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Il rag. Giacomo Erizio era orgoglioso dei suoi figli: Tommaso, il maggiore, lavorava come ingegnere in una grande centrale elettrica, Annalena, la piccola di casa, aveva preso la laurea in medicina, per la verità con un po’ di fatica, ma di recente si era specializzata in Ostetricia a pieni voti.

I coniugi Erizio ora vivevano come tranquilli pensionati però un tempo, quando in famiglia entrava solo lo stipendio del marito, impiegato all’Ufficio del Registro, avevano fatto i salti mortali per mantenere un decoro borghese: di anno in anno le spese scolastiche dei ragazzi crescevano e poi, oltre a studiare, Tommaso e Annalena avevano diritto anche a qualche svago e, se andavano in discoteca o in piscina, non dovevano sentirsi dei poveracci a confronto dei loro amici.

Così, da bravo capofamiglia, il sig. Giacomo si era trovato un secondo lavoro: alle tre tornava a casa dall’Ufficio, buttava giù un boccone e poi, fino a sera, si immergeva in fatture e libri mastri in compagnia di una vecchia ‘divisumma’: gestiva la contabilità di tre negozi e due condomini, ma all’occorrenza non disdegnava di occuparsi anche di pratiche burocratiche e dichiarazioni dei redditi.

La moglie Egle, casalinga, aveva frequentato solo le elementari e non era in grado di aiutarlo, però si ingegnava a risparmiare in mille modi sulla spesa. Una  buona massaia, si diceva un tempo, raddoppia lo stipendio del marito ed Egle veniva da quella scuola di pensiero: in casa Erizio si mangiava bene, ma sempre carne di maiale e pollo o bollito e verdure di stagione. Alle liquidazioni si compravano abiti nuovi per i ragazzi, gli adulti invece portavano per anni lo stesso vestito ed il cappotto buono del signor Erizio era ancora quello del matrimonio.

Quando però il primogenito pretese di iscriversi in un Politecnico del Nord, affermando che chi usciva da quella facoltà trovava subito un buon impiego, il bilancio familiare andò in crisi: i guadagni del secondo lavoro di Giacomo e i giochi di prestigio della signora Egle non bastavano a coprire le spese per l’affitto di una camera, le tasse d’iscrizione, i libri, i trasporti.

Tommaso comunque aveva ragione riguardo al prestigio della laurea che avrebbe conseguito, così i  coniugi Erizio decisero di vendere la loro casa di villeggiatura, un modesto bilocale con vista sul mare dove per anni la famiglia aveva passato l’estate. I ragazzi ormai erano cresciuti e preferivano andare in vacanza con gli amici, tuttavia Egle e Giacomo avevano conservato l’appartamentino, affittato nei mesi di luglio ed agosto ai villeggianti, con l’intenzione di trascorrere la loro vecchiaia nel clima mite della costa. Ma, pur di garantire al figlio un futuro migliore, misero in vendita l’immobile e ne ricavarono una discreta cifra.

Di tutti questi sacrifici Tommaso e Annalena però vedevano solo i risultati.
I genitori non parlavano mai, in loro presenza, di questioni economiche: i figli, sostenevano, dovevano solo pensare a studiare e  farsi una posizione, provvedere al “come” spettava a chi li aveva messi al mondo.

Dotati, come tutti i bambini, di ipersensibili antenne in grado di percepire le preoccupazioni degli adulti, qualche volta i piccoli Erizio avevano fatto domande sull’argomento, ma Egle e Giacomo li avevano subito zittiti rispondevano in coro: “non sono fatti vostri! andate a studiare, andate a giocare!”.

Bombardati da queste massime, Tommaso e Annalena, crescendo, avevano conservato gran parte dell’innato egoismo che, nei primi anni di vita, spinge l’infante a stappare di mano il giocattolo al compagno o lo fa urlare come una sirena per affermare di essere il centro del mondo. Convinti che tutto fosse loro dovuto, anche da adolescenti Tommaso e Annalena manifestavano una rivalità quasi puerile: erano sempre in contrasto e, come due figli unici, pretendevano di ricevere esattamente pari benefici. Il loro cervello conteneva un bilancino da orefice che li avvertiva di ogni minima differenza di trattamento ed i genitori, per non creare “gelosie”, avevano stabilito la “la regola dell’uguaglianza”, un principio difficile da rispettare perché non sempre la situazione economica del momento lo permetteva.

Ma per Egle e Giacomo era un punto d’onore mostrarsi imparziali nei confronti dei figli, anche a costo di fare debiti o privarsi del necessario.

uandoQQCCCCome premio per la maturità Tommaso aveva chiesto di trascorrere due settimane a Londra e quando Annalena, tre anni dopo, si era diplomata, i genitori le avevano offerto lo stesso regalo. Nel frattempo però le spese universitarie del maggiore avevano intaccato notevolmente le riserve finanziarie degli Erizio, ma per la figlia il problema era irrilevante: le spettava di diritto lo stesso giocattolo del fratello. Così Egle portò al banco dei pegni il collier  e gli orecchini che la suocera le aveva regalato per le nozze e pagò biglietto e soggiorno.

Certo, come coppia, gli Erizio si erano concessi ben pochi svaghi. Gli sposini innamorati dei primi anni di matrimonio si erano trasformati lentamente in una ‘società’ che aveva come unico fine “sistemare” i figli , uno scopo che, con grandi sacrifici, alla fine avevano raggiunto. Tommaso e Annalena erano infatti entrati nel mondo del lavoro dalla porta principale, intraprendendo carriere professionali  non solo prestigiose ma anche ben remunerate.

I coniugi Erizio si sentivano giustamente orgogliosi dell’impresa compiuta, ma non sbandieravano il loro successo.  Se però incontravano per strada qualcuno che non vedevano da tempo, un collega d’ufficio ancora in servizio, un ex vicino di casa o un lontano parente si fermavano volentieri  a parlare perché, dopo i soliti convenevoli sulla salute, i vivi e i morti,  immancabilmente il discorso cadeva sulla rispettiva prole:

“Tommaso che fa?” domandavano i conoscenti.

“E’ entrato all’Enel…” rispondeva il padre.

“Un buon posto sicuro”affermavano i presenti.

“Sì, è ingegnere alla centrale di Torre del Mare.” aggiungeva Giacomo, cercando però di non apparire troppo compiaciuto se sapeva che tra i presenti qualcuno aveva un figlio disoccupato.

“E Annalena?” chiedevano le signore “che fa la piccola Annalena?”

“Eh, ormai è cresciuta! – rispondeva la madre – lavora all’ospedale, nel reparto Maternità…”.

Egle rimaneva volutamente nel vago, per dare tempo alle curiose di immaginare la ragazza inserviente con lo straccio in mano oppure infermiera con la padella, al massimo, levatrice, ma poi aggiungeva, orgogliosa:

“Si è laureata in medicina e ha appena conseguito la specializzazione in Ostetricia”.

Come tutti gli anziani Giacomo ed Egle soffrivano di cento piccoli disturbi, fisici e morali, però evitavano di assillare con i loro problemi quotidiani i figli. Anche dal lato economico non se la passavano troppo bene tuttavia, dopo una vita trascorsa a lesinare il centesimo, erano così abituati a risparmiare che anche una modesta pensione statale bastava alle loro esigenze.

“I vecchi – ripeteva Giacomo alla moglie – non devono rovinare la vita dei giovani con le loro lamentele: i doloretti alla schiena, il colesterolo che si alza, la vista che si abbassa, la pensione che si svaluta, sono conseguenze dello scorrere del tempo, che possono farci i figli!”.

“Hai ragione – rispondeva la moglie – è giusto che almeno i giovani si godano la vita! noi vecchi, anche se vincessimo alla  lotteria, non potremmo divertirci: il mare ci irrita i nervi, la montagna ci affatica il cuore, dobbiamo mangiare poco e cose semplici, senza grassi, bere al massimo mezzo bicchiere di vino e i vestiti, fossero anche di Valentino o Armani ci starebbero male, perché siamo ingobbiti e storti” .

“E per andare a fare la spesa al Discount la nostra vecchia Panda va più che bene: io non saprei neppure guidare la fuoriserie di Tommaso! – aggiungeva Giacomo – E poi abbiamo sempre affrontato le difficoltà contando sulle nostre forze e ora che siamo solo noi due, campare è una bazzecola! Dieci o venti anni fa, allora sì che si faticava a tirare la carretta a fine mese!”

“Hai ragione, adesso che i ragazzi sono sistemati noi possiamo riposarci.” concordava Egle.

“E poi ognuno deve vivere la propria vita…, quando verrà il momento di andare all’altro mondo, lo faremo in punta di piedi, senza disturbare.”

Giacomo su questo faccenda la pensava a modo suo. Aveva perso i genitori in un incidente stradale, poco dopo la nascita di Annalena e pensava che, in fondo, quello fosse il modo migliore per lasciare i propri cari, d’improvviso, con un taglio secco. Certo aveva pianto, ma non li aveva visti soffrire per mesi in un letto d’ospedale torturati da un cancro o rimbecilliti dall’arteriosclerosi. Li ricordava come due allegri sessantenni, ancora pieni di vita, partiti per una vacanza da cui non erano più tornati. Andavano nel bilocale al mare quello che Giacomo aveva venduto per pagare gli studi universitari dei figli.

Ma i coniugi Erizio tuttavia sapevano, per esperienza, che sacrificio comportava occuparsi di familiari anziani: i genitori di Egle avevano infatti raggiunto entrambi un’età avanzata e, dato che non erano in grado di districarsi da soli nelle piccole e grandi faccende quotidiane, era toccato al genero accompagnarli negli uffici, in banca, a fare la spesa, dal dottore. E a Natale, sotto forma di “regalo”, la figlia  doveva rifornirli delle cose essenziali, perché non avevano più la voglia o i mezzi per riparare il televisore guasto e comprarsi un cappotto o un paio di scarpe nuove.

Il padre di Egle, molto più anziano della moglie e sofferente di cuore, se n’era andato dopo una lunga malattia e la vedova, la signora Magda, si era trasferita in casa Erizio.

La suocera di Giacomo aveva quasi settant’anni, usciva malvolentieri di casa ma era una donna ancora in salute: quando la figlia andava a fare la spesa, girando per ore i mercati alla ricerca delle offerte migliori, la nonna cucinava, sbrigava le faccenda di casa, guardava i nipoti. Con la sua pensione, contribuiva al menage familiare e se c’era qualche spesa improvvisa, metteva volentieri mano al borsellino dei risparmi, “tanto – diceva – ho solo voi al mondo”.

In verità Giacomo non poteva che ringraziare il cielo di avere avuto una suocera così.

Dopo neanche cinque anni purtroppo la signora Magda si era improvvisamente ammalata e, nel giro di qualche mese, era morta nel suo letto, nella camera che divideva con Annalena, assistita dalla figlia.

Da allora la nipotina, poco più che decenne, aveva deciso che da grande avrebbe fatto il medico per salvare le nonne delle altre bambine. Ma anche l’anima ha la “bellezza dell’asino”, crescendo si ricopre di peli ispidi e diventa brutta come un brutto ciuco.

Gli Erizio vedevano di rado i figli ma non si lamentavano, non a voce alta almeno.

“Li abbiamo messi al mondo e avviati su una buona strada, ora che hanno preso il volo, in certo senso non sono più nostri” pensava Egle per consolarsi.

Il marito invece trovava normale che Tommaso e Annalena si facessero vedere solo di tanto in tanto: avevano una carriera, dovevano far fronte ai loro impegni professionali, frequentavano un ambiente sociale dove spesso si organizzavano feste e il maggiore aveva già moglie e un figlio, un maschietto che Egle, di tanto in tanto, andava a trovare.

La moglie di Tommaso era figlia di un ricco notaio e non aveva bisogno dell’aiuto della suocera per allevare il piccolo Robertino, chiamato così in onore del nonno materno. Quando Egle si recava a casa del figlio la nuora la riceveva nel tinello attiguo alla cucina, scambiava con lei due parole e poi lasciava che giocasse con il nipote, in giardino o nella cameretta, ma sempre sotto l’occhio vigile della baby sitter.

Nel periodo di Natale, la festa che di solito si passa in famiglia, Tommaso e Annalena andavano in vacanza in paesi esotici o rinomate località sciistiche; solo la figlia a volte rimaneva in città perché di servizio in ospedale e partecipava al cenone in famiglia con il fidanzato, un medico del Pronto Soccorso.

Egle sospettava che il “fidanzato” fosse in realtà già coniugato e accompagnasse Annalena con la scusa del  “turno festivo”. Magari a casa, intorno all’albero, lo aspettavano pure dei bambini!

Comunque non era il tipo di madre capace di intromettersi nella vita sentimentale dei figli: il mondo  moderno aveva nuovi valori, la morale era diventata un elastico e ciascuno si prendeva un compagno là dove lo trovava, senza guardare in faccia nessuno. Se Annalena era felice così…che poteva farci?

Ogni tanto Egle ripensava alla mamma, soprattutto ai suoi ultimi mesi di vita. L’aveva assistita barcamenandosi con gli impegni di casa e non era stato semplice accudire una moribonda e, contemporaneamente, cucinare, pulire, fare la spesa come sempre.

Prendersi cura di chi soffre non è mai piacevole, se poi il malato è un familiare amato al disagio si aggiunge il dolore per i suoi patimenti. Ma, nonostante tutto, Egle non si sarebbe mai sottratta al  suo dovere di figlia ed era contenta di avere abbracciato la mamma mentre moriva.

Però non desiderava che Annalena o Tommaso provassero la stessa dolorosa esperienza e si augurava un infarto fulminante, possibilmente nel sonno. Su questo punto condivideva l’opinione del marito. “E’ legge della natura che i giovani seppelliscano i vecchi – pensava tra sé – la vera tragedia accade quando le parti si invertono. Dunque è inevitabile che i figli accudiscano i genitori morenti, ma si dovrebbe trovare un modo per alleggerire la sofferenza di chi resta”.

Quando accennava a questo delicato problema, il momento della malattia  e del  trapasso, Giacomo aveva già pronta la sua risposta:

“Genitori anziani e figli adulti? vite parallele!. O vorresti che la loro esistenza somigliasse alla nostra? Noi due, da malati, ci aiuteremo a vicenda e quando verrà il momento cercheremo di andarcene senza fare confusione. Lo sai che hanno inventato gli hospice, ricoveri fatti apposta per i malati terminali? e poi, con le cure moderne, si può avere un cancro e rimanere autonomi fino alla fine. Se invece ci viene un infarto, alla nostra età tutto finisce in poche ore! Quanto a me vorrei morire da solo, è una faccenda personale. A che serve, in quel momento, avere intorno dei figli in lacrime? Solo a rendere ancora più difficile il distacco da questo mondo!”.

“Siamo stati buoni genitori, forse i ragazzi vorranno essere presenti” obiettava Egle.

“Non è questione di sentimenti, ognuno dovrebbe avere la forza di affrontare da solo l’ultima prova della vita” ribatteva Giacomo.

“Tu sei un uomo e hai coraggio – osservava la moglie – ma in quel momento io vorrei una mano da stringere”.

Invecchiando Egle sentiva che i figli erano lontani, e non solo in senso materiale. Dava sempre ragione  al marito per non discutere ma, in cuor suo, avrebbe gradito qualche attenzione in più, un abbraccio spontaneo, visite più frequenti, un regalo per la “Festa della mamma”.

Annalena e Tommaso in effetti si facevano vedere di rado, ma telefonavano tutti i giorni. Le loro comunicazioni erano brevi come telegrammi:

“Coma state?…” domandavano appena uno dei genitori alzava la cornetta

“Discretamente bene” rispondevano Egle o Giacomo

“Anch’io sto bene. Riguardatevi…saluta babbo o mamma” era la frase che di regola chiudeva la conversazione.

Per consolarsi Egle pensava alla sua vicina: la figlia faceva squillare il telefono di casa tutti i giorni alle otto in punto, ma solo se c’era un problema la madre era autorizzata ad alzare la cornetta. Per curiosità, pensando ad una difficile situazione economica, una volta le aveva chiesto che lavoro facesse la figlia: “Direttore di una filiale della Cassa di Risparmio” rispose la vicina.

“E certo di risparmio se ne intende” aveva commentato tra sé Egle.

Ma anche i coniugi Erizio, nonostante i buoni propositi, con il tempo persero la loro autonomia.

Quando Egle, per la prima volta, si ammalò seriamente, il problema non sconvolse la vita della famiglia: le avevano diagnosticato un tumore iniziale al seno e il male venne battuto al primo round senza troppe complicazioni. Ma, dopo un anno, il cancro si ripresentò, più aggressivo e feroce di prima. Allora furono necessari cicli di chemio, ricoveri, operazioni.

Il signor Erizio voleva assistere la moglie da solo, ma la figlia subito si intromise. Come medico, dichiarò, solo lei aveva la competenza necessaria per decidere riguardo alla salute della mamma: l’accompagnò dai migliori specialisti, si informò su eventuali terapie sperimentali, infine la fece ricoverare nel reparto di Oncologia del suo Ospedale e, quando la madre venne di nuovo operata, le pagò un’infermiera per le notti. Annalena si mostrava premurosa ma Egle non avvertiva nel suo atteggiamento il calore di un vero affetto, aveva anzi la sensazione di essere per la figlia una “seccatura”: era come se recitasse una parte in teatro, probabilmente si comportava così per non fare brutta figura di fronte ai colleghi. Egle, delusa, decise che era meglio togliere il disturbo e tornare a casa.  Chiese al marito di  farla dimettere al più presto ed i medici non si opposero: il caso veniva trattato con riguardo perché era la madre di Annalena, ma ormai le cure non servivano più, occorreva solo un trattamento palliativo che si potevano benissimo ricevere anche a casa propria.

Per la terapia a domicilio il sig. Erizio si era rivolto ad una associazione di volontari, ma la figlia, quando lo seppe, andò su tutte le furie e costrinse il padre a ritirare la domanda.

“A voi non serve la carità! Ci sono io! Di cosa vi preoccupate!” ripeteva Annalena, però ogni volta che veniva, ad ore precise, per somministrare la morfina o cambiare la flebo alla mamma, Giacomo la sentiva sbuffare. Finita la somministrazione dava un bacio frettoloso alla malata e se ne andava, come fosse una visita professionale.

Durante ‘un consiglio di famiglia’ Tommaso suggerì di assumere un’infermiera diplomata che si alternasse alla sorella nell’assistenza: Giacomo fu costretto ad ammettere di non poter sostenere una spesa del genere ed il figlio allora si offrì di provvedere di tasca propria. Era la prima volta che accadeva.

“Era ora – commentò acida Annalena – finalmente ti sei ricordato che di figli la mamma ne ha due”.

Per Giacomo un aiuto era in effetti indispensabile: da solo non ce la faceva più a spostare di continuo la moglie per evitare le dolorose piaghe del decubito, e poi Egle gradiva essere lavata da una donna. Così, sia pure umiliato, accettò l’aiuto del figlio.

Tommaso, risolto il problema dell’infermiera, si faceva vedere più spesso del solito e ogni volta chiedeva al padre se aveva bisogno di denaro, offerta che Giacomo regolarmente rifiutava con tono cortese.

In fondo non erano cattivi ragazzi, pensava il sig. Erizio, nel momento del bisogno si erano fatti spontaneamente avanti. E’ vero che Annalena sbuffava e la moglie di Tommaso non si era mai fatta vedere, ma nessuno è perfetto! Egle però sembrava scontenta e scuoteva la testa se lo sentiva lodare la premura dei figli :

“Abbiamo sbagliato tutto, tutto” borbottava quando la morfina allentava la sua morsa. Giacomo pensava fosse l’effetto dell’antidolorifico.

Robertino, il figlio di Tommaso, era ormai un vivace bimbetto di quattro anni: Egle non lo aveva mai tenuto con sé, ma era affezionata al nipote ed anche il piccolo voleva bene a quella nonna che portava regali di poco valore ma giocava per ore con lui. E, ogni tanto, chiedeva perché la nonnina non veniva più a trovarlo. I genitori gli raccontavano che era in viaggio.

Quando Egle si aggravò chiese di vedere il bambino, ma la nuora si oppose e si recò di persona a spiegare le sue ragioni alla suocera.

“Si ricorda quando si è ammalata sua madre e poi è morta, proprio in questa in casa? Beh, Tommaso, anni fa, mi ha raccontato di essere rimasto scioccato prima dalla malattia della nonna e poi dalla sua morte, un’esperienza terribile. Scusi la sincerità, ma io vorrei che il mio Robertino non subisse un simile trauma e si ricordasse di lei com’era quando stava bene.”
“Per me sarebbe un grande conforto vederlo per un’ultima volta! – replicò con un filo di voce Egle – È il mio solo nipotino”.

“Comprendo il suo desiderio, ma i vecchi non devono essere egoisti ed io, come madre, ritengo dannoso per mio figlio vederla in queste condizioni, in una stanza con flebo, catetere, bombola di ossigeno e odore di medicine ovunque” naturalmente intendeva dire odore di morte, ma era pur sempre una persona educata e, all’occorrenza, sapeva servirsi di appropriati eufemismi.

“Sei davvero una persona senza cuore – mormorò Egle con le sue ultime forze –  esci da questa casa. E non disturbarti a venire al mio funerale. Che Dio ti ricompensi!”

La nuora se ne andò, visibilmente infuriata. Da allora le visite di Tommaso divennero più rare, la moglie si era davvero offesa.

Dopo qualche settimana Egle morì: era mattina, Giacomo aveva deciso di andare a fare la spesa e l’infermiera, rassettando la stanza, parlava alla malata dei suoi problemi di famiglia: un figlio che non voleva studiare, usciva sempre con gli amici e, quando tornava stanca dal lavoro, quasi ogni sera erano baruffe.

“Lei si sacrifica per niente! Lo mandi a lavorare, a zappare la terra! le vorrà più bene – mormorò Egle – e mi giri il cuscino, per favore, ho tanto caldo.”

Mentre la donna la sosteneva con un braccio dietro la schiena per sistemare il guanciale, la malata spirò. L’infermiera, nonostante facesse quel mestiere da tanti anni, rimase stupita da una morte così dolce e repentina, le vennero le lacrime agli occhi, ma subito tentò una rianimazione e chiamò il 118. Ogni sforzo fu inutile, il decesso era stato istantaneo.

Quando Giacomo tornò dal mercato e vide l’ambulanza sotto casa sentì una pugnalata al cuore. Entrò in casa già consapevole dell’accaduto, si mise seduto sulla poltrona di fronte al letto matrimoniale e fissò a lungo la moglie immobile, con la faccia distesa di chi dorme sognando qualcosa di lieto. Forse una passeggiata insieme sulla spiaggia, vicino alla loro casetta, forse il primo incontro, ad una festa di amici. Poi telefonò ai figli che arrivarono in pochi minuti .

Il funerale fu sfarzoso, Annalena e Tommaso pagarono tutte le spese, compreso il loculo e la lapide con la scritta “Il marito e i figli ti ricorderanno per sempre con amore.”

Così il signor Erizio rimase solo nell’appartamento. A ore precise usciva a fare la spesa, poi cucinava, guardava la televisione e andava a letto. Quando incontrava qualche conoscente la prima cosa di cui parlava non erano più i figli  ma la sua povera Egle. Molti gli  chiedevano perché non si trasferisse da Annalena o Tommaso, almeno per qualche mese.

“Per carità, ognuno a casa propria! Io per fortuna sono ancora autonomo, non ho bisogno di loro.”

I figli per un po’ aumentarono il numero delle visite, poi, visto che il padre sembrava avere incassato bene il colpo, tornarono ai ritmi rarefatti di un tempo e alla telefonata quotidiana.

Una volta alla settimana Giacomo portava un mazzolino di fiori alla sua Egle. I figli invece non andavano mai a visitare la tomba della madre, dicevano che era troppo doloroso per loro.

Del resto, pensava il sig. Erizio, anche in vita la vedevano di rado.

Qualche volta Tommaso, la domenica, invitava il padre a pranzo, ritenendo che avesse piacere di stare con il nipotino.  Giacomo però non era affatto affezionato a Robertino, in fondo i bambini non gli erano mai piaciuti. Pensandoci bene, non ricordava di aver mai passato molto tempo a baloccarsi neppure con i  suoi, quando erano piccoli: doveva dedicarsi ai lavori extra, e la domenica mattina si sentiva stanco e rimaneva a letto fino a mezzogiorno. In pratica li vedeva solo a cena e durante le vacanze al mare.  Forse era stato un padre assente, ma per necessità, e grazie ai suoi mille lavori Tommaso ed Annalena avevano studiato e si erano divertiti come figli di benestanti.

La moglie, negli ultimi tempi della sua malattia, gli aveva detto che era stato un errore dare tanti beni materiali ai ragazzi, trascurando la loro educazione  morale. Giacomo aveva replicato che Tommaso ed Annalena erano cresciuti con la schiena diritta e rispettosi della legge: andavano persino a messa la domeniche. Più morali di così! Ma Egle, scuotendo la testa, si era voltata dall’altra parte ripetendo “No, non li abbiamo educati bene”. Il marito sul momento immaginò che la moglie stesse vaneggiando, però in cuor suo cominciava anche lui a pensare che davvero i suoi figli avessero qualcosa che non andava.

Dopo sei mesi mese di “anestesia” la morte della moglie improvvisamente aggredì la psiche di Giacomo: nel giro di pochi giorni cadde in uno stato di totale prostrazione, non aveva più  voglia di mangiare, di vestirsi, di uscire, il suo solo desiderio, ripeteva, era raggiungere al più presto Egle.

Annalena lo portò da alcuni luminari che lo imbottirono di antidepressivi, ma la tristezza non passava. Poi iniziarono i problemi cardiaci, aritmie e scompensi di vario tipo, disturbi forse già presenti, ma aggravati dal lutto.

Tommaso ebbe l’idea di assumere una badante, avrebbe pensato lui allo stipendio, Annalena suggerì il ricovero in una clinica svizzera specializzata in depressione senile e Alzheimer: il padre rifiutò con decisione ambedue le proposte, non aveva bisogno di questo genere di aiuto. Avrebbe voluto che gli dicessero “Babbo, vieni a casa con me” oppure si mettessero a parlare della mamma, di quanto mancava anche a loro. Invece avevano già pronte soluzioni studiate a tavolino per eliminare il problema “padre” dalla loro vita quotidiana.

Ora capiva a cosa alludeva la moglie  negli ultimi giorni di vita: lui ed Egle si erano preoccupati delle necessità materiali dei figli ma non dei sentimenti. Generosità, sacrificio, riconoscenza erano parole che non avevano mai pronunciato in loro presenza: non avevano insegnato ai figli proprio ciò in cui credevano, quasi fosse una vergogna. Eppure era bello sentire ancora gratitudine per la generosità della signora Magda, ricordare i sacrifici affrontati dalla moglie in silenzio, un cappotto ogni quattro anni, la messa in piega in casa, le scarpe risuolate e quando pensava alle notti che aveva passato a fare conti insonnolito, con il riscaldamento spento, per economizzare, si sentiva un padre degno di quel nome. E poi esistevano beni immateriali che lui stesso aveva a lungo ignorato prima della malattia della moglie: accudendo Egle aveva capito cosa significava il dono del proprio tempo, la disponibilità ad ascoltare, la capacità di mostrare amore.

“Se  i miei figli antepongono se stessi al resto del mondo – si disse Giacomo – è perché li abbiamo allevati da egoisti: hanno imparato a prendere senza dimostrare riconoscenza e ora danno senza provare affetto. Ben ci sta!”

Certo non poteva negare che Annalena e Tommaso  si occupassero di lui ma, come già era accaduto con la madre, lo facevano controvoglia. Per questo Giacomo aveva deciso di sfuggire alle loro “attenzioni”.

I figli comunque non demordevano e tentavano a tutti i costi di gestire la vita del padre per evitare che i problemi del “vecchio” turbassero eccessivamente la loro esistenza ma, soprattutto, per non essere criticati: in giro si sapeva che Giacomo ed Egle che si era sacrificato tutta la vita per loro e qualcuno già mormorava alle loro spalle proverbi del genere “figlio benestante padre mendicante” oppure il noto “Un padre mantiene dieci figli, dieci figli non mantengono un padre”.

Così, nonostante non fossero mai andati d’accordo, Annalena e Tommaso si coalizzarono per costringere Giacomo ad accettare un breve ricovero in clinica. I dottori avevano parlato di rischio suicidio, ci mancava solo l’accusa di aver fatto morire il babbo!

“Vedrai, tre settimane tra le montagne svizzere ti rimetteranno in sesto: aria buona, cure innovative, massimo confort! – disse Annalena mostrando al padre il depliant della clinica – Quando tornerai sarai di nuovo sereno come una volta”

“E tu sei serena Lenina?” le chiese il padre, usando quel vezzeggiativo che quasi non ricordava più.

“Ma questo che c’entra! non sono io il depresso qui!”

“Però non sei felice!”

“Nessuno è felice in assoluto, babbino.” rispose un po’ seccata Annalena.

“E cosa ti manca per essere felice? sei una bella ragazza, sana, con un lavoro prestigioso e una vita intera davanti a  te.”

“Cosa mi manca? – replicò Annalena stizzita perché poco abituata a quel genere di domande dirette – Ho trentatre anni, non sono sposata e probabilmente rimarrò tutta la vita single, eterna seconda di qualche moglie, e magari non avrò neppure figli… ti sembra che debba sprizzare gioia da tutti i pori?”

“Sui figli ti consiglio di riflettere… forse è un bene non averne.” Disse Giacomo.

“Se è per questo ho già abortito una volta…” mormorò Annalena.

“E tu, Totuccio, sei felice?” disse Giacomo al figlio che non chiamava più così da almeno trent’anni.

“La felicità non esiste. Sei un uomo che ha vissuto a lungo, dovresti saperlo – rispose il figlio freddamente – Non sarebbe questo il momento per dirlo, ma ti informo che sto per separarmi. Ho un’altra compagna.”

“E così ti sei liberato della figlia del notaio… hai fatto bene, era davvero un boccone indigesto. E ora sei contento?”

“Contento…che intendi dire ?” replicò Tommaso.

“Beh…ad esempio io ero contento quando potevo pagarti una gita a Londra oppure riuscivo a comprare un bel vestito a tua sorella. Mi sacrificavo volentieri perché pensavo di rendervi felici…”

“Certo, non ci hai fatto mancare nulla, lo sappiamo, anzi lo sa tutta la città! Ma se per essere felici bastasse fare una gita a Londra saremmo tutti sotto il Big Ben, ti pare!” Replicò ironica Annalena.

“Cerca di metterti nei nostri panni, babbo – proseguì Tommaso – io e mia sorella stiamo con i piedi sulla terra, non abitiamo nel mondo dei sogni, facciamo la nostra vita e cerchiamo di essere soddisfatti, ma non sempre è possibile. Anche tu, con la tua fissa di non andare in clinica, ci crei dei problemi” disse Tommaso.

“Soddisfatti non è felici. Tu hai trovato la tua soddisfazione nel letto di un’altra donna  – commentò amaro Giacomo, glissando sull’accusa del figlio – e così il povero Robertino si ritroverà presto nel club dei figli dei separati, futuro cliente di qualche strizzacervelli. Come puoi essere felice di una simile soluzione?  Io e la mamma per fortuna ci siamo sempre voluti bene, ma comunque avremmo messo la vostra serenità avanti a tutto!”

“E’ vero, non ricordo di avere sentito in casa un litigio o un’alzata di voce. Ma ci sono anche matrimoni sbagliati dove si rompono i piatti e volano schiaffi” disse Tommaso, quasi per giustificarsi.

“Lo sappiamo che tu e la mamma vi siete sempre sacrificati per noi – aggiunse Annalena – magari ci davate anche troppo rispetto alle possibilità della famiglia…”

“Già, che sciocchezza! Pensa un po’…il sogno mio e di tua madre era tirare la cinghia per offrirvi un presente ed un futuro felice.”

“Ha ragione Lena – disse Tommaso – ci avete fatto credere che tutto ci fosse dovuto…e non volevate essere ringraziati. La laurea, un buon posto di lavoro, il benessere economico li abbiamo ottenuti, ma quando sei adulto ci vuol altro per essere contenti. E ora, per non farti sentire un fallito, dovremmo mentire e dire che siamo felici?”

“No, non occorre raccontare bugie, però dopo quello che mi avete detto mi sa che la clinica svizzera servirebbe più a voi che a me – disse Giacomo con tono pacato – in fondo io sono un povero vecchio malato e solo, ho ben diritto di sentirmi depresso, ma voi giovani, sani e benestanti, se vi siete già rovinati la vita dovete avere qualche grosso problema mentale.”

I figli rimasero allibiti dall’insolito sarcasmo del padre. Non sembrava più depresso, aveva anzi l’aria di chi ha trionfato sui suoi avversari.

“Quando eravate bambini vi ho mai detto che la felicità è costruire un castello immaginario? Credo proprio di no, perché anch’io l’ho scoperto solo da vecchio. Mattone  per mattone, risparmio su risparmio, io ed Egle abbiamo edificato con gioia il nostro bel palazzo, ma invece di preoccuparci delle fondamenta abbiamo pensato ai merli, alle torri, alle bifore e troppo tardi ci siamo accorti che era mal progettato e sarebbe crollato. Voi siete le macerie di quel castello. Immagino che non abbiate capito nulla di quello che ho detto, ma non importa. La vostra povera mamma aveva ragione, abbiamo ammassato cose inutili senza costruire le fondamenta Ora sono stanco, vado a letto – disse Giacomo – e non parlatemi più di cliniche o badanti polacche. Mi sono già accordato con la vicina del piano di sopra, verrà  lei a fare le pulizie e mi assisterà, se dovessi sentirmi poco bene. Questa spesa me la posso permettere, perché ho venduto la nuda proprietà della mia casa”.

Tommaso e Annalena, impotenti di fronte alla decisione del padre, se ne andarono con la coda tra le gambe, pensando che la storia del castello fosse lo sproloquio di un vecchio prossimo alla demenza.

Dopo la discussione Tommaso non si fece più vedere ed evitò anche di telefonare: il poveretto, pensò Giacomo, aveva ben altre preoccupazioni per la testa: i guai della separazione, l’affidamento del figlio, le pretese della nuova compagna.

Annalena però sapeva che, oltre alla depressione, il padre aveva un grave scompenso cardiaco e così, dopo qualche giorno si fece di nuovo viva e convinse Giacomo ad indossare uno di quegli aggeggi salvavita collegato con il suo numero e con i telefonini di altri cinque colleghi, pronti ad intervenire in caso di malore. Si fece persino prestare da un’associazione di Pubblica assistenza un defibrillatore portatile e lo piazzò in salotto. I guai del cuore del vecchio signor Erizio erano di quelli che non lasciano molto tempo per intervenire. Dalla clinica svizzera probabilmente sarebbe tornato in una bara.

Annalena faceva quasi ogni giorno veloci apparizioni per controllare la situazione: quando suonava Giacomo rimaneva in poltrona e diceva ironico alla vicina che gli faceva compagnia lavorando a maglia:

“Vada ad aprire, signora Marina, è il dottore che viene per la visita” .

Un giorno Annalena si fermò più del solito, voleva chiarirsi con il padre, una volta per tutte:

“Sai cosa mi ha detto Tommaso?”

“Tommaso chi?” chiese ironico il padre.

“Dai, non fare lo spiritoso, tuo figlio! mi ha detto che ha ripensato tante volte alla storia del castello e crede di avere capito cosa volevi dire: l’ultima volta che era andato a trovare la mamma, prima che morisse, lei gli aveva consegnato una sua foto incorniciata da portare a Robertino, perché il bambino non dimenticasse la nonna. Alla moglie la cornice ovviamente non era piaciuta e così ne aveva comprata una nuova, d’argento. Scambiando le cornici Tommaso si è accorto che sul retro della foto la mamma aveva scritto alcune frasi indirizzate “al mio caro nipotino quando saprà leggere” e me le ha mostrate…  ne ricordo solo alcune: “sforzati di essere generoso  con gli altri, cerca di  guadagnarti le cose che desideri, ringrazia per tutto ciò che ricevevi, dimostra il tuo affetto alle persone care e pensa sempre che dare con amore rende più felici che ricevere”. Tommaso dice che le torri e i merli sono le cose materiali mentre le fondamenta sono i principi morali. La mamma si era accorta che alla nostra vita non aveva dato basi e sperava che almeno Robertino crescesse con fondamenta solide”

“Sai, io non sono arrabbiato con voi – disse Giacomo – ma con me stesso. Se non siete buoni figli, se non siete felici, la colpa è anche mia.”

“Siamo cresciuti , egoisti, che ci vuoi fare!” rispose con tono fatalista la figlia.

“Non so se la felicità sia solo una parola, come pensa Tommaso, ma se esiste davvero io credo che somigli al sentimento di gioia che un tempo provavo quando potevo offrirvi un viaggio o un corso di lingue: torri e merli dirai, comunque doni fatti con sacrificio a chi amavo. Mi sentivo appagato per il piccolo traguardo che avevo raggiunto. Però a voi ho insegnato solo a prendere, a cercare il successo, il benessere economico, non le cose che mi rendevano contento: forse un poco potevate migliorare, se avessi coltivato di più i vostri sentimenti, se vi avessi detto quello che Egle ha scritto a Robertino”

“Non credo – disse Annalena – siamo freddi per natura e poi, infondo, non è così sgradevole vivere da egoisti: forse non conosciamo la vera felicità ma neppure la vera sofferenza, perché siamo incapaci d’amare profondamente.”

Qualche giorno dopo l’insolita conversazione Tommaso tornò a farsi vivo per telefono con il padre. La moglie aveva ottenuto la custodia del bambino, lui poteva vederlo solo nei fine settimana”

“Gli hai lasciato la foto della mamma?”

“Si, certo, e gli insegno a memoria quello che la nonna ha scritto, come fosse una poesia.”

“Male non gli farà di certo” commentò Giacomo.

Ora che le carte in tavola erano scoperte e ognuno aveva preso la sua parte di colpa, il clima familiare sembrava più sereno. La domenica Tommaso con il figlioletto si recava a trovare il padre ed Annalena non mancava mai di fare la sua apparizione quotidiana. Giacomo, del resto, non mostrava più alcun sintomo di depressione: la delusione, il senso di colpa, il disprezzo per l’egoismo dei figli  una volta manifestati si erano dissolti: anche il rimorso per non aver compreso le parole della moglie morente era svanito, ma il cuore, quello fisico, continuava a soffrire.

Una sera, appena spenta la televisione, avvertì che il battito del polso era diventato strano: spariva e riappariva, come una leggera scarica elettrica. Non aveva neppure la forza di alzarsi dalla poltrona. Subito si rese conto che la faccenda era grave e pensò, rivolto alla moglie morta:”Hai visto Egle! ci sono riuscito, me ne andrò da solo: i nostri figli non piangeranno al mio capezzale le loro fredde lacrime. E a dire il vero mi sento addirittura felice, perché tra poco saremo di nuovo insieme.”

Mentre rivolgeva questo muto discorso alla moglie si staccò dal collo il salvavita e lo gettò sul divano, nel caso gli venisse la tentazione di chiamare soccorsi. Si abbandonò sulla spalliera della poltrona e disse qualche preghiera poi, con la mente vuota di pensieri, attese pazientemente la fine. Perché, nella ruota della vita, i vecchi devono morire ed i giovani vivere per invecchiare ed i bambini crescere per diventare giovani mentre chi ancora succhia il latte attende il suo turno tra le braccia della madre.

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Rosanna Bogo