Brecht in carcere - da: http://www.compagniadellafortezza.org/photogallery

Terza Parte

Qui la Seconda parte.

Prima di entrare nel carcere, il giorno dello spettacolo, Marcello si fermò sulla soglia. Guardò l’orologio, constatò che l’anticipo era di soli cinque minuti e si tranquillizzò. Per salire le scale, tuttavia, aspettò che si fosse formato un gruppetto di colleghi musicanti e si unì a loro. Gigi era ancora fuori a fumare.

Lo spettacolo si sarebbe tenuto all’interno del teatro tenda in cui avevano fatto le prove la settimana precedente e Marcello già sapeva che avrebbe sofferto un caldo terribile. Era contento che mancasse poco a poter scrivere la parola “fine” a questa insolita esperienza.

Con tale stato d’animo entrò, insieme agli altri e col clarinetto sotto il braccio, all’interno del tendone. Lo spazio, dentro, non si connotava più come uno stanzone spoglio e scheletrito; pareti di stoffa colorata creavano i diversi ambienti necessari all’allestimento dello spettacolo e cartelli di cartone maldestramente scritti ne indicavano la funzione: e così c’erano la sala trucco, il guardaroba, la zona “ballerini” quella “cantanti” e quella “attori”.

“Il cartello DELINQUENTI non lo vedo….” borbottò Marcello.

“Come dici?” chiese Gigi, tutto intento a guardarsi attorno.

“Dicevo che non vedo un cartello con scritto MUSICISTI o SUONATORI o BANDA” ribatté pronto Marcello “chissà dove dobbiamo andare”.

“Dovete andare al guardaroba” intervenne un uomo.

Nel suo volto Marcello riconobbe il detenuto che avevano conosciuto la prima sera di prove e che doveva interpretare il personaggio di Mackie Messer, il bandito dal coltello facile.

“Vi abbiamo riservato un angolo per gli strumenti, venite con me” e li guidò tra le pareti, qualcuna di lino, qualcuna di cotone, qualcuna bianca, qualcun’altra colorata.

All’interno del guardaroba una ragazza con i capelli raccolti a cipolla li accolse cordialmente e consegnò loro i vestiti di scena: giacche nere di varia foggia ed altrettanti cappelli, uno per ognuno.

“Come state bene con questo cappello” disse il detenuto a Marcello, non appena ebbe indossato il suo abito “sembrate proprio un signore”

L’uomo era evidentemente meridionale; di Napoli, per la precisione, come spiegò poco dopo.

Marcello non riuscì a mordersi la lingua, come si era abituato a fare per evitare di dire le cose in modo troppo diretto: “Levami una curiosità: perché sei…si insomma, perché vivi qui? Che cosa hai fatto?”

“Rapina a mano armata!” rispose Carmelo – perché questo era il suo nome –  con una certa soddisfazione “M’hanno beccato perché mi si è rotta la macchina quando stavo per fuggire” precisò “altrimenti a quest’ora me ne stavo bello sdraiato sulla spiaggia di Cuba. Avevo già comprato il biglietto per l’aereo, se m’andava bene il colpo mi trasferivo là, dove ci sono le donne più belle del mondo. Io per le donne farei pazzie. Sono sposato, e volevo portare con me anche mia moglie, perché tanto là si possono avere decine di femmine e nessuno dice niente. Mica come qui!”

“Bravo! A Cuba dal mio amico Fidel!” esclamò Marcello, da buon comunista.

“Chi? Voi ci avete un amico? Che fortuna, ce l’avessi avuto io un amico a Cuba non avrei neanche tentato il colpo e magari ora ci sarei andato davvero..…. Mannaggia a noi, dobbiamo pensare allo spettacolo. Io devo immedesimarmi nella parte del bandito e, capirete, mi serve parecchia concentrazione!”

“Ah ah ah !!” Marcello rise di gusto “bisogna che ti concentri davvero. Certo che voi delinquenti siete proprio buffi!”

“E voi musicisti siete troppo forti. Vi ho ascoltato l’altro giorno alle prove, sapete? Siete bravi. Pure lei, signore con la tromba” e si rivolse a Mario il trombettista “lei è una vero artista, tira fuori una voce a quell’aggeggio che sembra Luìsse Armestronghe”

“Se non avessi suonato la tromba sarei diventato come te. Io senza la tromba sarei un uomo finito” Mario parlava seriamente, glielo si leggeva negli occhi. Ed in effetti Marcello non se lo ricordava senza strumento. Neanche nei ricordi più lontani, quelli sui banchi di scuola.

“Quando esco la voglio imparare anch’io, la tromba, mi piace tanto” disse Carmelo “quando vado via da qui giuro che cambio vita, mia moglie deve essere orgogliosa di stare con Carmelo Casazza. La porto a Cuba e imparo a suonare la tromba.”

“Voi della banda, al trucco!” gridò la ragazza con la cipolla. I nostri rimasero perplessi: ci mancava solo il trucco. Entrarono nella saletta, dove alcune donne stavano lavorando sugli attori. In realtà non c’era molto da lavorare, poiché gran parte dei loro corpi era già ricoperta da vistosi tatuaggi. Marcello si avvicinò per osservarli meglio: i disegni erano elaboratissimi e raffiguravano per lo più serpenti, qualche drago, coltelli e pugnali, rose dalle spine acuminate. Ce n’erano piccoli e grandi, in bianco e nero o a colori. Ricoprivano braccia, spalle, toraci, gambe. Erano come un marchio: tutti i detenuti ne avevano qualcuno. Marcello guardò Mario, ma nessuno dei due disse niente; nei loro sguardi incrociati c’era stupore e disgusto.

Il tanto temuto trucco, in realtà, consisteva solo in un po’ di cerone bianco sul viso. Quando uscirono erano tutti pallidi ed emaciati. “E’ per le luci” aveva spiegato loro la ragazza con la cipolla, ma non avevano capito che cosa volesse dire.

Nel tendone, intanto, aveva iniziato ad entrare il pubblico. Sulla porta due carabinieri controllavano i documenti e tutti erano ordinati e silenziosi. La gradinata riservata agli spettatori si riempì completamente in pochi minuti. Si accesero le luci di scena. Luci rosse. Tutto divenne purpureo. Le facce delle persone, gli strumenti, le scenografie. Tutto rosso. Marcello si guardò intorno, soddisfatto. Strana atmosfera, pensò. Poi volse lo sguardo sui suoi compagni e capì che cosa aveva voluto dire la ragazza che li aveva truccati. Il cerone bianco era diventato luminoso: sembravano tanti fantasmi.

Iniziò lo spettacolo e Marcello fu travolto da un turbinio di suoni, immagini e sensazioni.

Intorno a lui prese vita una realtà fatta di sogno, di personaggi, di violenza e poesia, reminiscenze e barlumi di utopia. C’era un detenuto nero che, vestito da Charlot, narrava la sua storia di mare e di speranza, c’era il travestito che sfoggiava piume e lacrime, il ladro in manette che i gendarmi neri portavano via. In mezzo a loro Mackie Messer, l’amico Carmelo, giocava con il coltello tra le mani, mostrava orgoglioso il pescecane tatuato sulla pancia e cantava con accento napoletano la sua canzone da brigante. In alto, su un piano ricavato sopra il palcoscenico, nazisti e prelati brindavano alla follia umana e si intrattenevano con le prostitute.

La banda interveniva ogni tanto con brevi brani, la stessa melodia ripetuta decine di volte, il ritmo ossessivo dei bassi e la voce della tromba e dei clarinetti che di tanto in tanto gridavano acuti il dolore del mondo. Marcello era risucchiato da tutto ciò che il suo corpo e la sua mente percepivano. Venne il momento del tango. Ne “L’Opera da tre soldi” è uno dei brani più famosi e lui lo conosceva bene; chiuse gli occhi per ascoltarne la melodia, che usciva da un vecchio grammofono. Non si accorse che stavano entrando i ballerini, ma quando aprì gli occhi e li vide non poté trattenere la sua meraviglia. Non aveva mai visto prima due uomini ballare un tango, ma soprattutto non aveva mai visto ballarne uno con una tale eleganza e sensualità. I due uomini si sfioravano e volteggiavano come farfalle, le braccia muscolose si intrecciavano, le gambe tozze seguivano il tempo bislacco di questo tango da briganti che stregava l’animo.

“Qua dentro sono quasi tutti omosessuali” gli aveva confessato Carmelo poco prima dell’inizio dello spettacolo “ma io no, a me piacciono solo le femmine”. Marcello ripensò a queste parole mentre osservava i movimenti sinuosi dei due uomini e trovò che non c’era nessuna volgarità nel loro modo di ballare, nessun intento provocatorio o esibizionista. Solo un’intesa perfetta.

Poi can can, ballerine, assassini, magnaccia, barboni, travestiti, ricchi, signori, ladri, ruffiani, maniaci, preti, vescovi, giocatori, guardiaspalle, musicisti e cabarettisti.

L’ultima scena doveva rappresentare la liberazione dalle inibizioni e dai condizionamenti; gliel’aveva spiegato pazientemente il regista, durante uno dei loro incontri, perché voleva che anche loro della banda partecipassero: occorreva muoversi, lasciare spartiti e leggii ed unirsi al resto della compagnia al centro del palco, dove ognuno doveva camminare a tempo di musica senza seguire un percorso preciso. Quando fu il momento, dentro la mente di Marcello qualcosa oppose resistenza e lui non andò: si mise un po’ in disparte, sperando di non essere notato, e si limitò a guardare quello che facevano gli altri. La musica era assordante: “Sono fuori dal tunnel el el el del divertimento o o o” cantava una voce distorta “quando esco di casa e mi annoio sono molto contento”.

I suoi compagni erano andati tutti e si muovevano con gli strumenti per aria, intrecciando i loro percorsi con quelli dei detenuti, sotto gli occhi del pubblico in subbuglio.

Marcello pensava che fossero ridicoli. Ne era convinto; tutta questa farsa era una ridicola pagliacciata. Ma i suoi compagni sorridevano, il pubblico sorrideva, i delinquenti sorridevano. Dovette ammetterlo. Dentro ad un tendone, nel cortile di un carcere, in quel momento si respirava a pieni polmoni aria di libertà.

Continua….

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Beatrix