Seconda Parte

Qui la Prima parte

Il ritardo stava diventando davvero preoccupante e, in quel frangente, non avevo davvero voglia di ascoltare sciocchezze: quindi, per evitare che la mia compagna di sventura mi propinasse la sua barzelletta  stantia, risposi subito:

“Sì, certo che la conosco – e in effetti non mentivo ma, sul momento, stranamente ricordavo solo il finale della storia – non è quella che si conclude con l’uomo che dice tra sé ‘erano quarant’anni che volevo dare uno schiaffo a un prete’?” aggiunsi.

“Sì, proprio quella – disse la sconosciuta – la prima volta che mio fratello me la raccontò mi fece tanto ridere, ma ora non riesco a rammentare la parte centrale della barzelletta.”

“Neppure io – aggiunsi stupita – eppure sono certa di conoscerla…forse è un’amnesia causata dallo stress per il guasto.”

“Ammetterà che è un fatto strano” disse la vicina. Mi voltai verso di lei e la osservai nella penombra: era una donna di mezza età, di certo più vecchia di me. Non riuscivo a sbirciare cosa indossasse perché era completamente avvolta nel bel mantello verde scuro però, grazie alle luci di sicurezza del corridoio centrale, potevo vedere distintamente le sue scarpe. Erano molto eleganti…probabilmente di Ferragamo. Io non posso permettermi certe spese, però ogni tanto mi fermo a sognare davanti alle vetrine delle grandi firme e un po’ me ne intendo. Anche il profumo, amaro ma con una base di fiori d’arancio, mi sembrò di lusso. Stavo per chiedermi perché una signora così in tiro non viaggiasse in prima quando mi ricordai che il nostro treno era una “littorina”, aveva solo vagoni di seconda classe.

“Sì, è un caso, una banale coincidenza, la memoria a volte si prende gioco di noi” risposi.

“Lei mi delude, cara signora: legge libri gialli e crede alle banali coincidenze!” esclamò con tono ironico la sconosciuta.

“Non saprei che altra espressione usare…’fortuita combinazione’ le sembra più appropriata?” replicai un po’ infastidita dall’osservazione della mia interlocutrice .

“Per me è un messaggio dall’aldilà” fu la sibillina risposta della misteriosa signora.

“Ecco – mi dissi – gratta via l’ironia snob e trovi qualche turba mentale. Speriamo almeno che non sia una pazza pericolosa. Non bastavano il claustrofobico e il cannaiolo con la sua erba dolciastra, ora abbiamo anche la medium.”

“L’ho turbata?” chiese la vicina con tono più gentile. Aveva compreso al volo il significato del mio silenzio.

Proprio in quel momento passò sull’altro binario a gran velocità un treno pieno di luci, vagon-lit, con ristorante… di certo era diretto a Parigi. Sobbalzai per lo spavento prodotto da quel rumore improvviso, amplificato dal rimbombo del tunnel. La signora trovò comica la mia reazione: non potevo vedere la sua bocca ma percepivo che stava trattenendo a fatica una risata.

“Altro che amante del thriller! Lei, mia cara, si spaventa se cade una foglia! – disse la mia compagna di viaggio con voce divertita – Chi sa cosa farebbe se ora  scoprisse di essere seduta accanto ad un’assassina!?”

“Non sono affatto paurosa però non sopporto i rumori improvvisi – dissi per giustificare il mio atteggiamento – è un intolleranza comune a molte persone!  Quanto agli assassini non mi spaventano: nei libri gialli dei miei autori preferiti i colpevoli sono sempre persone in apparenza normali e, se questi racconti rispecchiano la realtà, chi sa quante volte mi sarà gia capitato di stare sul tram, al cinema o dal dottore, seduta accanto ad un killer. E poi chiunque potenzialmente è un omicida, dipende dalla situazione.”

La signora parve all’improvviso disinteressarsi dell’argomento assassini e tornò alla questione della barzelletta.

“Cosa le stavo dicendo poco fa…ah sì,  le ho raccontato che Marco, mio fratello, conosceva quella storiella del vagone. Eravamo un gruppo di amici, adolescenti tra i dodici ed i diciotto anni, figli di persone che villeggiavano nei dintorni. Passavamo gran parte della giornata nel nostro “campo base”, una spiaggia di ghiaia qui vicino, tra le ultime due gallerie, ascoltando musica, Beatles, Rolling Stones, i primi cantautori, e giocando a carte o a dama… facevamo lunghe nuotate, mi ricordo che portavo un bikini mozza fiato e avevo dovuto discutere a lungo con mio padre per ottenere il permesso di metterlo. La mamma invece, quando ero con Marco, non si preoccupava di nulla. Mio fratello era il più grande del gruppo e ci teneva tutti a bada: credo che ricevesse da mio padre una paghetta extra per questo servizio di custodia, ma lo avrebbe fatto anche gratis, non gli piacevano le esagerazioni o i comportamenti incoscienti e aveva il carisma del capo. Insomma Marco raccontò la barzelletta del vagone e tutti risero. Dopo pochi minuti un treno si fermò in cima alla piccola scarpata che sovrastava la nostra spiaggetta di rocce e ghiaia. Era stato parcheggiato su un binario morto per dare la precedenza ad un rapido. Neanche a farlo a posta un prete, tutto sudato, si affacciò al finestrino asciugandosi la faccia con un fazzoletto. A quel tempo i sacerdoti portavano ancora la tonaca e il poveretto doveva davvero soffrire un gran caldo. Naturalmente la sua comparsa suscitò un uragano di risate, ma per via della coincidenza con la barzelletta, non per mancanza di rispetto.  Il prete parve stupito, Marco cercò di zittirci mollando anche qualche scappellotto, poi prese una conchiglia e una delle bottigliette di gazzosa che tenevamo in fresco in una piccola ghiacciaia sotto l’ombrellone e risalì la scarpata. Si avvicinò al finestrino del prete e disse qualcosa, probabilmente si scusava per il nostro comportamento. Il prete sorrise, prese la gazzosa e la conchiglia, poi cercò qualcosa  nello scompartimento e lo diede a mio fratello. Quando scese Marco non volle mostrarci cos’era. Intanto il treno aveva ripreso il suo viaggio.

‘Se sono soldi dividiamo’ disse quello stupido di Franzi, solo a uno sciocco come lui poteva venire in mente che mio fratello prendesse denaro da un sacerdote in cambio di una miserabile gazzosa. Marco si arrabbiò di brutto con Franzi e ci costrinse a tornare tutti a casa senza fare il bagno. La barca era sua e da quella spiaggia allontanarsi via terra era un’impresa. Pensare che Franzi ora è CEO di una delle più quotate banche brasiliane!.”

“E cosa gli aveva dato il prete?” chiesi, incuriosita.

“Ma cosa vuole che diano i preti! Santini con preghiere, ovvio. Uno  con l’immagine di San Marco e uno con la Madonna di Fatima, bagnato nella vasca della grotta, da portare alla mamma che l’aveva così ben educato, aveva detto il ‘don’. Mia madre andò in un brodo di giuggiole quando sentì tutta la storia e conservò quel santino come fosse una preziosa reliquia, fino alla morte.”

“In effetti suo fratello aveva fatto un bel gesto – osservai – non era certo il genere di giovanotto strafottente e presuntuoso che andava di moda ai tempi della dolce vita

“Sì, un ragazzo d’oro, sensibile, intelligente, serio…e chi lo nega! Io però venni messa in punizione due giorni perché avevo riso del tonacone. Mi creda, è la maledizione di quel prete che ci ha fatto dimenticare la barzelletta!”  disse la mia vicina con aria convinta. Di nuovo mi sembrò molto strana.

“Venivate spesso in vacanza da queste parti” chiesi, tanto per cambiare discorso. La domanda comunque non era fatta a caso: quella località balneare negli anni Sessanta, era di gran moda, ospitava celebri attori, cantanti, milionari, e spesso mi ero chiesta, guardando dai finestrini del treno, come si viveva lì ai tempi d’oro.

“Tutti gli anni da giugno ai primi di settembre  – rispose la misteriosa viaggiatrice – mio padre, quando ancora pochi frequentavano questa zona della costa, aveva comprato molti appezzamenti di terreno e riadattato a casa di villeggiatura una vecchia caserma della dogana a strapiombo sul mare. Il posto gli piaceva perché era un’oasi di pace, lontana dalla volgarità del turismo di massa…poi decise di trasformare il suo piccolo paradiso terrestre in un centro turistico esclusivo e, nel giro di pochi anni, tra le pinete e gli scogli spuntarono come funghi ville, alberghi, piscine, locali notturni… nel frattempo la piccola ditta di costruzioni che il babbo aveva ereditato era diventata un’impresa con trecento dipendenti. Devo ammettere che il mio vecchio era bravo a scovare nuove località turistiche da ‘cementificare’: negli anni Settanta spostò la sua attività in Sardegna, aveva compreso che quello era il nuovo Eden da distruggere. A parte tutto un grande lavoratore e una persona di principi, insomma un uomo all’antica, non un ‘palazzinaro’.”

“La sua deve essere stata una bella giovinezza.”

“Perché avevo i ‘dané’?! Com’è banale, banale e ingenua mia cara signora!”

“Beh, non aveva solo i soldi, ma anche una bella famiglia, un padre con solidi principi, una madre devota e un fratello ammirevole!”

“Ammirevole è un aggettivo limitato se riferito a Marco: intelligente, studioso, ubbidiente, educato, allegro, un fratello così non l’augurerei al mio peggior nemico! Ed era pure bello come un attore americano”

Mi venne da ridere…

“Ma che dice! – esclamai – se avesse conosciuto il mio…non parlerebbe così. Egoista inveterato, il primo ad essere servito a tavola, patente e machina a diciotto anni…per lui i miei stravedevano però il loro beniamino, diversamente da suo fratello, era duro come le pigne, insensibile e ingenuo come un pollo: a vent’anni si è fatto mettere di mezzo dalla prima che ha incontrato e non ha neppure concluso gli studi.”

“Con un fratello come il suo almeno avrei avuto qualche possibilità di farmi apprezzare… scommetto che poi, in famiglia, lei è stata rivalutata!”

“In effetti è andata così, ma solo da vecchi i miei genitori si sono resi conto di non avere agito nel modo più giusto con me.”

“Io, per non sentirmi invisibile, facevo cose davvero stupide: con Franzi e altri due o tre ragazzini senza sale in zucca giocavamo a chi resisteva di più sulle rotaie prima dell’arrivo del treno, oppure facevamo i falsi affogati. E se qualche treno rimaneva fermo all’aperto fingevamo di essere volontari della Crocerossa: risalivamo le scarpate e portavamo bibite, conchiglie e sassi colorati raccolti sulla spiaggia ai viaggiatori che si sporgevano dai finestrini: in cambio però dovevano gridare “acqua, acqua” come fossero prigionieri dei nazisti.

Mio padre, passando per la stazione di Bologna poco dopo l’8 settembre aveva davvero incrociato i primi treni merci carichi di militari diretti verso i campi di prigionia e quel grido “acqua”, “acqua” lo aveva perseguitato per anni. Era un episodio che a volte ricordava e, dopo tanti anni, ancora con gli occhi lucidi.

Quando Marco scoprì per caso che giocavamo ai ‘deportati’ andò su tutte le furie, ci ricoprì d’insulti e poi riferì ogni cosa al babbo. Rimasi chiusa nella mia camera, in punizione, per una settimana ‘perché il gioco era irrispettoso nei confronti delle vittime del nazismo’, disse mio padre, ma anche perché non si doveva ostentare il proprio benessere regalando gazzosa come fosse acqua di rubinetto.”

“Però suo fratello aveva ragione, era davvero un divertimento stupido – osservai – e quanto ai timori di suo padre il dopoguerra era ancora nell’aria e la ricchezza si associava ancora, nella mentalità comune, all’idea di ingiustizia sociale e di sfruttamento. Oggi invece chi è al volante  di una Ferrari suscita solo desiderio di emulazione, tifiamo per lui perché ha raggiunto il successo e non ci domandiamo come. Milioni di persone tutte le settimane giocano alla lotteria sperando che dal cielo piova sulla loro testa una fortuna, senza alcun merito o sforzo. Non il denaro che si guadagna lavorando, ma il denaro ‘facile’ è diventato il metro di tutte le cose, ha soppiantato ideologie e religione.”

“Anche mio fratello la pensava come lei: disapprovava il modello di vita ‘americano’ basato sul successo, diceva sempre che il valore di un individuo non dipende dal conto in banca, ma forse parlava così perché anche senza una famiglia ricca alle spalle, avrebbe sfondato ugualmente nella vita grazie alla sua intelligenza. Io invece a scuola andavo malissimo. Non mi mancavano le capacità e credo che impegnandomi un po’ avrei potuto raggiungere buoni risultati, ma con le mie pessime pagelle, le assenze ingiustificate, le rispostacce ai professori pensavo di attirare su di me l’attenzione dei miei genitori: se non altro il babbo tutti i mesi doveva andare dal preside a sentire una ramanzina su quella figlia così scriteriata, tanto diversa dal fratello. Sì, mio fratello era davvero troppo per me: ovunque andavamo era lui il preferito, la star, il primo della classe.  Dai nonni, dagli zii, dalle cugine, dagli amici di famiglia, a scuola, in palestra o in discoteca.  Persino le compagne di classe cercavano di fare amicizia con me solo per poter avvicinare Marco. Una volta, avevo più o meno quindici anni, sono scappata di casa per ‘diventare un’artista’ come Brigit Bardot, Veruska o Patty Pravo: cantante, modella o un’attrice, per me una carriera valeva l’altra, tanto non avevo doti particolari per emergere in nessun campo. La polizia mi ripresero alla stazione centrale il giorno stesso. Mio padre, quella volta, non mi punì. Forse temeva gesti ancora più inconsulti e fu molto conciliante, mi promise che, dopo il liceo, mi avrebbe aiutata ad entrare nel mondo dello spettacolo, visto che desideravo tanto essere sempre al centro dell’attenzione. Io però volevo diventare qualcuno subito, partecipare a Miss Italia, fare cinema senza frequentare l’Accademia, presentarmi a Castrocaro. I miei provarono a farmi studiare canto, ma ero negata. E quanto alla bellezza è un dono di natura che i soldi non possono comprare.”

“E suo fratello ? che faceva intanto l’essere perfettissimo”

“Vedo che ha compreso il nocciolo del mio problema: mentre io mi dimostravo inetta a percorrere tutte le strade che intraprendevo lui ovviamente mieteva continui successi. Dopo il liceo avrebbe voluto frequentare Architettura ma si iscrisse a ingegneria civile come sperava papà: ovviamente si laureò nei cinque anni previsti dal corso di studi ed entrò subito nell’impresa di famiglia”.

“Immagino che i suoi fallimenti fossero ancora più amari da digerire all’ombra del Palmares fraterno”

“Beh, crescendo avevo capito qual’era il punto debole di ‘Sua Eccellenza’: come quasi tutti gli uomini quando era innamorato diveniva meno perspicace e se giocavo in attacco, senza scoprirmi, potevo anche togliermi la soddisfazione di batterlo. Il primo anno d’Università, dopo qualche insignificante flirt, Marco s’invaghì di Fiorella. Fiorella era la mia compagna di banco e amica del cuore fin dalle elementari, non sopportavo l’idea che si accaparrasse anche lei! Così quando Marco accompagnò nostro padre a visitare una fiera di materiali edili in Germania, rovistai a fondo nella sua stanza e alla fine spuntò fuori un pacchetto di lettere della fidanzatina. La corrispondenza, come d’obbligo in questi casi, era noiosa e sdolcinata ma, leggendo tra le righe, si comprendeva che la relazione si trovava ancora ad uno stadio semiplatonico. Fiorella del resto aveva solo sedici anni, come me, e mio fratello era un ragazzo con la testa sulle spalle. Il giorno dopo, con le lacrime agli occhi, dissi alla mia amica che dovevo confidarle un terribile segreto: ‘Mio fratello – mormorai piangendo – non potrà mai renderti felice, ho scoperto che è omosessuale.’ Lei non voleva credermi e allora le raccontai di averlo sorpreso, alla fine di agosto, in una cabina con un altro ragazzo mentre facevano ‘non so bene cosa’ senza costume da bagno e, per rafforzare la mia storia, le mostrai una foto in cui Marco era ritratto nella piscina del CUS con un compagno d’Università, ovviamente un semplice amico. “Vedi, è lui, quello della cabina. L’ho trovata sotto il materasso del letto di Marco, la tiene lì. Se fosse una foto innocente perché nasconderla?”. La mia logica schiacciante colpì l’ingenua Fiorella e tanto bastò per farla cadere in trappola. Aggiunsi che Marco mi aveva fatto giurare di non svelare mai il suo segreto, minacciando in caso contrario di suicidarsi. Poi mi abbandonai a qualche infiorettatura che mi veniva così, sul momento: Fiorella si bevve tutte le mie bugie, persino che quando la baciava lui pensava all’altro, e dopo una settimana scrisse a Marco che era troppo giovane  per impegnarsi in una relazione seria e perciò preferiva troncare subito la loro relazione.

Poi chiese ai genitori di iscriverla per un semestre in un college in Inghilterra, al ritorno tentò senza successo di recuperare l’anno come privatista, rimase in seconda mentre io, nonostante le quattro materie a settembre, passai in terza. Non eravamo più nella stessa classe, ci vedevamo di rado e lei sembrava desiderosa di evitare la mia compagnia: in fondo la capivo, io sapevo come era stata ingannata da Marco. Così persi la mia migliore amica, ma anche Marco era stato sconfitto.”

“Se però riflette sui fatti accaduti mi sembra che il male maggiore sia stato inflitto alla ragazza, dopo tutto suo fratello riteneva di essere stato lasciato per motivi comprensibili.”

“Già, Fiorella ha di certo sofferto più di Marco, però se lo meritava, anche lei aveva preferito mio fratello.”

“Certo starle vicino non deve essere facile: teme sempre il tradimento, neanche fosse alla corte del Valentino!”

“Lei parla come se in vita sua non avese mai desiderato vendicarsi, ribellarsi, punire qualcuno. Magari non è il tipo che poi passa all’azione, ma il pensiero è difficile da reprimere…”

“Non pretendo di essere un angelo, in gioventù anch’io mi sono fatta del male, mi atteggiavo a hippy, ero una rivoluzionaria. Che sciocchezze! se li ricorderà anche lei i figli dei fiori, libero amore, abbasso la guerra, un maggiolone per girare l’Europa, e magari anche francobolli di LSD per farsi spedire in cielo a vedere i diamanti… La generazione che è stata giovane negli anni Sessanta e Settanta ha fatto un gran fumo, ma l’arrosto se lo sono mangiati gli altri.”

“Francamente non riesco a immaginarla ad un concerto rock in topless  a farsi una canna.”

“Si vede che ha poca fantasia, anch’io sono stata giovane. E’ una specie di follia transitoria e a volte mi chiedo se davvero ho fatto o detto o pensato certe cose. Però non ero cattiva, se ho sbagliato è stato per inesperienza, lei invece aveva delle strategie malvagie, forse in casa sua sono stati troppo tolleranti, se fosse stata mia figlia l’avrei portata da uno psichiatra fin dai tempi del gioco dei deportati”

“I miei genitori, poverini, non erano tolleranti, semplicemente non conoscevano la loro figlia: pensavano ‘Marga ha un carattere ribelle, lasciamola sfogare, quando si stuferà di fare follie tornerà normale, si innamorerà, metterà su famiglia e chili, sfornerà nipotini per allietare la nostra vecchiaia’. Non pretendevano altro da me, non dovevo fare nulla di eccezionale per renderli felici, solo essere come tutte le altre ragazze. Così io mi sentivo sempre più una stellina invisibile, oscurata dal sole Marco. Ma lo sa che quando le stelle si spengono dalla terra continuiamo a vederle brillare? Noi le guardiamo e loro intanto sono già morte. Che crudele inganno della natura!”

“Per sentirsi meno insignificante di certo avrà escogitato qualche altro inganno ai danni del povero Marco; la vendetta, mi pare di capire, era lo strumento con cui la stellina si opponeva alla forza annientatrice del sole.”

“Proprio così! L’occasione per riequilibrare la situazione si presentò un anno dopo la vicenda di Fiorella. Marco si fidanzò con Flora, una collega d’Università studentessa di archeologia. Erano coetanei e già avevano superato tutti gli stadi platonici. Addirittura progettavano di sposarsi appena finiti gli studi.

Con Flora c’era poco da scherzare, era una donna fatta, però anche lei aveva un punto debole: la gelosia. Da ragazzina, al tempo delle maggiorate, gli amici mi prendevano in giro con soprannomi come “tavola” o “Surf” ma quando, alla fine degli anni sessanta, i canoni della bellezza femminile si capovolsero il mio fisico longilineo e senza curve divenne di moda, così appena diplomata, invece di iscrivermi all’università, iniziai a posare per servizi di moda. Con un abile trucco anche il mio viso spigoloso appariva interessante. Grazie a quel lavoro entrai in contatto con il bizzarro ambiente dei fotografi e ben presto strinsi un’affettuosa amicizia con un certo Ed Collier. Eddy era abile nel ritocco e nel fotomontaggio: per lui non fu difficile trasformare una foto di Marco abbracciato a nostra cugina Martina da innocente scatto familiare in prova di tradimento. Misi la foto come segnalibro in un romanzo che tutti all’epoca leggevano, “Il giovane Holden”, e posai il volume sul comodino di Marco. Avevo notato che Flora non sapeva resistere alla curiosità di sfogliare un libro fuori posto. Così, mentre Marco in bagno si preparava per andare in discoteca, la gelosissima fidanzata scoprì di essere cornuta. Incassò il colpo in silenzio ed uscì con mio fratello come se nulla fosse accaduto. Io feci sparire la foto e rimisi il libro al suo posto nello scaffale di Marco. Nei giorni successivi la tensione tra i due innamorati giunse alle stelle e alla fine Flora scoppiò, prese dalla libreria il volume galeotto, certa di poter mostrare al fedifrago la prova innegabile della sua colpa, ma non trovò nulla. Marco si irritò molto per quella scena di gelosia paranoica.

La domenica successiva la mamma aveva organizzato un pranzo in famiglia per presentare Flora ai parenti. Ovviamente vennero anche gli zii con Martina e quando i due cugini, cresciuti quasi come fratelli si scambiarono un affettuoso abbraccio Flora esplose avventandosi contro Martina al grido, tutto siculo perché appunto dalla Trinacria proveniva, di “Bottana!”. Marco rimase di stucco, i parenti si offesero e il fidanzamento venne rotto. Ancora dopo anni la mamma, laureata in lettere, riferendosi a Flora, la definiva “l’Erinni”.

“Comincio a pensare che suo fratello sia rimasto celibe!” dissi stupita dalla sottile ferocia  della mia vicina di posto.

“No, si sbaglia: alla fine si presentò a casa con una ragazza incinta e, allora non ci fu nulla da fare. Però non era davvero innamorato di lei, l’aveva conosciuta in discoteca, un flirt superficiale e poi subito il patatrac, dopo appena tre mesi.

Gina lavorava come commessa alla Rinascente e indubbiamente aveva molte doti: era una bella ragazza, simpatica, vivace e molto generosa con gli uomini. Marco stava nel gruppo dei tanti che la frequentavano, ma lei sapeva che, a parte i quattrini di famiglia, era l’unico che non l’avrebbe abbandonata al suo destino. Così mio fratello venne eletto padre e, dopo sei mesi, nacque la piccola Camilla, consolazione dei nonni e un po’ anche della zia, che aveva raccolto le confidenze della cognata riguardo all’incerta paternità. All’epoca il test del DNA non esisteva. I miei avrebbero voluto liquidare Gina con una grossa somma e tenersi la piccola, ma Marco volle sposare ad ogni costo la madre di sua figlia. Io ovviamente lo appoggiai e alla fine i nostri genitori furono costretti a cedere”

“Magari è stato un matrimonio felice…a volte si parte da un grande amore e si finisce a schiaffi in faccia…e corna in testa” dissi pensando a certe vicende della mia vita.

“Si, Gina è stata una sposa impeccabile e Camilla una figlia stranamente simile al padre, generosa, buona, intelligente. A volte mia madre le diceva ‘Magari fosse stata come te quel serpente di tua zia Marga!’. In effetti era una brava bambina, non mi somigliava affatto.”

“Mi pare che serpente sia proprio una definizione che le sta a pennello”

“Si, mia madre però lo diceva scherzando” aggiunse la misteriosa vicina. Sentii di nuovo che tratteneva il riso.

“Deve raccontarmi qualcosa di divertente – chiesi incuriosita – magari una vendetta realizzata …perché, a ben guardare, mi pare che il suo piano per rovinare la  vita di Marco sia miseramente  fallito. Direi addirittura che la vera vittima di tutte queste  macchinazioni sia proprio lei, rimasta sola e scornata .”

“Si sbaglia, in famiglia mi trattavano tutti con affetto: Gina si era affezionata a me perché sentiva che anch’io, come lei, ero una ‘seconda scelta’, mio fratello mi confidava i suoi problemi sentimentali perché, dopo essersi assunto tutta la responsabilità dei suoi atti  come padre verso Camilla e come uomo nei confronti di Gina, aveva ancora un cuore pieno d’amore e lo riversava a caso su giovani segretarie, amicizie occasionali, baby-sitter. Si vergognava di non essere più il Marco di un tempo ma non sapeva resistere al richiamo di Eros. In conclusione ero diventata la buona Marga, la spalla su cui piangere, la zia un po’ bizzarra, la figlia nubile che riversa le sue attenzioni sui parenti non avendo una famiglia propria.”

“Immagino si divertisse a recitare la parte ma non doveva essere facile mostrare sentimenti così diversi da quelli che realmente provava. Quanto a Marco può capitare a chiunque di avere le idee confuse, soprattutto se c’è qualcuno che ti incoraggia a proseguire sulla strada sbagliata!”

“Perché sbagliata? Anch’io ho avuto molte relazioni! dare poco a tanti o tutto a uno è la stessa cosa, in definitiva.”

“Forse per chi dà…-  replicai – ma suo fratello non era certo tagliato per fare il dongiovanni.”

“Però nei guai si è messo da solo! E poi avrebbe dovuto seguire i consigli dei nostri genitori, come aveva fatto in tante altre occasioni: aiutare Gina economicamente ma senza rovinarsi la vita sposandola. Ha esagerato in generosità e si sa che il meglio è nemico del bene.”

Continua…

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Rosanna Bogo