluto mettere al mondo pur sapendo dall’amniocentesi del suo deficit, quel figlio dovevo considerarlo solo mio. E tanti saluti.

Magari il vigliacco aveva pure ragione, forse mi ero comportata da egoista, avevo fatto la mia scelta pensando al dolore che avrei provato per la perdita di quella creatura che portavo in me da quasi cinque mesi, senza considerare l’infelicità dei suoi successivi trenta o quaranta anni di vita. Tutti siamo esposti al rischio di rimanere soli. I genitori invecchiano e muoiono, i fratelli spesso diventano estranei… restano gli amici, però non possiamo sempre contare sulla loro generosità, dopo tutto hanno già una famiglia a cui pensare: così, con l’avanzare dell’età, mettiamo in conto di dover vivere affidandoci alle nostre poche forze, ma una persona che ha continuamente bisogno di aiuto, per mangiare, vestirsi, uscire di casa, è fragile come un cristallo e non può stare da solo. Chi si prenderebbe cura di Tonino se non ci fosse mia madre, se non ci fossi io? chi perderebbe tempo a raccontare una fiaba ad un ragazzone di vent’anni che ha i pensieri di un bambino di seconda elementare, chi laverebbe tutte le settimane il suo coniglietto di pezza coperto di saliva, chi lo difenderebbe dal mondo? Quando morirò lo porteranno in un istituto e sarà accudito da sconosciuti che non lo amano e lo sopportano, come dice la mia vicina, solo perché non possono farlo saltare in aria con il tritolo…E’ un destino terribile quello che ho offerto al mio bambino, lo so, però a volte lo guardo e mi sembra così felice, di una felicità più che umana: in certi momenti sembra contento come una lucertola che prende il sole o un gattino che succhia il latte della mamma o un uccellino che vola nell’aria azzurra. Non è dalla coscienza o dall’intelligenza che viene quel tipo di letizia, ma dalla semplice esistenza: essere senza ieri e senza domani, qui, ora al caldo e protetto, oppure volare libero da ogni peso corporeo, un angelo che sale verso il cielo senza portare alcun messaggio. Spensierato, ovvero senza pensieri, non significa forse gioioso?

La viaggiatrice misteriosa però non sembrava intenzionata a cambiare discorso:

“Mi incuriosisce – disse – la faccenda di suo figlio …”

Io la interruppi bruscamente.

“Senta – esclamai con tono alterato ma tenendo bassa la voce per non farmi sentire dagli altri viaggiatori – all’inizio del viaggio lei ha preteso di occupare una parte del mio spazio… e sia, era un suo diritto. Ora le piacerebbe anche impadronirsi di una parte della mia vita e questo mi pare veramente troppo! sappia  che non le darò mai una soddisfazione del genere, mai!”

Ero  davvero furiosa e sentivo un gran desiderio di tirare a quel serpente in loden un bel pugno in faccia. Lei si accorse della mia ira e, con tono tranquillo, replicò:

“Non se la prenda! Non occorre essere indovini per capire che suo figlio ha qualcosa che non va, dalla nascita o forse a causa di un incidente. Guardi, per dimostrare che la sua disgrazia non mi diverte affatto non le chiederò altro, anzi le parlerò della mia maternità…è una vicenda che non amo ricordare ma, visto che lei ha avuto la pazienza di ascoltarmi fino ad ora e possiede un quadro, per così dire ‘compendiato’ della mia vita,  aggiungerò al mosaico anche questo tassello…in verità poco lodevole.

Prima però le voglio raccontare  come mio fratello divenne adulto.  Qualche giorno dopo il tredicesimo compleanno di Camilla mio padre, ormai ottantenne, si ammalò di polmonite e, nel giro di una settimana, morì. Per Marco fu un colpo terribile. Ormai era un uomo di quaranta anni, da un decennio guidava l’azienda di famiglia e  di certo non aveva più bisogno dei consigli del padre. Il babbo poi era già avanti con gli anni e la scomparsa di un vecchio rientra nell’ordine naturale delle cose, in certo senso è un evento scontato. Marco  però pianse ugualmente come un bambino per due giorni: mia madre a confronto sembrava una lontana parente del defunto. Anche Camilla e Gina piangevano e persino io versai molte lacrime, ma nessuno si lamentò quanto Marco. Lo spettacolo di tanta sofferenza era imbarazzante per parenti e amici in visita al morto e così decidemmo di allontanarlo dalla camera ardente, allestita nel salone della villa. Presi mio fratello per un braccio e lo trascinai all’altro capo della casa, nel suo studio, ma gridava così forte di voler rimanere accanto al babbo che fui costretta lasciarlo andare. Tornò nel salone e poggiò la testa sul petto del defunto, come se aspettasse un abbraccio che non poteva più venire.

In quel momento compresi il problema: Marco era disperato perché non aveva mai smesso di essere un figlio. Allora mi avvicinai e gli sussurrai in un orecchio ‘papà non c’è più, se n’e andato per sempre e anche se piangerai tutta la vita non tornerà mai, mai. In questa casa ora c’è un solo padre e sei tu.’

Mio fratello in quel momento sembrò ricevere la notizia della morte del babbo per la prima volta: il bambino disperato che piangeva dentro di lui si fece indietro e svanì. L’uomo Marco si asciugò gli occhi, si voltò, abbracciò la mamma, baciò tutte le donne di casa, comprese le fedeli domestiche Gigetta e Carlina, e da quel momento, accolse gli ospiti nella veste di capo famiglia, stringendo mani e accettando condoglianze, come se eseguisse un difficile esercizio ginnico. Alla fine della serata, mentre i dipendenti delle Pompe Funebri saldavano la bara, mi gettò un’occhiata strana, quasi d’odio, però non disse nulla. Anche in seguito non parlammo mai di quanto era accaduto di fronte al cadavere di nostro padre. Dopo la disgrazia  Marco divenne più taciturno, quasi triste, ma non rinunciò alla sua doppia vita di marito esemplare e cacciatore di segretarie e baby-sitter.

Tanto per vivacizzare la vita in famiglia creai un po’ di scompiglio al momento della successione: prima volevo la casa in montagna, poi quella al mare, poi quella in città, poi una parte della ditta, poi il denaro liquido in banca e ripetevo di continuo che tanto, qualunque cosa avessi ottenuto, alla fine sarebbe toccata a Camilla perché io ero il fico sterile che la famiglia aveva maledetto. Dopo settimane di tira e molla Marco, stremato, decise di rinunciare alla divisione. “Rimarrete comunisti”  disse il notaio, “meglio comunisti che matti” commentò mia madre, guardandomi con aria di rimprovero. Per me fu una vittoria: grazie al legame economico occupavo un posto permanente nella vita dei miei e potevo continuare a tormentarli con i miei giochetti oppure fingere di essere, come dice lei, la ‘buona Marga’.

Nei tre anni successivi nulla mutò nel menage familiare: ogni tanto mi fidanzavo ma poi abbandonavo il pretendente di turno affermando di non poter rinunciare all’affetto dei miei cari; poi naturalmente, a tavola, accusavo i parenti di avermi istigata a rompere il fidanzamento per motivi d’interesse. In entrambi i casi erano solo menzogne, ma fare la vittima, come lei ha notato, mi piace. Camilla mi chiamava la Regina Elisabetta perché anche lei pare prendesse in giro i suoi spasimanti, più o meno sinceri o interessati, dopo averne tratto vantaggi di natura, per così dire, ‘molto’ privata.

Marco, forse per dimenticare la perdita del babbo, si mise a lavorare come un mulo. Francamente tanto impegno non mi sembrava  necessario: la ditta andava già bene senza bisogno di allargarsi, invece lui decise di aprire nuovi cantieri. Viaggiava di continuo, era sempre al telefono, mangiava in fretta leggendo documenti e contratti, dormiva pochissimo. E poi si concedeva le solite scappatelle. Insomma viveva al di sopra delle sue forze. Un giorno ci telefonò da Bologna un geometra della ditta dicendo che il padrone si era sentito male mentre ispezionava le impalcature ed era finito all’ospedale. Gina, la mamma ed io corremmo al capezzale dell’infermo.

Marco stava davvero male e non si trattava di semplice stress. Un rene non funzionava più, l’altro era malconcio. Una nefrite asintomatica lo stava uccidendo.

Avevo di nuovo la possibilità di saggiare la vera natura del mio avversario e non persi tempo:  appena mi trovai per un attimo sola nella stanza, con le lacrime agli occhi, dissi a mio fratello:

“Marco, tu non puoi permetterti di lasciarci, noi siamo quattro donne deboli e incapaci, come potremmo mandare avanti la ditta! e poi Camilla è ancora così giovane. Cerca di non morire. Non subito almeno. Fallo per noi, sei sempre stato un uomo generoso e pieno di coraggio!”.

Marco rimase di sasso. Ovviamente non aveva idea di essere così grave, Gina e la mamma avevano fatto i salti mortali per nascondergli la verità e ancora una volta ero io a comunicargli una notizia che sconvolgeva la sua vita: forse in quel momento intuì le mie vere intenzioni, ma non disse nulla.

Io intanto avevo già messo in atto le opportune contromisure: non prendevo più la pillola e mi incontravo frequentemente con alcuni spasimanti. Fu un vero ‘tour de force’ amoroso, a trentasei anni rimanere incinta non è semplice, ma alla fine riuscii nell’impresa, arrivando per un pelo prima sul filo del traguardo.

Quando la mamma e Gina vennero a trovami nell’appartamento che il babbo mi aveva regalato in occasione del mio ventunesimo compleanno, avevo in mano solo da due giorni il mio bel certificato.

Feci accomodare Gina sul divano, accanto a me, e la mamma sulla poltrona.  Poi, prevenendo le loro parole, dissi che da tempo avevo deciso di donare un rene a Marco. Non esistevano alternative: la mamma era malata di cuore, gli zii anziani, Camilla troppo giovane e mancavano altri consanguinei papabili. Ero così decisa a sacrificarmi, raccontai, che già  mi stavo sottoponendo ad alcuni esami medici in vista dell’espianto ma, purtroppo, il test di gravidanza che avevo appena effettuato risultava positivo. Insomma ero incinta però, naturalmente, avrei abortito perché la vita di mio fratello era più importante del bambino. Le due donne rimasero a bocca aperta, io mostrai il referto con aria addolorata. Poi pretesi di parlare di persona con Marco, per rassicurarlo riguardo alle mie intenzioni.

Nella camera del malato, ormai quasi incapace di reggere la dialisi, mi dichiarai nuovamente pronta a sacrificare il mio bambino. Ricordo che dissi a mio fratello queste precise parole:

“Per anni ti ho invidiato perché eri il figlio preferito dei nostri genitori. Tu avevi mille pregi, io solo difetti: ero ribelle, incostante, irrispettosa, gelosa, svogliata a scuola. Ma ora che sono adulta comprendo che davvero tra noi due tu sei il migliore: lascia che mi riscatti concedendoti una chance di vita.”

Marco si commosse, mi prese una mano e mormorò: “Lo so che in fondo mi vuoi bene: di fronte alla malattia i piccoli screzi e le rivalità scompaiono, resta la voce del sangue. A volte ho avuto l’impressione che tu mi odiassi, ora comprendo che si trattava solo di gelosia infantile. E, a dire il vero, non eri in torto ad avercela con me…sono stato  un fratello maggiore poco affettuoso, troppo severo: avrei dovuto parlarti più spesso, aiutarti con la mia esperienza…perché da adolescenti ci sentiamo tutti infelici e soli. Ti chiedo di perdonare le mie omissioni  e comprenderai che non posso accettare il tuo rene, non al prezzo di danneggiare una vita che nasce.”

Tra me pensai che aveva elencato in modo esauriente  le sue manchevolezze, si era però dimenticato di aggiungere la sofferenza causata dal continuo confronto tra la mia pochezza e le sue grandi doti.

Marco, ancora commosso, disse all’infermiera di farmi uscire e di chiamare la moglie. Allontanandomi vidi che Gina, ascoltando il marito, piangeva.

Per giorni continuai a strombazzare la mia disponibilità all’espianto con parenti e medici, sembravo sull’orlo della beatificazione e i telegiornali già chiedevano di intervistarmi. Per fortuna gli avvocati fermarono le ruote del carrozzone mediatico prima che si mettessero in moto. Ovviamente la mia era solo una recita. Eroico, caso mai, era il rifiuto di Marco: ancora una volta mio fratello mi aveva sconfitto. Come ultima spiaggia i dottori presero in considerazione la figlia del moribondo: stava bene in salute, aveva diciotto anni e poteva decidere. Così, dulcis in fundo, si scoprì che Camilla e Marco non erano compatibili: tra loro non esisteva alcun legame di sangue. Marco spirò dopo tre settimane di atroci sofferenze.  Il dispiacere per la sua morte mi turbò talmente da provocare un aborto spontaneo, fatto non infrequente nei primi mesi di gravidanza, soprattutto se stimolato da una puntura di ormoni, un metodo vecchio quanto il Cucco da me utilizzato già in altre occasioni. Ora, cara signora, sa cosa si prova a viaggiare seduti accanto ad un’ assassina! Sono io che ho ucciso Marco.”

Le ultime parole pronunciate dalla signora mi risuonarono nella testa come una fucilata. Mi stavo appena riprendendo dallo stupore quando si udì un violento rumore metallico provenire dal fondo del vagone. La luce all’improvviso tornò e tutti i viaggiatori  si rimisero in moto. Qualcuno, infreddolito,  cominciò a saltellare su e giù per il corridoio, altri guardavano nel buio, fuori dai finestrini. Fuori si sentivano voci concitate, di certo erano i soccorritori. Il capotreno arrivò quasi di corsa, finalmente qualcosa si muoveva!

Un uomo vestito da ferroviere si arrampicò ad un finestrino e fece cenno di abbassare il vetro: “Come va lì dentro –  chiese –  siete tutti vivi?”

“Meno spirito giovanotto! – disse un signore in completo grigio e cappotto blu – Farò causa alle ferrovie per sequestro di persona! ci avete lasciati qui dentro quattro ore, al freddo, al buio, senza acqua né cibo! È un trattamento disumano, dovevate chiamare la Protezione Civile.”
“Quelli hanno ben altro a cui pensare – replicò il ferroviere – il nubifragio ha causato frane e allagamenti lungo tutta la costa, almeno voi siete rimasti al coperto. Purtroppo il capostazione non ha trasmesso per tempo la richiesta di una locomotiva di soccorso. Dormiva. Io sono il suo vice, stavo a casa ma ho ripreso subito servizio quando mi hanno avvertito dell’emergenza.”

“Vecchio ubriacone maledetto – disse il controllore inferocito – dovrebbero licenziarlo!”

“Uh! Che esagerato!- replicò il ferroviere – Piuttosto, quanti siete in tutto?”

“Ventitre viaggiatori, io e il macchinista, però in questo vagone  ne mancano due…”. rispose il capotreno preoccupato: forse il signore claustrofobico era sceso dal treno, bisognava trovarlo. Corse alla toilette: la porta era aperta, dentro il giovanotto e il viaggiatore insofferente degli spazi ristretti dormivano tranquillamente avvolti da una nube dolciastra.

Il capotreno tirò un sospiro di sollievo e gridò“Sì, ci siamo tutti, più o meno, iniziate pure a trainarci.”

In pochi minuti si ritrovarono all’aperto. Non pioveva più, ma qua e là si vedevano piccole frane scese dai fianchi della collina fino alla massicciata della ferrovia: le rotaie però erano libere.

Il treno si fermò alla vicina stazioncina e la viaggiatrice misteriosa, avvolta dalla testa ai piedi nel suo mantello, si diresse verso l’uscita senza voltarsi a salutare. Dal predellino  scese nel fango, incurante di rovinare le sue preziose scarpe. Qualcuno l’aspettava in una macchina fuori dalla stazione. Nella confusione di quei momenti mi ero dimenticata di lei e quando era tornata la luce non l’avevo neppure  guardata in faccia: rivedendola non potrei riconoscerla, non dal volto almeno, forse dal fisico allampanato e dalle scarpe di lusso.

“Se l’autista dei Pontirelli non ci avesse avvertito che aspettava la signorina Marga sareste ancora lì dentro” disse un uomo che indossava la divisa da carabiniere.

“Chi vuole fermarsi qui può farlo – gridò il controllore, sceso a terra per farsi sentire da tutti – ma vi informo che questo convoglio arriverà fino all’ultima stazione: ve lo posso garantire perché io e il macchinista abitiamo al capolinea.”

Nessuno lasciò il treno: viaggiavamo con un ritardo di quasi cinque ore e, a quel punto, a nessuno interessava rifocillarsi o dormire in un albergo, tutti volevamo solo arrivare a destinazione e dimenticare la brutta serata. Telefonai subito a casa per rassicurare la mamma. Tonino prese la cornetta e gridò con voce allegra:

“La televisione ha fatto vedere che la ferrovia era tutta rotta ma la nonna ha detto che nessuno aveva la bua e allora io non mi sono messo a piangere.”

“Sì, va tutto bene Tonino, ora puoi dormire tranquillo. Domani mamma ti racconta la sua avventura, vedrai come ti diverti” dissi fingendomi anch’io contenta.

Per cinque ore ero rimasta seduta su una poltroncina imbottita, ma mi sentivo stremata come se avessi scalato una montagna. Sapevo che quella sensazione opprimente non era dovuta alla stanchezza del fine settimana o al contrattempo, sul mio cuore pesava come un macigno la lunga confessione della mia vicina. Eppure nemmeno sapevo chi fossero quelle persone, i Pontirelli,  estranei, gente ricca che si era guastata la vita da sola, una famiglia in apparenza serena e unita ma con una serpe in seno. Peggio per loro! Cos’erano le disgrazie di Marco a confronto dell’abbandono che avevo subito da parte di un marito vigliacco proprio nel momento del bisogno. Eppure quel dolore non mio continuava a diffondersi per le vene come un veleno, mi soffocava. Pur di non pensare più a Marco, a Gina, a Camilla e alla loro persecutrice ero disposta persino ad ammettere che la mia misera esistenza era stata migliore della loro.

Poi il treno finalmente ripartì e, allontanandomi da quella piccola stazione, mi sembrò di sfuggire ad una malia. Il controllore di tanto in tanto percorreva da cima a fondo il convoglio per rassicurare i viaggiatori; forse sapeva qualcosa riguardo alla misteriosa signorina Marga e così, alla prima occasione, decisi di fargli qualche domanda.

“Mi scusi, ma lei per caso conosce la persona che era seduta accanto a me?” chiesi con l’aria di volermi togliere una semplice curiosità.

“Chi, Margherita Pontirelli? Certo che so chi è. Ha avuto qualche problema con lei? Di solito non infastidisce gli altri viaggiatori: si mette sempre in quel sedile, lì, accanto al suo, nell’ultimo vagone, e non apre bocca fino alla stazione dopo le gallerie. I Pontirelli hanno una villa da quelle parti, gente ricca ma sfortunata! Si sa, i quattrini non comprano la felicità e nemmeno la salute.”
“La signorina  Pontirelli francamente mi è sembrata… non del tutto normale…”
“Che vuole, con la disgrazia che ha avuto…”

“Intende la morte del fratello?”

“No, che c’entra l’ingegnere?! lui è morto per una malattia di reni, parlo dell’altra disgrazia…”

“Senta – dissi un po’ spazientita – mi può dire tranquillamente tutto quello che sa, tanto la prossima volta non mi metto di certo seduta in questo posto e se rivedo quella mezza matta mi terrò alla larga!”

“Sarebbero faccende private, ma sono cose che in paese tutti conoscono…A me piace il mare di scoglio, d’estate passo sempre almeno una settimana di vacanza da quelle parti, e i ferrovieri, si sa, sono chiacchieroni. Sui giornali non si parlò del fatto, i soldi almeno sono serviti a salvare le apparenze…Insomma, la povera signorina Marga, qualche mese dopo la scomparsa dell’ingegnere mise al mondo un bel maschietto e gli diede il nome del fratello morto, Marco…beh …non era più una ragazzina e dopo il parto entrò in depressione, sono cose che capitano spesso, secondo i dottori… però tutti rimasero stupiti quando il bambino fu trovato morto, affogato in una caletta proprio sotto la galleria dove eravamo bloccati.  La signorina Marga ha passato quindici anni nel manicomio criminale, ma neppure si ricorda di avere avuto un figlio. Ora è in libertà vigilata e ogni tanto deve andare in città a fare un controllo, poi torna a casa con questo treno, di solito il primo mercoledì del mese. È strano che abbia cambiato giorno, forse non ci stava con la testa.”

“Mercoledì il personale ospedaliero era in sciopero – replicai – ne sono certa perché una mia collega ha dovuto rimandare una visita, lo stesso sarà successo alla signorina Marga.  E quando è a casa chi si occupa di lei?”

“L’autista e due vecchie cameriere, Gigetta e …”

“Carolina” aggiunsi automaticamente.

“Appunto…Gigetta e Carolina. La nipote e la cognata si sono trasferite all’estero anni fa, credo in Canada. La signora Gina si è pure risposata, con una vecchia fiamma, dicono.”

“Già, tutto è bene quel che finisce bene” esclamai quasi compiaciuta.

Il controllore sembrò non comprendere il senso della mia osservazione,evidentemente la questione della paternità di Camilla era rimasta un segreto di famiglia. Per qualche attimo tacque soprappensiero, poi aggiunse:

“Non si è mai saputo il perché di un gesto così terribile. Certo la signorina Pontirelli era sempre stata un po’strana, ma nessuno si aspettava che impazzisse del tutto”.

Pensai con tristezza che solo ai miei occhi il delitto di Margherita, giudicato da tutti un atto di follia, aveva un senso: era l’autopunizione inflitta per un omicidio di cui nessuno poteva accusarla.

“Davvero – dissi sorridendo- non c’è giudice più severo della nostra coscienza.”

Il controllore mi guardò stupito. Potevo leggergli nel pensiero:

“Ecco un’altra viaggiatrice a cui manca qualche venerdì… speriamo che se ne stia tranquilla fino a destinazione. Che giornata, che giornata!”

A taluni accade come ai disseppellitori di tesori: casualmente scoprono le cose che se ne stanno celate in un’altra anima, e il sapere di cui sono entrati in possesso è spesso troppo pesante da portare.

F. Nietsche, Aurora, 457

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Rosanna Bogo