Erano giovani inesperti e stare in gruppo li rassicurava. Il più audace, in piedi su una sporgenza a metà del  palo di un lampione, propose ai  compagni “Buttiamoci da quassù!.”

“No, troppo alto –  sentenziò il ‘capo’, considerato il più esperto perché aveva già ripetuto tre volte la prova d’iniziazione, sempre con ottimi risultati – qualche burba potrebbe farsi male.”

Un grassottello pessimista che dubitava di sopravvivere a quella ‘eroica’ giornata tirò un respiro di sollievo. Già si immaginava venire giù da quell’altezza spaventosa in verticale e spiaccicarsi a terra come un uovo.  Che colpa aveva se era il solo figlio rimasto a sua madre e lei lo rimpinzava per tre!

“Allora andiamo lì, su quella costruzione più bassa” propose un tipo agitato che aveva fretta di mettersi in mostra o, forse, di levarsi il pensiero. L’edificio era un casotto ad un piano: “misura giusta” sentenziò il ‘capo’e nessuno osò criticare la sua affermazione.

Si raccolsero tutti sul tetto piatto e incatramato della piccola costruzione. Alcuni si sporsero dal parapetto per valutare meglio l’altezza: anche scendere da là non era uno scherzo, pensarono.

“Per me si può fare, davvero!” disse il ‘capo’, rassicurando i compagni.

Al grassottello sembrava comunque un salto troppo pericoloso: dopo tutto erano dei principianti e, da lì, l’effetto ‘pera marcia’ poteva essere letale!

I più paurosi, riuniti in un angolo, decisero di buttarsi sui tettucci delle macchine parcheggiate per attutire il primo colpo, e poi scendere a terra. Il loro confabulare insospettì il ‘capo’.

“Niente trucchi, intesi! le macchine sono escluse: questa è una prova d’iniziazione, non un gioco: dobbiamo dimostrare cosa sappiamo fare davvero, i pivelli che se la fanno sotto possono tornare dalla mamma. E chi bara se la vedrà con me…”

“Spicciamoci” disse l’audace, arrivato sul tetto per ultimo. Scendere dal suo lampione non era stato facile.

“Sì, non perdiamo tempo, comincia a fare freddo, dobbiamo essere pronti ad affrontare il futuro” osservò un tipo smagrito e tremolante. Probabilmente veniva da una famiglia numerosa, ma in certe situazioni, pensò il grassottello, meglio essere pelle e ossa che tondi come palle.

“Che c’è, tremi di paura?” gli chiese l’audace.

“No, ho freddo. Non lo vedi che sono poco coperto!” rispose il magro. E forse era vero.

“Ma se ci facciamo male come torniamo a casa?” chiese uno dei pavidi.

“Chiudi il becco. Se ti rompi qualcosa a casa non ci torni” rispose il “capo” seccamente.

“Tanto o la va o la spacca – disse l’impaziente e, sporgendosi dal parapetto, si buttò per primo  gridando “Arrivederci ragazzi!”

Aveva un certo stile e atterrò senza rotolare.

Il gruppo rumoreggiò in attesa di vederlo di nuovo in piedi.

“Tutto bene” disse da sotto il frettoloso, incoraggiando i compagni ad imitarlo.

L’audace lo seguì e si diede una bella spinta arrivando sull’asfalto senza problemi:  “Forza, che  poi proviamo da un posto più difficile” gridò ai compagni affacciati al parapetto.

Alcuni cominciarono a saltare, rassicurati dal successo dei primi due, uno però si diede male la spinta e andò giù in verticale. Fortunatamente cadde su un mucchio di foglie secche raccolte in un angolo dai netturbini e si rialzò subito, quasi incredulo di essere ancora tutto intero.

Dall’alto i compagni lo derisero.

“Pera marcia, pera marcia!”: era quello il temuto effetto ‘splash’ che angosciava il grassottello.

Altri due si erano fermati sul tettuccio di una macchina e da lì avevano fatto il salto finale a terra.

“Non vale, non vale!” si mise a strillare il grassottello che aveva notato la manovra.

“Ha ragione! avevo detto niente macchine!” disse il ‘capo’.

“Ma è il vento che ci a spinto…” si giustificarono i due, mentendo spudoratamente.

Via via qualcuno si buttava: i più riuscivano a darsi una spinta energica, altri saltavano evitando per un pelo la ‘pera marcia’.

Il ‘capo’, come previsto fu quello che arrivò più lontano di tutti, atterrando con grande eleganza.

“Lui è sempre il migliore, non c’è niente da fare – osservò l’unico partecipante all’iniziazione rimasto ancora sul tetto con il grassottello – e ora che ho studiato la partenza di tutti – disse rivolto al compagno – mi butto anch’io” e si lanciò con tanta abilità che quasi superò la misura raggiunta dal suo idolo.

Così il grassottello si ritrovò solo sul cornicione.

Da sotto i compagni lo chiamavano, qualcuno era un po’ acciaccato, ma non c’erano feriti gravi.

“Ehi, mongolfiera – gli gridò il ‘capo’ –  aspetti l’elicottero di Pegaso?”

Ma il grassottello nicchiava, aveva paura. La mamma non era lì per consolarlo: nessuno poteva aiutarlo, quella era la ‘sua’ iniziazione. Doveva seguire il gruppo o sdraiarsi sulle foglie secche del tetto e rinunciare a vivere.

Allora, con il coraggio che viene dalla disperazione, prese la rincorsa e balzò dal cornicione, dandosi una spinta potente verso l’alto.

Nello stesso attimo in cui lasciava l’appoggio aprì le sue ali piumose e comincio ad agitarle con tutta la forza dei suoi piccoli muscoli ipernutriti. Dopo qualche secondo sentì che una mano calda, da sotto, lo spingeva dolcemente in alto: stese le ali al massimo e la corrente ascensionale lo portò ancora più su.

Con stupore si rese conto di non essere affatto piombato a terra come un sasso: non si trovava nel Paradiso dei passerotti, quello era il cielo! Cercò di allungare tutto il corpo, doveva sforzarsi di non pensare a nulla ma, soprattutto, evitare di richiudere le ali come faceva nel nido quando aveva paura: per darsi coraggio immaginò di essere un grande falco che volteggiava nella tempesta, un rapace spaventoso e fortissimo.

“Esibizionista, scendi o non avrai la forza per tornare nel nido!” gli gridò il ‘capo’.

Il gruppo dei suoi compagni lo guardava dall’asfalto, stupito e silenzioso.

“Che scemo – disse l’audace – rischia di finire contro un albero o di sbattere nella finestra di un palazzo!”

Ma il grassottello aveva da un pezzo superato la cima delle gaggie e ormai si trovava anche al di sopra dei tetti delle case. Era diventato un puntino invisibile nel blu.

“Non guardare giù, non guardare giù” si ripeteva “fai come ha detto la mamma,  batti le ali, batti le ali e becco in alto, quando sei stanco abbandonati alla prima corrente calda che incontri, ti sosterrà. E non chiudere mai, mai le ali!”.

Ormai quello non si poteva definire un semplice svolazzare, stava davvero volando ed era  così… ‘naturale’! all’improvviso sentì la grande gioia che gli uccelli  provano librandosi nel cielo, aria nell’aria senza più legami con la terra.

Però doveva ricordarsi di non chiudere le ali, era sempre così distratto! trovò un’altra corrente calda e decise di riposarsi per qualche minuto. Ne approfittò per  gettare un’occhiata in basso, un attimo solo: la piccola costruzione da cui era partito sembrava una scatola di sigarette, le macchine ghiande e i suoi compagni non si vedevano neppure. Riconobbe in lontananza la grande quercia dov’erano il nido e la mamma. Che bella sorpresa per lei vederlo arrivare in volo! all’improvviso però si rese conto che non aveva ancora imparato ad atterrare tra i rami e, soprattutto, non sapeva frenare! Mentre volteggiava sopra il grande prato vicino alla quercia, un posto pericoloso pieno di gatti randagi, notò un gruppo di tortore che si dondolava sui cavi del telefono.

“Ehi, voi! Come si rallenta?” gridò.

“Plana, ragazzino, plana – sì, ma attento a non battere nei muri delle case – agita le ali puntando il becco in basso – no, stringi le ali come un falco in picchiata e aprile di nuovo a metà corsa – però aiutati anche con la coda, la codaaa! – e le piume remigantiiiii!”  risposero in un confuso coro le tortore.

Di tutti i suggerimenti il grassottello scelse il più audace: “oggi è il mio giorno fortunato” si disse e scese in picchiata su un parcheggio: quando la terra gli sembrò abbastanza vicina aprì al massimo le ali e planò velocissimo per un centinaio di metri, toccando terra ripetutamente con il fondo schiena. Le piume della pancia erano tutte arruffate, il ruvido asfalto lo aveva qua e là raso fino alla pelle, ma, alla fine, si fermò, rotolando due o tre volte come una palla. Si rialzò incolume. Nessuno aveva assistito a quel finale improvvisato.  Svolazzò sul cofano di una macchina per evitare di incontrarsi, muso a becco, con  qualche micio affamato e poi di nuovo agitò le ali e si spinse avanti, di tettuccio in tettuccio, finché non vide in lontananza il piccolo edificio da cui era partito e il gruppo dei compagni. Erano di nuovo saliti sul tetto incatramato.

“Pensavamo ti fossi sfracellato da qualche parte – disse il ‘capo’ quando lo vide arrivare. Sembrava davvero contento  –  hai le piume tutte arruffate! Un gatto o un rapace?”

Il grassottello non ci teneva a passare per eroe e disse la verità: “Macché!  ho fatto un atterraggio troppo veloce, devo ancora imparare tante cose ‘capo’, lo so” rispose umilmente.

Si sentiva quasi svenire dalla stanchezza e dall’emozione ma, prima di gettarsi sulle foglie a riposare, volle dire ai suoi compagni la cosa più importante che aveva scoperto:

”Sono salito in alto, volavo sopra gli alberi e le case, e poi ancora  più in alto, nel cielo azzurro dove non si vede nulla, se non  le nuvole, e sapete… lassù… lassù è bellissimo!”.

E che gli uccelli sieno e si mostrino lieti più che gli altri animali, non è senza ragione grande. Perché veramente, come ho accennato a principio, sono di natura meglio accomodati a godere e ad essere felici. Primieramente, non pare che sieno sottoposti alla noia. Cangiano luogo a ogni tratto; passano da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e dall’infima alla somma parte dell’aria, in poco spazio di tempo, e con facilità mirabile; veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime; esercitano continuamente il loro corpo; abbondano soprammodo della vita estrinseca.

Giacomo Leopardi, Elogio degli Uccelli in Operette morali.


VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 5.0/5 (1 vote cast)
Balconing, 5.0 out of 5 based on 1 rating

Rosanna Bogo